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    Vai e vivrai (Va, vis et deviens), è un film drammatico del 2005, diretto da Radu Mihăileanu.
    La pellicola intreccia le vicende del protagonista con la storia sociopolitica israeliana recente.
    Schlomo, il protagonista, si imbatte fin da piccolo nella contraddizione degli estremismi religiosi e, crescendo, è costretto a nascondere la sua vera identità per non morire: affronta le difficoltà dell’integrazione culturale e si ritrova ingabbiato nella persistenza dei pregiudizi. La sua storia si intreccia con quella di una madre adottiva, Yael, inizialmente timorosa nell’aprire la propria famiglia al nuovo venuto, ma poi disposta ad aprirsi allo stupore per le cose più semplici: comprende la necessità di non imporsi, di sostenere il nuovo figlio e guardarlo crescere. Anche l’autoritario padre adottivo, che comunque lo aveva già accolto senza ancora conoscerlo, continua a chiamarlo figlio anche durante la naturale ribellione adolescenziale. Solo grazie all’amore delle persone incontrate, Schlomo ha la forza per scendere nelle proprie radici e nel gesto d’amore (non di rifiuto) della madre biologica.

    Spunti di riflessione

    ● Quali atteggiamenti ha dovuto mettere in atto Yael per incontrare davvero Schlomo?
    ● Quali sono le resistenze più difficili da debellare da parte dei genitori adottivi di Schlomo? Perché decidono di mettersi in gioco?
    ● A quali aspetti del suo essere ha dovuto rinunciare Schlomo per crescere?
    ● Chi è Schlomo alla fine del film? Quale è la sua identità?

    L’occhio di chi guarda

    La discriminazione attuata nei confronti dell’altro da noi è il risultato di un processo che, partendo da pregiudizi e da conoscenze stereotipate, che non hanno alcun riscontro con la realtà, porta all’esclusione e alla privazione dei diritti. Questo spesso avviene nell’indifferenza degli “spettatori”, abituati a considerare i “diversi” inferiori, a volte pericolosi, ma comunque meritevoli di un trattamento differente. La ripetizione acritica di pensieri, di frasi fatte, dei “sentito dire”, la lettura e l’ascolto superficiale dei media contribuiscono spesso a creare una percezione di ciò che ci circonda e che non rispetta la realtà. Per superare stereotipi e pregiudizi, non solo dobbiamo sviluppare quell’empatia che ci permette di vivere il punto di vista dell’altro, ma dobbiamo anche essere coscienti della differenza tra realtà e percezione. Dobbiamo capire come costruiamo le nostre opinioni sulla società in cui viviamo e come possiamo essere influenzati dalle “informazioni” dei media. (libero adattamento da Amnesty International, Percorsi didattici contro la discriminazione).
    Le immagini semplificate che abbiamo dell’altro sono delle “scorciatoie” che usiamo per comprendere l’infinita complessità del mondo. Ce le costruiamo per la coesione e difesa del gruppo, per avere una “conoscenza preconfezionata” e per categorizzare una società troppo complessa. In realtà proprio per la loro semplificazione e per mancanza di verifica, esse diventano una “non conoscenza” ed un ostacolo al reale incontro di chi ci sta accanto.

    Attività sul pregiudizio

    Questa attività serve a far riflettere su come i pregiudizi influiscono sulla nostra percezione della realtà.
    Tempo: 45 minuti
    Svolgimento: Vengono scelti quattro volontari per rappresentare tre scene davanti al gruppo: due ragazzi saranno due insegnanti, il terzo il preside e il quarto il padre di Mohamed. Ai ragazzi viene data la scheda e un breve tempo per prepararsi. Il gruppo fa da osservatore.
    Vengono rappresentate le tre scene. Dopo ogni scena, l’educatore farà una domanda cui i ragazzi risponderanno annotando un paio di parole chiave che sintetizzano le loro reazioni alla scena presentata.
    L’attività si conclude con una discussione finale in cui si commentano le osservazioni. Che cosa hanno annotato dopo la prima scena? Cosa li ha portati a trarre la loro conclusione? Che cosa hanno annotato dopo la seconda scena?
    Cosa li ha portati a trarre la loro conclusione? Di che cosa si sono accorti alla fine? Che supposizioni hanno fatto?
    I scena: Due insegnanti stanno chiacchierando in aula insegnanti. Durante l’ultimo mese ci sono stati diversi furti nella scuola. Ancora una volta dei soldi sono spariti. Il Preside vuole andare in fondo alla faccenda e coinvolge gli insegnanti per trovare il ladro. Mohamed è sospettato di essere l’autore almeno dell’ultimo furto.
    Domanda: al posto del Preside cosa fareste? Come sta Mohamed?
    II scena: Conversazione tra il Preside e il padre di Abdullah. Il preside invita il padre di Mohamed ad incontrarlo. Come risultato, il padre di Mohamed rimborsa al Preside l’intera somma che è stata rubata.
    Domanda: pensate che la faccenda sia stata risolta in modo soddisfacente?
    Come sta Mohamed?
    III scena: Due insegnanti stanno chiacchierando di nuovo in aula insegnanti. Il fatto che il padre di Mohamed abbia pagato, è per i due insegnanti un’ammissione di colpa.
    In seguito, comunque, si trovano le prove che Mohamed non ha niente a che fare con il furto.
    Domanda: che cosa pensate adesso? Come sta Mohamed? Cosa fanno i compagni di Mohamed?
    Al termine dell’attività, si può invitare qualche ragazzo a ri-raccontare la storia dal punto di vista di uno dei personaggi, in particolare di Mohamed.

    Il cuore di chi accoglie

    “È ormai evidente a chiunque sia dotato di un minimo di intelligenza e di sensibilità che sulla capacità di accoglienza si gioca la nostra condizione di esseri umani o, al contrario, il nostro scivolare sempre più in quella barbarie bestiale che vediamo affiorare qua e là, e che purtroppo fa sempre notizia.” Ludwig Monti, monaco di Bose, ha pronunciato queste parole nel suo intervento per la Giornata della Carità 2016 a Forlì.
    Di fronte allo sconosciuto, apriamo o chiudiamo la porta? Prendiamo un'arma o estendiamo una mano aperta? Questo è uno dei drammi inaugurali dell'etica umana.
    Ospitare uno “straniero” non è solo una virtù astratta, tuttavia, ma una lotta esistenziale. L'etica dell'ospitalità non è mai garantita; è sempre adombrata dal suo alter ego, quello dell'ostilità.
    Ospitare altri è una scelta di fronte alla quale siamo continuamente posti, non è mai un fatto compiuto. La radice della parola ospitalità ha in realtà un secondo significato: hostis, significa sia ospite che nemico. In origine, hostis aveva il solo significato di ospite e solo gradualmente assunse il significato di nemico. Una spiegazione possibile è che ospitare veramente richiede di coinvolgersi in un rapporto reciproco e paritario basato sulla fiducia, abbandonando le proprie difese e convertendo l’ostilità in ospitalità. Solo con il tempo l’accoglienza passò dalla dimensione reale a quella ideale, identificando l’altro come qualcuno da cui difendersi. In questo senso l'ospitalità si è intrinsecamente legata alla possibilità di ostilità ponendoci sempre di fronte ad una decisione conscia o inconscia.
    Per rileggere la realtà con il dipinto di Magritte riportato all'inizio, ogni qualvolta usciamo dal nostro io per incontrare l’altro siamo chiamati a scegliere come presentarci: se imbellettarci con un cappello per darci un tono, se mascherarci con i volti dell’ostilità o del buonismo pregiudizievoli, se ripararci con un ombrello. Oppure siamo chiamati ad una conversione profonda del nostro essere... Chi è per me l’altro? Chi sono io per lui? Cosa mi fa paura di lui? Cosa ho paura di perdere di me?
    Proviamo a dare un volto e un nome all’altro che incontriamo tutti i giorni, ai nostri pregiudizi, alle nostre difficoltà e ai piccoli atteggiamenti che vorremmo cambiare. Senza indossare le maschere del moralismo o dell’ideologia…
    L’arte dell’accoglienza umana e cristiana deve sempre aprirsi al novum, all’inatteso, alla creatività dell’amore.



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