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    La porta, simbolo di mistero e di speranza


    Pellegrini con arte /4

    Maria Rattà

    (fuori numero)



    «La porta è davanti a noi; a che serve desiderare? / Meglio sarebbe andare senza più speranza. / Non entreremo mai. Siamo stanchi di vederla. / La porta aprendosi liberò tanto silenzio / Che nessun fiore apparve, né i verzieri; / Solo lo spazio immenso nel vuoto e nella luce / Apparve d’improvviso da parte a parte, colmò il cuore, / Lavò gli occhi quasi ciechi sotto la polvere»[1]. Scrive così Simone Weil, in una poesia intitolata La porta, esprimendo tutto ciò che questo oggetto, in sintesi, simbolizza: speranza, desiderio, fatica, aspettativa.                                                                                        
    La porta si erge a metafora di quanto anima l’essere umano nel muoversi nel tempo e nella storia: la speranza di qualcosa di bello oltre il visibile, il desiderio di qualcosa di migliore oltre la soglia del mondo terreno, l’aspettativa per qualcosa di “altro” oltre il quotidiano della vita. Ma, nello stesso tempo, la porta nasconde in sé il senso del mistero, l’alea di potersi giocare tutto in un momento solo: se si apre la porta sbagliata, infatti, tutto si può perdere, per questa e per l’altra vita.                            
    Va scelta bene, allora, la porta, perché solo una è quella giusta, che davvero dà accesso alla felicità piena. Questa porta è Cristo, che proprio in questi termini si definisce nel Vangelo di Giovanni, capitolo 10. Gesù è porta delle pecore, ma anche Colui che sta alla porta e bussa, secondo le parole dell’Apocalisse (Ap 3,20). Curiosa, questa duplice essenza del Figlio di Dio, ma in realtà perfettamente coerente. La descrive alla perfezione William Holman Hunt in La luce del mondo (1900-1904). Qui Gesù è un re che bussa a una porta – quella del nostro animo – recando una lanterna in mano, simbolo della luce della coscienza, mentre la luce che irradia la testa stessa di Cristo è quella della salvezza. La porta, senza maniglia, coi chiodi arrugginiti e le cerniere ricoperte di edera, non è mai stata aperta: sta a ogni singolo uomo decidere se, finalmente, spalancare quel varco e iniziare una nuova esistenza, simboleggiata anche dalla stella mattutina che si ritrova nel quadro, voltando pagina rispetto all’autunno della vita che è invece indicato dalle erbacce e dai frutti autunnali caduti in terra. Ma l’uomo non è costante, e così il poeta Tagore immagina quasi un Dio, a sua volta, antropomorfo, e lo invita, paradossalmente, a non abbandonare la creatura che gli volta le spalle: «Se qualche volta trovi chiusa / la porta del mio cuore, / sfondala ed entra nel mio animo, / non tornare indietro, o Signore. / Se qualche giorno le corde del flauto / liuto / non fanno risuonare il tuo caro nome, / per pietà, aspetta un poco, / non tornare indietro, o Signore. / Se qualche volta la tua voce / non rompe il mio sonno profondo, / risvegliami con i colpi del tuo tuono, / non tornare indietro, o Signore. / Se qualche giorno faccio sedere / altri sul tuo trono, / o Re di tutti i giorni della mia vita,  / non tornare indietro, o Signore»[2].         
    D’altronde, la difficoltà, per l’essere umano, sta nel fatto che la porta da attraversare non è larga, ma stretta (cfr. Mt 7,13-14), dunque difficile da percorrere senza alcune, decisive accortezze.     
    Lo illustrano bene Pieter Arentsz e Cornelis van der Sys (II) che in Attraversare la porta stretta che conduce alla strada stretta (1710) mostrano un ingresso angusto che conduce a un monte per una via per niente spaziosa, a strapiombo. Per giungere al luogo che, nel linguaggio biblico, è per antonomasia quello dell’incontro con Dio, bisogna camminare su un sentiero in cui a malapena passa una persona. Inutile, dunque, anzi controproducente, condurre con sé dei “bagagli” che potrebbero far perdere l’equilibrio, col rischio di precipitare giù per colpa di ciò che non è necessario. Meglio procedere liberi verso la meta, simboleggiata anche dalle palme, simbolo di vita perché capaci di mantenersi verdi e rigogliose anche nel deserto, e rimando alla vittoria di Cristo sulla morte, alla risurrezione che Egli per primo ha sperimentato, ma che riguarderà anche noi.          
    Jan Christiaensz Micker, nel dipinto La via stretta e quella larga, un’allegoria (1599-1664) è ancora più sottile: chi passa per la via stretta lo fa portando la propria croce personale, in accordo alle parole di Gesù (cfr. Mt 16,24-27). Anche qui la meta ha la forma di un monte: perché la croce non è fine a se stessa, non è uno strumento di tortura inventato dal sadismo divino, ma è la forza a cui aggrapparsi, la vicinanza del Dio fattosi uomo per essere sempre, fino in fondo, con ognuna delle sue creature.     
    La storia della salvezza si gioca, così, tutta in un passaggio di porte, a partire da quella dell’Eden che si era richiusa per i progenitori, scacciati dal Paradiso terrestre dopo la colpa originale. Non è un caso se alcuni dei capolavori dell’arte inseriscono proprio una porta stretta per descrivere quel momento: Masaccio, nella Cacciata dei progenitori dall’Eden (1424-1425), colloca Adamo ed Eva appena usciti dall’arco di una torre merlata; la ristrettezza di questo spazio simboleggia l’irreversibilità dell’espulsione, accentuata anche dal dolore dei due protagonisti. Se, però, da una porta l’umanità è uscita dalla comunione con Dio, attraverso Cristo-Porta siamo chiamati a rientrare in essa, per attraversare, un giorno, le porte della Gerusalemme Celeste, cinta da più varchi nella descrizione dell’Apocalisse (cfr. Ap 21,12-13; 25). Ecco perché l’architettura e l’arte dell’edificio chiesa si arricchiscono di porte e portali che non hanno solo una funzione pratica, ma anche una valenza fortemente simbolica, a cominciare dalle porte degli antichi Battisteri, dato che il Battesimo è «il vestibolo d'ingresso alla vita nello Spirito, e la porta che apre l'accesso agli altri sacramenti»[3].       
    Fra le porte dei Battisteri, una delle più famose è certamente la cosiddetta Porta del Paradiso (1425-1452), realizzata da Lorenzo Ghiberti per il Battistero di Firenze: le sue formelle narrano varie storie bibliche, episodi in cui è contenuta, anche, la prefigurazione del Battesimo e della venuta di Cristo. Da questa porta uscivano i neobattezzati, ormai pienamente parte della comunità, per entrare nella navata del Duomo camminando in direzione del sole nascente, cioè verso una vita ormai nuova, rinnovata in Cristo.         
    Accanto alla porta del Battistero, anche la porta dell’edificio-chiesa assume un grande rilievo: essa è simbolo di Cristo-Porta del gregge. Significativa, a tale proposito, è la porta (1970) realizzata da Emilio Greco per il Duomo di Orvieto: in essa sono narrate le Sette opere di misericordia: per entrare nel Regno dei Cieli, arrivando all’incontro faccia a faccia con Dio (che nella chiesa sperimentiamo attraverso la presenza di Gesù Eucaristia), la fede va “esplicitata” attraverso le opere concrete.                       
    Fra le varie porte acquista, infine, una grande importanza, la Porta Santa, la cui apertura segna l’inizio del Giubileo: varcarla esprime la decisione di seguire Cristo e lasciarsi guidare da Lui, buon pastore. La prima Porta Santa, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non si trova a Roma, ma a Collemaggio, e risale al 1288. Fu voluta da Celestino V, che qui fu incoronato papa il 29 agosto 1294. Questa Porta Santa è legata alla Perdonanza Celestiniana, un giubileo a cadenza annuale, che inizia la sera del 28 agosto e si conclude la sera del giorno successivo. La prima Porta Santa di Roma fu, invece, quella di San Giovanni in Laterano, risalente al 1423. L’Arcibasilica, nella notte tra il 19 ed il 20 dicembre 2000, ha acquisito un’altra Porta di bronzo accanto alle quattro che possedeva, che è stata installata tra gli stipiti di quella trecentesca. Opera dello scultore Floriano Bodini, questa nuova Porta rappresenta, in altorilievo, il Cristo morto, inchiodato su croce e, in contiguità con il Figlio, la Madonna con il Bambino benedicente. La nuova Porta Santa di San Pietro, invece, è opera dello scultore Vico Consorti, e fu realizzata nel 1949: in un ciclo scultoreo di sedici formelle, essa narra la storia dell’uomo, passando da Il Peccato e la Cacciata dal Paradiso Terrestre, alle apparizioni di Cristo risorto a Tommaso e a tutti gli Apostoli riuniti. Fino all’immagine di Cristo come porta di salvezza nell’ultima formella.                                                                         
    Non si può, infine, non concludere con uno sguardo a Maria, colei che è porta del Cielo. Alda Merini scrive che «Lei, / l’eroina di tutti i tempi, / la dolce madre di Dio, / la tenera fanciulla d’amore, / lei aprirà un varco alla poesia, / lei aprirà un varco al sole»[4].                                     
    Con Maria, sembra dire la poetessa, nel mondo farà ingresso la Parola (la poesia), la luce, la Luce vera, il Sole di Giustizia che è Cristo stesso. Maria è la porta attraverso cui il Cielo può, concretamente, raggiungere la terra. Ma è anche la porta attraverso cui noi possiamo ricongiungerci al Cielo: ecco che la pittrice Michelle Arnold Paine in Maria, La Porta (2019), con un linguaggio estremamente moderno ed essenziale, presenta la Vergine nell’atto di aprire un uscio, attraverso cui ci è consentito accedere all’interno di un mondo “altro”. Maria stessa, nelle parole dell’artista, «diventa la soglia tra cielo e terra, così come la donna nel dipinto si trova sulla soglia tra luce e tenebre, spazio interiore e spazio esteriore»[5]. Così Maria, Madre della Speranza, spalanca a noi la porta della speranza in persona che è Cristo, e ci invita con fiducia ad andare a Lui, nella certezza che solo in Gesù troveremo la gioia, l’amore, la salvezza.                                
    La fine del Giubileo, dunque, non ci lasci con un senso di nostalgia per ciò che è stato, ma con la certezza di avere un’avvocata che per noi intercede sempre, tenendo aperto lo spiraglio della porta della nostra vera casa, in attesa che il nostro cuore si doni totalmente a Cristo, per accedervi senza riserve, celebrando così il vero, unico Giubileo senza fine.

     
    NOTE

    [1] Simon Weil, La porta in Poesie, Le Lettere, 1993, p. 26.
    [2] Poesia di Rembrandt Tagore in 4. seguire Gesù sulla strada, Sito internet dell’Azione Cattolica d Torino, https://azionecattolicatorino.it/wp-content/uploads/2018/03/4.-seguire-Ges%C3%B9-sulla-strada.pdf
    [3] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1213.
    [4] Alda Merini, Quando il cielo baciò la terra nacque Maria, in «Quando il cielo baciò la terra nacque Maria»: il canto mistico di Alda Merini alla Madonna (Silvia Lucchetti), Sito internet Aleteia, https://it.aleteia.org/2016/12/28/13-poesie-alda-merini-maria-magnificat/
    [5] Mary Gate of Heaven painting has a New Home, Sito internet dell’artista Michelle Arnold Paine, https://michellepaine.com/mary-the-gate-painting/



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