2015: Anno della
Vita Consacrata
La missione di risvegliare il mondo
Pascual Chavez V., SDB
Rettor Maggiore emerito

1. Un giubileo per la Vita Consacrata
Papa Francesco ha voluto dedicare l’anno 2015 alla Vita Consacrata. La sua scelta è stata ispirata dalla felice concorrenza del 500° anniversario delle nascite di Santa Teresa di Avila e di San Filippo Neri e del bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco.
Sarà dunque un anno giubilare per la Chiesa e, di modo particolare, per le Ordini, Congregazioni e Istituti di persone consacrate, chiamate per vocazione e missione a “risvegliare il mondo” secondo la felice e programmatica espressione di Papa Francesco nell’incontro con l’USG, il 23 novembre 2013. Ovviamente non si tratta di uno slogan, ma di un autentico programma con il compito specifico d’essere veramente testimoni di un modo diverso di fare e di comportarvi, incarnando i valori del Regno.
Se la Chiesa oggi sta cercando di recuperare la freschezza del Vangelo e la forza e credibilità della Chiesa primitiva vuol dire che tutti siamo convocati a quella radicalità richiesta a tutti i cristiani, ma di modo particolare ai religiosi, «uomini e donne che possono svegliare il mondo e illuminare il futuro», poiché scelti per mettersi al seguito di Cristo più da vicino. Tutti si attendono da noi una testimonianza gioiosa e felice, una testimonianza bella e attraente, una testimonianza di vita credibile e feconda, vissuta in pienezza. In questo modo essi vedranno che è bello vivere in amicizia con Gesù, che è possibile vivere il Vangelo facendolo ‘regola suprema di vita’, che Gesù e il suo Vangelo riempiono di senso, di luce e di gioia la vita.
L’anno della Vita Consacrata sarà dunque l’occasione per riscoprire, testimoniare e presentare al mondo e alla Chiesa, specialmente ai giovani credenti, la bellezza della vita consacrata, che nasce come un dono prezioso dello Spirito Santo alla Chiesa. Uomini e donne che sentono lo sguardo amorevole del Signore che li chiama per nome per ‘stare con Lui, condividere la passione per il Regno e lasciarsi guidare dallo Spirito’ (cfr. Mc 3:14-15). Quando si ha a cuore solo il bene dell’umanità si supera il rischio della mondanità spirituale: non si cercano onori e primi posti, non si è arroganti e autoreferenziali, non si è superbi e orgogliosi; si brama invece la sola cosa necessaria: Dio e il suo Regno.
Occorre perciò innanzitutto riscoprire il significato autentico della vocazione; essa più che progetto personale, è dono di Dio. La decisione vocazionale è accoglienza del dono della chiamata; essa viene preceduta dalla scoperta del disegno di Dio sulla propria vita. Solo così potrà far crescere la fede del popolo, rinnovare la Chiesa e trasformare il mondo.
2. Camminando con il Dio della storia
Non possiamo rinunciare alla nostra vocazione di essere, come consacrati, la punta di diamante nel Regno di Dio, le sentinelle del mondo e i sensori della storia. La nostra vocazione di “segni e portatori dell’amore di Dio” (Cost 2) ci spinge ad essere quanto il Signore si attende da tutti i suoi discepoli: “sale della terra e luce del mondo” (cfr. Mt 5, 14). Ecco le due immagini utilizzate da Gesù per definire e caratterizzare i suoi discepoli. Entrambe sono molto eloquenti e ci dicono che mettersi alla sequela di Cristo non è tanto determinato dal “fare” quanto dall’ “essere”, è, cioè, più questione d’identità che di efficacia, più problema di presenza significativa che di attuazioni grandiose, più dell’essere pastori educatori che funzionari o gestori.
Quello che importa non è tanto il rinnovamento della vita religiosa o il suo futuro quanto la passione per Gesù e il Regno di Dio. È qui che si trova la sua vitalità, la sua credibilità e la sua fecondità. In effetti, l’apertura alle domande, alle provocazioni, agli stimoli e alle sfide dell’uomo moderno, e in modo molto speciale a quelle dei giovani, ci libera da ogni forma di sclerosi, di atonia, di stallo, d’imborghesimento e ci mette in cammino “al passo di Dio”. Eviteremo allora di volgerci indietro, diventando così statue di sale, oppure di illuderci in sterili fughe in avanti, non conformi alla volontà di Dio.
Ogni forma nuova di vita religiosa è nata nella Chiesa come risposta ad una necessità concreta scoperta dai fondatori sotto la guida dello Spirito. Dio continua a chiamarci attraverso le urgenze e povertà del nostro mondo.
3. Costruendo sulla roccia
Tempo fa parlavo di una vita consacrata di tipo liberale che ormai ha esaurito le sue possibilità e non ha più futuro 1 . Si sono fatti sforzi di rinnovamento e si è tentato di crescere, ma non esattamente secondo la logica di una vita che è consacrata prima di tutto a Dio. Molte esperienze convalidano il sospetto che si è voluto costruire la casa sulla sabbia, e non sulla roccia. Ogni tentativo di rifondare la vita consacrata che non ci riporti a Gesù Cristo, fondamento della nostra vita (cf. 1Cor 3, 11), e non ci renda più fedeli al proprio fondatore e più impegnati nella costruzione del Regno, è destinato a fallire.
Non c’è dubbio che la Vita Consacrata stia vivendo un momento ancor più delicato di quello dell’immediato post-Concilio, malgrado tutti gli sforzi di rinnovamento fatti, soprattutto da parte di quelle Congregazioni che, sorte con una particolare finalità sociale, essendo venuto meno questo loro specifico servizio, soffrono di un certo anacronismo e sono alla ricerca di una nuova attualizzazione del loro carisma. Le cause di questo malessere sono diverse e, spesso, dipendono anche dai differenti contesti. In alcune parti del mondo le difficoltà della Vita Religiosa sono legate al declino della natalità, alla crescita del benessere materiale e ad un clima culturale generalmente secolarizzato; in altre regioni si rileva una certa mancanza di identità, di visibilità e di credibilità di una vita religiosa che, per sua natura, è carismatica e, quindi, dovrebbe avere una forte connotazione spirituale, mentre che sovente viene vista come una ONG provveditrice di servizi sociali. Molto grave infine è stato il danno provocato dagli scandali nati dalla denuncia di abusi contro minori. Questo insieme di cause, senza la pretesa di assolutizzare l’insieme di questi problemi, ha fatto sì che la maggioranza delle Congregazioni sia diminuita in numero di membri, con una particolare rilevanza del problema in Europa e nel mondo occidentale.
Davanti a questo panorama può emergere la tentazione di un semplice ritorno al passato, dove recuperare sicurezza e tranquillità, a prezzo di una chiusura ai nuovi segni dei tempi, che ci spingono a rispondere con maggiore identità, visibilità e credibilità.
La soluzione non sta in scelte restauratrici; non si può infatti sottrarre alla vita consacrata la forza profetica che, dal suo inizio, sempre l’ha contraddistinta e che la rende dinamica e contro-culturale. Come già ho detto più volte, ciò che è messo in gioco durante i prossimi anni non è la sopravvivenza, ma la profezia, elemento basilare della vita consacrata. Non dobbiamo quindi coltivare un “accanimento istituzionale”, cercando di prolungare la vita ad ogni costo; dobbiamo piuttosto cercare con umiltà, con costanza e con gioia di essere segni della presenza di Dio e del suo amore per l’uomo contemporaneo. Solo così potremo essere una forza trainante ed affascinante.
Ebbene, per essere una presenza profetica nella Chiesa e nel mondo, la vita consacrata deve evitare la tentazione di conformarsi alla mentalità secolarizzata, edonista e consumista di questo mondo e deve lasciarsi guidare dallo Spirito, che l’ha fatta sorgere come forma privilegiata di sequela e di imitazione di Cristo.
Potremo così conoscere ed assumere il volere di Dio su di noi, in questa fase della storia, e portarlo dentro la nostra vita con gioia, convinzione ed entusiasmo. «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2). Non possiamo dimenticare che la vita cristiana, e a più ragione la vita consacrata, non ha altra vocazione e missione che essere «sale della terra» e «luce del mondo».
Sale della terra siamo noi quando viviamo lo spirito delle beatitudini, quando costruiamo la nostra vita a partire dal discorso della montagna, quando viviamo un’esistenza alternativa. Si tratta di essere persone che, di fronte a una società che privilegia il successo, l’effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra, scelgono la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio, cominciando dal cerchio ristretto della famiglia o della comunità per allargarsi poi alla società. Questa missione è urgente più che mai in un mondo scandalosamente diviso, nel campo sociale, e sempre più intollerante, nella sfera religiosa.
Gesù ci avverte infatti della possibilità che il sale perda il sapore, che i suoi discepoli non siano autentici. Egli segnala gli effetti disastrosi di ciò: «A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini». O siamo discepoli con chiara identità evangelica, quindi significativi e utili per il mondo, o siamo da buttar via e da disprezzare, siamo degli infelici, non siamo nulla. Il cristianesimo, la fede, il vangelo, la vita consacrata hanno una valenza sociale e una responsabilità pubblica, perché sono vocazione e missione, e non possono essere intesi e vissuti “ad uso privato”.
Questo è il senso dell’esortazione con cui Gesù conclude le sue parole: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini». Gesù vuole che i suoi discepoli facciano del discorso della montagna un programma di vita. Mitezza, povertà, gratuità, misericordia, perdono, abbandono a Dio, fiducia, amore agli altri sono dunque le opere evangeliche che si devono far risplendere, quelle che ci fanno diventare “sale” e “luce”, quelle che ci aiutano a creare quella società alternativa che non permette all’umanità di corrompersi del tutto.
Da consacrati, noi siamo chiamati ad essere speranza, ad essere luce e sale; siamo chiamati a una missione verso la società e il mondo, una missione riassumibile in una parola: santità, che non vuol dire auto-perfezione, il che sarebbe una futile pretesa narcisistica, ma che è frutto della totale apertura a Dio attraverso la ricerca del suo volto, il discernimento della sua volontà, la intimità del suo amore, la partecipazione alla sua missione, e frutto pure dell’apertura agli altri attraverso l’uscita di noi incontro loro, l’attenzione ai loro bisogni, la solidarietà con le loro gioie e speranze e con le loro tristezze e angosce, la disponibilità a servirli! Essere luce e sale vuol dire essere testimoni luminosi, radianti, attraenti di Gesù e del suo Vangelo.
Ci diceva Giovanni Paolo II: «Sarebbe un controsenso accontentarci di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale... È ora di proporre a tutti con convinzione questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria»2, che è appunto la santità.
Se è vero che la vita consacrata è «dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore», «albero piantato da Dio nella Chiesa», «dono speciale che aiuta la Chiesa nella missione salvifica» e che essa «appartiene fermamente alla vita e santità della Chiesa» (LG 43 e 44), ne consegue che un giubileo, come questo dell’anno della Vita Consacrata, è un evento ecclesiale nel senso autentico della parola. Si tratta di un vero “kairós”, in cui Dio opera per portare la Chiesa ad essere sempre più sposa di Cristo, tutta splendente, senza macchia e senza rughe.
4. Testimoni della radicalità evangelica
L’essere “testimoni della radicalità evangelica” è un invito rivolto oggi a tutta la Vita Consacrata, chiamata appunto a centrarsi su Cristo di modo che sia davvero la ‘regola suprema’ di tutti i consacrati, il che vuol dire avere “la sua mente” (1 Cor 2:16) e “il suo cuore” (Rom 8:5), i “suoi sentimenti” (Flp 2:5), pensare come Lui, amare come Lui, reagire come Lui, guardare le persone come Lui, compatire come Lui, essere compassionevole e misericordioso come Lui, soffrire con Lui. Questo ci porterà alle radici del Vangelo, e farà di noi consacrati Vangeli viventi.
Il tema della radicalità evangelica può essere ben illustrata dal prendere in considerazione una prospettiva semantica ed etimologica. In effetti, la parola radicalità ha a che vedere con radice, con radicamento e ovviamente con radicalità. Per comprendere meglio le cose ci possiamo servire dell’immagine della pianta e del seme.
- La stabilità e saldezza della pianta ci dicono che un albero senza radici si seca o cade (in questo senso, è analoga - non uguale – alle fondamenta di una costruzione);
- La vitalità, giacché i nutrienti della pianta vengono soprattutto dalla radice (non solo, evidentemente: ci sono anche l’aria, il sole, ecc.)
- Il carattere di “interramento”, di stare sotto terra, “nascosta”.
In questo senso, c’è un paradosso molto interessante nell’espressione stessa: “testimoni della radicalità evangelica”: testimoni parla di una manifestazione pubblica, parla quindi di visibilità, di “sacramentalità”; invece, paradossalmente, la “radicalità” allude precisamente a ciò che non si vede, a ciò che è nascosto, “seppellito”.
Credo che sovente, parlando di radicalità, si parte già di una eventuale semantica della parola, con il significato di incondizionalità, di assoluta fedeltà, senza compromessi, essere “di un solo pezzo”, ecc., dimenticando il significato etimologico.
Per esempio: che cosa significa quando si parla di un ‘partito radicale’? Ci si fa cenno etimologicamente a un ‘tornare alle radici’ (marxiste, o maoiste, o qualunque cosa sia), o piuttosto a non volere sapere nulla di patti con altri correnti ed indirizzi politico-sociale? Mi sembra che sia piuttosto questo secondo.
A volte, c’è anche la tendenza ad identificare la radicalità con la perfezione o la ricerca di essa, ma non è così: da una piccola pianta e, a più ragione, da un seme appena piantato in terra non ci si attendono dei frutti, bensì che mettano radici, buone e profonde. A chi vuole entrare nella vita nella vita religiosa, in genere, non gli si può domandare che sia “santo” (purtroppo, a volte neppure dopo tanti anni di vita consacrata): se non che sia radicale nelle sue scelte. Credo che questo abbia le sue implicazioni per la formazione, in primo luogo per la tappa della formazione iniziale, nella quale io accentuerei due aspetti in questa linea: la profondità (tipica della radice) di vita, remando contro corrente di nostra cultura, che accentua più l’estensione, inevitabilmente superficiale, e una virtù assai dimenticata nel nostro tempo, forse perché sovente è stata malintesa: l’umiltà che, molto significativamente, viene da humus…: humus e radice sono inseparabili. Altro non è la “vita nascosta in Cristo”, della quale, e solo della quale, può sbocciare la fecondità (i frutti!) apostolica.
5. La Vita Consacrata, una riserva di umanità
Se la vita consacrata è l’anima della Chiesa e rappresenta una riserva di umanità e una terapia per questa società, allora quale vita consacrata è necessaria e significativa per il mondo di oggi? La risposta non può essere che quella di una vita religiosa mistica, profetica, serva, con radicalità evangelica sia personale che comunitaria, una vita perciò ricca di umanità e di spiritualità, sorgente di speranza per l’umanità. Tutti noi siamo chiamati a metterci su questa strada e a trovare le vie per esprimere, secondo la propria identità carismatica, come possiamo essere mistici, profetici e servi e, conseguentemente, riuscire a che ogni comunità lo sia.
La missione della vita consacrata ha uno specifico ruolo nella Chiesa e nel mondo: essere carismatica e profetica. Amo dire che la consacrazione stessa è già profezia, nella misura in cui testimonia l’Assoluto di Dio e i valori evangelici che, oggi più che mai, vanno contro corrente, in una società segnata dal secolarismo, dall’indifferenza religiosa e dall’ateismo pratico. I valori evangelici sono un rifiuto profetico degli idoli, che questo mondo ha fabbricato e propone all’adorazione dell’uomo. La vita consacrata, inoltre, è destinata a mettere sempre in questione quelle persone - i giovani in particolare, perché più a rischio - che si sono rinchiuse in mete puramente terrene, con un immanentismo infecondo perché senza futuro.
Per questo, quando è vissuta in pienezza e in gioioso ringraziamento, la vita religiosa è profezia delle realtà definitive, del destino finale di tutta la creazione, della storia e dell’universo. Si tratta di una profezia oggi più che mai necessaria, appunto perché la nostra epoca post-moderna si caratterizza per un tramonto delle speranze umane e una perdita delle utopie, condannando gli uomini all’inferno del pragmatismo, dell’efficientismo e della funzionalità, senza fede, né speranza, né amore.
La vita consacrata è un segno profetico quando rende presente, visibile e credibile il primato dell’amore di Dio e lo testimonia, con un forte senso di comunione e di fraternità, in uno stile di vita al servizio dei poveri e abbandonati del mondo che rattristano il panorama della società ed oscurano la presenza amorosa di Dio. Siamo consapevoli e convinti che «senza la fede, senza l’occhio dell’amore, il mondo è troppo cattivo perché Dio sia buono, perché esista un Dio buono».3 Il primato dell’amore di Dio preserva il consacrato dalla tentazione volontarista e perfezionista. Egli non s’impegna perché deve raggiungere una perfezione astrattamente intesa o il pieno controllo di sé. Il suo impegno e il suo sforzo quotidiano sono la forma attraverso cui egli risponde ad un amore, infinitamente più grande dei suoi atti e dei suoi sforzi. Poiché è stato ed è continuamente ed incondizionatamente amato, egli risponde con generosità. La radicalità, quindi, è sempre espressione della sequela. Il «va, vendi tutto» è stato pronunciato nel contesto di un incontro e di un dialogo che si apre con uno sguardo di amore («fissatolo lo amò») e si chiude con l’invito alla condivisione e alla compagnia («seguimi») (cf. Mc 10:21).
Il cuore del progetto della nostra vita di consacrati non è essere perfetti o essere radicali, ma essere «segni e portatori» di un amore che ha preceduto la nostra risposta, ci ha affascinati e fonda il nostro “sì”, per sempre (cf. Cost 2). Il test più sicuro per discernere tra volontarismo e sequela è la presenza della gioia.
Essa permette anche di valutare la qualità del lavoro e della temperanza.
Un’austerità triste e un impegno nel lavoro che cancella la serenità dal volto e spegne il sorriso sono il sintomo che qualcosa è da rivedere. Questo tocca profondamente anche il “volto” di una comunità: una comunità gioiosa è un chiaro ed evidente segno di “buona salute” vocazionale che la rende “attrattiva” e accogliente. È questo uno degli aspetti cui sono più sensibili le nuove generazioni.
6. Una Vita Consacrata all’insegna del cambio
Oggi è comune trovare molte e svariate letture sulla realtà e sul futuro della Vita Religiosa. C’è chi la dipinge valendosi di tre immagini: lo stare nel deserto, dove non c’è nessuno, come metafora per renderci presente con la nostra azione e la nostra testimonianza là dove non arrivano né lo stato, né la società; andare verso la periferia lasciando che altri stiano al centro e accettando di vivere spogliati di potere e privilegi; e raggiungere le frontiere, lì dove sia più necessaria una vita ed un agire più profetici. C’è chi gioca con le parole e pensa che la Vita Consacrata sia chiamata ora a centrarsi con radicalità in Dio, fonte della nostra identità, a concentrarsi nelle cose che sono essenziali, e decentrarsi uscendo verso le frontiere. C’è chi ne prospetta un cambiamento con l’immagine di un convento che passa dall’essere una fortezza chiusa ad essere un accampamento, aperto a tutti specialmente ai più poveri, con Religiosi inseriti tra di loro, impegnati nella scelta per la giustizia e la solidarietà, con uno stile di vita semplice, promuovendo una globalizzazione dal basso, partendo dai più poveri e dagli esclusi. Una vita religiosa con comunità che siano più focolari e meno albergo, con più comunione di vita e più fraternità, dando impulso ad una vera unità nella diversità, con i laici a fianco come compagni di missione.
Nella lettera post-sinodale Vita Consecrata, Giovanni Paolo II, valendosi della icona della Trasfigurazione, ne aveva disegnato il profilo parlando del Mysterium Trinitatis, per indicare la forte esperienza di Dio che è a fondamento della Vita Religiosa e ne costituisce la principale missione. Aveva poi presentato il signum fraternatis, per sottolineare che dietro ogni vocazione, c’è una convocazione e dunque la vocazione alla vita fraterna, di comunione, che è dunque un elemento essenziale della VC. Infine l’aveva connotata con il servitium caritatis, per sottolineare che è la missione che ci porta a fare nostra la passione di Cristo per il Regno di Dio, a uscire dalle nostre sicurezze, andare nelle periferie geografiche, culturali ed essistenziali, e venire incontro alla gente, specialmente gli ultimi, e condividerne le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce.
Nella Unione dei Superiori Generali, e più concretamente, a partire dal motto del Congresso Internazionale sulla Vita Consacrata del 2004, noi abbiamo voluto interpretare e promuovere la vita religiosa come una vita samaritana, caratterizzata da una grande passione per Cristo e da una grande passione per l’uomo.
La cosa più interessante è che, in fondo, pur con diversità di espressioni e di accentuazioni, tutti questi tentativi di definizione, che non sono un mero virtuosismo linguistico né una fantasia letteraria, tengono in conto i tratti principali della Vita Consacrata che la definiscono:
- La spiritualità.
In tutti gli istituti religiosi si sta facendo uno sforzo notevole affinché la Parola di Dio, in particolare il Vangelo, e l’Eucaristia siano veramente il centro della vita del consacrato e della sua comunità. Siamo convinti che la persona consacrata è memoria vivente e trasfigurata della dimensione trascendente che esiste nel cuore di ogni essere umano.
- La comunità.
Perché sappiamo che la testimonianza della comunione, aperta a tutti coloro che hanno bisogno, è fondamentale nel nostro mondo tanto sommerso nell’egoismo e nella solitudine. La Vita Consacrata, se vissuta in comunità, è già, in sé stessa, vangelo proclamato.
- La missione.
Una missione da realizzare e vivere inseriti ai “margini” della società e della chiesa, nelle posizione di ‘frontiera’, che non sono solamente geografiche, ma culturali ed esistenziali. Questo significa lasciare tutti gli spazi di privilegi e potere ed entrare decisamente e collocarci convintamente nel mondo dell’esclusione, della povertà, ma anche nei contesti sempre più secolarizzati, dove si tenta di cancellare Dio non soltanto dalle scelte politiche degli stati, ma soprattutto nel tessuto sociale e nella coscienza stessa delle persone, così come se si dovesse vivere facendo a meno di Dio. La missione, però, comprende anche la “passione” – intesa come sofferenza o impotenza – di tanti religiosi che continuano a pregare e ad offrire per la Chiesa e per gli operai della messe, come pure la “passione” come martirio di tanti religiosi incarcerati o trucidati a causa del Regno. Loro sono la migliore rappresentazione di Cristo Gesù che continua la sua passione nel mondo, attraverso la sua Chiesa.
7. Spinti dalla conversione personale e pastorale
I cambiamenti cui stiamo assistendo sono così profondi e repentini che sembra non ci sia il tempo di assimilarli adeguatamente nell’unità del nostro soggetto umano. Il rischio è che tale frammentarietà diventi in qualche modo interna all’io, rendendoci tutti più fragili ed esposti alla manipolazioni di poteri anonimi.
- Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero…?
Davanti a questo scenario così sfidante ed impegnativo non c’è spazio per la fuga e sì invece per una rinnovata responsabilità. Da questo punto di vista la nostra forma di vita deve potersi fare carico di nuovo della preziosa domanda che Gesù rivolge ai suoi interlocutori: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?” (Lc 9.25).
Si tratta di domandarci che cosa può permettere all’uomo, nel caso nostro ai giovani, di vivere pienamente nel mondo e approfittare delle sue straordinarie potenzialità senza perdere se stesso. In questo contesto, la perdita di sé va intesa qui come la perdita della propria libertà, non solo come autonomia, ma come possibilità di tendere ad un bene ultimo e definitivo, in grado di integrare tutto ciò che si può sperimentare durante la propria vita.
In questo tentativo di rinnovamento, per essere più rispondenti alle sfide odierne, c’è però una serie di fattori che non si possono sottovalutare, ma che nel contempo non possono essere determinanti al grado di una paralisi che non permetta muoversi e vivificare il corpo sociale. Mi riferisco all’invecchiamento e insufficienza del personale, allo scarso flusso vocazionale, alla complessità e pesantezza delle strutture, alle resistenze per un lavoro di vera corresponsabilità con i laici.
- Ristrutturazione delle opere come conversione pastorale
Non c’è dubbio che l’attuale contrazione numerica in Occidente genera non poco affanno nel governo delle province, che hanno numerose opere per le quali dispongono di sempre meno personale. Spesso i confratelli si lasciano prendere da un’eccessiva frenesia delle opere e da un attivismo che svuota la loro vita spirituale e li rende deboli e maggiormente vulnerabili.
Oggi è un fatto comune parlare della complessità e pesantezza delle opere senza riuscire, nello stesso tempo, a creare delle strutture più agili e ugualmente efficaci ai fini della missione. La riconversione delle tradizionali forme in strutture più agili risulta spesso assai difficile e conflittuale: pensiamo ai “drammi” relativi alla fusione di provincie e di chiusura forzata di opere e comunità. Certamente l’assunzione di personale laico, volontario o professionale, per il mantenimento e funzionamento delle opere, sta diventando sempre più una realtà consolidata, ma c’è ancora tanta strada da fare. I cambiamenti urgono un ripensamento strutturale e, al tempo stesso, stimolano noi religiosi ad una maggior trasparenza e radicalità nel vivere il proprio carisma.
- Il perché della ‘conversione pastorale’
Cercando di trovare soluzioni ai problemi pastorali, per la prima volta ad Aparecida (Brasile), nella Vª Conferenza Generale della CELAM, si è parlato non solamente del bisogno di ‘conversione personale’ per definire meglio la condizione del discepolo di Gesù, come una persona che per prima si sottomette alla signoria di Gesù e della sua Parola per poter diventare un suo ardente missionario.
Si incominciò infatti pure a parlare dell’esigenza della necessità di una ‘conversione pastorale’, per dire che le strutture e la burocrazia non possono prevalere sulla missione evangelizzatrice, che le programmazioni, pur necessarie, non possono affogare la spinta missionaria.
Questo ci fa capire che la ristrutturazione che ci si chiede non è fondamentalmente un atto amministrativo o giuridico, ma è un processo profondamente pastorale, perché significa renderci presenti in forma nuova dove siamo, più rispondente ai bisogni dei destinatari e per renderci presenti in campi dove finora non siamo stati e dove oggi è più rilevante la nostra presenza.
Non si tratta di ritirarsi o di ammainare le vele, ma del triplice e simultaneo processo di risignificazione, ridimensionamento e ricollocazione. Si tratta di imparare l’arte di morire e l’arte di vivere, lasciando andare ciò che deve morire, perché il nuovo possa germinare, fiorire e fruttificare. E questo è frutto dello Spirito, che strappa il cuore di pietra e trapianta un cuore di carne e così rinnova la faccia della terra.
- La novità dello Spirito
La giovinezza e la perenne novità della Chiesa e dell’umanità sono frutto dell’Uomo Nuovo, il Signore Risorto, come racconta il Vangelo di Giovanni, che situa la venuta dello Spirito nello stesso giorno della Resurrezione di Gesù.
Alitando il suo Spirito, il Signore Gesù, l’Uomo Nuovo, dà ai discepoli la missione e la possibilità di essere uomini nuovi e di fare nuova l’umanità col perdono e la riconciliazione (Gv 20:19-23).
È stato proprio lo Spirito Santo ad impedire che la Chiesa restasse sinagoga, cioè luogo chiuso per eletti, per persone che non si riconoscono peccatori e non vogliono essere perdonati. Quella Chiesa, scaturita dal Cenacolo, è tentata sempre di rientrarvi e rinchiudervisi di nuovo. E’ tentata di non lasciarsi perdonare, di non avere il perdono come compito. Soprattutto quando fuori spira vento di contraddizione. E allora, ecco ricomparire i segni della paura: il piccolo gregge, anziché lanciarsi fuori, si rinchiude e si isola, senza nemmeno rendersi conto che non tutti coloro che premono lo fanno solo per abbattere una porta chiusa, ma anche per entrare. Solo lo Spirito può ridare coraggio ad ogni svolta della storia e della società. Solo Lui può spingere affinché ci mettiamo alla guida di itinerari verso nuovi traguardi per il regno di Dio e per l’uomo.
Ma lo Spirito dato da Gesù Risorto significa per noi anche un’altra cosa: è il marchio dell’identità, cioè della distinzione dal mondo. Guai se lo dimenticassimo, per cedere alla seduzione del mondo, della sua logica! Egli, lo Spirito, assicura la fedeltà della Chiesa a Cristo. Fa sì che la nostra causa col mondo sia e resti davvero «la causa di Gesù» («la verità»!) e non divenga una causa diversa.
Una vita cristiana, e a più ragione una vita consacrata, addolcita, imborghesita, senza slancio, rischia di diventare irrilevante, innocua. Non ha più niente da dire a nessuno. L’uomo d'oggi è un uomo distratto, disincantato, indifferente, abituato a tutto. Proprio per queste sue caratteristiche, va scosso vigorosamente con una testimonianza che sia particolarmente provocante per le sue abitudini.
Dobbiamo recuperare la dimensione «pentecostale, spirituale» della vita cristiana; dobbiamo ritrovare lo Spirito. Non mi preoccupa l’attuale crisi della Chiesa e della vita consacrata. Ciò di cui ho paura è di una vita cristiana e consacrata insignificante; e il cristiano non significa nulla, non ha nulla da dire; non dà fastidio a nessuno, quando non è spirituale.
La nostra fede, la nostra vocazione consacrata, non possono cedere alle soluzioni facili, ai compromessi, alle benevole concessioni, agli ammiccamenti equivoci, al gioco di equilibri, per rimediare ai vuoti. Non può rinunciare, ai suoi ideali e ridurre le proprie pretese (che sono poi quelle stabilite dal Cristo), arrivare ad amichevoli composizioni e a generose transazioni, pur di recuperare popolarità e infoltire le file. Appunto perché la rilevanza della fede oggi dipende dalla sua identità e non dal grado di accoglienza sociale, crediamo nella necessità di un impegno sempre più arduo in questa linea. Occorre giocare al rialzo e osare la chiarezza, ossia dire apertamente chi siamo, che cosa vogliamo, che cosa chiediamo, senza attenuare le pretese ed esigenze.
8. Con un rinnovato senso di Chiesa
Non è un caso che il Concilio Vaticano II abbia dedicato alla Vita consacrata un capitolo intero all’interno della Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa. Infatti nessun discorso sulla VC si può fare senza riferimento alla Chiesa, della quale i religiosi costituiscono, per vocazione nativa, la componente profetica.
La ragione è che seguire Cristo attraverso la professione pubblica dei consigli evangelici non è una scelta puramente umana, di natura ascetica o una decisione personale presa in vista del proprio perfezionamento umano, come avviene in altre religioni. La VC è, invece, un dono dello Spirito Santo; è, cioè, di origine divina e carismatica e appartiene intrinsecamente alla vita e alla santità della Chiesa.4 Si spiega, dunque, perché le vicende della VC vadano sempre di pari passo con quelle della Chiesa: quando è in crisi l’una è in crisi l’altra e ogni volta che rifiorisce l’una, l’altra ne riceve un impulso di rinnovamento di vitalità.5 Questo lo possiamo costatare nel cambiamento che ha vissuto la Chiesa con l’improvvisa rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, nel febbraio 2013, e con l’elezione di Papa Francesco, un mese dopo. Sono stati infatti due eventi che hanno modificato in modo imprevedibile il contesto ecclesiale.
E’ indubbio che ogni papa nuovo dà un volto diverso alla Chiesa. Basterebbe pensare all’immagine di Chiesa primaverile con Giovanni XXIII; di una Chiesa dialogante con Paolo VI; di una Chiesa coraggiosa con Giovanni Paolo II; di una Chiesa stanca con Benedetto XVI e di una Chiesa di forte sapore evangelico con Papa Francesco.
Il primo rilievo evidente è che le sfide di oggi non sono più quelle dei giorni del Concilio: alcune hanno mutato volto, altre appaiono del tutto nuove o sono nate dopo. L’ateismo, ad esempio, non è più quello “scientifico”, marxista di 50 anni fa, ma è l’ateismo pratico, indotto dal materialismo pratico e dalla cultura consumistica dominante. Similmente l’umanità di oggi non è più spaccata a metà dal muro di Berlino, ma altri muri divisori si sono consolidati, come quelli della povertà e della fame, dell’egoismo e del razzismo; la minaccia della guerra nucleare oggi non incombe come allora, ma ha lasciato il posto al terrorismo internazionale.
Nello stesso tempo, però, in questi 50 anni si sono manifestati alcuni “segni dei tempi” che annunciano un domani migliore per l’umanità che su tanti aspetti dimostra di fare un percorso di pacificazione: si costata infatti una maggior comprensione tra i popoli, un impegno per un futuro di pace, di sviluppo, di promozione dei diritti umani, una più matura coscienza ecologica, una rete sempre più fitta ed estesa di comunicazione massmediale e digitale. Come non trarre motivo di speranza dalla scelta di milioni di giovani volontari, che si fanno carico generosamente dei problemi dei sofferenti e dei bisognosi? E le prospettive umanizzanti delle nuove tecnologie, applicate alla medicina e alla vita umana, non sono forse, esse pure, un motivo di speranza, oltre che un motivo di preoccupazione? Ugualmente occorre prendere atto che, insieme con il mondo, è cambiata anche la Chiesa. A 50 anni di apertura del Concilio Vaticano II, la comunità cristiana è cresciuta, anche se negli ultimi anni ha perso entusiasmo e, raccogliendo le parole di Papa Ratzinger, oggi appare provata e stanca.
Non è certamente la prima volta che la Chiesa attraversa momenti difficili. E’ ineluttabile che, con il passare del tempo, polvere e sporcizia si depositino anche sugli uomini e sulle istituzioni della Chiesa, come ben aveva già denunciato Benedetto XVI. Lo ha ribadito pure Papa Francesco mettendo in guardia contro la mondanizzazione spirituale della Chiesa, contro il pericolo di convertirsi in una ONG, quando prevale l’organizzazione sulla missione evangelizzatrice. Altri interventi del Papa Francesco sono stati contro la tendenza all’imborghesimento della Chiesa e alla stagnazione che la può rendere insensibile davanti ai grossi problemi sociali; contro il clericalismo che non lascia spazio ai laici e, di modo particolare, alla donna; contro la chiusura in sé stessa, in modo auto-referenziale, dimenticando che è nata per evangelizzare. E quando la Chiesa diventa ricca e potente, appesantita da appoggi umani e da privilegi, ogni volta che la diplomazia prevale sulla profezia, quando la comunità cristiana si ripiega sui propri problemi interni e allenta la spinta missionaria, lo Spirito Santo – che guida la Chiesa – interviene: la purifica, la rinnova e la riporta alla purezza delle origini. Tornano i tempi apostolici! Non è forse questo quanto Papa Francesco sta incarnando? Con gesti semplici e scelte dirette cerca di riportare la Chiesa al Vangelo, promuovendo una Chiesa missionaria e pastorale che cammina, costruisce ed evangelizza. Una Chiesa povera, che predichi i valori della povertà ed annunci un Dio misericordioso. Ispirandosi a San Francesco, che ha voluto assumere come patrono, e tenendo il Concilio Vaticano II come punto di riferimento, Papa Bergoglio realizza il suo ministero petrino attraverso una testimonianza di semplicità, povertà e umiltà. Con le sue scelte verso i più poveri, i suoi gesti di vicinanza, apertura, dialogo, amore, tenerezza, egli sta cercando di demolire le nuove mura e di costruire nuovi ponti. I suoi interventi coraggiosi annunciano, e denunciano, tutto quanto è contrario al disegno di Dio sull’Uomo, sia all’interno della Chiesa che all’esterno di essa, con grande convinzione, con forza di parresia e con una visione di lungimiranza.
Anche se tocca al Papa riprendere e portare a termine il cammino di rinnovamento avviato 50 anni fa dal Concilio Vaticano II in un quadro molto diverso dall’attuale, tuttavia la Vita Consacrata ha una precisa responsabilità.
9. Quale Vita Consacrata oggi?
Dagli elementi che fin qui vi ho presentati emergono alcuni spunti di riflessione e, in particolare una domanda: come deve essere la Vita Consacrata oggi per essere al tempo stesso fedeli a Cristo e ai fondatori dei diversi istituti e, nello stesso tempo, in perfetta sintonia con questo passo dello Spirito che sta purificando, rinnovando e rilanciando la Chiesa? A mio avviso, la Vita Consacrata oggi deve essere sempre più centrata sulla Parola di Dio, in particolare sul Vangelo, con il Signore Gesù come suprema Regola di Vita, con un grande amore alla Chiesa e un profondo impegno per il Regno.
- Il rapporto Chiesa - Mondo
Mentre facevo un bilancio del “Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede”, a cui ho avuto la grazia di partecipare, constatavo la presenza di due grandi linee di pensiero, specchio di una doppia ecclesiologia: una rappresentata da chi pensa che dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa è invecchiata e ritiene che l’unica cosa da fare sia rinnovarla, come si rinnova una casa restaurandola o ammodernandola, ma nel fondo lasciando la sua realtà senza cambiamenti radicali; l’altra rappresentata da chi si rende conto che la società è profondamente cambiata ed è mutata la forma di abitare nella casa-chiesa, e che dunque sia necessario l’intervento di un architetto per rivedere completamente la sua pianta interna; è importante conoscere per costoro le cause di questo cambiamento per sapere come deve essere la Chiesa oggi. Di fronte a queste due visioni ritengo che il problema fondamentale sia il nuovo rapporto Chiesa - Mondo.
E paradossalmente la risposta si può trovare nel Concilio Vaticano II stesso che, come ricorda Benedetto XVI nel discorso al Gruppo di Vescovi francesi, «è stato e rimane un autentico segno di Dio per il nostro tempo». E continua “Ciò è particolarmente vero nell’ambito del dialogo tra la Chiesa e il mondo, questo mondo «con il quale vive e agisce»6 e sul quale vuole diffondere la luce che la vita divina irradia.7 Più la Chiesa è consapevole del suo essere e della sua missione, più è capace di amare questo mondo, di volgere su di esso uno sguardo fiducioso, ispirato da quello di Gesù, senza cedere alla tentazione dello sconforto o del ripiegamento. E «la Chiesa, compiendo la sua missione già con questo stesso fatto stimola e dà il suo contributo alla cultura umana e civile»,8 dice il Concilio. Proprio perché si guarda il mondo con lo sguardo di Dio e lo si ama con il Suo cuore, non si può tacere la fede e testimoniare il messaggio di Cristo «in modo tale che tutte le attività terrene dei fedeli siano pervase dalla luce del Vangelo».9 Oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una “nuova evangelizzazione” per riscoprire la gioia nel credere e per ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. La fede, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia.
Nello stesso discorso ai Vescovi francesi il Papa aggiunge: “In quante occasioni abbiamo constatato che sono le parole della fede, parole semplici e dirette, cariche della linfa della Parola divina, a toccare meglio i cuori e le menti e ad apportare le luci più decisive? Non dobbiamo quindi aver paura di parlare con un vigore tutto apostolico del mistero di Dio e del mistero dell’uomo, e di mostrare instancabilmente le ricchezze della dottrina cristiana. In essa ci sono parole e realtà, convinzioni fondamentali e modi di ragionare che sono i soli a poter portare la speranza di cui il mondo ha sete.” Nel Collège des Bernardins Papa Benedetto ha voluto ricordare che la vita monastica, interamente orientata alla ricerca di Dio, il quaerere Deum, risulta fonte di rinnovamento e di progresso per la cultura … La vita religiosa, al servizio esclusivo dell’opera di Dio, alla quale nulla può essere preferito (cfr. Regola di san Benedetto), è un tesoro. Essa offre una testimonianza radicale sul modo in cui l’esistenza umana, proprio quando si pone interamente nella sequela di Cristo, realizza appieno la vocazione umana alla vita beata. L’intera società, e non solo la Chiesa, viene profondamente arricchita da tale testimonianza. Offerta nell’umiltà, nella dolcezza e nel silenzio, essa apporta per così dire la prova che nell’uomo c’è di più dell’uomo stesso.” Infine parlando della catechesi, il Papa dice: “Sapete anche che in questo ambito le sfide non mancano: siano esse la difficoltà legata alla trasmissione della fede ricevuta, - familiare, sociale - quella della fede accolta personalmente alla soglia dell’età adulta, o ancora, la difficoltà costituita da una vera rottura nella trasmissione, quando si succedono diverse generazioni ormai allontanatesi dalla fede viva. C’è anche l’enorme sfida di vivere in una società che non sempre condivide gli insegnamenti di Cristo, e che a volte cerca di ridicolizzare o di emarginare la Chiesa, volendo confinarla nella sola sfera privata. Per accogliere queste immense sfide, la Chiesa ha bisogno di testimoni credibili. La testimonianza cristiana radicata in Cristo e vissuta nella coerenza di vita e con autenticità, è multiforme, senza alcun schema preconcetto. Nasce e si rinnova incessantemente sotto l’azione dello Spirito Santo.
Non è per niente difficile vedere come questa sfida del rapporto Chiesa - Mondo sia fortemente sentita anche da noi, nel vissuto della nostra vita consacrata e nella realizzazione della missione salesiana. Questi orientamenti del Santo Padre sono davvero illuminanti ed incoraggianti per il nostro impegno di radicalità evangelica.
- Centralità della missione
Sia il Concilio Vaticano II, in cui la Chiesa si scoprì come ‘mistero’ e non più come ‘società perfetta’, come serva del mondo e non più come signora, come ‘sacramento di salvezza che illumina le genti con la luce di Cristo’, solidale con le sue gioie e speranze, con le sue tristezze e angosce; sia il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, chiamato a rispondere ai grandi bisogni dell’uomo odierno attraverso la comunicazione dell’Amore di Dio rivelato in Cristo Gesù; sia l’Anno della Fede, concluso due anni fa, ci invita a varcare la soglia della porta che ci apre all’incontro con il Padre e a una vita abitata dallo Spirito Santo come figli di Dio, discepoli del Signore Gesù e fratelli impegnati nella costruzione della Civiltà dell’Amore, sono un potente stimolo per il rinnovamento della nostra vita consacrata.
Non c’è dubbio che ormai tutto il mondo è diventato terra di missione – sia l’Europa che l’America, l’Africa, l’Asia e l’Oceania –, e che oggi abbiamo a che fare con una serie di nuovi scenari in cui si vive la vita umana, si rende testimonianza della Vita Consacrata e si sviluppa la missione della Chiesa.
La comunicazione vitale e orale della fede non si può però mai imporre.
Questo processo si può realizzare solo in un clima di grande libertà e con uno stile di proposta capace di aprire spazi per una interazione con tutte le culture, per un dialogo interreligioso fra gli uomini e donne di tutte le credenze, per un incontro ecumenico fra i cristiani delle diverse confessioni, per un’autentica inculturazione nella realtà umana nella quale ci troviamo inseriti. Perciò la prima e più attraente e convincente espressione dell’evangelizzazione è la testimonianza, personale e comunitaria.
Su questa scia, e fortemente motivati dalla figura di Papa Francesco, dai suoi gesti, atteggiamenti e magistero, la Vita Consacrate oggi è chiamata a rinnovarsi, lasciandosi evangelizzare. Siamo chiamati a convertirci pastoralmente, per essere apportatori gioiosi e convinti, credibili ed efficaci, della Buona Novella.
La Vita consacrata si è sempre distinta per il suo impegno a favore della prima evangelizzazione; nella “missio ad gentes” della Chiesa il suo apporto è stato ed è tuttora determinante. Lo stesso impegno essa lo ha dimostrato per l’evangelizzazione ordinaria, favorendo l’accoglienza del vangelo e la costruzione della comunità cristiana, contribuendo al rinnovamento della pastorale e dedicandosi con le sue varie espressioni in campi specialistici, quali l’educazione, la sanità, l’assistenza, la comunicazione sociale, la carità verso i poveri ed emarginati, il dialogo culturale, ecumenico e interreligioso.
La Vita consacrata, che è nata per ripresentare la forma di vita di Gesù e per testimoniare la bellezza del vangelo vissuto con radicalità, è chiamata a spendersi anche per la nuova evangelizzazione, ossia a riproporre il vangelo a chi è già stato annunciato e vive la lontananza e l’indifferenza nei confronti della fede.
Il suo contributo fondamentale in questo campo è la gioiosa testimonianza della vita trasformata dal vangelo; senza una testimonianza radicale, felice, coraggiosa non si potrà suscitare una nuova attrazione per il vangelo. Solo una testimonianza appassionata, bella e profetica è capace di diventare credibile, visibile e feconda. La Vita consacrata serve il vangelo mettendosi prima di tutto al seguito del Signore Gesù. La sua testimonianza aiuta a suscitare il bisogno di spiritualità, la domanda su Dio, l’interrogativo sul senso della vita. La vita di fraternità rivela la profezia della comunione ed esprime la carità di Dio, che è amore, nella dedizione ai poveri. Tutto ciò noi lo incarniamo nella specificità del carisma salesiano che è un carisma educativo pastorale.
- Sinergia - networking – laici
Oggi la vita consacrata, in questo cambiamento profondo del mondo e della Chiesa, ha bisogno di cercare una maggiore e convinta collaborazione instituzionale e una qualificata comunicazione per il lavoro in rete. Non partiamo da zero, ma in tanti ambiti e iniziative ci trovano già in collaborazione. Già in questi ambiti di collaborazione nei diversi continenti e regioni occorre proseguire con maggior determinazione, conoscendosi maggiormente, superando paure ed evitando chiusure e particolarismi.
E, nonostante tutte queste realtà dobbiamo dire, che ciò che facciamo non è ancora sufficiente. Oggi infatti è necessario il networking, il lavoro in rete; esso va oltre la sola informazione e collaborazione, che talvolta si realizzano più per esigenze esterne che per convinzione del valore di questa nuova prospettiva. Il lavorare in rete richiede certamente una migliore comunicazione, ma soprattutto la condivisione di risorse e di conoscenze.
In tutto questo processo di conversione personale e pastorale è indispensabile che assumiamo tutti, una volta per tutte, la scelta, strategica, di condividere con i laici lo stesso spirito e la stessa missione. Dobbiamo dare loro ciò di cui hanno come diritto per vocazione cristiana e non considerare il loro apporto come semplice mano d’opera di cui non possiamo fare a meno. I laici sono chiamati non soltanto ad essere impiegati e collaboratori, ma veri corresponsabili della stessa missione salesiana.
Tutti coloro che collaborano con noi, che lavorano al nostro fianco rappresentano una risorsa che dobbiamo valorizzare di più e renderla efficace. Il nostro ruolo è quello di essere il cuore, la mente e l’anima delle presenze. Il nostro compito è quello di essere “nucleo animatore” di una sempre più grande comunità educativo pastorale. Ciò richiede un cambio di paradigma, cioè un modo rinnovato di collocarci tra i nostri collaboratori laici e, molto più importante, un modo nuovo di essere noi. E’ una grande scelta che, oggi, dobbiamo assumere e promuovere.
Infine, come sta a ricordarlo il tema del prossimo Sinodo straordinario dei Vescovi, oggi non si può evangelizzare il mondo senza puntare, come obiettivo strategico, a curare pastoralmente ed evangelizzare la famiglia. La Chiesa famiglia di Dio cresce e si irrobustisce creando famiglie dove Dio è riconosciuto e viene celebrato, è percepito personalmente e condiviso come Padre. La vita consacrata, che è chiamata ad essere e presentarsi come vita in famiglia per la fede e la missione condivisa ha un particolare e irrinunciabile compito nell’accompagnare, illuminare e irrobustire le famiglie cristiane.
10. Preghiera a Maria modello di radicalità evangelica
Vorrei concludere questo intervento con una preghiera alla Madonna, Madre e modello del “sì incondizionato e radicale”. A Lei vogliamo affidare la Vita Consacrata e, di modo particolare, il nostro assenso di fede, la nostra volontà di comunione, il nostro impegno apostolico tra i più poveri.
Benedetta sei tu Maria, Donna dell’Ascolto,
perché hai vissuto nella ricerca del volere di Dio su di Te.
E, quando ti è stato rivelato il Suo disegno,
hai avuto il coraggio di accoglierlo,
abbandonando il tuo progetto di vita
per fare tuo quello del Signore.
Madre dei credenti,
insegnaci ad ascoltare Dio
e a fare nostra la Sua volontà,
affinché Egli possa realizzare il suo disegno
per la salvezza dei giovani!
Benedetta sei tu Maria, Madre della comunità nuova,
che ai piedi della croce hai accolto
come figlio tuo, il discepolo amato da Gesù
e hai aiutato la nascita della Chiesa,
nuovo Corpo del tuo Figlio,
realtà mistica di fratelli uniti dalla fede e dall’amore.
Hai accompagnato la vita e la preghiera degli apostoli,
invocando nel cenacolo l’effusione dello Spirito del Risorto.
Madre dei fratelli del tuo Figlio,
insegnaci a formare comunità
che siano un cuore solo e un’anima sola.
La nostra comunione, la nostra fraternità e la nostra gioia
siano una testimonianza viva
della bellezza della fede e della nostra vocazione salesiana.
Benedetta sei tu Maria, Serva dei poveri,
perché prontamente ti sei messa in cammino
per servire una madre bisognosa
e ti sei fatta presente a Cana,
condividendo le gioie e le tristezze
di una giovane coppia di sposi.
Non hai guardato alle tue esigenze,
ma alle loro necessità
e hai indicato tuo Figlio Gesù
come il Signore che può donare all’umanità
il vino nuovo della pace e della gioia nello Spirito.
Madre dei servi, insegnaci a uscire da noi stessi,
per andare incontro al nostro prossimo,
affinché, mentre rispondiamo ai loro bisogni,
possiamo offrire Gesù, il dono di Dio, il dono più prezioso!
Amen.
NOTE
1 Cfr. Pascual Chávez, Lettera circolare per i Salesiani “Sei tu il mio Dio, fuori di te non ho altro bene” (Sal 16, 2), pubblicata in ACG 382.
2 Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, n. 31. Cfr. anche Ripartire da Cristo, n. 46.
3 B. LONERGAN, Metodo in teologia, Sígueme, Salamanca 1988, p.118.
4 Cfr. Lumen Gentium, n. 44.
5 Cf. Bartolome SORGE S.I., “L’esercizio della leadership nella Vita Consacrata a 50 anni dal Vaticano II”. Conferenza alla USG, 22 maggio 2013.
6 Gaudium et spes, n. 40, 1
7 Ibidem, n. 40, 2.
8 Ibidem, n. 58, 4.
9 Ibidem, n. 43, 5.
















































