Il gioco della morte
Balene Azzurre
Daniele Doglio
Con i loro 33 metri di lunghezza e 200 tonnellate di peso le balenottere azzurre sono i più grandi animali viventi per massa corporea. Più grandi del dinosauro più grande. Eppure ogni tanto si legge di «spiaggiamenti» individuali e di massa, come se questi immensi cetacei fossero afflitti da uno speciale tedium vitae marino, come fossero stufe di andare e venire per gli oceani da un sito di pastura a uno di parto a diecimila chilometri per volta, come se non ne potessero più di lasciarsi sfottere, «bullizzare» (e poi divorare) dalle orche nella Baia di Monterey sotto l'occhio implacabile di un drone da ripresa del National Geographic. Naturalmente non sappiamo perché lo fanno. Zoologi e comportamentisti formulano ipotesi: i sonar dei grandi battelli da pesca fan loro perdere la traccia innata?, l'inquinamento marino con i suoi arcipelaghi di plastica le fa andare fuori rotta?, le fasi lunari, i buchi neri... la scienza autentica si interroga e mette in fila possibili risposte che non sono ancora certezze.
Ma la cosiddetta scienza del popolo (o scienza de noantri), il sapere diffuso e condiviso della rete ha già deciso che trattasi di una morte per scelta. Dunque le balenottere azzurre hanno una tendenza al suicidio.
Fake or news?
Questo è il macabro antefatto a Blue Whale, Balena Azzurra appunto, il gioco della morte che secondo quanto circola in rete e sui media (sempre pronti ad amplificarne la diffusione per paura di perdere una occasione di attirare l'attenzione generando ansia nel pubblico) starebbe seducendo centinaia di migliaia di adolescenti dalla Russia (dove è nato) all'Africa, dall'Europa alle Americhe e adesso anche in Cina attraverso social network talvolta aperti e talvolta chiusi in cui è facile perdere le tracce. Una sequenza di sfide sempre più toste condotte da «curatori» implacabili dotati di poteri irresistibili. Una lista di cinquanta prove più o meno demenziali tenute insieme da un filo rosso di auto-lesionismo (alzarsi alle 4 e 20 del mattino, guardare film horror tutto il giorno, incidersi le braccia disegnando la balena) che si concluderebbe con la prova suprema: salire sull'edificio più alto disponibile e buttarsi di sotto, possibilmente dopo un selfie in volo o almeno il conforto di un codazzo di adepti che riprendono la scena e la postano su internet.
Se ti connetti e cominci a seguire la lista non puoi più uscirne è il mantra ricattatorio che aggiunge al tutto un'aura di improbabile magia.
Secondo i media questo nuovo gioco di ruolo avrebbe già ucciso 130 adolescenti negli ultimi sei mesi solo in Russia dove un ragazzo sarebbe stato arrestato con l'accusa di aver indotto al suicidio ben otto adolescenti. Morti sospette si segnalano in Kenya e anche in Italia, forse, il recente caso del quindicenne di buona famiglia che si è buttato dal 26° piano di un grattacielo di Livorno sarebbe da collegarsi alle balene. Almeno secondo le ineffabili Iene di ItaliaUno sempre a caccia di sensazionalismi conditi da immagini sconvolgenti di ragazzi morti, ultimi messaggi lasciati su Facebook, dichiarazioni di amici e potenziali complici, interviste strappate a madri sbigottite, paralizzate perinde ac cadaver, comunque sempre ignare, con cui alimentare il loro pluridecennale successo nel pubblico più giovane.
Naturalmente questa ennesima orribile storia potrebbe essere vera. Ma anche parzialmente falsa. O falsa del tutto. Un caso esemplare di fake (bufala). E come si fa a difendere i nostri ragazzi e noi stessi da un marchingegno del genere?, serve una nuova legge?, tocca regolamentare i social networks?
Proviamo a tenere i nervi saldi. Perché non tutto può essere normato, non sempre la legge è efficace, soprattutto se assume il profilo odioso di una censura. Esiste una fascinazione suicidale fra gli adolescenti? Temo di sì, non solo fra i più fragili e suggestionabili l'attrazione del vuoto che risolve in un baleno tutte le paure di inadeguatezza che caratterizzano queste età di passaggio è un problema riconosciuto perfino dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, che infatti chiede ai media di trattare l'argomento rispettando un protocollo piuttosto avaro di spettacolarità e di escludere dettagli imitabili.
Dunque è possibile che qualche mente perversa abbia immaginato un facile aggancio per creare un folle percorso di gioco (in fondo di questo si tratta)? E se così fosse si può partire da qui per ipotizzare che uno o più curatori-adescatori indichino un percorso che a un certo punto è «sfuggito di mano»? Possibile, ma è più probabile che sia tutto «tiatro» come farebbe dire Camilleri al suo Commissario Montalbano, una messinscena funzionale al marketing della idea per attirare condivisioni su siti che poi sapranno come monetizzarle.
Che poi sia una idea del cavolo è un altro discorso.
Quel che è certo è che nessuna autorità nazionale o internazionale ha confermato alcun rapporto di causa ed effetto fra i suicidi degli adolescenti nel mondo e la pratica di questo gioco.
Ma tant'è, la bufala è partita, i media hanno fatto il loro sporco lavoro prima di farsi venire qualche dubbio e andare a controllare le fonti. Intanto però la gente si è allarmata e ha messo alle strette i centralini dei Tg, delle televisioni, della Polizia Postale, chiedendo consigli e insieme interventi per chiudere i social che ospitano questa follia.
Esiste una tendenza dei media a prender per oro colato notizie come questa delle balene? È certo che sì. E qui andrebbe fatta pulizia delle fandonie che si sono messe in moto su questo caso.
Bufala 1. Non è vero che i curatori del BluWhale abbiano poteri magici o di ricatto per cui una volta entrati nella lista non se ne può più uscire. Non c'è nessuna magia e nessun curatore che ti impedisca di uscire dal gioco se decidi di farlo. È come nelle vecchie Catene di Santantonio che qualcuno ricorderà dove si minacciavano eventi terribilissimi a chi interrompeva la catena. Invece se ne esce tranquillamente, basta staccare la spina.
Bufala 2. Non risulta che il russo arrestato sia collegato a questo particolare gioco di morte bensì ad una attività di altra natura assimilabile all'autolesionismo in un periodo che va dal 2013 al 2016. Le balene non c'entrano anche perché il macabro gioco è nato solo a fine 2015 come gruppo chiuso nell'ambito di VKontakte, una specie di Facebook russo.
Bufala 3. Il problema della tendenza suicidale in età adolescenziale non è l'invenzione di un perfido ingegnere della morte che percorre la rete. È sempre esistito ahimè, come sono sempre esistiti adescatori di tutti i generi, non solo uomini con l'impermeabile ma anche veri e propri orchi. Quando eravamo ragazzi e giocavamo nei cortili e per strada ci insegnavano a non parlare con gli sconosciuti, a non seguire qualcuno incontrato ai giardinetti, a non prendere le famose caramelle. Forse più che richiedere a gran voce un'altra legge bisognerà tornare a insegnare a bambini, ragazzi, adolescenti e adulti infantilizzati che come non si parla con gli sconosciuti per strada così non si chatta con gli sconosciuti in rete. Norme di buon senso che servono a imparare a gestire i rischi.
Ma i genitori dove erano?
Ma soprattutto bisogna tornare a interrogarsi su dove siano i genitori quando i figli guardano un film horror alle 4 del mattino. Individuare e seguire le tracce, quelle autentiche e quelle fasulle, lasciate in rete da chi gestisce questi siti è difficilissimo perché spesso sono gruppi chiusi all'interno di social media occulti, e perché più si indaga più si annacqua il contesto e le tracce impallidiscono. Ma forse sarebbe più semplice se si tornasse a osservare i figli, i loro comportamenti.
Bisogna avvicinarsi, informarsi, partecipare, guardare le applicazioni, le relazioni attivate. Bisogna giocare la partita perché siamo noi genitori a mettere quei mezzi in mano ai nostri figli. Eppure, come dice Paolo Attivissimo, lo svizzero-italiano che gestisce un sito e un programma anti-bufale (Il Dis-informatico) sulla RadioTelevisione Svizzera Italiana, non ci verrebbe mai in mente di andare in un negozio di articoli per giardinaggio, comprare una moto-sega e poi darla in mano a un ragazzino di otto anni...
Bisogna osservare gli adolescenti, anche perché ci piaccia o meno la rete e il digitale sono anche un magnifico mezzo di applicazioni creative e di produzione di linguaggi innovativi e importanti, oltre che sempre più un contesto occupazionale e non solo di intrattenimento.
Come dice Federica Zanetti che insegna Didattiche Speciali alla Università di Bologna, bisognerebbe anche togliere di mezzo espressioni come «nativo digitale» dietro le quali nascondiamo le nostre pigri-zie e che servono ad allontanarci ancora di più dai ragazzi perché danno per scontato che loro siano «competenti» per nascita e noi no. Mentre non lo sono, hanno bisogno di guida e più spesso di quanto si creda chiedono di essere aiutati.
Governare la rete invece di subirla
Fra tante miserie tre episodi recenti che raccontano di una ri-assunzione di responsabilità che rincuora e fanno sperare. L'insegnante che ha provocato una presa di coscienza da parte dei bulli facendo leggere in classe il tema sull'esperienza che vive un alunno vessato.
La madre italiana che due anni fa a Londra ha avuto il coraggio di affrontare uno dei terroristi di London Bridge quando faceva proselitismo nel parco fra i ragazzini e denunciarlo alla polizia, anche se la denuncia non ha avuto seguito e avrebbe forse potuto salvare qualcuna delle otto vite perdute.
L'esperienza della Scuola Primaria Don Marella di Bologna dove da tre anni si cerca di insegnare i fondamenti della psicologia ai bambini attraverso percorsi guidati su fenomeni come le emozioni, la percezione, i sentimenti, le relazioni. Non Freud e Jung insegnati ai bambini, non la dottrina ma la capacità di osservarsi e di esprimere sentimenti e paure. Attrezzi da dare ai bambini per manifestare la propria affettività, crescere nel rapporto con gli altri, affrontare un mondo sempre più omologato eppure complesso, come dice lo psicoterapeuta Emilio Robecchi che ha guidato il progetto.
«Forse le cose non sembrano come sono» è la sintesi meravigliosa di un alunno di prima che dà il titolo al volume che racconta questa esperienza. Bambini così saranno magari meno portati a credere alle scie chimiche e a votare cinque stelle, ma è probabile che governeranno la rete invece di subirla.
Prima delle leggi
Genitori e insegnanti, gruppi di pari, a scuola, in famiglia, nella società devono ritrovare la voglia e la forza di rimettersi in gioco, tornare a imparare come intervenire prima delle leggi, che se non sono il risultato di un costrutto sociale condiviso restano ignorate, eluse o apertamente sfidate. E prima della regolamentazione dei social network, che funziona solo se prevede sanzioni economiche. Come insegna la velocità con cui Zuckenberg, dopo aver snobbato il problema per anni, ha attivato il Facebook Journalism Project per combattere la penetrazione di fake-news nel più grande social del mondo, quando ha capito che dall'Europa e in particolare dal governo tedesco sarebbero arrivate multe pesantissime.
(Rocca 13/2017, pp. 27-29)
















































