Il gruppo come luogo
di mediazione per una
proposta cristiana
all'adolescente
Claudio Della Porta
(NPG 1968-10-04)
L'adolescente ha bisogno di un reale inserimento in un gruppo di amici per crescere sia come uomo e sia come cristiano. La sua associazione deve essere per lui quel «gruppo» di riferimento e di sostegno; le sue finalità sono quelle di far assumere all'adolescente una dimensione e una visione religiosa della sua vita.
L'A., Delegato Centrale Juniores di A. C. e membro della Redazione di Note, si preoccupa soprattutto dell'Associazione GIAC intesa come luogo di mediazione.
Le sue affermazioni, evidentemente, valgono per ogni altro gruppo di riferimento, perché nascono dalla constatazione che gli adolescenti hanno bisogno ti sperimentare, in un clima ti intensa vita ecclesiale (amicizia, gioia, concretezza, ecc.) ogni proposta che viene loro presentata. L'accettano se la trovano incarnata, parte della loro vita quotidiana. È il tono del gruppo in cui sono inseriti che condiziona e determina.
Questa prospettiva che la GIAC sta assumendo, è quella che vuole caratterizzare i cenacoli dei leaders, i gruppi di impegno apostolico, di Oratori e Istituti.
Questo studio ci pare molto opportuno per continuare il discorso sulla formazione dei leaders e aprire quello dei cenacoli di riferimento.
La relazione sarà divisa in tre parti fondamentali: nella prima si tratterà del gruppo in generale, nella seconda delle caratteristiche del gruppo di Azione Cattolica, nella terza delle dimensioni e dei momenti di vita di tale gruppo di A.C.
IL GRUPPO
Anzitutto è importante chiarire perché insistiamo su questo argomento. Perché oggi parliamo tanto di gruppo?
Il lavoro in gruppo è esigenza della realtà umana
La ragione fondamentale è data dal fatto che il gruppo, l'équipe, lungi dal sopprimere o coartare la personalità dei suoi membri, al contrario la potenzia, le dà una nuova definizione e nuovi caratteri. Ciò è stato reso molto evidente anche dai più recenti studi di psicologia al riguardo.
Un tempo, come dice il Babin, si considerava pieno di personalità colui che era in grado di sbrigarsela da solo, grazie ad una forte struttura interna di principi e di abitudini, colui che possedeva ad un alto grado una grande energia di volontà da cui deriva un forte ascendente sugli altri.
Oggi invece ci si avvia verso la considerazione di un nuovo tipo di personalità, definito piuttosto in termini di relazione che in termini di struttura interna. Una personalità sarebbe allora un essere capace di relazioni personali profonde e variate, capace di essere influenzato dagli altri, ma anche di influenzarli a sua volta, capace di riflettere e di prendere le sue decisioni non da isolato, ma in accordo o in comunione con tutto il gruppo.
Questa accentuazione del carattere relazionale e comunitario della personalità umana appare pienamente giustificato ove si ponga mente:
1) anzitutto ai caratteri permanenti della natura umana di per sé socievole e portata a integrarsi in relazione con gli altri uomini;
2) in secondo luogo alle particolari sollecitazioni della concreta epoca storica in cui noi viviamo in cui le forme di «socializzazione» sono presenti e operanti a tutti i livelli della vita moderna, contribuendo in modo decisivo a definire la realtà concreta dell'uomo di oggi e del suo mondo.
Da queste considerazioni appare evidente come non si possa parlare di processi educativi, di potenziamento della persona umana, senza tener presente questo dato della «socialità».
Il Signore salva in gruppo
Tutto quanto detto sopra può facilmente essere applicato anche alla storia della salvezza. Essa infatti ha proceduto e procede facendo leva proprio su questa dimensione «comunitaria» dell'uomo. Infatti Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di essi un popolo che Lo riconoscesse nella verità e fedelmente Lo servisse.
1. Questa dimensione sociale si realizza nell'uomo attraverso una pluralità di esperienze in molteplici gruppi, esperienze che naturalmente trovano il loro momento unificante nella persona. Questa pluralità di momenti «socializzanti» si realizza poi con intensità e modalità diverse, come una serie di cerchi concentrici che, partendo da gruppi più vicini alla realtà concreta del singolo, si vadano successivamente ampliando comprendendo in sé esperienze più vaste e lontane dalla sensibilità e dall'esperienza personale dell'individuo (famiglia, amicizie, mondo della scuola o del lavoro, società globale).
Da ciò deriva la necessità di una intermediazione tra la società globale e la persona (solo così infatti si realizza in modo concreto la vocazione sociale della persona).
2. Lo stesso discorso vale per l'esperienza religiosa, che deve essere realizzata in una dimensione ecclesiale che va mediata attraverso l'azione di gruppi intermedi. La stessa articolazione della Chiesa, universale, diocesana e parrocchiale, obbedisce a questa logica. Inoltre, se vogliamo che l'essenza comunitaria della Chiesa sia realizzata al massimo nel suo contenuto di rapporto interpersonale, bisogna individuare, tra la comunità diocesi-parrocchia e la persona, dei luoghi intermedi che costruiscano e sostengano la partecipazione alla comunità ecclesiale.
- Questa appartenenza ad una varietà graduale di gruppi è resa poi necessaria da alcune caratteristiche psicosociologiche, che la rendono assolutamente indispensabile per l'esperienza vitale di un giovane in età junioristica. Infatti un giovane adulto, un laureato ad esempio, potrà realizzare la sua comunione, almeno intenzionale con gli altri uomini, anche solo con tipi di partecipazione di carattere intellettuale, (leggendo il giornale, informandosi sugli avvenimenti...). Il giovane invece avrà bisogno del filtro e dell'appoggio di una comunità viva, del gruppetto di amici con cui condividere esperienze liete o dolorose, e che diviene per lui, come poi vedremo, maestro di vita. La sua dimensione sociale, quindi potrà realizzarsi solo se sarà mediata da gruppetti intermedi i più vicini possibile alla sua esperienza quotidiana.
- Anche nella Chiesa si ripresenta la stessa dinamica. Una persona adulta troverà, ad esempio nella Messa, gli elementi per una partecipazione effettiva alla comunità ecclesiale. Per un giovane invece è evidente la necessità di gruppi che medino e rendano più accessibile questa dimensione comunitaria. importante a questo punto tener presente che un tempo tra la Parrocchia e la persona questi gruppi intermedi esistevano ed erano funzionanti (famiglia, circoli ricreativi parrocchiali, dopolavori che ruotavano intorno alla parrocchia). Oggi invece questi gruppi si sono evoluti nel senso che effettuano una mediazione solo nel campo «civile» e non ricoprono più alcuna funzione (oppure ne hanno una molto modesta) nel campo ecclesiale. Ne deriva quindi che la necessità di gruppi intermedi a livello ecclesiale è giustificata anche da cause storiche.
Riassumendo perciò, la necessità che la persona realizzi la sua socialità, cioè la sua dimensione umana più matura, attraverso la mediazione di gruppi intermedi, deriva da tre ragioni:
1) anzitutto dal fatto che l'uomo come tale è un essere socievole;
2) dal fatto che il giovane in specie ha un bisogno particolare di tali gruppi intermedi;
3) da motivi di ordine storico.
Una pastorale per tempi nuovi
Tutti questi gruppi però sono importanti ed hanno un significato solo nella misura in cui aiutano il giovane a realizzare una autentica esperienza sociale ed ecclesiale, provocando il suo interesse e la sua partecipazione alle sofferenze, alle gioie, in una parola alla vita degli altri. Se invece tali gruppi dovessero rinserrare il giovane in un vuoto egocentrismo o in un malinteso senso di comunità, chiusa e gelosa di se stessa, essi tradirebbero la loro funzione. Quando noi parliamo quindi del gruppo, della necessità della sua mediazione, della sua importanza nella vita del giovane, resta chiaro che intendiamo parlare soltanto di un gruppo che provoca e favorisce l'incontro con gli altri e con la vita.
In questa prospettiva va collocato anche il nostro gruppo di A. C.
Per comprendere sempre meglio la sua essenza e la sua funzione è naturalmente necessario aver chiare le sue finalità.
Ora, il fine immediato del gruppo di A. C. (come è specificato chiaramente nei decreti conciliari) è «il fine apostolico della Chiesa, cioè l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza, in modo che riescano ad impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti».
Tra quel pluralismo di gruppi, cui prima abbiamo fatto cenno, agenti nel tessuto dell'esperienza quotidiana, il gruppo di A. C., ha quindi la caratteristica di avere come fine quello stesso della Chiesa nella sua globalità Di conseguenza la sua opera mediatrice deve avvenire per tutte le dimensioni della comunità ecclesiale.
A questo punto ci sembrano importanti alcuni chiarimenti.
Un tempo, quando si parlava di pastorale, si intendeva designare, con questa parola, uno dei settori di attività della parrocchia.
Più precisamente si intendevano definire con quel termine alcune iniziative che si prendevano per il cosiddetto «ambiente esterno».
In questa accezione la GIAC si trovava ad essere lo strumento unico attraverso il quale il parroco si rivolgeva al mondo dei giovani.
Infatti un parroco riteneva in genere di aver esaurito la propria azione pastorale per il mondo giovanile quando, in seguito ad alcune iniziative prese attraverso lo strumento della GIAC, oppure, quando questa non esisteva, attraverso la fondazione della GIAC, riusciva ad «attrarre» alcuni giovani nella parrocchia. A loro volta questi giovani, che entravano nel cosiddetto ambiente parrocchiale, finivano per confluire nella associazione GIAC.
In tal modo quindi azione pastorale giovanile e associazione GIAC finivano per coincidere.
Oggi, specialmente dopo quanto detto dal Concilio, noi riteniamo che con la parola «pastorale» si voglia piuttosto indicare lo sforzo di autocostruzione della Chiesa nella sua dimensione più ampia, lì dove si trova la pasta evangelica, cioè dove si svolge la vita degli uomini e non si possa più quindi designare con tale parola semplicemente l'insieme di alcune iniziative, volte ad attirare gente negli ambienti parrocchiali, si dovrà invece intendere con essa la partecipazione a tutti i momenti della vita della Chiesa attraverso i quali essa vive e si accresce.
Nello stesso tempo, poiché la comunità ecclesiale si costruisce mediante la collaborazione di tutti i membri della comunità medesima, non sarà possibile parlare solo di azione pastorale del parroco (o di chi per lui) volendo, con questa espressione, intendere una sorta di esclusivismo nello sforzo di costruzione della Chiesa; sarà invece necessario tener ben presente che alla pastorale debbono partecipare con piena coscienza tutti i membri della comunità ecclesiale.
Questi concetti, applicati alla realtà del mondo giovanile, implicano due conseguenze, che ineriscono anche alla collocazione delle nostre associazioni nel quadro della pastorale parrocchiale. Infatti:
1) Non si può chiamare pastorale solo il tentativo del parroco, attuato attraverso la GIAC come struttura, di porsi in contatto con quei giovani che già vivono o ruotano intorno al cosiddetto ambiente parrocchiale (e che spesso rappresentano un diaframma nei confronti degli altri giovani del quartiere, assorbendo la totalità delle energie dei sacerdoti). Infatti è indispensabile che siano tali giovani (dell'ambiente parrocchiale) che diventino essi stessi protagonisti attivi di tale pastorale, poiché prima abbiamo visto che la pastorale si realizza con la partecipazione cosciente di tutti i membri della comunità ecclesiale.
E poiché la pastorale è crescita della Chiesa nel mondo non si dovrà tanto tendere ad attrarre i giovani che si incontrano tra le mura della parrocchia, quanto invece far sì che la Chiesa viva e cresca, attraverso la testimonianza dei giovani di A. C., negli ambienti in cui si svolge la vita di tutti i giorni.
2) La seconda conseguenza è che l'Associazione GIAC non rappresenta più quell'unico strumento attraverso cui si raggiungevano e organizzavano i giovani che gironzolavano in Parrocchia (quel tipo di pastorale come insieme di iniziative di cui prima abbiamo parlato), ma vuol essere invece uno dei modi attraverso cui un gruppo di giovani partecipa alla vita della parrocchia in tutte le sue dimensioni (la pastorale abbiamo detto è l'insieme di tutti i momenti della vita della Chiesa. È quindi pastorale anche lo sforzo di crescita della Chiesa che si compie partecipando alla vita liturgica oppure al momento della catechesi).
Certo, restano importantissime nel concetto di pastorale, anche quelle iniziative di carattere missionario destinate ad instaurare ed approfondire il dialogo con gli altri, ed è importante che di queste iniziative l'Associazione GIAC si faccia parte realizzatrice, ma ciò non deve far dimenticare che il termine pastorale assume un significato più ampio e pregnante.
Riassumendo quindi quanto detto sul gruppo di A. C. e sulle sue finalità, potremmo dire che tali finalità si riducono fondamentalmente a due:
1) portare i giovani ad integrare in maniera vitale la loro «esperienza di Chiesa» con la «esperienza del mondo» attraverso quelle indispensabili mediazioni sociologiche ed ecclesiali di cui prima abbiamo parlato;
2) entrare in dialogo con tutti gli uomini (specialmente con i giovani) per mettere a loro disposizione le energie di salvezza che la Chiesa ha ricevuto dal Cristo.
LE CARATTERISTICHE DEL GRUPPO DI A.C.
Abbiamo visto sin qui i motivi e la finalità del gruppo. Vediamone ora le caratteristiche.
Tre ci sembrano quelle fondamentali:
Rispetto del pluralismo associativo
Il gruppo cui ci riferiamo col termine «Associazione» deve rispettare il pluralismo associativo nel quale è inserito il giovane, anzi, deve spingere verso di esso.
Abbiamo visto associazioni che hanno «ucciso» i giovani, che hanno preteso di «sequestrarli» dal mondo. E abbiamo tutti presente numerosi casi di reazione rabbiosa e disastrosa da parte dei giovani.
Questo del rispetto, anzi della spinta verso il pluralismo associativo è uno dei discorsi più duri ad «entrare», perché è il più incompatibile con una mentalità da ghetto ancora presente in certi «ambienti cattolici». Eppure è importante che esso si realizzi anche in connessione con una evoluzione culturale del mondo: mentre i gruppi erano prima prevalentemente plurifunzionali, ossia perseguivano le finalità più svariate (culturali, ricreative, musicali, sportive, religiose, politiche, ecc.), ora invece i gruppi diventano monofunzionali, ossia si specializzano, ed ogni gruppo assume una di quelle finalità che prima si ritrovavano all'interno di un unico gruppo.
La conseguenza più importante che in questo momento ci interessa è che la persona tende ad appartenere non più ad un unico gruppo, dove trovi risolte tutte le dimensioni di vita, ma a risolversi contemporaneamente a più gruppi.
Vediamo invece che molte associazioni esercitano una pressione decisiva nel senso contrario.
Generalmente questa non è teorizzata; anzi spesso si accompagna ad un invito, ad «uscire», ad «essere aperti» e così via. Però di fatto succede che l'ostrica dell'Associazione si chiude.
Questo si verifica ogni volta che il giovane viene costretto a fare una scelta alternativa tra l'Associazione ed altri gruppi, scelta che non deve esistere se l'Associazione si pone come gruppo specializzato nella ricerca di una «visione religiosa» su tutta la vita.
Il ghetto esiste invece quando oltre, o in sostituzione di questa dimensione religiosa, l'Associazione pretende di invadere tutti gli spazi vitali del giovane per fornirgli uno «sport cristiano», una «cultura cristiana», una «gita cristiana», ecc.
Sostanzialmente noi pensiamo invece che l'Associazione debba non soltanto materialmente consentire, ma anche intenzionalmente sollecitare la normale presenza del giovane in tutto il reticolo associativo che lo esige affinché il giovane conduca la esperienza dei valori e lo sviluppo degli aspetti della sua personalità nelle sedi loro proprie.
La funzione di gruppo di riferimento
L'associazione deve essere «gruppo di riferimento». Il gruppo, nella misura in cui accoglie la partecipazione «globale» dell'individuo, diventa maestro di vita.
Infatti i rapporti reciproci dei membri producono una influenza dei gruppi sulle motivazioni, la mentalità, gli atteggiamenti dei singoli, tale che essi assumono una «cultura» ossia un modo di pensare e di comportarsi tipico dei gruppi ai quali appartengono.
Come abbiamo già visto ogni gruppo ha una funzione «socializzante» e quindi, di conseguenza, ha una funzione «culturalizzante». Nel nostro caso il giovane, nella misura in cui partecipa al gruppo con «globalità», comincia ad unificare, dal punto di vista che il gruppo gli propone, l'interpretazione dei fatti, il giudizio sulle idee e i valori, le posizioni stesse che egli deve prendere.
Ogni gruppo, di cui il giovane fa parte, svolge quindi questa funzione. Ognuno la svolge però in modo originale: tra tutti poi ce ne sono alcuni che la svolgono in maniera prevalente, rispetto agli altri.
Ciò avviene talvolta in modo intenzionale (come nel caso di chi entri a far parte di un gruppo a finalità politiche, culturali, ricreative... con l'intenzione esplicita di approfondire, attraverso tale partecipazione, le sue ideologie o convinzioni politiche, culturali, ecc.). Molto spesso tale funzione «culturalizzante» avviene però in maniera inconsapevole (il gruppetto degli amici del bar che diventa determinante circa il modo di vedere le cose, di giudicare, qualche volta addirittura di esprimersi o di vestirsi, dei giovani che ne fanno parte).
In questa prospettiva ci sembra che l'Associazione, prendendo coscienza di queste dinamiche psicologiche, si deve configurare come gruppo di riferimento religioso prevalente. Dove religioso significa che gli elementi di amicizia, di scambio di idee e di esperienze, di stima reciproca, che costruiscono i rapporti di interazione del gruppo, sostengono non una «cultura» del tipo prima esemplificato (modo di abbigliarsi e di esprimersi, ecc.), ma una «mentalità di fede» fondata sulla Parola di Dio.
A questa impostazione sembrano sorgere due difficoltà. La prima consisterebbe nella rilevata tendenza degli «adolescenti» a vedere esaurita nello stesso gruppo la totalità degli interessi e degli aspetti della vita. Ci sembra però che proprio questa tendenza non debba essere assecondata e che l'azione dell'educatore debba rivolgersi a far chiarezza e a suscitare la tensione e l'impegno nel senso contrario (cosa che sarà sempre più facile a mano a mano che l'adolescente matura).
La seconda difficoltà potrebbe vedersi nella necessità di porre in discussione certe attività «assorbenti» per creare invece quel clima di affiatamento indispensabile perché il gruppo possa diventare «di riferimento religioso». Ma è chiaro che il nostro discorso precedente non proclama una bocciatura indiscriminata di queste cose. Solo sostiene la necessità di eliminare:
a) la mentalità di confusione ideale, più che un certo numero di attività;
b) la esclusività e la permanenza delle suddette attività «assorbenti» (ricreative, culturali, ecc.).
Esse infatti si giustificano soltanto dentro i limiti e nella misura in cui sono strettamente necessarie per creare nel gruppo il tipo di rapporti di cui ora parleremo.
Un vero gruppo di amici
La terza caratteristica risiede nel fatto che l'Associazione per poter svolgere nel pluralismo associativo la funzione di gruppo di riferimento religioso deve essere un gruppo di amici.
Guardando il mondo giovanile si è vista l'esistenza di due tipi di gruppi: secondari e primari. La distinzione poggia essenzialmente sulla qualità del rapporto interpersonale tra i membri.
È importantissimo notare come la secondarietà e la primarietà non sono però «caratteristiche esclusive di gruppi opposti», ma «aspetti (quello espressivo-affettivo e quello strumentale) della vita di un gruppo» (Olmsted). In effetti cioè tutti i gruppi partecipano di entrambe le caratteristiche, anche se ne variano le proporzioni relative.
Ci sembra che le Associazioni molto spesso diano vita a un tipo di rapporto di carattere «secondario», che il peso delle loro strutture, dei loro programmi, della loro artificiosità, soffochi il clima di amicizia e di comunità. Affermiamo invece che nel gruppo («l'associazione») deve «entrare» la persona con tutti i suoi problemi, le sue situazioni di crisi le sue attese, il suo carico di esperienza, perché soltanto così è possibile conseguire quella duplice finalità pastorale di cui abbiamo inizialmente parlato.
È nei gruppi che alimentano rapporti di carattere primario infatti che il giovane:
a) matura il processo di socializzazione, acquistando la percezione dell'«altro come persona, e degli altri come comunità» (Olmsted).
Il forte affiatamento di gruppo genera una vicendevole condivisione dei problemi, una intima solidarietà reciproca, una «identificazione» dei valori;
b) riesce a mantenere il suo senso di indipendenza, la sua integrità personale, il rispetto di se stesso;
c) riesce a consolidare le sue opinioni personali, le quali talvolta sono «tout court» le opinioni del gruppo, ma sono sempre la risultante di una mediazione tra le fonti dei messaggi della comunicazione di massa e la persona;
d) ricompone il senso globale della totalità dell'esistenza, che invece viene minacciata dal tipo di partecipazione che si dà ai gruppi «secondari».
Come farà l'Associazione a diventare un gruppo di amici del tipo sopra illustrato?
A questo punto si pongono due problemi. Il primo è quello della origine del gruppo: non soltanto il gruppo deve essere spontaneo nella sua esistenza, ma dotato di una certa spontaneità anche nella nascita.
Il secondo problema riguarda la situazione di fatto delle nostre Associazioni.
Certo è indubbio che l'associazione GIAC è un gruppo dove si entra in conseguenza di un impegno verso certe finalità, possiede una certa struttura formale (Presidente - Assistente - Delegati ecc.).
Sembra quindi che sussista un complesso di elementi tale da rendere molto problematica che essa divenga un gruppo primario, quale quello prima tratteggiato, perché l'associazione non è attualmente un gruppo spontaneo.
Ora a noi sembra che:
1) un conto sia parlare di «primarietà» e un conto di «spontaneità».
Infatti anche un gruppo «provocato» può avere un tipo di rapporti «primario» (es. la famiglia);
2) in secondo luogo, rifacendoci a quanto detto prima, non esistono gruppi totalmente primari e gruppi totalmente secondari. L'Associazione GIAC, che nasce con una precisa funzione specializzata (gruppo di riferimento religioso), non può conseguirla se non riesce ad entrare in contatto con ogni piega della totalità della esperienza umana dei suoi membri.
La natura della funzione quindi è tale che deve dar luogo a rapporti di tipo espressivo-effettivo.
Sul piano concreto bisognerà quindi che le Associazioni trovino la maniera per dare sempre meno importanza a certe strutture, a certe attività, a certi programmi calati dall'alto, e sempre più importanza invece alla persona; perché il nostro gruppo non sia il luogo dove il giovane si; incontra con le strutture oppressive dell'organizzazione che lo lasciano ` nauseato, ma il luogo in cui incontra degli amici che lo aiutano a chiarire i suoi problemi, a vivere la sua esperienza di ogni giorno da cristiano intelligente e coerente.
LA VITA DEL GRUPPO
Definito approssimativamente il gruppo nelle sue caratteristiche sociologiche ed ecclesiali, si tratta ora di esaminare più analiticamente la vita del gruppo medesimo.
Ci sembra opportuno in questa analisi distinguere tre piani.
A) In primo luogo occorre precisare i criteri fondamentali del metodo, la rispondenza ai quali costituirà il termine di validità delle tecniche metodologiche più svariate.
B) In secondo luogo occorrerà analizzare le dimensioni fondamentali della vita del gruppo (fede, culto, missione).
C) Bisognerà infine individuare i momenti concreti della vita del gruppo.
I criteri
Per quanto riguarda i criteri, essi emergono da alcuni principi fondamentali applicati a una realtà, e definiscono in tal modo una norma di comportamento.
Elenchiamone alcuni come esempio:
- Il principio fondamentale secondo cui la storia della salvezza non deve essere imposta e calata dall'alto nei confronti del giovane, applicata alla concreta realtà rappresentata dai dinamismi psico-sociologici del giovane, fa nascere il criterio secondo il quale si dovrà tenere conto, nella proposta del messaggio cristiano, della concreta situazione esistenziale in cui si muove il giovane, con tutti i condizionamenti e le peculiarità a lui tipiche.
- Dal principio generale secondo il quale la salvezza si raggiunge in comunità, applicato alla concreta realtà della vita dei piccoli gruppi nel mondo moderno, deriva come criterio tutta una dinamica e una rete di relazione tra i gruppi, quale abbiamo già notato nelle pagine precedenti.
Le dimensioni
Per ciò che concerne le dimensioni della vita del gruppo, ricordiamo che esso deve realizzare la realtà della comunità ecclesiale nella sua globalità, e poiché tale realtà ecclesiale si esprime nelle dimensioni della Fede, del Culto e della Missione, ecco che anche il gruppo A. C. dovrà realizzare tali dimensioni.
I momenti
A questo punto descriviamo alcuni momenti della vita del gruppo così come concretamente si manifestano.
Quanto sin qui detto circa i criteri che ispirano la vita del gruppo e le dimensioni in cui tale vita si realizza? è importante per fondare l'esistenza dei momenti concreti dell'itinerario che ora esporremo.
A) Il primo di tali momenti si identifica con la revisione di vita.
Non è questa naturalmente la sede per sviluppare un discorso sulla R.d.V. come metodo: sottolineiamo qui solo due considerazioni:
1) Con la R.d.V. si concreta quella espressione di «gruppo di riferimento religioso specializzato» di cui prima parlavamo.
La specializzazione nasce dal fatto che il «quadro dei valori» con cui si confronta la vita, e che serve da «chiave» di interpretazione dei fatti è la Parola di Dio, e le categorie di cui si fa uso non sono categorie culturali, ma bibliche, della storia della salvezza, proprio perché il tipo di impegno, che questi gruppi assumono è religioso (anche se, ovviamente sollecitano e stimolano un personale impegno politico, culturale, ecc.). L'effetto che la R.d.V. ha è quindi quello di precisare la dimensione religiosa, rendendola da un lato più ampia, (si estende a tutta la realtà) e dall'altro più limitata (ne coglie gli elementi di contatto col dato rivelato), laddove prima si aveva al massimo una divisione «per oggetti» con una interna confusione di ambito.
2) La R.d.V. è contemporaneamente resa possibile dalle caratteristiche che abbiamo chiamato primarie, presenti nel gruppo, e insieme è elemento catalizzatore di queste caratteristiche.
Si stabilisce una reciproca reazione, in modo che la stessa aderenza ai problemi dei giovani, l'aggancio con la loro vita nell'attenzione, nella verifica e nell'impegno, fa in modo che l'elemento portante non sia una pianificazione programmatica o una struttura burocratica, ma il trovarsi adunati nel nome di Dio per una verifica comunitaria e globale della vita. È opportuno chiarire, quando si parla di R.d.V., che noi non intendiamo assolutamente farne un mito. Infatti tutti i momenti della vita del gruppo che stiamo qui descrivendo sono importanti, nella misura in cui sono richiesti dalla vita che il gruppo conduce in quel determinato momento. Ciò non toglie tuttavia che in concreto, seguendo un determinato itinerario nella vita del gruppo, convenga tener presente qualcuno di questi momenti in particolare. Ed è appunto in questo significato che potremmo definire «strategico» che la R.d.V. assume una importanza particolare.
B) Il secondo momento di questo itinerario della vita del gruppo che ci pare importante sottolineare è quello della catechesi sistematica.
La catechesi è ordinata alla comprensione della fede, e quindi ad una conversione della mente e della vita.
Di conseguenza essa riveste una notevole importanza nella vita del gruppo. Certo, si tratta di vedere qual è il tipo di catechesi che deve essere fatto, e con quali modalità.
Infatti essa dovrà essere articolata in modo tale da suscitare un effettivo dinamismo nella coscienza dei singoli e dell'intero gruppo e deve quindi essere
- positiva;
- attenta ai valori;
- generatrice di senso comunitario;
- suscitatrice di azione.
C) Altro momento fondamentale è quello del culto.
Certo, il gruppo non dovrà esaurire in sé il momento cultuale. Esso si dovrà integrare nel culto della comunità ecclesiale più vasta della parrocchia.
Tuttavia potrà avere ugualmente momenti cultuali di una certa rilevanza:
- è importante la lettura della Parola in corrispondenza dei tempi liturgici;
- molto utile potrebbe essere una lettura ed un commento comune ai brani della Messa domenicale;
- vivere meglio alcuni sacramenti che meglio realizzano il senso comunitario (Eucaristia, Battesimo, Matrimonio).
D) Concludendo ci pare importante sottolineare anche quel momento della vita del gruppo che chiamiamo dei mezzi climatizzanti (gite, festicciole, apparato ricreativo in genere). Importante ci sembra, nel contesto di quanto detto sin qui, soprattutto vedere fino a che punto questo momento debba incidere nella vita del gruppo, per riuscire a salvare l'indispensabile equilibrio con le motivazioni e le finalità di gruppo specializzato in senso religioso.
Queste sommarie indicazioni naturalmente non pretendono di esaurire l'indagine riguardo alla motivazione ed alla dinamica dei nostri gruppi. Queste hanno voluto essere solo delle indicazioni, dei punti di partenza per il nostro lavoro, in modo che i nostri gruppi giovanili cambino quello che di stanco, di abitudinario, di sfiduciato c'è nella loro vita per divenire ogni giorno di più dei messaggeri autentici della proposta cristiana.
















































