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    Alessandro D’Avenia


    «Non ti disunire!» urla più volte il regista Antonio Capuano a Fabio Schisa, adolescente protagonista del film «È stata la mano di Dio» di Paolo Sorrentino, candidato all’Oscar. Fabietto, così lo chiamano, intrattiene una chiacchierata notturna con l’artista a cui ha confidato di voler fare cinema, ma non capisce il reiterato comando e chiede spiegazioni. Sul far dell’alba, di fronte al mare, arriva la risposta: per raccontare bisogna essere onesti con il proprio dolore, la sola cosa che abbiamo da dire. La scena mi ha commosso e mi sono trovato ad analizzare la composizione spirituale delle mie lacrime.
    Vi ho trovato il dramma che viviamo ogni giorno: la nostra dis-integrazione interiore e, sua diretta conseguenza, la dis-unione esteriore. Siamo soggetti frantumati individualmente e socialmente, i cui pezzi (in-dividuo vuol dire ciò che non può essere più diviso) raramente riescono a unificarsi attorno a qualcosa che dia senso e gusto alla vita.
    La testa, il cuore, il corpo lottano tra loro per avere la meglio e ciò che uno di loro ottiene non va bene per l’altro: amiamo persone che ci fanno del male, mangiamo o smettiamo di mangiare per un vuoto incolmabile, ci abbandoniamo a dipendenze consolanti ma distruttive, non capiamo il senso del dolore anche se ci assedia… La nostra vita è un campo di battaglia in cui siamo noi a fare la guerra a noi stessi, per poi riversare la nostra dis-integrazione sul mondo e sugli altri, rendendoli ora colpevoli ora vittime.
    Tutto questo dimostra che noi, per essere felici, dobbiamo essere «uniti», in noi e con gli altri. Ma come fare? Come può essere proprio il dolore, che ci rende mancanti, fragili e incompleti a darci unità?
    Martedì 12 febbraio 1952, 70 anni fa l’altro ieri, usciva in quattro mila copie Il visconte dimezzato del quasi trentenne Italo Calvino. Il primo di una trilogia (gli altri due sono Il barone rampante del ’57 e Il cavaliere inesistente del ’59) che Calvino intitolerà I nostri antenati, delineando un percorso (parole dell’autore) «sul come realizzarsi esseri umani: nel Cavaliere inesistente la conquista dell’essere, nel Visconte dimezzato l’aspirazione a una completezza al di là delle mutilazioni imposte dalla società, nel Barone rampante una via verso una completezza non individualistica: tre gradi d’approccio alla libertà… un albero genealogico degli antenati dell’uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me».
    E così Medardo, giovane conte di Terralba, in una guerra contro i Turchi, nel XVIII secolo, viene spezzato in due da una palla di cannone, le due metà, curate, sopravvivono nel Gramo e nel Buono. Calvino non narra la mescolanza di male e bene caratteristica dell’uomo, ma la sua faticosa ricerca di completezza. Una guerra interiore ci spezza, ci rende impossibile essere noi stessi e rapportarci alla realtà in modo sano. Da un lato c’è la bestia, il Gramo, che tutto taglia, gli altri e il mondo, dall’altro c’è l’angelo, il Buono, che tutto aggiusta, gli altri e il mondo. Entrambi impongono alla realtà il loro modo di essere «mutilato»: il Gramo vuole rendere tutti cattivi, il Buono vuole rendere tutti buoni, nell’uno e nell’altro caso ignorando l’altro così com’è, nella sua realtà e libertà.
    Due ritratti delle nostre vite «schizzate» (dal greco tagliate, come in schizofrenico), polarizzate da manicheismi ideologici e moralistici, simili al tifo tribale da stadio: destra e sinistra, vax e no vax, atei e credenti… Semplificazioni che torturano la complessità delle persone per infilarle in taglie «dimezzate», con cui «sistemiamo» il mondo, dividendolo in buoni e cattivi, puri e impuri, perché questo ci fa sentire forti, ma nasconde l’incapacità di ascoltare l’altro con la sua storia, cosa che richiede tempo, assenza di pregiudizi e di condanne preventive.
    Il punto di arrivo di questo atteggiamento non può che essere quello di partenza: la guerra fra i dimezzati. Infatti le due metà di Medardo, dopo aver esasperato Terralba con i loro eccessi, finiscono a duello. Entrambi si feriscono mortalmente sul lato «tagliato», riaprendo le ferite, ma proprio questo consente a un dottore di ricucire le due parti: Medardo si salva e scopre che l’unica cosa che avevano in comune le sue metà è l’amore. Sia il Gramo sia il Buono si erano infatti innamorati di Pamela: l’amore è energia unificante, che accetta (accoglie) e non accetta (taglia). L’unità, in noi stessi e con gli altri, viene dall’amare e dal lasciarsi amare. L’uomo non è né solo bestia né solo angelo, né solo spirito né solo carne, ma spirito incarnato, e l’amore ha il potere di unire lo spirito e la carne in modo sempre più completo, cosa che si manifesta con un profondo e stabile senso di pace, segnalato dal dilagare di app che aiutano a rilassarci, meditare, dormire. Ma non basta mai, perché il problema è più profondo. Un bambino piccolo, dopo aver rotto un vaso, non va forse a gettarsi proprio tra le braccia del padre o della madre? Vuole sapere se a essere andato in frantumi è un oggetto o lui stesso. E solo l’amore può dargli la risposta: tu resti intero anche se hai fatto questo. Il bambino non si identifica più con il suo errore, ma con l’abbraccio che gli è dato.
    Il Medardo diviso di Calvino è antenato del Fabio di Sorrentino, ma la nuda e inguaribile verità del suo dolore, necessaria al ragazzo per «non disunirsi» e poter raccontare storie, a mio parere non basta. Il dolore, che ci spezza e divide, è proprio l’occasione con cui la vita ci porta all’amore e porta l’amore a noi, perché solo l’amore può suturare le nostre ferite. Ogni mancanza, caduta, dolore, cioè ogni divisione interiore, ci ricordano che siamo incompleti, conducendoci sull’abisso in cui scopriamo se la nostra vita è appesa al nulla o all’amore, o almeno alla speranza di viverlo. Questa vertigine fa così paura che invece di affacciarci, fuggiamo o restiamo a distanza, continuando a cercare colpevoli, dentro e fuori di noi, per la nostra incompletezza. Lo confessa il narratore del romanzo, il nipote di Medardo, quando lo zio è ritornato intero: «Io invece‚ in mezzo a tanto fervore d’interezza‚ mi sentivo sempre più triste e manchevole. Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane».
    Non credo sia questione di età, l’incompletezza è propria del nostro essere uomini: uno si crede incompleto perché lo è. E la felicità comincia da questa mutilazione, altrimenti non avremmo bisogno di amare e lasciarci amare.
    «Non ti disunire» per me significa «non aver paura di amare». Uno si crede incompleto ed è soltanto uomo.

    (Corriere della Sera - 14 febbraio 2022)



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