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     Le bussole del cuore

    Timothy Radcliffe

    Un mondo nuovo si sta rapidamente affermando in tutti i campi (amore, denaro, tecnologia, lavoro, educazione, fede...). Molti cattolici non vi trovano di che gioire, anzi: si sentono disorientati. Quali sono, in base alla nostra fede comune, le nuove bussole, i nuovi radar? Dal momento che l'umanità sta diventando sempre più «super-umana», quale ruolo devono svolgere le religioni (e specificamente quella cristiana) in questo mondo nuovo? Dobbiamo «combattere» oppure «dialogare» con i nuovi modi di pensare, di prenderci cura, di fare economia, di amare, di pregare, di celebrare?
    Mi sono rivolto ai miei confratelli giovani a Oxford e ho chiesto loro che cosa ne pensavano. Ho navigato sul web e ho passato molto tempo facendo ricerche su Google. Ho interrogato i figli dei miei amici. Ho prestato cioè molta attenzione alla nuova generazione, alle persone che hanno vent'anni o poco più. Rappresentano il nostro futuro? Quali sono i loro desideri? Cosa li rende felici?
    Tommaso d'Aquino ci insegna che tendiamo sempre a un bene. Possiamo confonderci riguardo a ciò che vogliamo, o possiamo volere troppo poco, ma c'è sempre una verità nei nostri desideri. Quindi vorrei vedere come la Chiesa può comprendere i desideri dei giovani, come può venire loro incontro e rafforzarli, senza avere paura difronte alle nuove domande per le quali ancora non abbiamo le risposte. Infatti, potremo insegnare solo se saremo visti come studiosi sempre in ricerca. Quando ero un giovane domenicano, ogni notte incontravo il vecchio padre Chenu, mio maestro. Nonostante gli ottant'anni, tornava da incontri con artisti, professori, sindacalisti e studenti, e sempre ci chiedeva: «Che cosa avete imparato oggi?».
    Ho l'impressione che il primo desiderio dei giovani sia quello di essere riconosciuti e accettati. La maggior parte della nostra insoddisfazione nasce dal sentire che non siamo riconosciuti. Charles Taylor parla di «politica del riconoscimento». I giovani musulmani arrabbiati si radicalizzano quando si sentono invisibili. E dicono: «Ehi, sono qua. Farò in modo che mi vediate, anche se vi prenderete paura».
    Chi è, dunque, la nuova generazione? È difficile dirlo, perché questi giovani non hanno un'identità chiara. Le generazioni precedenti avevano profili più netti. Io, ad esempio, sono un baby boomer [1]. Quando vivevo a Parigi all'inizio degli anni Settanta, il nostro motto era: «L'immaginazione al potere». Leggevamo Sartre e Foucault e volevamo cambiare il mondo. Poi c'è stata la generazione X, con i suoi desideri e i suoi eroi. Spesso i giovani di oggi sono chiamati «generazione Y», o «generazione del millennio». Ma chi sono? Bisogna saperlo se dobbiamo dare loro il riconoscimento che desiderano.
    Sono stati chiamati anche «la generazione frammentata». Scelgono identità multiple. In rete ti puoi creare le identità che vuoi. Alcuni ricercatori americani hanno scritto: «Vediamo giovani adulti che presentano una certa immagine pubblica a scuola o sul lavoro, ma proiettano un'identità totalmente diversa su Facebook o su MySpace. Altri creano avatar per mondi online come Second Life, che assomigliano assai poco alla loro principale immagine pubblica (se non ne rappresentano l'esatto contrario). Altri ancora ci hanno detto che sono iscritti a parecchi siti per gli incontri, ma compongono un profilo differente per ciascun sito». [2]
    Pensiamo a Facebook. Io ci sono rimasto solo per poco. L'ho lasciato perché mi prendeva troppo tempo, e perché non mi piace guardare la mia faccia! Su Facebook, tu scegli quali facce presentare ai tuoi amici. La foto tipica è il selfie, in cui ti mostri con un amico o in qualche posto interessante: «Oggi voglio farmi vedere così!». Ti costruisci il tuo marchio di fabbrica. Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, appare sempre con una felpa grigia.
    La prima sfida per la Chiesa, allora, è quella di vedere i volti che i giovani ci presentano, di accettarli e di sorridere loro. Le persone si propongono con identità multiple: eterosessuali o gay, verdi o dark, che amano o che cercano. Le persone devono sapere che sono viste e riconosciute così come si presentano. Poi possiamo invitarle a scoprire in sé un'identità più profonda.
    Infatti, non ci limitiamo a costruire dei volti per noi stessi. Le nostre facce si costruiscono in risposta agli sguardi che gli altri ci rivolgono. All'inizio della vita, rispondiamo ai visi sorridenti dei nostri genitori, che ci guardano nella culla e assumono delle strane espressioni che fanno ridere i neonati! I loro volti ci insegnano a rivolgerci al mondo.
    Ma al di sotto di questo desiderio universale di avere un volto, sta un desiderio più profondo, che Israele conosceva. È il desiderio di vedere il sorriso sul volto di Dio: «Fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi» (Sal 80,4). Il sorriso di Dio si è fatto carne e sangue nel volto di un ebreo del I secolo, Gesù di Nazaret. Egli amava le persone, le guardava con piacere. Guardò Natanaele sotto l'albero di fico e vide «un israelita in cui non c'è inganno». Guardò il piccolo Zaccheo ridicolmente appollaiato sull'albero e vide in lui una persona buona. Guardò Pietro dopo che questi lo ebbe rinnegato e vide un discepolo che sarebbe presto tornato a lui.
    Quindi la prima cosa che offriamo ai nostri contemporanei in ricerca sono le nostre facce che li guardano con amore: facce per la generazione di Facebook. Le nostre facce non sono come maschere che possiamo scegliere. Si evolvono e si definiscono sotto gli sguardi degli altri. Se guardiamo con amore ai volti dei giovani, li aiutiamo a scoprire quale faccia offrire al mondo: una che rifletta il sorriso di Dio. In Monsignor Quixote di Graham Greene, il sacerdote chiama il volto umano «lo specchio dell'immagine di Dio».
    Ma qui sembra che ci sia un problema. Come dicevo, la generazione di Facebook vorrebbe scegliere la propria faccia. Non vuole essere definita dalla società, né dalla Chiesa, e neppure dai propri genitori (spesso esclusi dal novero degli «amici» sui social network). Si può essere quello che si vuole. Dio invece non si limita a dirci: «Puoi essere tutto quello che immagini». Ci dice piuttosto: «Puoi essere di più di quanto tu possa mai immaginare. Puoi diventare un figlio di Dio».
    A una generazione che rifiuta le definizioni ristrette dell'identità, il vangelo offre la liberazione suprema: la divinizzazione. Noi non vogliamo essere definiti come figli della nostra classe sociale o famiglia o etnia. Noi siamo molto di più: figli di Dio. Vedere la faccia di Dio significa scoprire una libertà che supera qualunque immagine su Facebook. Noi siamo liberi, come diceva san Paolo, di non essere né ebrei né gentili, né schiavi né liberi, né maschi né femmine (cfr. Gal 3,28). Possiamo offrire ai membri della generazione di Facebook una faccia che li riconosca, ma che li inviti a diventare di più di quanto abbiano mai immaginato?
    C'è una novità: l'ingegneria genetica ora rende possibile cambiare la natura umana in modi del tutto impensabili per i nostri antenati. Per esempio, oggi si parla di transumanesimo: «Passare da una fase di evoluzione cieca ad una fase di evoluzione autodiretta consapevole», facendo «ciò che oggi la scienza rende possibile», ovvero accettando «la sfida che proviene dai risultati delle biotecnologie, delle scienze cognitive, della robotica, della nanotecnologia e dell'intelligenza artificiale». [3] Questo movimento solleva questioni etiche sulle quali io non ho mai riflettuto. Vorrei solamente dire che la Chiesa non deve avere paura di esplorare queste nuove tematiche con coraggio intellettuale. Di fronte alle questioni nuove, la tentazione della Chiesa è spesso quella di mettersi sulla difensiva. Vogliamo costruire un muro per chiudere fuori le nuove domande inquietanti. Ma la Chiesa è più viva quando non abbiamo paura di tuffarci nei dibattiti, perché desideriamo condividere la nostra fede e anche imparare qualcosa.
    Quando san Domenico fondò l'Ordine dei Predicatori nel XIII secolo, mandò i giovani frati nelle nuove università per studiare i nuovi testi che provenivano dal mondo arabo. Bisogna avere il coraggio di affrontare le nuove domande per le quali ancora non abbiamo risposte, fiduciosi che le risposte le scopriremo, se pensiamo e preghiamo! Non dobbiamo avere paura di non sapere già le risposte. Una volta chiesero a Yves Congar, uno dei teologi che hanno «fatto» il Concilio Vaticano II, se le sue risposte fossero corrette. Lui rispose che non lo sapeva, ma che le domande erano sicuramente giuste!
    Accenno solo a un'altra tendenza che Internet rafforza: quella di incontrare soltanto persone che la pensano allo stesso modo. Essa finisce per contraddire un desiderio pure molto vivo tra i giovani, quello di una società tollerante. Su Facebook si può indicare le proprie preferenze e trovare persone che le condividono, magari in Cina o in Cile. Si clicca su «mi piace» oppure, se si è in disaccordo, ci si disconnette risparmiandosi la fatica dell'autentica tolleranza, quella che si compiace della differenza. Così, Internet ci connette a una comunità planetaria, ma può sconnetterci da quelli che ci mettono in discussione e che pertanto possono aiutarci a crescere. [4]
    Questo mondo virtuale, infinitamente malleabile, implica anche disprezzo del corpo. In Neuromante, il famoso romanzo di William Gibson sul cyberspazio, «l'atteggiamento dell'élite comportava un certo rilassato disprezzo per la carne. Il corpo era carne». [5] Ma il corpo è al centro della fede cristiana. Essa combatte da duemila anni contro coloro che disprezzano il corpo. Il grande dono è il corpo di Cristo, la risurrezione del corpo. [6]
    Un altro desiderio fondamentale del mondo nuovo è quello di vivere veramente, non solo di sopravvivere. C'è una vecchia canzone che lo dice nel modo più chiaro: «want to live, I want to grow, I want to see, I want to know, I want to share what I can give, I want to be, I want to live (Voglio vivere, voglio crescere, voglio vedere, voglio sapere, voglio condividere quello che posso dare, voglio essere, voglio vivere)». [7]
    Essere vivi è avere esperienze che poi si possono condividere su Facebook o su Twitter. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di bello e io voglio partecipare. I mezzi di comunicazione sociale rendono possibile alle persone di precipitarsi a seguire l'esperienza, che si tratti di un rave o di una protesta. Si può seguire una festa o una manifestazione di piazza al Cairo o a Hong Kong.
    I personaggi famosi richiamano un'attenzione fanatica perché sembrano quelli che vivono veramente. Sono sui media, quindi devono essere reali. Una volta, mentre firmavo copie di un mio libro in una grande libreria di Parigi, La Procure, mi meravigliai profondamente perché le persone in fila davanti a me erano centinaia. Poi ho sentito uno che diceva: «È lo zio di Harry Potter!» (ovvero del suo interprete cinematografico, Daniel Radcliffe). In effetti non era vero, ma non dissi nulla finché tutti i libri non furono firmati.
    La forma di cristianesimo che cresce più velocemente oggi è il pentecostalismo, sia all'interno della Chiesa cattolica che fuori. Offre un'esperienza molto viva. Lo Spirito Santo è qui; sta succedendo Qualcosa! Ma di solito le esperienze intense non durano a lungo. E quando sono finite, le persone spesso si sentono vuote. Molti smettono di praticare la fede. La percentuale degli abbandoni è all'incirca del 50%.
    Quali esperienze può offrire la Chiesa cattolica? Le Giornate mondiali della gioventù sono estremamente importanti. Milioni di giovani partecipano a un evento straordinario. Possono scattare fotografie, pubblicarle sui social network e condividerle con i loro amici. I pellegrinaggi sono ancora più importanti: Lourdes, il Cammino di Santiago di Compostela, Medjugorje. Ma quali esperienze possiamo offrire ai giovani quando ci troviamo in tempi difficili, quando attraversiamo notti oscure e periodi di aridità? Che cosa offriamo quando sembra che non stia succedendo nulla (come, ad esempio, nel caso della maggior parte delle nostre messe domenicali)?
    Io penso che al cuore del cristianesimo ci sia una gioia tranquilla, abbastanza profonda da abbracciare anche i momenti di sofferenza e di oscurità. È una gioia che è frutto dell'intensa preghiera e del silenzio. È il nocciolo della vita contemplativa. A volte scorre sotterranea, appena percepibile. Io ne ho fatto spesso l'esperienza in Africa, anche in tempo di difficoltà o di guerra civile. Quindi, dobbiamo aiutare i nostri contemporanei a fare esperienza della profonda e silenziosa gioia di Dio, che non sempre grida.
    Un terzo desiderio dei giovani è quello di fare del mondo un luogo migliore. Ovunque si sente dire: «Voglio fare la differenza ». Questa nuova generazione è moralmente più seria di quella che l'ha preceduta. Spesso non si lascia ingannare dalle sirene del consumismo. È ben consapevole delle sofferenze dei poveri e della distruzione del pianeta. E non dispera di poter fare la sua parte a favore dell'umanità e del nostro piccolo mondo.
    Non si aspetta più che siano i politici a cambiare le cose. La maggior parte dei giovani è profondamente disillusa nei confronti delle istituzioni politiche, giuridiche e religiose. Non saprei dire il nome di un solo politico, nel Regno Unito, che sia rispettato. In gran parte questo fatto è dovuto al disastroso abbaglio del 2003, l'aver accettato di andare in guerra contro l'Iraq. Ma accade lo stesso in Francia, in Italia, negli Stati Uniti, in tutto l'Occidente.
    La generazione del millennio crede nel suo potere di cambiare le cose in altri modi. Avete sentito parlare di Avaaz, un sito che fa campagne? Ha 44 milioni di sostenitori. Ce ne sono più di 2 milioni in Italia. Nel sito è scritto: «Avaaz dà la possibilità a milioni di persone, ognuna con la sua storia, di impegnarsi su questioni urgenti di carattere globale e nazionale, dalla corruzione alla povertà ai conflitti e al cambiamento climatico. Il nostro modello di organizzazione su internet permette a migliaia di azioni individuali, non importa quanto piccole, di combinarsi rapidamente in una potente forza collettiva». [8]
    La generazione del millennio è pronta a donarsi generosamente per la trasformazione del mondo. È disposta a fare sacrifici. Non è vero che sia una generazione dedita solo al cibo, all'alcol e al sesso! Il 14 per cento dei giovani a Londra simpatizza per l'Isis. [9] Probabilmente essi non approvano l'estremismo islamico, anzi, in gran parte pensano che è terribile. Ma sono attratti dalla sua pretesa di devozione totale. Richiede il sacrificio di sé stessi. Sfida il mondo. Molti giovani sacrificherebbero volentieri le loro vite, se trovassero una causa che ne valesse la pena. La Chiesa deve mobilitare i giovani e mostrare che incarna questa causa.
    In primo luogo dobbiamo cambiare la maniera in cui le persone pensano alla Chiesa. La parola Chiesa evoca uomini anziani vestiti in modo strano che dicono alla gente come si deve comportare a letto. Le persone pensano a una rigida gerarchia di uomini con la gonna e con strambi copricapi, che non sembra avere alcuna importanza. Ma la Chiesa è il secondo ente caritativo al mondo. [10] Contribuisce all'educazione sanitaria più di ogni altra organizzazione al mondo. La metà delle cure rivolte alle persone malate di Aids è fornita dalla Chiesa. La gente pensa alla Chiesa come a un'istituzione che opprime le donne, ma le donne cattoliche, e particolarmente le suore, operano a favore dei diritti e della dignità delle donne. Certamente, all'interno della Chiesa abbiamo di fronte anche delle sfide, ma nessuno fa altrettanto a livello globale. Dunque, se vogliamo andare incontro alla grande generosità dei nostri contemporanei, dobbiamo mostrare la Chiesa così com'è, praticamente la maggiore organizzazione caritativa del mondo, già presente in ogni zona di crisi e di povertà.
    In secondo luogo, non dobbiamo aver paura di offrire ai giovani un cristianesimo che chiede tutto. Dobbiamo avere il coraggio di fare richieste anche più radicali di quelle dell'Isis! Abbiamo invece la tentazione di «vendere» il cristianesimo come una spiritualità innocua. Accendi una candela e vedi qual è il tuo tipo nell'Enneagramma! Così sembra che la nostra religione sia un modo per mantenersi in salute, come andare in palestra o fare l'aromaterapia. Ma chi sarebbe disposto a morire per l'aromaterapia? Il cristianesimo è pericoloso. Bisogna metterci il foglietto con le avvertenze, come nei farmaci. Può costarti la vita. Gesù dice di prendere la propria croce e seguirlo.
    Se presentiamo le richieste radicali del cristianesimo, magari qualcuno scapperà per la paura, ma almeno si sentiranno messi in discussione. Noi ai giovani dobbiamo dare il meglio! Quando parlo ai giovani, per attrarne la generosità radicale racconto loro dei martiri che ho conosciuto. Ogni anno circa 100.000 cristiani vengono uccisi a causa della loro fede. Nel 1996, un mese prima della morte dei monaci di Tibhirine, sono andato in Algeria perché anche i nostri confratelli avevano ricevuto minacce, specialmente il vescovo Pierre Claverie, al quale ho già accennato più volte. I suoi presbiteri lo pregavano di andar via per salvarsi la vita. Fu assassinato il 1° agosto 1996 insieme a un giovane amico musulmano, Mohammed Bouchikhi, che quel giorno gli faceva da autista. Poco prima di morire, monsignor Pierre Claverie aveva parlato di quello che lui chiamava «martirio bianco»:

    Il martirio bianco è ciò che si cerca di vivere giorno per giorno, ossia il dono della vita a goccia a goccia, in uno sguardo, in una presenza, in un sorriso, in un'attenzione, un servizio, un lavoro, in tutto quello che fa sì che la vita che ci anima venga condivisa, donata, consegnata. E là che disponibilità e abbandono diventano martirio, immolazione: l'importante è non tenere per sé la vita. [11]

    Se chiediamo poco ai giovani, riceveremo poco. Se chiediamo molto, allora alcuni ci daranno tutto!

    NOTE

    1 Per generazione del baby boom (dell'esplosione demografica) si intende nel mondo di lingua inglese quella dei nati fra il 1945 e il 1964. L'Autore è nato nel 1945. Poco più avanti si parla della generazione X (nati all'incirca tra il 1960 e il 1980) e della generazione Y (nati tra il 1980 e i primi anni del XXI secolo) (NdT).
    2 Scott Seider - Howard Gardner, «The Fragmented Generation», in Journal of College & Character, vol. X, n. 4, April 2009, p. 2.
    3 Dal Manifesto dell'Associazione italiana transumanisti (versione sintetica). Vedi il sito www.transumanisti.it, alla sezione «Il transùmanismo».
    4 Alla «narrazione» del trionfo della tolleranza sul pregiudizio sono dedicate le pagine 70-74 di questo libro.
    5 William Gibson, Neuromante, Editrice Nord, Milano 1986, p. 6.
    6 Cfr. il capitolo «Un corpo, un dono» alle pp. 84-99 di questo libro.
    7 Si tratta di I want to live, un pezzo della popstar statunitense John Denver uscito nel 1977 nell'album omonimo.
    8 il sito secure/avaaz.org/it, alla sezione «Chi siamo».
    9 Vedi il link www.breitbart.com/Breitbart-London/2014/10/31
    10 Il primo è il Movimento internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (NdT).
    11 J.-J. Pérennès, Vescovo tra i musulmani. Pierre Claverie martire in Algeria, Città Nuova, Roma 2004, p. 335.


    (FONTE: Il bordo del mistero. Aver fede nel tempo dell'incertezza, EMI 2016, pp. 100-111)



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