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    Perché la nostra generazione ha perso l’entusiasmo della fede

    Scuola e catechismo a confronto

    Jacopo Morrone *


    I dati mostrano una grande adesione di noi giovani all’ora di religione in forte contrasto con una scarsissima partecipazione alle pratiche sacramentali: come si spiega? Partendo dal fatto che non tutti gli istituti riescono a fornire un’adeguata o interessante materia alternativa, effettivamente l’ora di religione fornisce a noi studenti importanti momenti di dibattito dove si può discutere liberamente su questioni che ci interessano come attualità, situazioni internazionali o aspirazioni future. Si deve pur pensare però che questi momenti di libero scambio di opinioni non hanno sempre a che vedere con la religione e potrebbero trovare spazio in altre ore scolastiche (anche se raramente accade) o addirittura fuori dall’ambiente della scuola.
    L’attrattiva dell’ora di religione è da ricercare quindi nel modo in cui le varie religioni vengono esposte. Ovviamente ogni professore italiano di religione, essendo cattolico, tende a mettere in risalto il cristianesimo, ma solitamente si cerca di trattare tutte le più diffuse religioni in modo imparziale. Personalmente durante l’ora di religione gli insegnamenti di Cristo non mi sono mai stati presentati come una verità assoluta. Scoprire nuove religioni, inoltre, è molto stimolante in quanto vivendo in un Paese dove la maggioranza degli abitanti è cattolica ed è forte l’influenza della Chiesa, fin da piccoli ci viene parlato molto e quasi unicamente della religione cattolica e pur nascendo in famiglie atee si è circondati quasi unicamente da parrocchie (è difficile trovare una moschea a Roma figuriamoci in città con una popolazione inferiore), è perciò molto interessante andare a conoscere nuovi modi di intendere la fede.
    Il luogo dove far avvicinare al cristianesimo non dovrebbe essere infatti la scuola bensì la parrocchia tramite catechismo, messe e altre attività. Ma come si spiega quel misero 5% di cui parla l’articolo qui sopra? Prima di tutto, molte volte i ragazzi portano un amaro ricordo della fede da quando erano piccoli. Non sempre i bambini scelgono in piena libertà di iniziare il percorso del catechismo o semplicemente di andare a messa la domenica, alcuni si sentono quasi obbligati. Inoltre, non sempre le attività parrocchiali risultano stimolanti per un bambino: a parte l’immancabile grest, cui ho partecipato con grande entusiasmo da piccolo ma che ricordo più per i giochi che per i momenti di preghiera e spiegazione del vangelo, la maggior parte dei bambini non coglie il senso della messa e pensa ad essa come una noiosa ora dove si leggono testi di duemila anni fa e si recitano sempre le stesse formule.
    Questo partecipare controvoglia alle attività può portare a vivere la fede come un’imposizione e non come un qualcosa a cui ci si avvicina autonomamente con quella libertà che secondo il cristianesimo Dio stesso ci ha donato, con un conseguente allontanamento dalla fede in età adolescenziale e una sfiducia in ciò che la Chiesa propone. Tutti i coetanei credenti che conosco mi raccontano di essersi avvicinati alla fede in modo autonomo e la maggior parte critica il catechismo tradizionale.
    Un altro problema è poi rappresentato dal fatto che i sacramenti vengono solitamente svolti in un’età dove si è ancora piccoli e non si ha una reale coscienza di ciò che si fa. Ad esempio la Cresima è la “confermazione” del Battesimo e impegna, come dice il catechismo, «a diffondere e a difendere la fede mediante la parola e le opere, come veri testimoni di Cristo», ma solitamente questo sacramento viene fatto da ragazzi di 12/13 anni e posso scommettere sul fatto che non tutti abbiano la piena coscienza che quella volta in chiesa hanno confermato di voler vivere la loro intera esistenza seguendo i valori di Cristo (è comune la battuta «ho fatto la cresima solo per i regali») o, pur sapendolo, non hanno la maturità necessaria a prendere una scelta di tale importanza.
    Sono cosciente che questo non sia un problema del catechismo in sé in quanto credo, ma sono convinto, del fatto che il catechismo fatto ai bambini non risulta utile poiché essi sono ancora in un periodo di crescita: la maggior parte delle volte infatti dopo essere cresciuti nell’idea che il mondo è stato creato da un Dio benevolo che vuole il meglio per noi si rimane perplessi durante l’adolescenza, dove ci si scontra con un mondo non tutto rose e fiori, ed è facile perdere l’entusiasmo della fede.
    Inoltre i bambini svolgono un catechismo proporzionale alla loro età, che non riesce sempre a colmare i dubbi adolescenziali in cui incorreranno crescendo; soprattutto, facendo finire il catechismo ad un’età preadolescenziale si rischia di far percepire la fede come un qualcosa legato puramente all’infanzia che verrà abbandonata durante l’adolescenza.
    Molte volte si sente parlare dell’universalità degli insegnamenti di Cristo e viene detto che sono sempre attuali, ma non sempre si riescono a scorgere i vari parallelismi della Bibbia con il mondo odierno, non cogliendo il legame con la realtà questi insegnamenti risultano astratti e inutili.
    È necessario quindi proporre un nuovo catechismo, interattivo, aperto al dialogo, che abbandoni la solita impostazione scolastica e che risponda ai nostri dubbi, un catechismo che, pur parlando degli insegnamenti di Cristo, li riporti all’attualità di tutti i giorni. Non si deve puntare sull’ora di religione come mezzo di istruzione cristiana poiché questa non dovrebbe ricalcare ciò che viene fatto in parrocchia, bensì suscitare domande di senso e portare a conoscere altre religioni e culture.

    * Alunno di quinto di un liceo romano

    FONTE: Osservatore Romano - 21 settembre 2024



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