Donarsi vita
servendoci vicendevolmente
come il Signore
ha fatto per noi
Mauro Maria Morfino
Vescovo di Alghero-Bosa *
La grazia sanante della Quaresima, ancora una volta, ci viene incontro per guarirci il cuore e rinnovare così l’esperienza della santa risurrezione del Signore Gesù nella nostra carne, nel nostro discepolato, nelle nostre relazioni, nei nostri affetti.
L’intera liturgia della Parola di questo tempo santo ci ricorda – ci riporta a cuore – ciò che Dio ha fatto per noi. I brani dai libri dell’Esodo, Levitico, Numeri, Lettera agli Ebrei nella Liturgia delle Ore e le tante pagine dei Profeti e le letture giornaliere del Vangelo nella liturgia eucaristica, ci fanno riascoltare le “testimonianze” salvifiche – le ‘eduyyot come le chiama il primo Testamento – poste da Dio a beneficio dell’umanità, di Israele, della Chiesa.
Quello che Dio ha fatto, la liberazione, è il fondamento di quello che Israele, la Chiesa, ogni credente deve fare perché, così amata e così liberata, può fare: perché amati si può amare; perché perdonati si può perdonare; perché fruitori di vita piena, vita si può offrire; perché liberati si può liberare.
Corre quindi un legame inscindibile tra queste due dimensioni: quello che Dio ha fatto per noi e quello che noi siamo chiamati ad essere e a fare davanti a Dio e ai fratelli.
Nella prima lettera di san Giovanni leggiamo: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16).
Egli ha dato la sua vita per noi: l’amore incondizionato del Padre ha fatto gratuitamente irruzione nella nostra vita nella persona del Signore Gesù che si dona a noi. Senza merito, dunque, ci ha raggiunto il Figlio, dono di amore del Padre.
Egli ha dato la sua vita per me è dunque la premessa irrinunciabile che ogni cristiano pone sempre, senza mai dimenticare, senza mai rinunciarvi, senza mai contrattare, senza mai relativizzare come movente di ogni scelta, di ogni attività, di ogni relazione, di ogni vocazione. Se dunque tutto ciò che sono e possiedo l’ho ricevuto gratuitamente dall’amore di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me, è altrettanto vero che tutto ciò che io penso, faccio, progetto, vivo come impegno, come vocazione personale e come relazione non può non andare d’accordo con questa realtà posta da Dio della mia vita: Egli ha dato la sua vita per me, per noi. Posso pensare, dire e fare tutto nella mia vita di credente, ma questo tutto deve poter andare d’accordo, sempre con la premessa Egli ha dato la sua vita per me. Tutto ciò che è dissonante con questo è cristianesimo decomposto e umano fallito.
Non posso da discepolo di Gesù usare gli altri, manipolarli, avvilirli, odiarli, giudicarli, costringerli perché non va d’accordo con il fatto che Egli ha dato la sua vita per me. Tutto ciò che sono e faccio come cristiano, come cristiana, si concretizza decisamente nella volontà di far vivere.
L’unico modo per mantenere ben ancorate l’una all’altra, fede e vita, è coniugare senza mai stancarsi ciò che Dio ha fatto per me e ciò che io faccio per gli altri. Quando l’armonia tra queste due dimensioni è salvaguardata e sempre rilanciata abbiamo il cristiano adulto. Perché è questo che fa la vita cristiana.
Tutte le fratture e le schizofrenie che in noi non vanno perfettamente d’accordo con la verità dell’amore posto gratuitamente da Dio per noi, tutto questo è la materia della nostra conversione in questo cammino quaresimale. Non possiamo rinunciare a questa verità e la nostra vita deve andare nella direzione dell’armonia, della comunione, della sintonia tra quello che crediamo e quello che facciamo.
I. Lavare i piedi = dare la vita = amare servendo
Desideriamo farci accompagnare in questa Quaresima verso la Pasqua da un brano unico nei Vangeli, raccontato solo da Giovanni. Un testo che bisognerebbe poter rileggere come se fosse per la prima volta, come se non l’avessimo mai letto in precedenza, con lo stupore dovuto alle notizie uniche, sconvolgenti, inattese. Gesù che lava i piedi ai suoi amici e discepoli (Gv 13,1-15).
Gesù che lava i piedi ai suoi sta offrendo la chiave di lettura ai discepoli disorientati e spaventati per ciò che stanno vedendo, per ciò che stanno vivendo. Il giorno dopo, colui che chiamano Maestro e Signore sarà innalzato in croce su quello sperone di roccia chiamato Golgota, appena fuori le mura di Gerusalemme. Per l’amore che Gesù porta loro, è indispensabile che i discepoli riescano a decifrare una tragedia di tale portata, uno scacco che potrebbe schiantare le loro vite. Lavare loro i piedi è indicare che a lui, a Gesù, non son sfuggite di mano le cose e che gli avvenimenti che si stanno precipitosamente succedendo non sono fatalità ingovernabili che decretano la vittoria dei nemici. Lavando i piedi ai suoi Gesù pre-annuncia loro che, ciò che avverrà domani – il calvario, la croce, la morte – non è tanto l’ineluttabile vittoria degli avversari quanto il compimento del suo desiderio di donare loro tutto se stesso, gratuitamente e totalmente. Cio che domani succederà, oggi, lavando i piedi ai discepoli, Gesù lo anticipa: la sua è infatti un’azione simbolica, profetica attraverso cui illuminare e sostenere questi amici così vacillanti e impauriti.
È vero: i discepoli, con Pietro a capo, stanno decifrando gli avvenimenti che interessano Gesù e loro, proprio come la incomprensibile e schiacciante vittoria del male. Per questo Gesù, lavando loro i piedi, offre loro il senso vero della Croce e della sua morte che domani riempirà la scena: la realtà non è il lavare i piedi oggi, ma salire in croce domani, vale a dire donare la vita senza nulla più tenere per sé, amarli “sine modo”. Smisuratamente.
Ecco perché Gesù lava i piedi ai suoi.
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Non mi laverai i piedi in eterno!».
Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non siete tutti puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Nella preziosità inestimabile di ogni parola del Vangelo, queste sono preziosissime. Qui è iscritta l’identità di Gesù. Qui è iscritta l’identità del discepolo. Qui ci è spiegato dal Maestro e Signore in che cosa consiste la vita cristiana. Cosa significa donare la vita. Amare. Servire.
È una delle pagine di Vangelo da tenere, almeno settimanalmente, sotto gli occhi, da affiggere nella propria camera e da ri-cor-dare spesso, molto spesso. Lo sia, per tutti e per ciascuno, particolarmente in questo tempo santo.
1. “Passare da questo mondo al Padre”
Il rito è descritto con molta puntualità perché chi legge interiorizzi bene come si svolge ogni gesto di Gesù. Pare proprio di vedere come una scena al rallentatore che aiuta chi guarda ad impregnarsi di tutta la carica simbolica delle azioni compiute da Gesù.
Il testo ci colloca in pieno contesto pasquale, di “passaggio”. Giovanni ci dice che si tratta del passaggio di Gesù “da questo mondo al Padre”. Che tipo di esodo è? È il passaggio dall’esperienza della condizione umana, limitata e povera, all’esperienza della condizione divina, ricca, colma. È il momento in cui la natura umana entra nella eternità, nella compiutezza, nel pieno del suo senso.
Gesù è totalmente uomo, fatto di carne come noi, impastato di una realtà destinata a corrompersi, a morire. Ma nel passaggio “da questo mondo al Padre” questa stessa carne diventa grondante di vita, vittoriosa, “divina”. Eterna, appunto: il Padre, nel Figlio Gesù, vuole rendere partecipe la carne umana della sua stessa vita, vuole renderla non disponibile alla morte, colma di Sé, della sua pienezza di amore, di verità, di libertà.
Ma come avviene il passaggio di Gesù “da questo mondo al Padre”? Il come di Gesù, in quella sua “ora”, in quel decisivo “suo” momento in cui manifesta il senso vero della sua vita, ci dice come passare – noi con lui – “da questo mondo al Padre”. Ci sono istanti della vita in cui bisogna dirsi nella più assoluta verità, dicendo in realtà chi si è e come si desidera spendere la propria esistenza.
In quel come di Gesù ci viene svelato e consegnato il come di noi discepoli: come si passa dall’oscurità alla luce? Come si passa dalla insensatezza al senso? Come si passa dalla morte alla vita? Come si passa dal disgusto al gusto del vivere? “Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine”.
Il passaggio “da questo mondo al Padre” avviene quando Gesù colma il dono di sé senza più nulla stringere a sé tra le mani, neppure la vita. Il come è amare “fino alla fine”. Il “passaggio” avviene quando Gesù non tiene più nulla per sé e di sé.
Quando la gratuità si fa dono colmo e totale, costi quel che costi. Lì, proprio lì, comincia a fluire la vita oltre ogni apparenza, oltre l’evidenza stessa della morte. Con quel come, Gesù ci dice che il modo certo attraverso cui la condizione umana diventa partecipe della vita divina, è nell’amare “sino alla fine”. Fine non come indicazione cronologica, ma come modalità di essere. Quando tutto è stato ormai trasformato in amore, Gesù passa “da questo mondo al Padre”; quando non gli è rimasto niente che non sia diventato dono, Gesù compie il suo passaggio. Quel come, per noi credenti nel Vivente, è il come che rende possibile la vita, che la rende sensata, che la rende piena. Eterna.
Gesù non compie nessun miracolo, nessun gesto spettacolare per passare “da questo mondo al Padre” né indica ai suoi particolari esperienze rituali o da iniziati per introdurli in quel passaggio. Spiega invece con il suo gesto che è solo la totalità e la gratuità dell’amore l’unico coefficiente capace di attuare questo esodo pasquale per vivere la stessa vita di Dio. Come lui, per lui e in lui, ciascuno di noi, tutti i giorni, tutte le volte che proviamo l’indispensabilità di “passare da questo mondo al Padre”, amando “fino alla fine”, possiamo entrare.
2. Sovranità onnipotente che serve. Anche Pietro. Anche Giuda
Gratuità non ha mai fatto né può far rima con potere. Il racconto di Giovanni ci dice cosa pensa Gesù di una cosa tanto umana e tanto problematica come la gestione del potere e come il Maestro e Figlio esercita il suo potere sui circostanti in modo che lo riconoscano Figlio inviato dal Padre.
Questo Gesù che è ben conscio “che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava”, gestisce il potere in modo unico.
Sconvolgente: Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Il contesto è quello del tradimento da parte di Giuda, uno dei Dodici scelto dallo stesso Gesù che sa cosa l’amico sta tramando. Secondo la declinazione mondana del potere, conoscendo l’intenzione e soprattutto avendo le possibilità di agire – il potere! – Gesù avrebbe dovuto bloccare Giuda. Se non annientarlo, neutralizzarlo. Invece no. Egli usa la sovranità divina che condivide con il Padre per lavare i piedi ai discepoli. Anche a Giuda. L’amore di Gesù resta eccedente anche sul traditore e il tradimento non inaridisce questa inspiegabile eccedenza. E tale eccedenza è per ridire a lui e agli altri che sta dando la vita proprio per loro, che non ha nessunao e nulla più prezioso di loro. Gesù impiega in questo lavare i piedi, cioè dare la sua vita cioè amare, lo stesso potere che condivide con il Padre. Gesù non intende usare quel tutto “che il Padre gli ha dato nelle mani”, se non in una dimensione di servizio gratuito. Non usa il potere né per mettersi in salvo, né per sconfiggere l’amico diventato nemico, né per fare gesti eclatanti che possano mettere in chiaro chi ha il coltello dalla parte del manico... Lo usa solo per dire l’amore incondizionato, l’amore che serve, l’amore che si fa dono gratuito: “Si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto”. È paradossale ma questo è il modo di Gesù di gestire la sua onnipotenza! Si può cingere dell’asciugamano/ grembiule solo perché prima si è “alzato da tavola” e ha “deposto le vesti”. Non è inutile ricordare che i verbi “depose” (Gv 13,4) e “riprese” (Gv 13,12) in riferimento alle vesti, sono i due verbi che, in greco, Giovanni usa per indicare la morte accettata liberamente da Gesù e l’uscita dal sepolcro (cf Gv 10,11.15.17). Questo legame con la morte di Gesù è ben confermato dal senso che Gesù stesso dà alla resistenza di Pietro.
Il servo di Dio don Tonino Bello, vescovo, ha parole profetiche su queste azioni di Gesù nell’ultima cena. Parole utili a tutti ma utilissime a me vescovo e ad ogni presbitero e diacono della nostra Chiesa: “Si alzò da tavola. Significa due cose. Prima di tutto che l’eucarestia non sopporta la sedentarietà.
Non tollera la siesta. Non permette l’assopimento della digestione. Ci obbliga a un certo punto ad abbandonare la mensa. Ci sollecita all’azione. Ci spinge a lasciare le nostre cadenze troppo residenziali per farci investire in gestualità dinamiche e missionarie il fuoco che abbiamo ricevuto. Questo è il guaio: le nostre eucarestie si snervano spesso in dilettazioni morose, languiscono nei torpori del cenacolo, si sciupano nel narcisismo contemplativo, e si concludono con tanta sonnolenza lusingatrice, che le membra si intorpidiscono, gli occhi tendono a chiudersi, e l’impegno si sterilisce. Se non ci si alza da tavola, l’eucarestia rimane un sacramento incompiuto […] Ma si alzò da tavola significa un’altra cosa molto importante. Significa che gli altri due verbi depose le vesti e si cinse i fianchi con l’asciugatoio hanno valenza di salvezza soltanto se partono dall’eucarestia. Se prima non si è stati a tavola, anche il servizio più generoso reso ai fratelli rischia l’ambiguità, nasce all’insegna del sospetto, degenera nella facile demagogia, e si sfilaccia nel filantropismo facciendiero, che ha poco o nulla da spartire con la carità di Gesù Cristo […] Depose le vesti. Chi sta a tavola dell’eucarestia deve deporre le vesti. Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Le vesti del dominio, dell’arroganza, dell’egemonia, della prevaricazione, dell’accaparramento, per ricoprirsi dei veli della debolezza e della povertà, ben sapendo che pauper – povero – non si oppone tanto a dives – ricco – quanto a potens, potente. Dobbiamo abbandonare i segni del potere per conservare il potere dei segni. Non possiamo amoreggiare col potere […] Il bagliore dei soldi anche se promesso per le nostre chiese e non per le nostre tasche, non deve mai renderci complici dei disonesti. Diversamente innescheremmo nella nostra vita una catena anti-pasque che arresteranno il flusso di salvezza che parte dalla Pasqua di Cristo. In una parola, depose le vesti per noi sacerdoti deve significare divenire clero indigeno, degli ultimi, dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli analfabeti, di tutti coloro che rimangono indietro o sono scavalcati dagli altri.
Si cinse un asciugatoio. Ed eccoci all’immagine che mi piace intitolare la Chiesa del grembiule [...] La Chiesa del grembiule non totalizza indici altissimi di consenso. Nell’hit parade delle preferenze, il ritratto meglio riuscito di Chiesa sembra essere quello che la rappresenta con il lezionario tra le mani, o con la casula addosso. Ma con quel cencio ai fianchi, con quel catino nella destra e con quella brocca nella sinistra, con quel piglio vagamente ancillare, viene fuori proprio un’immagine che declassa la Chiesa al rango di fantesca. Occorre riprendere la strada del servizio, che è la strada della condiscendenza – della synkatabasis – della condivisione, del coinvolgimento in presa diretta nella vita dei poveri. È una strada difficile, perché attraversa le tentazioni subdole della delega: stipendiare i lavapiedi perché ci evitino la scomodità di certi umili servizi. Però è l’unica strada che ci porta alle sorgenti della nostra regalità. È l’unica porta che ci introduce nella casa della credibilità perduta, è la porta del servizio. Solo se avremo servito potremo parlare ed essere creduti. Solo allora potremo riprendere le vesti sontuose del nostro prestigio sacerdotale e nessuno avrà nulla da dire [...] Solo se diventeremo servi fino in fondo, gran parte dei nostri problemi di vita sacerdotale saranno affrontati con chiarezza e risolti con gioia. La solitudine affettiva, le lacerazioni del cuore, l’incomprensione della gente, l’incomunicabilità con i fratelli, la difficoltà dei rapporti col vescovo, lo stress di un lavoro che snerva, l’incertezza economica, la penuria di mezzi per sopravvivere… non ci faranno paura. Basterà guardarsi attorno, e oltre alla turba dei poveri con i quali ci accompagniamo per giungere a Colui col quale – come dice S. Agostino – desideriamo rimanere, scorgeremo il volto di Cristo, protoservo, nostro fratello povero, che ci incoraggerà a testimoniare la speranza in un mondo nuovo che irrompe. Solo così l’eucarestia non rimarrà l’inerte dirimpettaia della nostra vita, ma sarà il filo di cui è intessuta tutta intera la tela della nostra esistenza” (T. Bello, Stola e grembiule, Molfetta 1993, 23-29). Che grazia grande poter noi, celebrare e vivere con questo cuore e in questo orizzonte la santa Eucarestia!
3. Pietro non vuol farsi amare così. Gratuitamente
Come dicevamo sopra, il dramma che attanaglia Pietro e i discepoli non è tanto il lavare i loro piedi da parte del Maestro, quanto piuttosto la sostanza profetica che intravedono nel gesto che anticipa la passione e la morte di Gesù. La reazione di Pietro a tale lavaggio quantifica la difficoltà che lui e i suoi compagni portano in cuore: accettare che la grandezza di Gesù dipenda dal suo atto di amore che gratuitamente e incondizionatamente li serve. Perché se questa è la realtà delle cose, ognuno di loro è debitore della vita a Gesù.
“Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. Ma come? Devo essere io a lavare i piedi a te, protesta Pietro. Il pescatore percepisce una stortura: il ruolo di inserviente, che sentiva ritagliato naturalmente per sé, lo vede invece impersonato da Gesù e capisce che non si tratta di un semplice “atto di umiltà” con cui il Signore intende ammaestrarli. Se fosse stato semplicemente un atto di umiltà Pietro, conoscendo Gesù, lo avrebbe capito e accolto senza difficoltà. Ma Giovanni non sta raccontando la lavanda dei piedi per trasmettere un insegnamento del Maestro sull’umiltà.
“Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo”. Dopo quando? Dopo cosa? Che significa dopo? Passando per il gesto simbolico dell’oggi – la lavanda dei piedi – che Pietro non capisce, deve entrare nel dramma di domani, venerdì santo.
Solo in quel dopo capirà dell’identità di Gesù, della sua stessa identità di discepolo e del gesto “strano” di servizio fatto da Gesù. Solo in questo dopo riuscirà a capire che lì sul Golgota, in croce, Gesù non è lo sconfitto, ma è il reale vincitore; capirà che Gesù davvero è “passato da questo mondo al Padre” e solo in quella pasqua scorre vita per tutti. Pietro capirà che quel gesto della lavanda dei piedi svela la sua reale portata con l’andare sulla croce, con il dare la vita per loro.
Incondizionatamente. Così Gesù consegna la stessa vita di Dio, eterna/colma a Pietro, ai Dodici, a tutti. Dopo capirà, ma oggi, quel gesto inatteso, non riesce a capirlo. E dunque non vuole accoglierlo: “Non mi laverai i piedi in eterno!”.
Pietro reagisce in questo modo non tanto perché, da discepolo, vuole risparmiare al Maestro l’umiliazione di lavargli i piedi, ma soprattutto perché ciò che intravede nel gesto di Gesù lo sconvolge e lo scandalizza. Lo sconvolge così tanto da impedire a Gesù di procedere nel suo intento. È uno sconvolgimento che i Vangeli hanno registrato puntualmente nel primo degli Apostoli… Ci è noto l’irrigidimento impaurito di Pietro di fronte al senso della croce e della morte preannunciato da Gesù stesso a Cesarea di Filippo: “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: Dio non voglia Signore! Questo non ti accadrà mai!” (Mt 16,22). Come conosciamo la parola del Maestro che sigilla il breve dialogo: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16,23).
Pietro si irrigidisce e rifiuta il gesto di Gesù perché comprende che se questi, lavandogli i piedi sta dando la vita per lui, egli stesso diventa debitore a Gesù della sua vita. Se Gesù ha dato la vita per lui, Pietro capisce di non appartenersi più, di non poter gestire in autonomia la sua vita facendo finta che tale dono non gli sia stato fatto o non lo riguardi.
Se dice di sì a Gesù che gli vuol lavare i piedi-dare la vita-amarlo, Pietro ratifica ciò che riceve. E la fatica di accettare tale gratuità è grande: “Non mi laverai i piedi in eterno!”. Cioè: lasciami in pace! Farmi amare in questo modo sconvolgente e gratuito che richiede la mia responsabilità, il mio esserci davanti a te e mi limita nell’autonomia, è troppo.
Pietro si scandalizza di Gesù. Il gesto compiuto dal Maestro dice senza ombra di dubbio che l’identità profonda che egli intende consegnare al discepolo Simon Pietro, è quella del servo. E questi non può accettare una tale identità per il suo rabbi, per il suo profeta e Messia. Il capo dei Dodici mostra a tutto tondo l’atteggiamento tipico della difficoltà di dar credito al Messia che Gesù incarna. È il comportamento di chi non vuol vedere la salvezza che sgorga dall’abbassamento, che non vuol vedere Dio impersonato da un servo. Così egli protesta. Ma non accettando l’opera di Gesù Messia-Profeta-Servo non accetta neppure l’opera di Dio.
“Se non ti laverò non avrai parte con me”.
Gesù dice a Pietro che la lavanda dei piedi non è facoltativa, ma la condizione per entrare nel Regno. Essere lavato, per Pietro e per il discepolo, significa accettare il messianismo di servizio e di sofferenza che Gesù impersona, essere coinvolto nel percoso messianico fino alla morte. Essere alla sequela di Gesù nella morte è una condizione per far parte del Regno, per conoscere realmente il Padre, per godere dell’intimità con il Figlio.
In fondo Gesù dice a Pietro: se non accetti di essere servito e amato gratuitamente da Dio che ti serve, si incrina profondamente il nostro rapporto e l’amicizia che ci lega. È tempo di fare la scelta di vivere realmente da amici: o ti stringi nella tua autonomia che non mi dà credito o accogli un’intimità di comunione di vita che mi prenda sul serio. Pietro, che ama Gesù e non vuole perdere per nulla al mondo l’amicizia con lui e la sua vicinanza, riesce a rispondergli: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”. Gesù con quel gesto fonda la relazione essenziale tra lui e il discepolo, tra lui e il credente di ogni tempo.
Ma l’irrigidimento impaurito di Pietro è il nostro stesso. Anche noi ci identifichiamo come amici del Signore Gesù eppure ci ritroviamo sempre troppo attenti a salvaguardare autonomie, autosufficienze e conduzioni ipernarcisiste dei nostri progetti, delle nostre relazioni, dei nostri affetti. Facciamo fatica a dargli effettivo spazio, a gestire le nostre cose tenendo seriamente conto della sua Parola, della sua persona, dei suoi stili di vita, delle sue preferenze, dei suoi gusti... Se in quella lavanda di piedi ci sono anche io, anche noi come cristiani di questa Chiesa diocesana, se abbiamo deciso di farci amare così dal Signore, a suo modo; se anche noi siamo debitori a lui della vita e della gratuità dell’amore, anche noi siamo saliti con lui su quella croce, anche noi siamo entrati in quella logica di servizio e di vita gratis data.
Per ciascuno di noi, allora, il Signore Gesù non può più rimanere estraneo alle nostre storie, alle nostre vite, ai nostri affetti, ai nostri affari. Da questo suo amarci smodatamente, siamo investiti tutti dal dono della vita ormai eterna.
Ricordiamocelo ancora una volta in questo tempo santo di Quaresima che ci porta alla Pasqua di risurrezione: per entrare in relazione con Gesù ognuno di noi deve lasciarsi lavare i piedi. Deve cioè accettare di vedere frantumarsi l’immagine che ha di Dio, che ha del suo Inviato. Deve deporre le immagini caricaturali di lui, foraggiate da una teologia contraffatta perché mai lambita dal Vangelo, da questa notizia Bella che è la lavanda dei piedi.
Siamo chiamati ancora una volta ad accettare un amore smodato, che non si può misurare umanamente, che è un amore sempre preveniente. Dire di sì, soprattutto, ad un amore immeritato. Per ognuno di noi questo è il grande ostacolo alla fede in Gesù: essere interiormente con-vinti di dover meritare l’amore. In Gesù che lava i piedi ai suoi – compreso Pietro renitente e Giuda che lo svende – ci è evangelizzato che l’amore di Dio non si merita, ma si riceve in dono. Sì, ripetiamocelo l’un l’altro in questa “quarantena benedetta”! Per questo Gesù chiede solo che ci lasciamo lavare i piedi da lui e ci promette che capiremo più tardi – dopo – il perché. In questa lavanda benedetta Gesù ci racconta Dio, ci racconta il suo amore, quell’amore che – finalmente! – non dobbiamo meritare. Un amore per il quale i piedi ci sono lavati anche quando noi non comprendiamo.
Pietro capirà dopo. Dopo essere passato anche attraverso l’infedeltà e quale infedeltà.
In questo tempo liturgico può risuonare in ciascuno, nel fondo del cuore questa domanda che dice tutto su Dio e tutto sull’umano: “Dimmi che immagine hai di Dio e ti dirò come tu vivi da uomo, da donna”. Se dunque tu credi che Dio, il Signore, può e vuole lavare i piedi a te, allora tu sarai capace, anzi sentirai la responsabilità e il dovere di lavare i piedi agli altri.
4. Immersi come il Figlio nella logica del dono: un esempio che è possibilità
Dopo il gesto della lavanda e dopo il dialogo con Pietro, l’evangelista riporta il dialogo che avviene tra il Maestro e la comunità dei discepoli: Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
“Avete capito quello che vi ho fatto?”. La domanda di Gesù ai suoi sposta l’attenzione degli ascoltatori dalla sua identità allo stile di vita dei discepoli, alla loro “mentalità relazionale”. Se la lavanda dei piedi è stata la piena rivelazione di chi Gesù è, della sua identità di Icona del Padre che nel Figlio serve l’umano, ogni umano, in questo frammento di dialogo la lavanda dei piedi diventa un paradigma esemplare, una possibilità donata che il Maestro propone e offre ai discepoli.
L’architettura del discorso è semplicissima: se io, il Maestro e il Signore ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Io ho fatto della mia vita un servizio verso di voi, voi dovete – perché così serviti, così amati, così raggiunti dal dono, potete – fare della vostra vita un dono di servizio gratuito gli uni gli altri.
Il comportamento di Gesù non è solo un esempio da cogliere tra i tanti presenti nel mercato della vita: lui si è comportato bene e noi cerchiamo di fare ugualmente. No. L’esempio di cui parla Gesù è la vita donata “per voi”. È il dono di sé a noi che arricchisce di lui la nostra vita, che ci dona di amare con il suo stesso cuore, con lo stesso cuore di Dio. Il “dovete” nasce dal fatto che quella logica di amore gratuito, di amore che serve, ci ha raggiunto e ha fatto irruzione nella nostra vita perché lui, il Maestro e il Signore, lo ha già fatto per noi. Dovete perché ora potete, perché entrate nel mio stesso passaggio “da questo mondo al Padre” amandovi senza più nulla tenere per voi.
È questa logica di dono nella quale Gesù ci ha fatto passare dando se stesso “per noi”, ad offrirci la possibilità di non avvinghiarci all’amore stringendolo, bloccandolo, esaurendolo per me. Ogni qualvolta l’amore non diventa transitivo – per te, per noi, per altri – svanisce, si svuota. E diventa amore “captivus”, amore imprigionato. Sì, amore cattivo, amore malato.
Il movimento dinamico, quindi, non è Gesùnoi/ noi-Gesù, ma è Gesù-noi/noi-altri. Ci aiuta nella comprensione di questo asse irrinunciabile della vita cristiana, ciò che Gesù dirà ai suoi qualche versetto dopo: “Come/poiché io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri” (Gv 13,34).
L’espressione “Come io ho amato voi” sulle labbra di Gesù non ha come logica conclusione “cosi voi amate me”. No. Il comandamento di Gesù è di tutt’altra natura: “Come/poiché io ho amato voi così voi amatevi gli uni gli altri”. È come se Gesù dicesse: quando mi ami realmente, mosso dall’amore gratuito che ti ho riversato, per ricambiarmi con lo stesso amore, ama chi ti trovi a fianco! Gesù lo si incontra e lo si ama solo amando coloro con i quali condividiamo l’esistenza. Perciò: Gesù ci ha servito (= ha dato la sua vita per noi) allo stesso modo quella vita eterna continua a fluire solo quando serviamo gli altri (= diamo la vita), amandoli con gratuità “come ho fatto io a voi”.
Le parole e i gesti di Gesù ci mettono davanti ad una spirale che si apre all’infinito: dal gesto semplice del lavare i piedi, quindi da qualunque tipo di servizio, di premura, di pazienza, di generosità nei confronti degli altri, giungendo fino all’essere smodati: dare la vita.
Ma il “dare la vita”, quotidianamente, si declina e si realizza concretamente in gesti parziali, limitati, piccoli. Feriali. Un sorriso, una stretta di mano, una gentilezza, un portare un peso dell’altro, un gesto di solidarietà, un dono, una risposta acida non data, una parola tagliente risparmiata, uno sguardo di disapprovazione convertito, una telefonata per rassicurare vicinanza nel dolore, nella gioia… Ma si capisce qual’è la logica di fondo.
“Dare la vita” non è una legge da codice civile o canonico o amministrativo dove tutti gli elementi e i confini sono definiti con la massima precisione. È una logica dove le applicazioni concrete sono da scoprire giorno dopo giorno. Non è detto in anticipo, né il Vangelo è un ricettario che indichi che cosa implichi vivere la famiglia, essere sposi, essere genitori, essere figli, essere amici, essere comunità parrocchiale, essere prete e diacono, essere frate e suora; non norma il lavoro, il tempo libero, la politica, la gestione dei soldi, dei beni, del potere… Nulla è preannunciato, tutto è da scoprire. Quello che è detto è la logica di fondo, quel corredo genetico che Dio- Servo in Gesù ha fatto e detto per noi: “Io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.
II. Lavare i piedi = fare Eucarestia = dare la vita
Sappiamo che il quarto Vangelo è l’unico scritto del Nuovo Testamento a raccontarci del gesto della lavanda dei piedi e l’unico a non riportare il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia.
Gli studiosi indicano diverse motivazioni, ma non è questo il momento per tentare neppure una sintesi di queste teorie. Certo è che tra il racconto della lavanda dei piedi riportato da Giovanni e il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia riportato dai Sinottici e da Paolo, vi è una consonanza, un nesso, una con-clamazione evidente.
Nell’Eucaristia Gesù si dà ai suoi dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi” (Lc 22,19). È il gesto con cui egli annuncia la sua pas- 23 sione e morte che si compirà l’indomani ma la rende già attiva, efficace. Egli dona sé stesso come pane, pane da mangiare. Mangiando di questo pane mangiamo di lui fattosi dono per noi, mangiamo la forza rinnovatrice della sua vita capace di spezzarsi, di darsi, di nutrire altri. Celebrare l’Eucaristia significa dunque lasciarsi lavare i piedi dal Signore, cioè lasciarsi amare dal Signore, cioè accettare la morte di Gesù come vita per noi, come dono per noi.
Quando Gesù lava i piedi ai discepoli – gesto, come dicevamo vedendo la reazione di Pietro, non facoltativo – questi si debbono lasciar amare, servire, perdonare. Gratuitamente. Celebrare e mangiare l’Eucaristia contiene precisamente tutta la logica della lavanda dei piedi: il Signore mi lava i piedi, quindi bisognerà che io lavi i piedi agli altri, ogni altro; quando celebriamo l’Eucarestia, il Signore si china a lavare i miei piedi, faccio memoria dell’amore con cui Gesù Cristo ha donato se stesso per me. Mangiamo l’Eucarestia non per devozione ma per ricevere, accogliere, condividere questo dono dell’amore di Cristo, che si dà a noi come pane spezzato, come sangue versato. Mangiato e accolto, esco per donarlo, non posso, non riesco, non devo trattenerlo per me: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”; “come io vi ho amato, voi amatevi gli uni gli altri”.
Che il Signore ci conceda di accettare questi due gesti di Gesù: lavarci i piedi e donarsi a noi come pane che si spezza per dare vita. E soprattutto ci conceda, attraverso questi doni inestimabili, di modificare la nostra immagine di Dio e di accogliere il suo amore: un amore che non dobbiamo meritare perché ci previene, un amore che non chiede neppure reciprocità, ma chiede solo di essere accolto e creduto. Perché noi cristiani dobbiamo essere, secondo la volontà di Gesù, nient’altro che quelli che credono all’amore (cf 1Gv 4,16).
Celebrando nelle nostre comunità l’Eucarestia in questo tempo di Quaresima, vogliamo diventare tutti più consapevoli del legame insopprimibile che corre tra il consegnarsi di Gesù come Dio-Servo nel suo gesto di lavarci i piedi e il suo darsi a noi come colui che spezza se stesso per i suoi amici perché, anche loro, possano vivere e amare come lui, il Maestro e il Signore.
III. Alcuni spunti per incarnare la Parola
Gesù lavando i piedi (= dando la vita= amando gratuitamente) “passa da questo mondo al Padre”. Il nostro “lavarci i piedi”, dandoci vicendevolmente vita, si concretizza in gesti, in affetti, in relazioni, in servizi. Non tanto e primariamente cose da fare quanto la concreta e storica opportunità di passare “da questo mondo al Padre” come Gesù, non tenendo più nulla per sé.
Rivisitiamo i nostri diversi “lavare i piedi” – personali e comunitari – chiedendoci quanto c’è del dinamismo del passaggio “da questo mondo al Padre” come Gesù ha fatto:
• quanto, servire, è esperienza di condanna e non di gioiosa liberazione; quanto è reale esperienza di Dio;
• quanto è autentica esperienza esodale e non stanziale: fuoriuscita da sé, incontro con l’Altro e con altri;
• quanto e cosa c’è da evangelizzare, convertire, cambiare in questi affetti, relazioni, servizi muovendosi da quel “li amò sino alla fine”.
Pietro si scandalizza di Gesù che gli si rivela come Messia-servo, come Dio-che-serve e non vuole accettare per il suo rabbi, per il suo profeta e Messia una tale identità. È il comportamento non-cristiano di chi rifiuta di accogliere la salvezza che si manifesta nell’abbassamento, nello svuotamento e che non vuol vedere Dio impersonato da un servo. Ma “se non ti laverò non avrai parte con me”. Rivisitiamo le idee ed immagini caricaturali, non evangelizzate, che abbiamo di Dio e del suo Cristo:
• anche io come Pietro protesto e mi scandalizzo per questo Gesù, Messia-Servo. Ma se non accetto questo Gesù, non accetto l’opera salvifica del Padre;
• quanto è motivo di gioia profonda che il Padre, in Gesù, mi ama senza condizione, immeritatamente, gratuitamente;
• nella mia vita cristiana e nella mia vocazione specifica mi faccio garante di un Dio potente, fulminante, vendicativo o del Dio svelato da Gesù? Gesù usa il potere che è la stesso che condivide con il Padre, per lavare i piedi ai discepoli: “il Padre gli ha dato tutto nelle mani” e Gesù vive tutto questo potere in una dimensione di servizio, non usando il potere né per mettersi in salvo, né per sconfiggere l’amico diventato nemico, né per fare gesti eclatanti che possano mettere in chiaro chi ha il coltello dalla parte del manico... Lo usa solo per dire l’amore incondizionato, l’amore che serve, l’amore che si fa dono gratuito. Si mette a lavare i piedi dei discepoli. Gesù impiega così la sua onnipotenza.
Rivisitiamo i nostri diversi “poteri”, personali e comunitari, grandi e piccoli, in vista o nascosti, verificando quanto c’è di genuinamente evangelico:
• quanto ci blocca, ci paralizza nel servire, il fatto che dando la vita, ci possano essere intorno a noi e tra gli stessi beneficiari, qualcuno che tradisce. Gesù sa e non fugge, continua a lavare… è l’unico modo per far capire ai Dodici che li ama veramente, che per loro sta dando la vita, che vuole che passino anche loro “da questo mondo al Padre”;
• quanto commisuriamo il senso del nostro servizio, del nostro lavoro, delle nostre relazioni al successo, all’apparenza, al tornaconto;
• quanto siamo consci che sempre il servizio per amore, è fecondo e rinnova realtà anche cadenti, anche apparentemente senza futuro; Gesù, lavando i piedi a Pietro, amandolo senza condizione, gli fa scoprire che non può fare quello che gli salta in mente della sua vita, ma deve tenere conto di Gesù che ha dato se stesso per lui. Gli fa scoprire che vivere è essenzialmente essere responsabile.
Rivisitiamo le nostre autonomie e autosufficienze personali e comunitarie:
• quanto i servizi – diversificati e molteplici in ogni storia umana – diventano più importanti del servizio da offrirci, da credenti, vicendevolmente: indicare il primato di Dio nella nostra vita, rilanciare la fraternità, accogliere e donare perdono:
• quali realtà della nostra esistenza viviamo in modo autonomo, dove il servizio è una scusa per essere piccoli despoti o isole inaccessibili, o intoccabili signorotti…
• quanto traspare dai nostri stili di vita personali e comunitari che Dio è realmente il Sommo Bene e, di conseguenza, che gli unici servizi che evangelizzano sono quelli che indicano Lui, che rimandano a Dio e al suo amore gratuito e che tutti gli altri stili e logiche che non rispondono a questo primato, devono essere lasciati o evangelizzati.
Anche quest’anno, come gesto concreto di questa compartecipazione efficace della vita eterna che Gesù ci dona senza condizione nel lavarci i piedi e nello spezzarsi per noi, desideriamo camminare in questa Quaresima verso la Pasqua con un rinnovato desiderio di conversione, di condivisione, di solidarietà.
Papa Francesco, nel suo messaggio per la Quaresima ci indica su cosa poggiare volentieri il nostro sguardo: “a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle […] Questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona […] La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà.
Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e non duole”.
* Messaggio per la Quaresima 2014
















































