Il silenzio
di una vita più grande
Lettera ai giovani
Donato Negro
Carissimo/a,
in questo tempo complesso che tutto mette in discussione ed espone uomini e cose a seri pericoli, torno spesso a pensare ai tuoi silenzi.
La cosa mi sconcerta, e non poco. Escludo che tu non abbia niente da dire e con sempre maggiori difficoltà riesco a capire un po’ più a fondo cosa possono voler significare questi tuoi lunghi silenzi. Può darsi che sia una sorta di estraneità nei confronti di ciò che non ti interessa, non ti appassiona, non ti scalda il cuore; oppure un amaro sentimento di rassegnata non appartenenza ad un mondo che non senti tuo, forse poco interessante e disancorato dai modelli sorpassati che noi adulti abbiamo in mente e che purtroppo non riusciamo ad innovare secondo le tue più profonde esigenze. Ma può anche darsi che il silenzio sia un momento intenso in cui l’animo raccoglie l’esistenza dispersa dei tanti luoghi del tempo e ne assapora delicatamente la bontà costitutiva.
Come Vescovo mi chiedo se e come la bella notizia di Gesù Cristo possa far breccia nel tuo silenzio, non per spezzarlo, ma per raggiungerti. Ancora più radicalmente, mi chiedo se e come questa ‘notizia’ possa in qualche modo destare il tuo interesse. Perciò ho deciso di scriverti questa breve lettera mosso dalla certezza che, al di là di facili apparenze e opinioni diffuse, c’è sempre qualcuno disposto ad ascoltare, sia tra coloro che cercano, sia tra quelli che, secondo i numeri e le statistiche, hanno preso congedo da questioni di questo genere.
Non si tratta di accontentarsi subito, né di entusiasmarsi facilmente. La questione giovanile nel suo complesso non si riduce all’alternativa tra interesse e rifiuto, ma nel coraggio e nella qualità della proposta che noi ‘Chiesa’ abbiamo da offrirti. Di certo, coloro che non hanno la fortuna di incontrare la Buona Notizia e che naufragano quotidianamente nel consumo ambiguo, disordinato e disturbato della vita non sono pochi, ma ci sono anche ragazzi e ragazze che si portano dentro un’immensa attesa e che, come te, desiderano connettere la propria esistenza alla prospettiva del ‘mistero’.
È forse la ricerca di un progetto? Una domanda inespressa o appena singhiozzata? Un bisogno che affiora subito e subito dopo torna a sonnecchiare? Uno scampolo di sogno? Un tratto di utopia? Di fatto, c’è, ed è proprio dei giovani ‘desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare’. Perciò, come cristiano e discepolo di Gesù, che crede alla vita piena del Vangelo, non posso non sentirmi interpellato da questo pur debole e tacito cercare.
Chiedo pertanto allo Spirito di Dio che mi aiuti a non deludere la tua ricerca, a non mollare di fronte alla complessità del tuo mondo, a non sciupare le occasioni. Non avrei pace se disertassi la speranza che non delude, quella sola che quotidianamente sollecita noi credenti ad annunciare con i fatti e le parole che la pienezza della vita è tutta nel mistero di Dio donatosi in Gesù.
Sono forse un illuso che chiude gli occhi davanti ai duri scenari di ogni giorno? O sordo alle voci di quanti dicono che Gesù Cristo è argomento sorpassato? La scommessa è tanto alta quanto appassionante. Senso e speranza sono come le due facce di una stessa inquietudine: riguardano tutti, superano le nostre personali esperienze soggettive e travalicano persino i confini ufficialmente ecclesiali.
Non sono in grado di fornire dimostrazioni né ti scrivo per insegnarti teoremi vincenti. Di fatto, non ho il polso di quel che la grazia dell’invisibile Dio opera efficacemente a nostra insaputa. Questo solo so: l’amore alla vita mi porta a riconoscere la presenza di Gesù nella tua inquieta straordinaria condizione giovanile.
Ti scrivo, dunque, per entrare insieme a te, per pochi minuti, in questa formidabile esperienza riportata nel Vangelo di Giovanni.
“Il giorno dopo Giovanni il Battista stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’Agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1, 35-38).
1. Un giorno, lungo il fiume Giordano, Giovanni Battista, smorzando i toni pesanti e rudi della sua voce di profeta e contestatore, riconosce nell’Uomo che avanza verso lui l’Agnello di Dio: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie il peccato del mondo; questi è Colui di cui dissi, è Lui il Figlio di Dio”. Lì, tra la folla che si accalcava per ricevere il battesimo secondo la consuetudine antica e gli sguardi indiscreti dei farisei venuti a controllare l’operato del profeta, affiora la figura dei due discepoli, di cui il Vangelo non segnala tratti particolari né doti straordinarie.
Li possiamo immaginare come due giovani tra tanti, due storie di ordinaria semplicità, segnate dal lavoro, dalle tradizioni dei padri, dal quotidiano impegno per il mare e, forse, dalla ricerca indistinta di qualcosa o di qualcuno che dia una svolta alla vita: qualcuno o qualcosa che squarci gli orizzonti di una religione che stenta a rinnovarsi in modo autentico.
Sono lì. In una sorta di silenzio che cerca e ascolta. Non un vuoto mutismo, ma un silenzio pieno, pari al tuo, diretto a sorpassare l’immediato e incurante persino di tanti piccoli beni che spesso ingombrano la vita. Un silenzio di una doppia distanza, che da un lato, li tiene lontani da ciò che, per quanto ‘comune’, nasconde le tresche dei profittatori e i contorti interessi dei furbi; e che, dall’altro, li spinge a cercare qualcosa di autentico: idee da realizzare e soprattutto persone significative che li sappiano ascoltare. Anche questi due discepoli, come vedi, da tempo diffidavano in cuor loro di certi sedicenti portatori di cultura che non sapevano far altro che ripetere parole vecchie, bravi a rimestare vento e a produrre discriminazioni e ineguaglianze.
2. Se è come penso, tu hai perfettamente ragione e fai bene a prendere le distanze coprendo con il tuo impenetrabile e infastidito silenzio l’enorme cumulo di quotidiane assurdità. È bello sapere che tu, come i due discepoli, non ti rassegni ad una realtà che somiglia ad un gioco di specchi e di maschere. Ti capisco e ti incoraggio in un cercare che non sia mai sopraffatto dello scoraggiamento. Che qualsivoglia delusione non ti spinga giammai a barricarti nel perimetro di una vita piccola piccola.
Le risposte che noi adulti diamo ai tuoi problemi – me ne rendo conto – non sono adeguate. Purtroppo, la differenza generazionale è notevole e disturba la serena comunicazione: tu chiedi di essere ascoltato, e noi non facciamo altro che parlare; tu vorresti aprirti sulle cose che ti stanno a cuore, e noi, invece, continuiamo a distribuire consigli e ricette d’altri tempi; tu desideri l’incontro, il confronto, l’unità, la festa, sogni spazi nuovi che permettano di creare interfacce con tutti gli aspetti della vita, e noi continuiamo a dire sempre le stesse cose, anche se con lo sforzo di aggiornare le parole.
Probabilmente le nostre paure, i nostri sospetti, come pure i non pochi spettri da tenere nascosti nei nostri armadi, non ci permettono di lasciarci interpellare sino in fondo dalle tue domande. Succede così che la distanza si trasforma in abisso e il dialogo si fa impossibile. Continuamente frustata dalla nostra incapacità a cogliere i processi e le trasformazioni che toccano in radice l’esistenza, la tua ricerca si trasforma in capriccioso ed autonomo fai-da-te che, alla fine, ti rende facile preda dei rassicuranti inviti a consumare che ci circondano da ogni lato o a conformarti alla moda del momento per essere qualcuno, come se ‘essere’ sia una cosa che si compra e non, invece, un dono che si accoglie e si cura.
3. Incuriositi, a distanza e in silenzio, seguono l’indicazione di Giovanni Battista e si mettono a seguire Gesù. Camminano in silenzio sino a quando finalmente Gesù si volta e domanda loro: “Che cercate?”. Non è solo la prima domanda di Gesù riportata dal Vangelo, ma si tratta delle prime parole che la Parola fatta carne rivolge agli uomini. I due discepoli ricevono non l’imperativo “seguimi”, ma una parola che li attrae verso la persona del maestro.
Questa domanda – come scrivono i Vescovi italiani – tende a “suscitare e riconoscere un desiderio […]. È la domanda che Gesù rivolge a chiunque desideri stabilire un rapporto con lui: è una ‘pro-vocazione’ a chiarire a se stessi cosa si stia cercando davvero nella vita, a discernere ciò di cui si sente la mancanza, a scoprire cosa stia realmente a cuore. Dalla domanda traspare l’atteggiamento educativo di Gesù: egli è il Maestro che fa appello alla libertà e a ciò che di più autentico abita nel cuore, facendone emergere il desiderio inespresso. In risposta, i due discepoli gli domandano a loro volta: “Maestro, dove dimori?”. Mostrano di essere affascinati dalla persona di Gesù, interessati a lui e alla bellezza della sua proposta di vita. Prende avvio, così, una relazione profonda e stabile con Gesù, racchiusa nel verbo ‘dimorare’”.
La scena è tutta dominata dall’iniziativa di Gesù, che però non dà ordini, ma rivolge loro una domanda – che cercate? – e, a seguire, un invito – venite e vedrete – che dà inizio ad una conversazione apparentemente normale. Per un attimo i due discepoli si lasciano abitare dalle parole del Maestro a cui confidano quelle attese e ragioni che progressivamente Lui corregge e indirizza verso altri obiettivi. Il Vangelo lo dice chiaramente: i due vanno e stanno con Lui. Intuiscono che solo fermandosi con Lui possono imparare a ‘vedere’ e ad entrare nel cuore della proposta.
Il senso mi pare ovvio: non c’è conoscenza per sentito dire che porti alla fede o che abiliti ad essere buoni testimoni. È la permanenza con Gesù che disillude le false aspettative e apre all’essenza stessa del discepolato: chi dimora con Lui riceve ogni confidenza.
4. Già assetati e da tempo sulle tracce del senso, i discepoli colgono nella domanda di Gesù il massimo di creatività per la loro esistenza in ricerca. Mi piace pensare che essi, sebbene vagamente, accolgano quella domanda come un orizzonte spalancato su qualcosa di straordinariamente grande e che li invita ad un doppio e coordinato movimento: ‘uscire’ fuori e, nello stesso tempo, ad ‘entrare’ in sé.
Chi ha creato il cuore dell’uomo sa che per poter realizzare il massimo dell’uscita da sé è necessario il massimo di interiorità. Il ‘fuori’ è, infatti, autenticamente percepito nel ‘dentro’; e il ‘dentro’ è autentico nella misura in cui è in sintonia con il ‘fuori’. È in questo modo che il ‘dentro’ libera dalle illusioni della realtà di ‘fuori’ e il ‘fuori’ dal sazio e intimistico narcisismo del ‘dentro’. Nessun desiderio è possibile se non ci separa da sé. Solo il bisogno immediato può fare a meno dell’esodo perché è appunto ‘soltanto’ un capriccio. Due movimenti complementari o, meglio, direttamente proporzionali, convergenti come quelli del perdere e del ritrovare, secondo quella dinamica dell’esodo che Gesù riprende e modula in diverse forme: è necessario perdere per guadagnare, distaccarsi per ritrovarsi, marcire per portare frutto.
La domanda posta da Gesù pone i discepoli in una dinamica del tutto comprensibile: solo provando a staccarsi da se stessi possono accedere ad un’autentica esperienza del limite non per registrare l’ennesimo fallimento, ma come condizione base della loro reale identità. Non si può tra-scendere senza passare per il limite, così come non si può amare senza passare per l’altro rispettando i limiti della differenza e della diversità. Solo così possiamo dare un contributo speciale, singolare, unico e rispondere ai desideri profondi dell’identità umana che, da una parte, è fonte continua di riconoscimento e, dall’altra, inesauribile energia di entusiasmo.
Intendiamo bene! Mettercela tutta, aprire varchi tra le mille sfide di ogni giorno, desiderare di essere una persona riuscita e realizzata in maniera originale è un’aspirazione del tutto legittima. L’importante è che questa lotta per la singolarità non si trasformi in ambizione individualistica animata dalla legge del più forte o ispirata alla banalità vezzosa di chi, cercando affannosamente tra le tracce del quotidiano, cede alla pigrizia di rimandare a domani o, peggio, si lascia convincere ad approfittare dell’oggi. In questo modo, la passione per la vita non sarebbe un progetto, ma un’umile corsa lungo qualsiasi strada aperta sgomitando.
È giusto che tu disegni la tua irripetibile identità scegliendo le coordinate del tuo rapporto con il mondo e con la realtà. Anzi, la tua generazione è più fortunata della mia, perché non è più sotto la stretta dipendenza di tradizioni e ideologie che imponevano solo alcuni modi di fare e di vivere. Nessuno può negare il diritto di individuare e scegliere i valori sui quali costruire la vita. Ciò che voglio sottolineare è che anche la libertà più ‘libera’ ha comunque bisogno di una bussola per dirigersi da qualche parte. Sarebbe grottesco se, una volta liberi, ci trovassimo a brancolare senza direzione e senza meta.
5. A questo proposito il Vangelo suggerisce una logica radicalmente diversa da quel silenzio che opprime ed esplode, da quello cioè che, lungi dall’essere scrigno del mistero, è continuamente rimosso mediante chiassose vie di fuga. Penso a quel silenzio prodotto dai mille rumori artificiali con cui ci si sforza di stordire l’esistenza, pur sapendo che non è così che si accede alla felicità e si riesce nella vita. Lo strano silenzio che abita il rumore non custodisce nulla e quello ben più sordo e doloroso che lo accompagna non ci fa sentire importanti, non ci dice che la vita non sarebbe la stessa senza di noi, anzi, ci ruba l’unicità, ci consegna allo squallore della massa indistinta, ci omologa agli standard definiti chissà dove; ci fa stare in mezzo agli altri, ma non con gli altri né ci fa esistere per gli altri.
Su questo forse abbiamo opinioni diverse, ma è qui, a mio parere, che ritrovo il nodo cruciale della crisi che stiamo attraversando, la quale non tocca soltanto l’organizzazione della vita, ma le relazioni e i rapporti tra le persone che della vita sono la materia prima ed essenziale. Il silenzio che opprime è destinato, prima o poi, ad esplodere: c’è sempre una calma che precede la tempesta! Il fallimento della società nel suo complesso – vedi i suoi riflessi nella cosiddetta emergenza educativa – segna l’esperienza dei giovani da parte a parte, sino a quella forma di passione per il rischio vissuta con agghiacciante temerarietà.
Non intendo elencare questi giochi, né discutere se con essi testimoniamo la virtualità del corpo e la capacità di infrangere ogni limite. Quel che mi preme sottolineare è il grigiore di questi modi distorti e disturbati di segnalare la propria esistenza, di dire ‘ci sono’, di vedere se, caso mai, dal rischio estremo possa guadagnare qualche fiotto di senso. Non è certamente in questo senso che quella umana è ‘una vita spericolata’, se non altro perché la passione per il rischio e la sfida al limite esterno non sono che sintomi di una profonda disaffezione sociale, spie di una vistosa ferita di non-appartenenza, tratti di una vita muta che esplode per elemosinare uno spazio di esistenza o chiedere un briciolo di riconoscimento.
6. Di tutt’altro fascino è invece la domanda di Gesù, gravida della possibilità di un nuovo inizio, carica di trepidazione e di promesse, come l’inizio delle storie dei fidanzati che non sanno come andrà a finire, eppure sono certi di essere entrati in una situazione nuova e totalmente affascinante.
D’altra parte, non è forse il ‘ricominciare’ che permette di crescere e di andare avanti? La vita non è un monotono e continuo svolgersi dello stesso filo, ma una trama di cominciamenti, di ri-significazioni, di ri-prese, di ri-progettazioni. È nella forma dell’argilla continuamente riplasmata dalla storia e dalle storie che accediamo alla maturità. Le sempre nuove percezioni di noi stessi ci aiutano ad andare avanti e a risistemare le inevitabili distorsioni, a rivedere le percezioni erronee, a correggere le sempre possibili deformazioni. Colui che cerca sente il bisogno di cercare ancora persino quando ha trovato: ogni evento, ogni cosa, qualsiasi persona hanno sempre nuovi orizzonti da svelare. L’amore vero si esprime nella continua scoperta di profondità sempre nuove, nel valorizzare tutto quel che ci viene dagli altri e nel rimuovere le deprimenti presunzioni di essere degli arrivati.
“Che cercate?” è dunque la domanda in cui si raccoglie tutta la proposta di una vita autenticamente riuscita. Più che all’udito, è domanda che va dritta al cuore e colpisce in pieno la nostra libertà sollecitandola a rispondere in maniera nuova e creativa. Le domande che vengono da Lui rigenerano le nostre abitudinarie interiorità, dimezzano la statica forma delle realtà consolidate, rimettono in discussione il troppo pieno delle convinzioni e delle convenzioni acquisite: quel troppo pieno che a volte non consente di fare spazio all’ ‘Altro’. D’altronde, se all’origine non vi fosse una domanda, cosa sarebbe la nostra vita? Nessuno può rispondere al posto di un altro, perché Dio vuole un rapporto personale con ognuno di noi.
7. Perciò, carissimo/a, è necessario un silenzio che accoglie e che sogna una vita condivisa. Chiudersi davanti ad uno schermo, lasciarsi intontire da realtà solo virtuali, evitare gli altri perché sono diversi, perché hanno altre sensibilità o altri modi di concepire il mondo, sono cose che squalificano la tua bella età. Tenersi al riparo dagli altri riduce l’esistenza ad un rincorrersi di attimi vuoti, così come mancare la ricerca della ‘vita più grande’ significa condannare l’anima alla desertificazione.
Al contrario, il silenzio che lavora alla cura di sé assumendo tutto il personale carico di vita riempie il tempo di significative produzioni di senso. Nel confronto, infatti, ciascuno sperimenta i propri limiti, mette alla prova i giochi della vita e verifica realisticamente le garanzie delle tante nostre promesse a cui corriamo dietro. È la gratuità che ci fa maturare una personalità capace di donare e di essere propositiva in ogni contesto, perché dà forma autentica al proprio modo di esserci. Dal dono spontaneo alle forme più istituite ed organizzate, la generosità contesta questo mondo sempre più individualista e ci impegna alla costruzione di una società solidale in cui ognuno è ed opera a vantaggio degli altri.
Il desiderio è l’inizio ed il movente di ogni avventura. Abita ciascuno di noi sin dall’inizio e ci spinge a camminare sino alla fine. Il cielo azzurro, la strada, il luogo dove sono, gli amici, i talenti e i progetti, i successi e le disfatte, le stelle bellissime alla sera, un gesto generoso, un’occasione in cui sei stato benissimo anche senza trasgressioni, un legame che ti fa crescere e stare bene: tutto ciò ci interroga sul nostro essere fatti per il bene. Certo, non mancano tratti neri nel cielo della nostra esistenza e dei nostri affetti. Chi non ha mai vissuto qualche momento buio sul piano personale o familiare? Troppi soffrono perché sono soli, delusi, fatti fuori. La statistica è una brutta scienza: offre notizie ma non soluzioni, lancia gli allarmi ma non indica rimedi. Una cosa però è certa: noi cerchiamo qualcosa di più, qualcosa di più bello e più grande. E, là dove il sogno spinge all’impegno, la vita inizia a trasformarsi in Buona Notizia.
8. C’è, infatti, un di più di autenticità che non è possibile reperire altrove, come avvertono i discepoli quando, alla domanda di Gesù, non possono che rispondere con un’altra domanda – “Maestro dove abiti?”. Osano spingere la richiesta molto più avanti mossi dal desiderio di imparare qualcosa. È una domanda importante: non mera curiosità del domicilio, ma espressione di un profondo desiderio di relazione, richiesta di uno spazio di intimità, di un comune luogo di frequentazione, di un’appartenenza.
È una domanda che risponde ad una condizione fondamentale dell’esistere, ma che non è facile trovare a portata di mano. Spesso coloro che si fanno seguire – penso, ad esempio, alle stars dello spettacolo – evitano questo argomento, per così dire confidenziale; anzi, si circondano di bodyguards perché nessuno entri nella loro vita privata, spesso così lontana e diversa da quello che dicono o cantano in pubblico. D’altra parte, relazioni senza ‘dimora’ – qualora esistessero – non sarebbero che legami deboli, e consumistici. Una vita senza dimora fissa sarebbe una continua negazione di quei limiti e conflitti di cui, paradossalmente, abbiamo bisogno per crescere.
“Dove abiti?” è come dire “Chi sei?” o, più concretamente, “come vivi?”. Non si tratta di un semplice bisogno di “fare esperienze”, se non altro perché ritenere che la pienezza della vita dipende dalle esperienze accumulate e consumate è una tragica illusione. La voracità delle esperienze – anche nell’ambito della fede - oltre a renderci dilettanti, è il sintomo di un malessere che tende a distrarci dalla profondità di noi stessi. Qualsivoglia ‘esperienza’ infatti, prima ancora di essere questione di contenuti, è un modo di abitare l’umano in senso dinamico. Anche quella di fede, la quale non è una conoscenza specialistica della Sacra Scrittura, ma quell’abitare l’umano che fa accadere la Parola in tutta la sua divina e incatturabile paradossalità.
La comune frequentazione è in sé condividere uno stile concreto che ovviamente non smette di domandare ulteriormente e di continuare a cercare in quanto pone le esigenze dell’amore, dell’appello, della responsabilità, del dono.
Secondo il Vangelo, il bisogno di una casa e di un maestro da seguire si compie definitivamente nel fermarsi “presso di lui” (Gv 1, 39), in un abitare che dice di più di quel che dice, che canta la Parola e lascia parlare, in una condivisione che, nell’abitare i luoghi concreti della vita, consente di cogliere i segni di un Dio che sempre ci precede. È così che ci si mette in gioco: cercare, progettare, anelare alla libertà, muoversi su un piano che è molto più interessante di quello del pensare o del conoscere.
Esiste, dunque, una dimensione del silenzio che è una responsabilità diretta ad investire tutto se stessi nella proposta di Dio. Gesù, infatti, non si attarda a spiegare di cosa si tratta né mette in chiaro i punti salienti della sua ideologia, ma li invita a casa sua, all’amicizia e all’incontro. Secondo la narrazione evangelica, i due rimangono con Gesù sino a sera, ossia sino a quando tramonta ciò che è vecchio e nasce la gioia di aver trovato ciò che cambia la vita.
9. A questo punto, non mi resta che chiederti scusa a nome di tutti noi adulti che forse ti abbiamo dato tutto tranne ciò di cui hai davvero bisogno: riempiendo la tua vita di cose, l’abbiamo svuotata di affetto, di compagnia, di modelli sino a renderti prigioniero e insoddisfatto delle cose.
Oltre a chiederti scusa perché ho osato invadere con le mie parole il tuo silenzio, approfittando della tua disponibilità, ti auguro che l’amore di Dio per noi aumenti la tua gioia e ti spinga a rimanere vicino ai meno favoriti, ai poveri. Tu che sei molto sensibile all’idea di condividere la vita con gli altri, non passare oltre alla sofferenza umana, dove Dio ti attende perché tu offra il meglio di te: la tua capacità di amare, di compatire, di servire.
Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente: questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso.
Ti auguro, perciò di vivere senza venderti e senza lasciarti comprare, senza etichette e senza distinzioni, senza altro nome che quello di persona umana. Ti auguro di vivere senza seminare vittime lungo il cammino della vita, senza sospettare o condannare nemmeno a fior di labbra, di lottare per un mondo dove ognuno possa reclamare il diritto di esserti fratello.
Se puoi, scrivimi. Mi farai felice.
Otranto, 10 febbraio 2014
don Donato, Arcivescovo
















































