Prima catechesi
Saldi nella fede
Mons. Ignazio Sanna, Arcivescovo di Oristano
1. Benedetto XVI ha scritto che “nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più” (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, 12 marzo 2009).
Tutta una serie complessa di cause non mettono tanto in questione l'esistenza di Dio quanto pongono interrogativi sulla sua qualità: quale Dio si può concepire di fronte all'oppressione dei più deboli, alla barbarie dei popoli più civili, all'ingiustizia nella vita individuale e sociale? E non trovando risposte convincenti di fronte a questi interrogativi, il Dio cristiano viene alla fine sostituito dai molti dei di Omero, la “vera religione” dalle molte religioni, l'unico salvatore dai molti salvatori. Il moltiplicarsi degli dei e dei salvatori è inversamente proporzionale alla onnipotenza dell'unico Dio e dell'unico salvatore. Quanto più gli dei si moltiplicano, tanto più deboli e “sostituibili ” essi sono.
Forse più che dell’eclissi di Dio si potrebbe parlare di diverse metamorfosi di Dio: da un Dio personale a un Dio impersonale; da un Dio trascendente a un Dio immanente; da un Dio maschile a un Dio femminile. A prescindere, comunque, da queste metamorfosi e dalle difficoltà esistenziali avanzate dall’esperienza del male e dalle difficoltà razionali teorizzate dagli atei professi, Dio non è circoscrivibile dai nostri concetti, dalle nostre rappresentazioni. Il Convegno ha messo in luce che Dio è amico degli uomini, non è il dio dell’olimpo, lontano dalle gioie e dalle sofferenze degli uomini. È il Dio che ascolta il grido di aiuto del popolo eletto e, quindi, di ogni uomo. È il Dio che in Gesù si è rivelato come padre. È il Dio che si rende presente nei segni sacramentali, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, poiché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18, 20).
2. Il rapporto tra fede e orizzonti di senso può essere espresso da un’affermazione di Davide Maria Turoldo: “prima credere, poi esistere." Essa, infatti, mette in evidenza una realtà elementare che è stata richiamata anche da Giovanni Paolo II, che, nell'enciclica Fides et Ratio, ha scritto che "l'uomo, essere che cerca la verità, è dunque anche colui che vive di credenza" (n. 31). In effetti, l'uomo è un essere fondamentalmente dipendente dagli altri, e si può dire che tutta la sua vita, direttamente o indirettamente, sia costellata da atti di credenza. Per esempio, il bambino prima crede che i suoi genitori siano veramente tali, e poi crede a tutto quello che i genitori gli dicono sull'esistenza delle cose. Quando cresce, crede a tutto quello che gli insegnanti della scuola gli raccontano ed insegnano. Infine, lungo il corso della vita, crede a tutto quello che i mezzi di comunicazione, a diversi livelli, gli descrivono. Di fatto è sempre il dato creduto il punto di partenza dal quale procedere per una eventuale prova documentale o sperimentale di quanto è stato creduto in prima istanza. In ultima analisi, asserire "prima credere e poi esistere" significa soprattutto asserire che esiste un rapporto stretto tra fede umana e vita umana in generale, che, cioè, l'edificio della vita è costruito sulle fondamenta della fede; significa ammettere che la fede cristiana si traduce in una testimonianza di vita cristiana, e che tutta la vita si traduce in un atteggiamento di fede.
Non sempre, tuttavia, la fede cristiana si traduce in uno stile di vita. Tempo fa i giornali hanno riportato l’episodio di un padre che minacciò di darsi fuoco, perché sua figlia, pur avendo i requisiti fisici, (non coniugabili automaticamente con quelli di mente e di cuore) non veniva candidata dal Partito Della Libertà. Questo fatto, a mio giudizio, mette in chiaro quale sia la tavola di valori che molti genitori trasmettono ai figli e conferma in modo particolare che i cattivi cittadini di oggi sono i figli ineducati di ieri. Conferma altresì che esiste oggi come oggi un problema di identità, messa in discussione da una pluralità di magisteri, tra i quali esercitano un potente influsso il magistero televisivo e quello mediatico. Da una moltitudine di pulpiti quotidiani, infatti, si lanciano ideali irraggiungibili e si creano crisi di depressione; si orienta l’immaginario collettivo e si moltiplicano le schiavitù dei luoghi comuni, come: importanza delle misure del lato A e del lato B; meraviglia e stupore per la stabilità della relazione coniugale; riconoscimento sociale dei furbi, ecc. Oggi la tv più della famiglia, della scuola, della stessa Chiesa, è la maggiore agenzia di socializzazione; veicola modelli antropologici di massa che nessun attore sociale, nemmeno religioso, è in grado di confutare. Le grandi agenzie di senso che animavano il Novecento sono sostituite da istruttori e predicatori di ogni genere e di ogni disciplina. Nelle comunità parrocchiali abbondano i predicatori, ma mancano i maestri. Una analisi superficiale dell’impostazione delle omelie delle messe domenicali fa vedere che in queste si fa molta morale, per non dire moralismo, e poca riflessione sulla Parola di Dio. Si predica ma non si insegna. Si parla ma non si convince.
Se questa è la situazione, perché non proviamo a presentare anzitutto il volto di un cristianesimo possibile, e poi, secondo l’insegnamento di S. Filippo Neri, dilatiamo la possibilità? In altri termini, perché non proviamo a dimostrare con la testimonianza di esempi concreti che è possibile evitare l’aborto, praticare l’astinenza, curare i malati terminali e in stato vegetativo persistente, pagare le tasse, gestire il necessario senza rincorrere il superfluo, praticare la fedeltà nel matrimonio e l’onestà con il fisco, dare e accettare il perdono delle offese? Se ci sono uomini e donne che vivono questi valori, significa che è possibile essere cristiani, essere buoni e felici allo stesso tempo. D’altra parte, è più saggio tradurre precetti e comandamenti in stili di vita che imporre autoritariamente norme giuridiche e divieti morali. Allo stesso tempo, però, bisogna avere il coraggio di togliere il tabù a parole come disciplina e ordine, e delineare percorsi educativi come sentieri di libertà e di responsabilità.
A questo riguardo, una forma concreta di testimonianza e di buon esempio è togliere l’immunità sacra e associativa al linguaggio volgare. Un linguaggio è volgare non solo in caserma, ma anche nelle sagrestie e nelle discussioni all’interno dei movimenti e delle associazioni cattoliche. Non mi sembra che si guadagni in simpatia ed in rilevanza pastorale se ci si adegua al linguaggio volgare della gente. La delicatezza del linguaggio viene apprezzata, perché è specchio di ordine interiore e di disciplina spirituale.
3. Bisogna tener conto, infine, che la fede non è mai la stessa, si rinnova continuamente secondo l’alternarsi delle stagioni della vita e il rinnovamento delle vocazioni personali. Nella dinamica interiore della fede, si può nascere a cento anni come a quattro anni, si può morire nell’età dell’adolescenza e si può nascere nella pienezza della vecchiaia. Ogni età della vita è buona per accogliere o rifiutare l’incontro con il Signore. Le stagioni dello spirito si determinano nell’intimo della coscienza, con i tempi felici della conversione, e i drammi nascosti delle scelte esistenziali. La fede è giovane, perché ogni giorno fa nascere nuove speranze, scopre nuovi orizzonti, crea nuove abitudini. La fede è giovane, perché vive di generosità, di molte domande e di poche risposte, di fiducia nell’unica Parola di Dio prima che nelle molte parole degli uomini. La fede è giovane, perché Dio è giovane, non è mai lo stesso. Dio crea continuamente, crea chiamando e ama creando. Secondo il profeta Isaia, Dio è il creatore-sposo, ed il creatore sposo fa sì che noi siamo frutto di un atto di amore, prima ancora che di un atto di onnipotenza creatrice. L’unica onnipotenza che noi riconosciamo in Dio è l’onnipotenza dell’amore. La vita degli uomini e delle donne, perciò, è da considerarsi come frutto di un atto di amore, progetto di una libertà divina.
La fede in Dio è giovane, perché Dio è vita, è all’origine di ogni nuova vita, sia di quella fisica, che di quella soprannaturale, sia di quella biologica che di quella spirituale. Dio crea nel tempo senza tempo, perché è eterno. Quando uno accoglie il dono della fede, acquista un nuovo linguaggio, un nuovo stile di vita, un nuovo modo di conoscere e di giudicare eventi e persone. Il linguaggio della fede è diverso da quello della ragione, così come il linguaggio del cuore è diverso da quello della mente. Vorrei documentare queste mie affermazioni, mediante il ricorso a qualche esempio preso dal mio recente ministero episcopale. Un giorno sono andato a trovare un ex vigile del fuoco affetto da sclerosi laterale amiotrofica, la terribile sla, costretto nell’immobilità del letto da ormai dieci anni. Lo accudiva la moglie, che, ormai, la notte, non dormiva più di un’ora, perché il marito, che non aveva più neppure la sensibilità di un dito per premere un campanello di allarme, aveva bisogno di assistenza continua. E’ uno dei tanti malati dei nostri ospedali o case di cura, che vogliono vivere, che hanno uno stile ed un concetto di vita e di morte diverso da quello dei maestri della cultura radicale, e, soprattutto, che hanno qualcosa che Pannella e i suoi amici non conoscono: la preghiera. Questo ex vigile del fuoco ha scritto un libro, dettando le parole con il movimento degli occhi alla moglie o all’amico che gli tenevano davanti una lavagnetta trasparente con le lettere dell’alfabeto. Il libro, che ha raggiunto quasi le diecimila copie, e il cui ricavato è distribuito in beneficenza, ha per titolo: “Pensieri di uno spaventapasseri”,, con la chiara allusione all’immobilità totale del paziente che evoca l’immagine di uomo-pupazzo. Il linguaggio di questo libro usa un vocabolario spirituale attinto alla grammatica della fede, dà un senso al dolore e alla gioia, alla vita e alla morte, diverso da quello dell’opinione pubblica corrente. “Qualcuno ha detto che io e Mirella siamo due pezzi di legno che uniti insieme formano una croce ed è vero, solo che fino a qualche tempo fa credevo di essere io il pezzo più lungo invece oggi sono convinto che è vero il contrario”. “Capisco che sta per arrivare la stagione estiva o quella invernale dalle parole di mia moglie che mi ricorda che il condizionatore consuma”. “Volete sapere perché spero di guarire? Perché con i miei pensieri sono riuscito a far ridere la santissima Trinità, la Madonna e tutti i santi. Probabilmente era da un pezzo che in Paradiso non si rideva così di gusto e, riconoscenti per questo, prima o poi finiranno per accontentarmi”.
Come si può facilmente constatare, il linguaggio della fede non è proprietà esclusiva delle persone consacrate, o di quelle che ricoprono ruoli istituzionali, ma è sulla bocca e nel cuore delle persone semplici, che sanno trasformare la storia del dolore in storia di salvezza, e sono capaci di avvicinare il cielo alla terra. Nel linguaggio delle vecchie centenarie che si richiamano con nostalgia e convinzione ai valori cristiani e alle credenze tradizionali, o in quello dei bambini che coniugano fantasia con innocenza, ho trovato sempre una evocazione dell’Assoluto. Ogni persona può diventare tramite e mediazione dell’infinita sapienza divina. Nella mia prima visita ai santuari del dolore, quali sono il carcere e l’ospedale, ho letto sul volto delle persone che ho incontrato tanta voglia di amicizia e attesa di comunione, tanto bisogno di amore e continua ricerca di compassione. In quella circostanza, ho benedetto un neonato venuto al mondo da pochi minuti, ed un vecchio che lottava con la morte. Con l’esperienza di quei momenti, ordinari ed eccezionali allo stesso tempo, ho quasi varcato la soglia del mistero della vita e della morte, e mi sono affacciato ai confini dell’esistenza umana, dove un semplice gesto ed una parola giusta diventano momenti di grazia. Mai prima di allora avevo sperimentato il peso soprannaturale dei miei gesti di sacerdote. Nel mio cuore ho ringraziato il Signore, perché dava al mio sacerdozio la dimensione della paternità.
In realtà, i gesti e le parole del sacerdote sono i gesti e le parole di cui Dio ha bisogno per rivelarsi come amore, per comunicare una fiducia nella vita, per aiutare a guardare sopra il sole, dove non c’è nulla di uguale a prima, nulla che si ripete in un ciclo monotono, ma dove hanno origine i miracoli della grazia divina, che non vengono riportati dalla cronaca dei giornali, ma che sono sperimentati nel silenzio e nel riserbo dell’anima. I gesti del sacerdote sono i canali della grazia. Le mani “sante e venerabili” con le quali Gesù ha consacrato l’Eucaristia, per incanto, si moltiplicano in tante mani di sacerdoti che celebrano i sacramenti, liberano le persone dal peso della colpa e del peccato, le consolano nella malattia, le incoraggiano nel lavoro, le accompagnano nei momenti della prova. Il vescovo, tra i suoi primi doveri della cura spirituale del suo presbiterio, “si impegna a custodire queste mani” (Pastores gregis, 47).
Seconda catechesi
Radicati in Cristo
1. La chiamata nella vita quotidiana. Nella storia della salvezza, nella quale ogni cristiano vede specchiato il significato interiore della sua vita di fede, c’è l’evento d’una chiamata fondamentale: quella di Gesù. Il testo principale di questa vocazione si trova nel vangelo di S. Marco 1,14-20.
La narrazione evangelica segue il genere letterario dei racconti di vocazione nei quali dapprima si indica la condizione di vita della persona interpellata da Dio, quindi segue la chiamata espressa con parole o azioni simboliche, infine si ha la sequela che comporta l'abbandono dell'attività inizialmente presentata. La narrazione di S. Marco, in qualche modo, rimanda alla chiamata dei profeti, come quella di Eliseo da parte di Elia (1 Re, 19,19-21) o quella di Amos (Am 7,15).
Lo scenario nel quale avviene la vocazione dei primi discepoli non è uno luogo sacro come il tempio, come, per esempio, è avvenuto per la chiamata di Isaia (Is 6,1-13), ma un luogo ordinario: il lago di Genezaret, detto anche lago di Tiberiade o mare di Galilea. I protagonisti della vocazione sono due coppie di fratelli: i figli di Zebedeo e quelli di Giona, che formavano con molta probabilità una società o una cooperativa di pescatori. Il tempo in cui si ambienta la vicenda è un momento d’una giornata lavorativa qualunque. La presenza di Gesù con il suo "passare" irrompe nell'ordinarietà di questa giornata lavorativa, ed essa assume i tratti di una novità sconvolgente per i destinatari della vocazione.
Nell’episodio raccontato dall’evangelista, tra gli altri aspetti particolari, colpisce il fatto che i chiamati lasciano tutto e seguono Gesù senza fare particolari commenti o chiedere spiegazioni o pretendere assicurazioni. L’evangelista, d’altra parte, non indugia a precisare se Gesù abbia spiegato i motivi della sua vocazione. In realtà, ciò che Gesù ha chiesto è una decisione di fiducia. Il suo non è un invito, è un imperativo, una chiamata con autorità divina come quella con cui Dio chiamava i profeti nell'Antico Testamento. Non i discepoli scelgono il maestro, come avveniva per i rabbini del tempo, ma il maestro sceglie i discepoli quali depositari non di una dottrina o di un insegnamento ma dell'eredità di Dio. La chiamata comporta l'abbandono dei familiari, della professione, un cambiamento totale dell'esistenza per una adesione di vita che non ammette spazi personali. La risposta dei discepoli senza spiegazioni ed assicurazioni, ossia senza una contropartita, è l’opposto del sistema dei rapporti che si hanno in una società mercantile. In questa, ogni azione e transazione è compiuta pensando ai relativi costi e ricavi. Molte volte, di fronte ad una azione generosa e gratuita, si sente ripetere: ma chi te lo fa fare? Oppure, dinanzi alla stessa azione gratuita, partendo dalla convinzione che nella vita niente si dà gratis, ci si interroga su quale sia il tornaconto e il prezzo di una determinata azione.
La chiamata di Gesù rivela un'autorità straordinaria, fuori dal comune, che gli permette ciò che a nessun altro rabbi o maestro del suo tempo era concesso: intimare una scelta totale ed esclusiva espressa dal verbo all'imperativo, quasi un comando divino. Sarà Gesù stesso a renderli capaci del compito affidato con tutto il cammino educativo che si snoda lungo il vangelo. Gesù pesca Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, perché essi peschino tutti gli altri uomini. Lo stesso comportamento Gesù ripete "passando un poco oltre" (v.19), quando vede gli altri due fratelli e "subito" li chiama. Già in questo primo atteggiamento, Gesù si differenzia dai rabbini. Nel rapporto fra maestro e discepolo presso i secondi vigevano delle particolari consuetudini: vi era la stabilità della sede; era il discepolo a scegliere il maestro, per cui era possibile anche cambiarlo; era una scuola esclusiva dei maschi; il programma consisteva, generalmente, nell’introdurre alla conoscenza della tradizione attraverso la memorizzazione. Il rapporto fra Gesù e i discepoli, invece, parte dalla scelta operata dal maestro; è un rapporto stabile e permanente, anche se itinerante; il "seguire" implicava non solo un'imitazione di tipo morale, ma un andare dietro anche negli spostamenti da un villaggio all’altro; la formazione aveva una grande libertà di tecniche e contenuti; tra i discepoli e gli uditori dei suoi insegnamenti erano ammesse anche le donne, per quanto non rientrassero tra "i dodici" e non fossero chiamate solennemente da Gesù.
In definitiva, la chiamata di Gesù mette in evidenza che non c’è un momento privilegiato per sentirla ed accoglierla, ma che la si può percepire nell’ordinarietà della giornata. In questa prospettiva, le strade, le case, le scuole, le chiese dei nostri paesi possono essere altrettante vie di Damasco nelle quali irrompe da un momento all’altro la potenza della grazia e della conversione, senza metaforicamente far cadere nessuno da cavallo. Ciò comporta che non c’è né un momento né un luogo “sacro” per operare il bene, ma tutti i momenti e tutti i luoghi sono sacri, perché in tutti i momenti e in tutti i luoghi si può far sentire la voce dello Spirito. Non ci sono spazi sacri o tempi sacri da destinare alla vita spirituale, e tempi e luoghi profani da riservare alle attività materiali. E’ la stessa dimensione spirituale che rende sacri gli spazi e i tempi delle attività professionali, e dà loro un orizzonte di ulteriorità. Inoltre, la chiamata ha messo in evidenza che la risposta dei discepoli deve essere una risposta di fiducia totale, senza contropartita, immediata e pronta. In effetti, la grazia dello Spirito Santo, secondo S. Ambrogio, non conosce indugi o ripensamenti. Né il rapporto con Dio può essere ridotto a un rapporto di tipo commerciale, secondo il quale si presenta a Dio il conto delle opere buone compiute, per averne la ricompensa meritata.
2. La risposta immediata e senza condizioni. “E subito, lasciate le reti, lo seguirono”. La risposta dei discepoli è immediata e senza condizioni. Una risposta che strappa i legami più forti. Il verbo usato per indicare questo tipo di risposta è un termine biblico che indica l'atto del servo che accompagna il padrone per prestargli un servizio. È un seguire materiale, un letterale "andar dietro". Riferito ai discepoli, esso esprime la partecipazione piena alla vita di Gesù e alla sua causa.
La sequela, in quanto conseguenza della chiamata, non scaturisce da una decisione autonoma e personale, ma dall'incontro con la persona di Gesù. È un evento di grazia, non una scelta dell'uomo, e, come tale, richiede una forte dose di fiducia. Questa, in effetti, è il presupposto necessario per rispondere alla vocazione. Non sappiamo con certezza se i discepoli conoscessero Gesù, se ne avessero sentito parlare, se lo avessero incontrato altre volte, se sapessero dove egli abitava. “Che cercate?” chiede Gesù ai primi discepoli, ed essi replicano “Rabbi, dove abiti?”. E Gesù risponde: “Venite e vedrete”. Al giovane Natanaele che non crede che da Nazareth possa uscire qualcosa di buono, anche Filippo dice semplicemente: “vieni e vedi”. Sia Gesù che Filippo, dunque, fanno appello alla fiducia non al ragionamento, al cuore non alla mente. La fiducia precede il ragionamento. D’altronde, l’esperienza comune ci dice che l’incontro più bello e più profondo di due persone si verifica non quando esse condividono le idee, ma quando condividono le scelte vitali.
Simone ed Andrea, figli di Giovanni, pescatori, sono chiamati da Gesù "mentre gettano le reti", ossia nel pieno della loro attività. Eppure essi "subito", lasciano le reti, ossia il loro strumento di lavoro, e vanno dietro a Gesù. Essi mettono con tale gesto in discussione il loro futuro, la loro sopravvivenza, ma anche il loro ruolo, la loro identità dal punto di vista sociale. La modalità temporale della risposta dei discepoli colpisce quasi più che la radicalità della risposta. Il "subito" appare come un'impossibilità di proroghe, di rimandi. Gesù esige un’ubbidienza pronta ed immediata, senza se e senza ma.
Giacomo e Giovanni, colti mentre riparano le reti, forse in vista di un'altra uscita, sono anch'essi chiamati "subito" e rispondono allo stesso modo. Questa volta però anziché lasciare le reti, ossia l'oggetto del loro lavoro, essi lasciano il padre insieme con i garzoni sulla barca (v. 20). Se nel caso dei primi due fratelli si lasciava l'ambiente sociale ed economico, qui è la sfera vitale ed affettiva che viene ad essere abbandonata per seguire il Maestro. I quattro sembrano rinunciare alle loro radici e alle loro sicurezze: d'ora in avanti Gesù sarà il loro passato e il loro futuro. Solo la persona di Gesù riempirà la storia di questi uomini avventuratisi per amore dietro a Colui che li ha chiamati.
3. Chiamati per nome. Se esaminiamo, ora, alla luce della chiamata di Gesù, la natura e l’essenza della vocazione del cristiano, è necessario precisare anzitutto che questa è una “vocazione dall’alto”, e che esiste, perciò, una differenza tra la vocazione, che si riceve dall’alto, e il ruolo, che si assume personalmente. Il ruolo è un fattore fondamentalmente sociologico e consiste in una determinata mansione che uno svolge all’interno delle istituzioni, in base alle sue competenze individuali. La vocazione, invece, è un fattore sostanzialmente religioso. Quando noi parliamo di vocazione, intendiamo dire che Dio chiama liberamente ogni uomo per un servizio da svolgere e una missione da realizzare, a prescindere dalle sue inclinazioni e dalle sue scelte di vita personali. In realtà, la vita di ogni uomo è lo svolgimento e la realizzazione d’un disegno provvidenziale divino. Nessun uomo nasce per caso e nessun uomo muore per caso. Vorrei ripetere quanto ha scritto Anatole France, e cioè che il caso non esiste, ma che si pensa al caso quando non riusciamo a leggere ciò che Dio scrive, perchè egli si firma con lo pseudonimo. Nel nostro caso specifico, ogni cristiano deve acquisire la certezza di essere chiamato da Dio, qualsiasi sia la professione che egli esercita e l’attività che egli svolge. Questa credenza e convinzione, ovviamente, è conseguenza diretta d’una interpretazione religiosa della vita. In base a questa interpretazione, tutti i cristiani, così come gli uomini e tutte le donne, in quanto creati da Dio, sono chiamati, e, quindi, hanno una vocazione. La tradizione popolare riserva l’esistenza della vocazione ai soli religiosi e alle sole religiose, escludendo dal suo ambito ogni altra scelta di vita, come, per esempio, la vita matrimoniale. Per converso, in questi ultimi tempi, si tende ad allargare la dimensione della vocazione, per lo meno nel linguaggio se non proprio nella sostanza, al mondo della politica, dell’economia, dello sport. Molti politici, per esempio, presentano la loro attività e i loro impegni come una “vocazione”. Tuttavia, è bene precisare che, in generale, non si può sostituire il ruolo con la vocazione, e neppure la vocazione con il ruolo. Ruolo e vocazione sono due cose distinte e tali devono rimanere.
Una distinzione originale tra ruolo e vocazione e l’importanza di essere chiamati per nome si riscontrano nell’episodio della scoperta della tomba vuota da parte di Maria di Magdala, raccontatoci da S. Giovanni (Gv 20, 11-118). Nella prima parte del colloquio, Maria di Magdala è presentata semplicemente come “donna”, e Gesù è scambiato addirittura per un “giardiniere”. Dunque, in un primo momento, interagiscono solo due ruoli: la donna e il giardiniere. Nella seconda parte del colloquio, invece, lei è “Maria” e lui è il “Maestro”. Dal ruolo impersonale si passa alla chiamata per nome, e, quindi, a un rapporto interpersonale. Dal gioco dei ruoli si passa all’incontro di due persone. Questo racconto evangelico, per un verso, ci insegna che la vocazione è sempre personale, perché Dio chiama per nome, mentre il ruolo è impersonale e funzionale; per un altro verso, che anche i nostri rapporti devono essere sempre tra persone e non tra numeri, funzioni, progetti.
4. Chiamati per un servizio. Una volta chiarita la natura della chiamata “dall’alto” e per nome, aggiungiamo che si è sempre chiamati per svolgere un servizio, per compiere una missione. Nello svolgere un determinato servizio, colui che vive la vocazione in modo corretto capisce facilmente che non c’è grande distinzione tra un servizio ed un altro. Ogni servizio ecclesiale, in quanto tale, è nobile e meritorio, ed è paragonabile ad una missione. La nobiltà del servizio assunto e il merito della risposta data non stanno tanto nel tipo di lavoro che si esegue, ma nel fatto che ci si pone a servizio della causa del Regno, che, cioè, si risponde della propria opera a Dio stesso.
Porsi a servizio della causa del Regno, però, vuol dire porsi a servizio della comunità nella quale si vive e per la quale si lavora, sia essa la parrocchia, la diocesi, un’associazione o un movimento. E’ vero che ogni cristiano rende ragione individualmente della propria chiamata e della propria vita di fede, speranza e carità. Ma è anche vero che si è cristiani all’interno di una comunità di Chiesa. Il “noi crediamo” della comunità precede “l’io credo” del singolo cristiano. Nella comunità ecclesiale non esistono navigatori solitari; in essa non c’è posto per chi cerca solo visibilità e successo personale. Se è vero che “la Chiesa siamo noi” e che “noi siamo Chiesa”, tutti siamo partecipi e corresponsabili del bene e del male delle comunità e nessuno si deve tirare indietro, pensando che ciò che deve fare egli lo debba fare un altro, o che il suo servizio sia meno importante di altri servizi. Nella vigna del Signore si è tutti operai; il padrone è uno solo. Non conta essere chiamati a lavorare per otto ore o per un’ora sola, ossia per l’intera giornata o solo per una parte di essa. Conta essere chiamati dal padrone della vigna e lavorare per la sua vigna con gratitudine e passione.
Il fatto, poi, di essere tutti operai a servizio di un unico padrone favorisce e comporta molta più corresponsabilità che collaborazione. La semplice collaborazione presuppone che mentre uno decide, organizza, opera, l’altro si limita ad eseguire quanto è deciso ed organizzato. La corresponsabilità presuppone, invece, che si decida insieme, si operi insieme, si risponda insieme degli effetti delle azioni e delle scelte che si pongono in essere. La collaborazione è piuttosto passiva, la corresponsabilità è sempre attiva. La corresponsabilità, ovviamente, non si improvvisa, non è un onore da rivestire, una dignità da difendere. E’ un dovere che si adempie, un servizio che si presta gratuitamente e generosamente.
Terza caechesi
Testimoni di Cristo nel mondo
1. La missione è un concetto polivalente, come polivalente è anche il concetto di conversione. Missione e conversione, in se stessi, non sono concetti primariamente teologici o religiosi. La teologia e la spiritualità li prendono a prestito da altre istanze culturali. Si sente parlare spesso di missione diplomatica, di missione dei dipendenti pubblici, di missione dell’uomo politico, e così via. Ultimamente, abbiamo assistito ad un utilizzo improprio di questo termine, adottato per sacralizzare vocazioni politiche che di sacro avevano solo la strumentalizzazione. Nella prospettiva della comunità ecclesiale, la missione non è più un luogo, ma uno modo di essere e di agire. Non è più riservata ai missionari che portano l’annuncio del vangelo ai pagani, ma è estesa a tutti i battezzati che vivono con coerenza la propria fede. Tutta la Chiesa è missionaria nella sua natura e nella sua essenza. La Chiesa, quando prende coscienza di sé, diventa e si scopre tutta missionaria. I missionari delle nostre comunità, con la loro opera e con il loro zelo, ci ricordano continuamente l’esistenza di questa verità e di questo impegno, e ci spingono a vivere la vocazione missionaria. Ci ricordano soprattutto che la missione non è tanto nell’andare lontani o nel fare cose straordinarie, ma nell’essere testimoni credibili del Cristo risorto nella nostra società ormai scristianizzata.
2. Penso che la traduzione cristiana della parola laica missione sia, oggi come oggi, evangelizzazione. Chiesa missionaria, allora, equivale a chiesa evangelizzante. Compito primario della Chiesa è evangelizzare. Gli apostoli e i loro successori hanno ricevuto questo compito direttamente dal Signore Gesù. Non per nulla San Paolo poteva esclamare: Guai a me se non evangelizzo! L'annuncio, per sua natura e modalità, ha sempre una valenza missionaria e, quindi, non si ferma ad una semplice esposizione dottrinale o alla difesa di un asserto teologico-spirituale. Esso è semplice, come sono semplici le parole dell'origine, e sulla tirannia della ragione fa prevalere l'eccedenza della fede. Soprattutto, l'annuncio missionario supera il paradigma dell'appartenenza, che è fondamentalmente autoreferenziale, e si limita a determinare quanto gli altri siano lontani dai nostri riti e dai nostri precetti morali, ed acquisisce il paradigma dell'evangelizzazione, che è sostanzialmente proiettato verso l'esterno, e determina quanto noi siamo distanti dalla mentalità e dagli stili di vita degli altri. L'annuncio missionario passa da un atteggiamento chiuso di difesa della fede ad un atteggiamento aperto di testimonianza della medesima. Esso più che difendere posizioni acquisite o innalzare muri di divisione crea ponti di amicizia e di dialogo con la creatività dell'intelligenza e la fantasia dello Spirito.
Ma è bene osservare subito che l’evangelizzazione di oggi, per tutta una serie di fattori, non è la stessa di quella di ieri. Un primo fattore è il fenomeno della globalizzazione. La globalizzazione comporta una forma diversa di evangelizzazione, perché ha cambiato le coordinate dello spazio e del tempo. I lontani non sono più lontani e i vicini non sono più vicini. Un secondo fattore sono le istanze culturali e politiche, che difendono una credenza senza appartenenza. Esse vorrebbero che la Chiesa come istituzione non avesse un volto pubblico. Essa dovrebbe limitarsi a illuminare e formare la coscienza, ma non dovrebbe avere alcun influsso sulla vita sociale, economica, politica. Ma non esiste una società senza coscienza e una coscienza senza società. Un terzo fattore è il passaggio dalla missione nello spazio alla missione nella vita. Dalla missione lontana alla missione vicina. Fare le missioni significa predicare un vangelo di conversione, un rinnovamento dell’esercizio del cristianesimo. In Sardegna, nella metà del secolo scorso, hanno operato molto capillarmente i preti della missione, che hanno percorso quasi tutti i paesi dell’isola, educando la religiosità popolare e piantando croci sulle montagne e sulle piazze. Nel mio indirizzo di saluto in occasione dell’ordinazione episcopale ho ricordato uno di questi missionari, P. Manzella di Soncino, che ha edificato moltissimo mio padre, tanto che questi, sul letto di morte, ha raccomandato a me e a mio fratello di essere i Manzella della Sardegna.
3. L’insieme di questi fattori non possono non spingere a pensare la fede, individuare metodo e contenuti dell’annuncio, dare voce al patrimonio di spiritualità e di storia della comunità ecclesiale. C’è tanto fuoco che brucia sotto la cenere e attende il soffio dello Spirito per animare uno stile di vita e di testimonianza aperto al futuro e alla speranza. Ci sono tanti etiopi che seduti sul proprio carro di viaggio ci chiedono di essere istruiti sul senso delle Scritture (Cf At, 8, 27-31). Gesù, nella parabola del vangelo di Luca (Lc 15, 15-24), rivolgendosi ad allevatori, contadini, casalinghe, minaccia che nessuno degli invitati assaggerà la cena. Noi dobbiamo liberarli da quella terribile minaccia. Dobbiamo far prendere loro coscienza che hanno ricevuto un grande dono e non possono perderlo. O se lo vogliono perdere, ciò non deve accadere per colpa nostra, di modo che Dio debba chiedere conto della nostra incapacità o pigrizia. Nel ministero della parola, tuttavia, è necessario ricordarsi che per parlare a Dio bisogna trovare le parole giuste e per parlare di Dio bisogna evitare le parole vane. Le parole giuste sono quelle del cuore e della vita. Le parole vane sono quelle delle mode culturali e dei luoghi comuni. C'è un certo consumo di parole, quali grazia, salvezza, amore, pace, democrazia, diritti umani. Queste parole sono diventate come delle monete svalutate, con le quali non si compra niente e non si parla a nessuna coscienza. Alla mancanza di testimoni e di maestri ed al valore della persona che annuncia non si può supplire con i persuasori mediatici ed i venditori delle opinioni.
Un approccio puramente intellettualistico ai problemi della vita personale e sociale gratifica il desiderio di erudizione ma non promuove alcun incontro interpersonale che, solo, può sostenere convinzioni ideali e comportamenti pratici. Il processo della comunicazione delle verità cristiane dovrebbe partire dalla ragione per approdare all'esperienza, e partire dall'esperienza per approdare alla ragione. È stato opportunamente sottolineato il fatto che Gesù fa breccia sulla coscienza di Zaccheo con un autoinvito a pranzo, e non con un ragionamento (Cf Lc 19, 1-10). Nella storia della salvezza e nel suo annuncio, quindi, gioca un ruolo molto importante la relazionalità, l'incontro, l'esperienza, per quanto quest'ultima non vada assolutizzata. In effetti, la soggettività moderna ha provocato l'esasperazione del criterio della esperienzialità, della verifica emozionale. Ciò ha condotto a una forma di imperialismo dell'io che rischia di fraintendere sia la legge fondamentale della gratuità divina, sia il segno più emblematico della condizione moderna che è l'autorealizzazione. Ma la tradizione cristiana descrive la vita umana come una risposta ad una vocazione e, quindi, come realizzazione dell'identità espressa da un nome che viene gratuitamente e liberamente assegnato a ciascuno fin dall'inizio. "Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato" (Ger 1, 5). La vita dell'uomo comincia all'accusativo, perché è la risposta alla chiamata divina.
L'episodio evangelico dell'adultera, poi, in Gv 8, 1-11, richiama la nostra attenzione su una forma emblematica di comunicazione, avvenuta in un ambiente culturale ancora privo di media. Di fronte a una donna peccatrice, Gesù si piega, i suoi interlocutori e provocatori, invece, si impettiscono. Ora, questo piegarsi di Gesù è una forma di comunicazione e, soprattutto, di rispetto e di accoglienza dell'altro. Gesù scrive qualcosa per terra, ma non si sa che cosa abbia scritto e nessuno ha mai letto ciò che egli ha scritto. Eppure, in quelle parole che nessuno ha mai decifrato, è contenuto un messaggio chiarissimo che viene capito da tutti, dai più giovani sino ai più anziani, dai meno provveduti ai più esperti. Il messaggio è che una donna peccatrice che è umiliata, ma che è disposta a non peccare più, riacquista l'innocenza e la speranza di una vita migliore.
Dunque, la parola suprema, che supera tutti gli ostacoli della comunicazione, è un gesto di amore, per quanto l'amore non si esaurisca nella sola parola, ma si allarghi ad una vastissima gestualità simbolica ed affettiva. L'amore non è fatto solamente di parole, bensì di gesti concreti di generosità, di altruismo, di dedizione disinteressata all'altro. Si può non parlare, e, tuttavia, amare. Si può non amare, e, tuttavia, parlare. Si possono dire molte parole ipocrite, per nascondere il vuoto dei sentimenti e la mancanza di comunione. Si possono dire poche parole sincere per comunicare la profondità dei sentimenti e la gioia della comunione. È opportuno ricordare che il più grande gesto dell'amore di Dio non è una parola, ma un fatto, come dice San Giovanni: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perchè chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16). Dio Padre, dunque, non si è limitato a parlare di suo figlio, a proclamarlo "suo figlio prediletto nel quale si è compiaciuto" (Mt 3,17), ma lo ha consegnato all'umanità con un gesto di amore supremo.
L’annuncio di Gesù non era vuoto, erudito, retorico, diretto esclusivamente alla mente dei suoi ascoltatori. Era un annuncio collegato ad una precisa attività di guarigione (Cf Mt 4, 23; 9, 35). Gesù annunciava e guariva, annunciava e salvava. Il Regno di Dio annunciato da Gesù comporta l’eliminazione della malattia e di ogni forma di umanità diminuita, la promozione della vita, dell’amore, della solidarietà, dell’integrità fisica e morale. Ciò che ha iniziato e inaugurato Gesù deve essere continuato dai discepoli. Ad essi Gesù ha raccomandato “guarite i malati che vi si trovano e dite loro: il Regno di Dio si è fatto vicino a voi” (Lc 10, 9).
















































