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     Dopo la GMG

    Michele Falabretti

    Una vecchia storia: e adesso? Cosa ne facciamo di tutta questa fatica? Ora che luglio se n’è andato e davanti a noi si apre una schiera di settimane e giorni ordinari, ci si chiede cosa fare di tutti i pensieri e le ore passate a scrivere, a progettare, fare fotocopie e spostare sedie; di tutto il tempo passato in compagnia dei ragazzi, con i loro sorrisi e le loro lacrime, con le loro domande così improvvise e nello stesso tempo – come quelle dei bambini – così capaci di essere profonde. Del fatto di essere entrati, per l’ennesima volta, nel tunnel di un’esperienza tanto faticosa quanto coinvolgente; di quelle che alla fine non si vorrebbe più venir via, perché per un lungo tempo ha dato a molti l’impressione di essere un paradiso in terra. Eppure: già le ultime ore di Cracovia, con tutta la loro stanchezza, cominciavano a dire che era tempo di tornare alla vita quotidiana.
    Gesù ti rivolge lo stesso invito: “Oggi devo fermarmi a casa tua”. La GMG, potremmo dire, comincia oggi e continua domani, a casa, perché è lì che Gesù vuole incontrarti d’ora in poi. Il Signore non vuole restare soltanto in questa bella città o nei ricordi cari, ma desidera venire a casa tua, abitare la tua vita di ogni giorno: lo studio e i primi anni di lavoro, le amicizie e gli affetti, i progetti e i sogni. Così diceva Papa Francesco nell’omelia della Messa finale: un bell’invito a “scendere dal monte”. Proviamo a dire per fare cosa.

    (Ri)mettersi in cammino

    Tutti hanno convocato attorno a sé persone e realtà ecclesiali: gli uffici (o servizi) diocesani sono stati per mesi dei punti di riferimento organizzativi. Si è formata una rete di collaborazioni; e questo ha sicuramente fatto scoprire risorse prima latenti e anche lacune da colmare. A chi non è capitato, strada facendo, di dire: “Se avessimo una persona che…”? La rete, poi, è stata anche in favore del territorio: spesso mettendosi al servizio, viene alla luce il posto che dobbiamo occupare dentro la Chiesa. Insomma: le realtà di coordinamento hanno potuto capire qualcosa di più di se stesse e intravvedere nuove prospettive di lavoro. Non sono guadagni da poco.

    Occhi nuovi

    Non finiremo mai di dire che per stare con i giovani è necessario uno sguardo sempre nuovo e buono. Sembra diventato uno sport nazionale etichettarli: nativi digitali, millennials, increduli e, ultimamente, piccoli atei… In realtà stare con loro – una volta di più – ci ha mostrato quanto difficilmente stiano dentro le definizioni, quanto possano essere sorprendenti se sollecitati, se messi dentro un contesto che sia preoccupato di accompagnarli. Tenendo conto del fatto che essi, alla fine, sfuggono alle pur necessarie sigle con cui li vogliamo identificare. Ci stupisce la loro capacità così immediata di costruire relazioni fraterne, ci stupiscono le loro domande che mettono in crisi la vita degli adulti, ci sorprende la loro disponibilità al cammino.

    Leggere e pensare

    La progettazione parte da una lettura seria della propria realtà, ma ha bisogno di idee. Anche un cammino comune come quello della GMG, ci fa capire quanto sia deprimente il copia/incolla nella pastorale e quanto possano essere stimolanti le contaminazioni e le riprese.
    Alcune percezioni sono vecchie e fruste: il mondo corre in fretta. Questi ragazzi portano con sé le istanze di sempre, ma vivono in un contesto completamente nuovo: questo li rende diversi. Sensibilità diverse, capacità recettive e riflessive diverse, modi di guardare alla vita e al mondo diversi. E infine, come è logico che sia, modi di tirare conclusioni e ragionamenti diversi. Questo chiede un investimento maggiore nel tempo nella presa di contatto con la propria realtà. La pigrizia pastorale o le chiusure preconcette sono un vero e proprio narcotizzante nella vita della Chiesa.

    Stare accanto

    La GMG è stata, per tutti!, esperienza di vita condivisa. Tornati a casa, rischiamo di sparire dai loro orizzonti. La cosa paradossale è che siamo noi a dire: “i ragazzi se ne vanno”. Siamo sinceri: siamo noi, spesso ad allontanarci, a non riuscire ad avvicinarli nel quotidiano, a non costruire luoghi che fanno casa, luoghi dove davvero si possa condividere un pezzo di strada con loro.
    Questo chiede che le catene di trasmissione funzionino un po’ meglio: nella chiesa molto manca a un clima di fraternità che (dal basso o dall’alto, non importa da dove si parte) riesca a creare condivisione anche di stili, di linguaggi, di contenuti, di attività. C’è parecchio da fare, per gli educatori e la comunità adulta.

    Tempi

    Un grande evento, aiuta a capire che i ragazzi sono disponibili all’impegno. Ma esso va declinato dentro una serie di altri impegni da riconoscere e da rispettare: la scuola (con i suoi ritmi e i suoi spostamenti quotidiani), il tempo libero (non si può chiedere ai ragazzi di rinunciarvi), passioni e percorsi vari (sportivi, culturali, espressivi), legami affettivi e familiari.
    La pastorale giovanile non si offre come “un impegno in più”, ma piuttosto come luogo di sintesi e rilettura. E dunque come spazio di respiro, di ricreazione, dove legami affettivi e amicali si rinsaldano e offrono una compagnia buona, in grado di dare senso alla propria biografia. Si deve imparare a declinare i tempi, anzitutto. Tempi forti (più adatti alle esperienze catechistiche e spirituali), tempi ordinari (dove la cultura interroga e promuove il pensiero), tempi straordinari (per le esperienze intense).

    Linguaggi

    Una buona progettazione dei tempi, suggerisce anche l’uso di linguaggi diversi. Le domande poste durante le catechesi ci hanno detto (durante la Gmg) che i ragazzi sono disponibili all’approfondimento e alla conoscenza: purché si parta dall’ascolto della vita. La liturgia è un linguaggio che va curato: “per i giovani” – troppo spesso – significa improvvisato, urlato, confuso con i linguaggi di altri luoghi e situazioni. Si può distinguere il livello sacramentale da quello di esperienza di spiritualità: ma in ogni caso bellezza e cura si rendono necessarie.
    Pur avendo il mondo in tasca per via dei new media, l’esperienza vissuta durante un viaggio, suggerisce molte cose: i ragazzi – ancora – hanno bisogno di camminare, di vedere, di toccare, di sostare in silenzio o cantando a squarciagola…

    Nella chiesa

    Qualcuno chiede con insistenza una ricetta “per il dopo”. La ricetta è la Chiesa locale: educatori e preti devono prendersi del tempo per rileggere l’esperienza vissuta. Si è capito molto bene che in Italia esistono velocità diverse, ma è importante non fermarsi: ognuno riprenda il filo del proprio cammino condividendo il mandato con il Vescovo. Il gruppo di giovani che ogni diocesi ha portato esprime non solo una realtà, ma anche il livello del proprio cammino: saperlo guardare con onestà, implica mettere in conto la capacità di coinvolgimento nei territori (quali e quanti giovani stiamo raggiungendo?), l’identità delle realtà in gioco (associazioni, movimenti, religiosi e nuove comunità) e le persone capaci di essere punti di riferimento.
    È stato scritto che di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. C’è possibilità, con pazienza, di trovare più di una risposta e di non perdere la speranza di poter ancora rendere testimonianza al Vangelo.



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