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    (2 ottobre)

    Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
    «Beati i poveri in spirito,
    perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati gli afflitti,
    perché saranno consolati.
    Beati i miti,
    perché erediteranno la terra.
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
    perché saranno saziati.
    Beati i misericordiosi,
    perché troveranno misericordia.
    Beati i puri di cuore,
    perché vedranno Dio.
    Beati gli operatori di pace,
    perché saranno chiamati figli di Dio.
    Beati i perseguitati per causa della giustizia,
    perché di essi è il regno dei cieli.
    Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.
    (Vangelo di Matteo, 5, 1-12)

    Farsi eco della profezia della nonviolenza...
    Alex Zanotelli

    Ricordo le mirabili parole pronunciate all'Angelus da Giovanni Paolo II, il 30 novembre 2003, «Rinnovo il mio appello ai responsabili delle grandi religioni: uniamo le forze nel predicare la nonviolenza, il perdono e la riconciliazione! 'Beati i miti, perché erediteranno la terra' (Mt 5, 5)».
    In queste breve ma ricca affermazione c'è tutto quello che un cristiano deve fare per essere costruttore di pace. Anzitutto il ruolo delle religioni: non è più tempo per le Chiese di silenzi e connivenze di fronte al tragico ripetersi di conflitti e dell'instaurarsi del "pensiero unico" della guerra intesa come unico mezzo per risolvere le controversie... ma anche per far girare l'economia. Ormai il militare è parte essenziale del sistema economico finanziario.
    In secondo luogo, lo stretto connubio tra nonviolenza, perdono e riconciliazione: tre tappe dello stesso percorso, per il quale non si dà l'una senza le altre. I cristiani dovrebbero allora essere "maestri" della pedagogia della nonviolenza, dovrebbero essere i portatori di quella che Bernard Häring definiva la "forza terapeutica" della nonviolenza.
    Infine la citazione della beatitudine evangelica della mitezza. Non credo che il Papa l'abbia utilizzata come un ornamento letterario. Sono convinto, infatti, che la nonviolenza alla quale siamo chiamati abbia la sua radice proprio nella Parola di Dio e nello stesso Cristo, modello di nonviolenza. In questo modo, la nonviolenza non è una delle tante teorie che gli uomini sono riusciti a produrre nella storia dell'umanità o di qualche personalità eccezionale, come Gandhi o Martin Luther King. Al contrario, la nonviolenza evangelica è la sintesi di quel comandamento nuovo (di quell'ordine, cioè) di amarci come Dio ci ama e, addirittura, di amare i propri nemici.
    I miti, allora, non sono i passivi, gli arrendevoli o gli amici del dittatore di turno, ma sono i nonviolenti, coloro che sanno perdonare e lavorare per la riconciliazione, quanti disarmano innanzitutto i propri pensieri e i propri cuori, rinunciando a qualsiasi idea di qualsiasi nemico.
    Per Gesù la nonviolenza rimetteva in piedi gli oppressi della Galilea, ridava loro dignità, rifiutando così la logica dell'«occhio per occhio». «Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli l'altra» (Mt 5, 39), diceva Gesù. Per colpire uno sulla guancia destra bisogna usare il manrovescio e al tempo di Gesù veniva usato dal padrone per umiliare lo schiavo. Gesù dice: «Mettiti in piedi fratello, tu sei un uomo, non uno schiavo! E porgigli la guancia sinistra». «Se chiude la mano o usa il palmo della mano, il padrone è costretto a trattare lo schiavo come suo pari» dice W. Wink in un bellissimo volume Rigenerare i poteri. In un mondo di onore e umiliazioni, si è impedito ad un pre-potente di svergognare un "inferiore" in pubblico. Gli è stato sottratto il potere di disumanizzare l'altro. Come insegnava Gandhi, «il primo principio dell'azione nonviolenta è la non cooperazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare».
    Se crediamo che questa sia la via, l'unica via per la sopravvivenza del genere umano, destinato altrimenti al suicidio, allora dobbiamo credere che essa valga non solo a livello personale e interpersonale, ma anche nelle relazioni sociali e interpersonali, nonché nelle nostre Chiese. Occorre cioè creder che la nonviolenza possa diventare prassi quotidiana, comportamento "normale" dei singoli e dei gruppi, strategia che regola i rapporti tra gli stati, strumento che la politica preferisce alla guerra, quella guerra verso la cui "proscrizione", come disse il Papa durante la prima guerra del Golfo, l'umanità deve risolutamente andare.
    La nonviolenza attiva deve diventare una dimensione essenziale della sequela.



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