Antropologia cristiana
e scuole cattoliche
Hans Zollner
In molti stati europei le scuole cattoliche stanno registrando in questi ultimi anni un aumento di iscrizioni nonostante il generale calo della natività.
Questo dato, da solo, non garantisce un futuro al sistema scolastico cattolico.
Potrebbe derivare dall’insoddisfazione di molti genitori e studenti per l’apparato educativo pubblico e anche chi a noi si rivolge non sempre si dimostra soddisfatto del servizio ricevuto. Per assicurarci un futuro, non basta l’aumento delle iscrizioni o il conforto da parte di chi è contento. Le istituzioni cattoliche non possono formulare la loro identità e diritto ad esistere a partire dalle carenze delle analoghe istituzioni dello stato. La loro legittimità sta nel loro progressivo sviluppo in qualità. In particolare, nel loro contributo ad una formazione cristiana di chi le frequenta.
Non è intento di questo articolo proporre le modalità organizzative (didattiche o economiche) che garantiscono questo sviluppo in qualità. Qui mi interessa tracciare lo spirito di fondo che qualifica le scuole cristiane, ossia quella visione cristiana di uomo che dovrebbe essere la base costante e lo scopo ispiratore della loro opera educativa e che le modalità organizzative dovranno – poi - mediare.
Partire dalla visione cristiana di uomo
L’elaborazione di un’antropologia unitaria che renda conto dell’essere umano in tutti i suoi aspetti trova ancora molte difficoltà: l’odierna tendenza a procedere per specializzazioni e la quasi inevitabile tendenza concomitante a dividere in parti isolate, la pretesa della scienza moderna della così detta neutralità nei valori, una carente elaborazione delle basi ermeneutiche per relazionare fra loro i differenti saperi, la riserva tuttora presente in campo ecclesiale nei confronti dei risultati delle scienze umane e tecniche. Ciononostante, per rispettare la complessità e pluridimensionalità dell’essere umano, è importante pensarlo come una totalità, ossia nell’unità e reciproca relazione dei diversi livelli del suo esistere. Ogni genere di riduzionismo dell’essere umano ad un solo suo ambito cade in una visione parziale e nel suo esito peggiore in una ideologia.
Non è perciò un affare opzionale interrogarsi sul senso totale dell’uomo e sulle sue ricadute in campo scolastico. Un istituto formativo cattolico deve compiere lo sforzo di affrontare, in prospettiva cristiana, la questione scientifica e interdisciplinare circa l’uomo-nella-sua-totalità. La sua domanda di fondo è: come capire e raggiungere il significato pieno dell’humanum christianum? A differenza degli altri progetti pedagogici, quello delle scuole cristiane dovrebbe fare esplicito riferimento alla cornice filosofico-teologica. Il suo interesse di fondo, perciò, è la ricerca delle condizioni per un fruttuoso incontro fra Dio che si rivela e il modo dell’uomo di essere e motivarsi. Credere che ogni esistenza si svolge sotto la guida e chiamata di Dio, non esonera – tutt’altro! - dall’assumersi la responsabilità di darsi le migliori opportunità per la crescita della mente e dello spirito.
Le informazioni fondamentali
Il racconto biblico della creazione ci dà indicazioni decisive su come interpretare il mondo e il vivere da uomini. La sacra scrittura inizia proprio con il parlare di Dio, del mondo e da dove l’uomo viene e verso dove va. Alla luce dei capitoli 1-3 del libro della genesi vorrei ora tracciare alcune linee schematiche della visione cristiana di uomo e dei compiti educativi da essa deducibili. Possono apparire riflessioni ovvie per il competente ma utili e non altrettanto ovvie per gli studenti e gli insegnanti delle scuole cristiane.
Il mondo è creazione
Dio lo crea e lo sorregge. Lui ha dato ordine al caos e modellato la vita. Il mondo, con tutte le sue dimensioni (natura, intero cosmo, buio e luce, tempo…), non è senza fondamento e significato. Anzi è cosa buona. Il «é cosa buona» detto da Dio alla fine di ogni giorno della creazione diventa nel settimo giorno (la creazione dell’uomo) «é cosa molto buona». Il mondo e l’uomo emanano dal Bene-Essere del creatore e il loro scopo è ritornare a Lui.
Creato da Lui e ritornare a Lui nella unità di corpo e spirito. Ossia, nell’essere umano c’è un’insaziabile nostalgia di senso e di pienezza e ultimamente di Dio.
Questa nostalgia la troviamo nella sua unità e non solo nella sua parte spirituale.
Essa corrisponde al suo non essere intrappolato nel qui e ora ma poter trascendere se stesso e con tutto se stesso verso Dio, cosa possibile solo in un regime di libertà intesa come disponibilità e apertura amorosa a Dio e al prossimo. Nella libertà per la trascendenza di sé consiste l’invito a dialogare con Dio, invito che coinvolge l’uomo in tutta la sua totalità, cioè nella sua essenza come anche nelle sue abilità psicologiche e possibilità biologiche. L’autotrascendenza di sé verso un amore che è da Dio e porta a Dio si esprimerà nella prontezza incondizionata a realizzare quei valori che corrispondono al progetto di Dio per il mondo.
Essere cristiano significa – allora - cercare e trovare la presenza di Dio in tutte le cose. Questa prospettiva permette di avere una più grande comprensione della creazione, dell’uomo e del loro rapporto, dato che il riferirsi a Dio comporta un più stretto legame fra fede e ricerca della giustizia. Per il cristiano non ci può essere spaccatura fra culto a Dio e servizio al mondo.
Dono e missione
Un secondo aspetto della creazione è il mondo come dono di Dio e missione dell’uomo. L’uomo deve «coltivare e custodire» (Gen 2,15) il suo luogo, tenerlo fra le mani come Dio lo tiene. La chiamata al dialogo con Dio si fa – qui - appello alla responsabilità. La grazia di Dio non agisce senza la natura umana ma su di essa costruisce e la porta a pienezza. Dio non interviene saltando la libertà dell’uomo. Sta all’uomo sfruttare lo spazio di decisione di cui effettivamente dispone e in ordine a ciò aprirsi sempre di più alla grazia di Dio che lo sostiene a farlo. Pur nella limitatezza della sua libertà, l’uomo è invitato a darsi da fare per rispondere alla chiamata di Dio con una dedizione di sé a Dio e agli altri.
Essere cristiani significa, allora, essere liberi per grazia. C’è, per così dire, un ancoraggio della grazia divina alla natura umana, il che esige la cooperazione fra le due. Proprio per questo ancoraggio, quando il cristiano progetta di essere libero e realizzato, non pensa alla realizzazione di sé come ad un affare che riguarda solo lui, un itinerario solitario ed efficientista, un semplice essere se stesso e produrre. Ha un concetto più ampio di successo, oltre i criteri politici o economici.
Il mondo è in pericolo
«Qui c’è un tarlo» avverte il simbolo del serpente: la tentazione di diventare «come Dio» (Gen 3,5), senza morte né limiti, anziché essere come si è, seppur limitati anche nelle energie positive. L’uomo è uno che nel momento in cui si vede nudo, inizia a nascondersi. È uno che di fronte a Dio, gli altri e lo stesso suo stato di essere finito è preso dall’ansia. Nel caos dell’invidia, indigenza e concorrenza, perde la sua casa. «Adamo, dove sei?» (Gen 3,9). In questo contesto si capisce l’importanza cristiana del concetto di conversione come avere il coraggio di ritrovare se stesso, fuori dal gioco del nascondino, davanti a Dio senza la paura per i propri limiti.
In termini antropologici ciò vuol dire che l’essere umano, insieme libero e in pericolo, è segnato da una dialettica fra due aspetti del suo unico io. L’io ideale, ossia l’io che va oltre se stesso e cerca ciò che é «importante in sé» e l’io attuale che invece rimane chiuso in se stesso e cerca ciò che è «importante per me». Questa dialettica di base è presente in tutti e prende corpo nelle molteplici tensioni e rotture che segnano il rapporto con se stessi e gli altri.
La libertà dell’uomo è dunque relativa ma sufficiente a lasciargli lo spazio per disporre della propria vita. Da notare, qui, che ciò che limita la sua libertà non è soltanto il deficit chiaramente diagnosticabile, la mancanza, il difetto ma ad essere limitato è il suo stesso modo di orientarsi a volere ciò che essenzialmente vale, perché nel momento in cui l’essere umano si vuole trascendere/perdere si vuole anche conservare/tutelare, perché in parte si conosce e in parte no.
Essere cristiano, allora, significa vivere al cospetto di Dio da uomo. Al cospetto di Dio perché immagine e somiglianza della sua potenza e bellezza. Da uomo perché limitato nell’orientamento a Lui e aperto al naufragio. Ancorato alla grazia di Dio, può aspirare ad un futuro di speranza ma di fronte a quel futuro non si pone con libertà assoluta. Questo stato dell’uomo e del suo cammino dai desideri, bisogni e comportamenti contrastanti e variegati, la teologia lo indica con il concetto di concupiscenza associata al peccato originale.
Conseguenze per l’impostazione cristiana della formazione
Il Concilio Vaticano II riconosce la missione educativa della chiesa e sottolinea che le scuole cattoliche sono un luogo particolarmente adatto per la sua realizzazione [1].
La loro giustificazione d’essere è che sono un canale di mediazione per il contenuto e la visione cristiana della vita che abbiamo appena tratteggiato. Quindi, non mera alternativa alle scuole di stato ma un vero e proprio mezzo di apostolato il cui significato, ai fini della presenza cristiana nel mondo secolarizzato, non va screditato [2] . Ma questa forza di mediazione suppone che ci sia effettivamente la disponibilità a prendere i valori cristiani come fonte d’ispirazione per il progetto educativo: insegnamento didattico, programmazione annuale, attività pratiche e ricreative… Come stimolo a moltiplicare gli esempi, e servendomi della mia esperienza nel settore cito alcuni modi in cui quest’ispirazione di fondo si può attuare.
Sì al mondo
La teologia della creazione diventa per la scuola cattolica un modo distintivo di affrontare i temi della natura, storia, ambiente e cultura. Mondo creato e sostenuto da Dio non è una pia idea ma la consapevolezza che «il dato» è portatore di valore, dignità. Ciò vale per le scienze naturali ma anche per la matematica, le lingue, la politica, le correnti di pensiero filosofico e teologico. Non dovremmo avere paura di esplorare il dato, aprirci al nuovo, coglierlo e analizzarlo. Quest’apertura alle cose non è la semplice padronanza del sapere dei fatti né tanto meno il banale rincorrere e discutere ciò che la cronaca propina. Neanche si limita ad installare i computers a scuola o ad inserire gli insegnamenti specialistici dell’ultima ora. Il sì al mondo è avere una visione «cattolica» delle cose ossia uno sguardo ampio e universale [3].
Non fermarsi ai significati parziali. Voler cogliere ciò che sta «dietro» alle cose. Di qui – poi - l’interesse per gli insegnamenti specializzati, la cronaca o l’informatica… che stimolino a ricercare e a comprendere ma anche a riflettere. Quando è così, i nostri studenti non ricevono il prurito della curiosità passeggera ma il gusto dell’apprendimento che li tiene, per la vita, in stato di curiosità.
Insegnare a distinguere
Si possono mettere in ordine le cose se si sa come si fa a mettere in ordine. Per questo, forse, molti di noi nel mondo ci vedono poco chiaro. Per ordinare, non c’è un unico metodo. Cadremmo nell’ideologia se, in modo troppo celere ed evidente, ci schierassimo subito da una parte piuttosto che dall’altra. Per ordinare bisogna incominciare a distinguere. Le scuole cattoliche, anziché tagliare il mondo in bianco/nero, buono/cattivo, pro/contro… dovrebbero insegnare a distinguere. Per saper distinguere non basta sapere le cose. L’esaminato, lo studiato, l’appreso serve da sfondo per iniziare a soppesare, valutare, riflettere sul dato, sulla nostra condizione e finalmente arrivare a fare decisioni buone. Ciò vuol dire che nelle scuole cristiane è importante sapere e, in aggiunta, domandarsi se e come le cose sapute si coniugano con la visione cristiana di uomo. Cioè ci si chiede: adesso che so tante cose, per come io – cristiano - vedo le cose, che cosa maggiormente aiuta la persona umana? Quando questa domanda è viva, allora si capisce perché è così importante conoscere il senso proposto dalla radice cristiana (bibbia, tradizione, magistero, preghiera) e, d’altra parte sillabarlo in modo sempre nuovo a seconda dei contesti del sapere che si stanno affrontando. «Il discernimento richiede di esaminare i fatti e di riflettere separando i motivi che ci determinano, paragonando i valori e le priorità, studiando le conseguenze che le nostre decisioni comporteranno per i poveri, decidendo, quindi, e vivendo le nostre decisioni» [4].
Personalità motivate e critiche
Quando è cosi, la scuola cattolica aiuta i suoi studenti a sviluppare una personalità critica (in senso positivo) e motivata. È un diritto degli studenti ricevere un buon insegnamento cattedratico ma anche imparare la buona cura di se stessi: destreggiarsi nei compiti scolastici ma anche sentirsi a proprio agio di fronte alle domande che la vita pone o inevitabilmente porrà. E questo lo si ottiene attraverso la proposta di modi corrispondenti che, oltre che formare, hanno la forza di cambiare e perfino di guarire. «Nell’educazione egli [S. Ignazio] ci chiede di tendere a qualche cosa che superi la destrezza e il sapere che si trovano normalmente nel buon alunno.
Il “magis” non si limita solamente alle materie accademiche, ma riguarda l’azione» [5].
La formazione nel senso cattolico dovrebbe includere questo supplemento di educazione del cuore. Il limite di ritrovarci spesso ad operare al di sotto di questo ideale dovrebbe, parimenti alle capacità, tenere viva questa tensione al rialzo anziché, come spesso accade, portarci a soluzioni pedagogiche eccessivamente tolleranti e minimaliste, ritrovandoci con studenti che vengono da noi perché diamo l’idea di pretendere meno degli altri.
Oltre i confini del proprio piccolo mondo
Il rendimento scolastico e la futura sistemazione sociale dei nostri studenti non sono per noi gli obiettivi ultimi. Li vorremmo anche «uomini per gli altri» [6]. Di nuovo, se questo obiettivo è vivo, allora si capisce l’importanza del riferimento all’agire di Gesù verso gli emarginati e al suo ancoraggio in Dio. «La visione cosmica [è] centrata sulla persona del Cristo. La realtà dell’Incarnazione tocca l’educazione [cristiana] nel suo midollo. Lo scopo ultimo, la ragion d’essere dei collegi è di formare uomini e donne per gli altri ad imitazione di Cristo Gesù, il Figlio di Dio, l’Uomo per gli altri per eccellenza.» [7]. Quest’apertura è una conseguenza della nostra fede e si concretizza in attività esplicitamente religiose e (almeno) in «piccoli» segni della gestione quotidiana.
Proporsi garanti di ciò che vale Visto il posto centrale che il termine responsabilità e cooperazione con Dio ha nella visione cristiana di uomo, gli insegnanti di una scuola cattolica sono responsabili della dimensione intellettuale ma anche formatori di coscienza e responsabilità.
Quest’ultimo ambito d’azione tira in ballo una relazionalità che permetta un rapporto di verità fra tutti (impiegati, insegnanti, educatori e scolari), attento al programma d’insegnamento ma anche al gruppo e alle persone. Ciò non solo per ragioni di amabile socievolezza ma per motivi di educazione morale. «Un’autentica relazione di fiducia e di amicizia tra professore e alunno è una condizione inestimabile, che dispone ciascuno a progredire veramente in un impegno per i valori» [8] . Gli studenti intuiscono subito se ad un insegnante importa soltanto trasmettere un programma d’insegnamento oppure se ha orecchio e occhio per i loro problemi e la loro situazione momentanea; se è interessato a conoscere loro, il loro contesto familiare, i loro gusti, pensieri, errori e talenti. Questo interesse serve per calibrare il sostegno e la pretesa. Il ragazzo, negli insegnanti, cerca figure identificatorie, vuole «spiare» il loro modo di concepire la vita, sapere per che cosa si fanno garanti e da dove prendono la forza. Per l’insegnante si tratta di una stressante sfida ma da lui lo studente ha bisogno di vedere confermata la frase paolina: «anche noi che siamo deboli in Cristo, saremo vivi con lui per la potenza di Dio nei vostri riguardi» (2 Cor 13,4).
NOTE
1 Gravissimum Educationis, n. 8.
2 Cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, La scuola cattolica alle soglie del terzo millennio, 28 dicembre 1997 e anche A. Colombo, La scuola, luogo privilegiato di evangelizzazione, in «Vita consacrata», 2 (2004), pp. 160-170.
3 Sull’orizzonte «cattolico» cioè ampio e universale dell’educazione cf M. P. Gallagher, University and Culture. Towards a Retrieval of Humanism, in «Gregorianum» 85 (2004), pp. 149-172.
4 P.H. Kolvenbach, La pedagogia ignaziana oggi, in «Annuario della Compagnia di Gesù», Curia Sj, Roma 1994, pp. 58-59.
5 Ibid, p. 58.
6 Su questo cf Congregazione per l’Educazione Cattolica, Le persone consacrate e la loro missione nella scuola. Riflessioni e orientamenti, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2002.
7 P. H. Kolvenbach, cit., p. 59.
8 Ibid, p. 59.
(Tredimensioni 3 (2006) 75-82)
















































