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    Chiesa, speranza

    e giovani

    Spazi di audacia nelle riflessioni 
    di un giovane teologo 
    Cesar Kuzma *

    Nel riflettere, qui, su chiesa, speranza e giovani e cercando con ciò di trovare uno spazio per osare nelle riflessioni di un giovane teologo, tentiamo un po' di dar voce a quella speranza che la chiesa conciliare e postconciliare ha depositato e deposita nella gioventù, evidenziando anche la speranza che alimenta la gioventù di oggi e che è la forza che la mantiene viva e attiva. Domandiamoci che cosa la chiesa si aspetta dal giovane e che cosa la gioventù si aspetta dalla chiesa. La questione di fondo è: come possiamo trovare nelle speranze della gioventù una base favorevole per la speranza della chiesa e come l'incontro fra chiesa
    e gioventù può portare dialetticamente alla speranza più grande, la causa del Regno? Tale compito obbliga la teologia a una nuova audacia, a uscire da se stessa e andare incontro all'altro.

    C'È SPAZIO PER L'AUDACIA? PREOCCUPAZIONI DI UN GIOVANE TEOLOGO

    Chiesa, speranza, gioventù: c'è ancora spazio ora per una audacia che trovi la sua origine nelle preoccupazioni di un giovane teologo? Forse che l'audacia, così caratteristica in molti giovani - al di là delle loro condizioni e posizioni politiche e religiose, dato che avviene a vari livelli [1] -, trova uno spazio favorevole, maturo e aperto nella chiesa attuale, al punto da dare forza ad un pensiero critico, riflesso e costruttivo della e nella teologia, con la capacità di avventurarsi nella speranza che tanto inquieta e accarezza i cuori di oggi, restando nello stesso tempo una risposta profetica e libera? Domande come questa potrebbero moltiplicarsi e tutte quante attraverserebbero l'intenzione della nostra riflessione che, in forma semplice, ma obiettiva, viene qui introdotta.
    Trovar spazio per l'audacia diventa importante ancora di più se si prende in considerazione lo spirito del concilio Vaticano II, concilio di cui si celebrano i cinquant'anni e che ha avuto l'audacia di aprire la chiesa al mondo (di accoglierlo e dialogare con lui), concependola come segno e sacramento (LG 1), ampliando i propri ragionamenti e mettendosi in ascolto di tutto quel che attraversa la vita della società: le sue gioie, tristezze e speranze. Proprio questo: tutto quello che il mondo sente trova eco nel cuore di chi crede (GS 1). È così, a maggior ragione, dato che questo concilio ha invitato la chiesa, e in essa la teologia, a scrutare i segni dei tempi e ad interpretarli alla luce del vangelo, adattando e rispondendo per ogni generazione agli interrogativi sul senso della vita presente e futura (GS 4); e, principalmente, per quello che riguarda la gioventù, affermando che essa è la speranza della chiesa (GE 2). Ci si illude di sapere in cosa consista questa speranza e ciò che è depositato in essa e quale sia il futuro cui essa si rivolge. Sicuramente tutto questo può essere sentito nel mondo e nella chiesa dove questi giovani li si incontrano, davanti a tutte le possibili varianti, ed è in questo punto che si può percepire lo spazio di questa audacia. Domandiamoci quindi: sarà mai possibile?
    Un'audacia nella chiesa e nella teologia non è segnale di ribellione, e neppure è mancanza di senso di communio; è invece una proposta ad uscire, una uscita impaziente e salda, capace di stendere le braccia a tutte le periferie del mondo, entro quello che è stato proposto da papa Francesco in Evangelii gaudium (n. 24) - una chiesa «in uscita» - e nel suo appello ai giovani riuniti a Rio de Janeiro, durante la Giornata mondiale della gioventù del 2013, quando li ha esortati ad uscire, ad osare e a disturbare: «Mi aspetto che facciano casino; [...] voglio che escano, voglio che la chiesa vada per le strade» [2]. Certamente, questa uscita è motivata da una speranza. Ci resta da sapere se la speranza che genera questa uscita è la stessa speranza che la chiesa ripone nella gioventù e si attende da essa; oppure, in caso contrario, in quale forma chiesa e giovani possano avvicinarsi e dialogare, avendo come culmine la grande speranza, che è Cristo e il suo Regno.
    Parte di quello che stiamo proponendo nasce dalla mia esperienza di pastorale della gioventù in Brasile [3], luogo da dove è nata e dove ho imparato la mia vocazione come giovane laico cattolico e, più tardi, come teologo. Sono nato nella seconda metà degli anni Settanta, quindi già in una chiesa ispirata dallo spirito conciliare, alimentata altresì dalle spinte profetiche e pastorali che hanno sospinto le nostre comunità in America latina, specialmente in Brasile, dove ho assistito all'impegno di mia madre e di tanti altri. In quel periodo sono sorti i diversi movimenti e le diverse espressioni pastorali per la gioventù, che certamente hanno portato alla chiesa uno spirito creativo, aperto, libero e giovane [4]. Abbiamo imparato ad osare e in questa audacia abbiamo imparato a impegnarci nelle cause più importanti della società, che diventavano importanti anche per la chiesa, come si argomenta in Gaudium et spes (GS 1).
    Oggi ci accorgiamo che i volti che compongono i movimenti e le espressioni pastorali della gioventù nell'attualità si sono moltiplicati, poiché alcuni hanno mantenuto lo spirito di rinnovamento del concilio e ancora alimentano la vitalità della teologia latinoamericana (e lo stesso vigore viene alla luce in altre parti del mondo, con proprie espressioni teologiche); altri, tra i quali alcuni di nuova fondazione, hanno a loro volta camminato lungo altri versanti e altre direzioni, taluni fino a chiudersi verso le proposte conciliari; è un fatto da prendere in seria considerazione [!]. Ecco un campo vasto e complesso. Come della gioventù non si può parlare al singolare, dato che ha molte espressioni, lo stesso si può dire dei movimenti e delle pastorali della gioventù, le cui prospettive si sono ampliate. Di fronte a ciò, con occhio positivo, vediamo che il concilio ha depositato nella chiesa un forte ardore missionario e di dialogo con il mondo attuale, elevando la gioventù a un certo protagonismo nella chiesa e nella società nella quale vive. Evidentemente questo è il risultato anche di tutti i progressi fatti nell'Azione cattolica e nelle sue espressioni (JAC, JEC, JIC, JOC e JUC) [5], che porta al concilio un percorso maturo di apostolato e che nella sua determinazione apre spazi per l'autonomia di ciascun battezzato nell'esercizio della propria missione, cosa che farà nascere un nuovo flusso nei movimenti giovanili [6]. Lo stesso effetto si è ripetuto nelle conferenze episcopali latinoamericane e nella chiesa del Brasile, ambiente nel quale siamo inseriti e del quale stiamo parlando. Possiamo dire che la chiesa è riuscita a mostrare il suo volto giovane, appoggiando le proprie forze nella speranza che si risvegliava al suo interno, come cammino e proposta del Regno - un cammino di sequela e di audacia.
    Ma qual è la speranza che la chiesa ripone nella gioventù e della quale vive? E cosa la gioventù si attende dalla chiesa, e da se stessa, nel mondo in cui vive?

    CIÒ CHE LA CHIESA SI ASPETTA DALLA GIOVENTÙ E CIÒ CHE LA GIOVENTÙ SI ASPETTA DALLA CHIESA

    A cinquant'anni esatti dalla chiusura del concilio Vaticano II, quando la chiesa aprì le proprie porte e permise che entrasse "una ventata nuova", cosa che permise anche che la speranza che "era nell'aria" [7] negli anni Sessanta del XX secolo penetrasse in questo ambiente ecclesiale, oggi torniamo a parlare di questa chiesa e della gioventù alla quale si rivolge e, prima ancora, della speranza che ella ripone in ogni giovane di questo mondo, fedele o meno, praticante e religioso o meno: lo considera un agente che trasforma la società, un costruttore e sviluppatore di speranza, che può salvarsi o perdersi [8].
    Il concilio ha mostrato al mondo un nuovo volto della chiesa, per l'essere e il sentire la chiesa e, in questo caso, per l'essere e il sentire di una chiesa giovane, perché la chiesa «è la vera giovinezza del mondo» [9], alla sequela di un Cristo che è «eternamente giovane» [10], come si è affermato a chiusura del concilio. Certamente vi è una intenzionalità e avrà un suo effetto, dato che in quel momento la gioventù era enorme e viveva nel progetto di una nuova costruzione della società (principalmente in ambito europeo, locus specifico del concilio), con l'avanzamento dell'epoca moderna e di nuove forme di tecnologia, dove progettare il progresso della società, che pertanto dovrebbe essere inteso come salvaguardia della dignità umana e come rispetto dei limiti della vita e dei più vulnerabili; questo accento è presente in Gaudium et spes, nei vari punti dove si accenna all'impegno della chiesa nel mondo, sensibile a ogni problema esistente. Tutto questo prende la forma di una serie di movimenti giovanili che hanno inizio negli anni Sessanta, molti ancora sotto la spinta dell'Azione cattolica; ad essi si attribuiva già un'azione politica e trasformatrice, ma in questa nuova temperie, grazie a tutta la riflessione e i progetti per la chiesa fatti in concilio, essi ricevevano nuove caratteristiche. Quei movimenti non abbandonavano le proprie finalità originarie, ora anzi ancor più fortificate per il riconoscimento dell'autonomia dei cristiani laici e la valorizzazione della loro vocazione e missione nel mondo, nel lavoro, nella politica, nella famiglia, nell'educazione ecc. (LG 31b); tuttavia, a seconda dei luoghi e delle realtà incontrate, gli stessi movimenti prendevano nuove forme e si esprimevano in modi diversi [11]. Proprio dopo il concilio, specialmente a seguito dell'esortazione Evangelii nuntiandi di Paolo VI, che indicava i giovani come apostoli degli stessi giovani (EN 72), diventava chiara la speranza che si ripone in loro come agenti di trasformazione della società, affinché la verità piena e salvifica della chiesa possa apparire a tutto il mondo, in tutte le sue espressioni e a tutte le latitudini.
    Quando il Vaticano II afferma che il giovane è la speranza della chiesa (GE 2), la chiesa sta identificando nella vocazione e nella missione di quel giovane una forma autentica di apostolato nel mondo in cui vive e dove si realizza come essere umano, sia esso la famiglia, il lavoro o la città in cui viene a trovarsi. La chiesa non guarda al giovane considerandolo una speranza per se stessa, proiettandosi in lui, come per caricare sulle sue spalle una responsabilità che non gli si adatta o per invitarlo ad un cammino di santità contrario a quanto la vita e la sequela di Cristo gli chiedono, che - stando al concilio - esige una santità cercata nel mondo dove ci si trova e in cui si vive. La chiesa guarda anzi al giovane con sguardo di impegno, punta su di lui, confida nelle sue azioni, nel suo modo d'essere e nella sua iniziativa. Comprende che sta portando qualche novità e che possiede una esperienza e una inquietudine che esigono tale impegno. In quello che il giovane attende, la chiesa vede una parte della speranza che la sostiene, e questo favorisce un avvicinamento e un dialogo. La chiesa volge gli occhi a ciascuno dei propri membri, in una prospettiva di fede incarnata, perché si assuma il mondo e lo si trasformi nella forza del vangelo, sotto la guida dello Spirito, nell'orizzonte del Regno. La chiesa guarda al giovane come a un membro attivo della società e un membro prezioso di se stessa, che le corrisponde nella fede e nella speranza.
    Per la chiesa, l'influsso che questi giovani hanno nella società e il modo in cui operano non può venir disprezzato (AA 12a). Oggi la società cambia velocemente e tutti questi cambiamenti hanno un impatto considerevole per la vita di chiunque, principalmente di quanti fra i giovani si vedono precocemente chiamati a una responsabilità alla quale non sempre si sentono adeguati (dato che non sempre vi sono stati preparati), nella famiglia, nelle diverse relazioni, nel mondo del lavoro e nelle innumerevoli scelte che sono obbligati a fare senza la dovuta preparazione e una maturità che siano consone. Questa accresciuta importanza nella loro vita sociale e la formazione umana e spirituale che devono ricevere fa solo crescere la responsabilità del loro impegno apostolico (AA 12b). Questo è il lato della questione visto dalla parte dei giovani. Resta ora da vedere anche il lato del problema dalla parte della chiesa che chiama alla missione. Una volta che la chiesa ripone in essi tale speranza è anche suo dovere e sua estrema responsabilità sostenere tale speranza, con tutte le forze possibili (AA 12b). Una speranza non è mai isolata, ma è con tutti e in tutti, per gli altri e con gli altri; sarà sempre una speranza collettiva [12].
    Vorremmo sottolineare che questa eco conciliare ha fatto sorgere anche in America latina, per la mediazione delle conferenze episcopali del continente (CELAM) [13], questa intenzione di speranza nei giovani. Citando papa Paolo VI, la conferenza di Medellín, celebrata nel 1968 per applicare il contenuto conciliare alle realtà di questo continente, ha affermato che il tema della gioventù è di ampio interesse e di grandissima attualità (DM 5,1). La chiesa vede nella gioventù un rinnovamento di se stessa e dell'umanità (DM 5,10): la gioventù è un simbolo della chiesa, chiamata a un costante rinnovamento di se stessa, a un continuo ringiovanimento (DM 5,12). Già nella conferenza di Puebla, che ha avuto luogo nel 1979, analizzando una serie di situazioni sociali e politiche che circondavano i giovani di questo continente, la chiesa faceva per essi una opzione preferenziale (DP 1186s.): i giovani sono protagonisti del mondo, ma sono anche vittime di questo mondo; la chiesa, con tutta la sua struttura, deve riuscire a proteggerli e a prepararli, così che essi siano speranza nel futuro. Così come essi assumono nel mondo la funzione del Regno, vivendo nel proprio ambiente la speranza della chiesa, la chiesa fa per loro una opzione, li protegge e li accoglie, perché anch'essi sono la chiesa (DP 1184). Nella conferenza di Santo Domingo, nel 1992, il testo del documento ci incoraggia dicendo che Dio ha speranza in ciascuno, in ciascun giovane (DSD 118s.): i giovani sono la forza rinnovatrice della chiesa e la speranza del mondo (DSD 293). In Aparecida – siamo al 2007 – la conferenza riprende i punti essenziali della chiesa latinoamericana e, con una forte base biblica, riafferma la propria opzione per i poveri, aggiornando al tempo presente i nuovi volti dei poveri che soffrono in mezzo a noi (DAp 407). Accanto a tale opzione, fondamentale e vera, si incontrano i giovani, protagonisti, ma anche vittime della povertà, della violenza e della esclusione: per loro la chiesa deve fare una opzione concreta, rendendo tali giovani veri soggetti della propria storia perché diventino nell'avvenire una speranza di fatto, agenti e soggetti di trasformazione (DAp 443) [14].
    In questo caso specifico, la chiesa che vede nei giovani la speranza del Regno accoglie prima di tutto la loro speranza: sono loro che, come "i minimi" del vangelo di Gesù (cf. Mt 25), necessitano di carezze e consolazione, di speranza e liberazione. Se l'intenzione della speranza ignora tale fatto, si distanzia - e molto - dalla proposta di Gesù, che incarnandosi nel mondo ha assunto tutta la speranza che vi si trovava, si è fatto solidale con tutti, soprattutto con quelli che più soffrivano, e di fronte alla storia, segnata dall'irruzione del Regno, ha rappresentato un momento nuovo, un kairós dove tutto è reso vicino, è accolto e si trasforma. Nel medesimo articolo (DAp 443), Aparecida riprende una frase di Giovanni Paolo II, pronunciata in occasione della XVIII Giornata mondiale della gioventù (2003), quando definì i giovani «sentinelle del futuro», in modo coerente con la proposta di speranza: attenti al futuro e attivi nel presente. Anche ad Aparecida, durante il suo discorso di apertura e ripetendone il senso al suo rientro in Vaticano, papa Benedetto XVI diede forza alla tesi che la gioventù è la speranza e la forza vitale della chiesa e della società.
    Possiamo qui menzionare anche le molte Giornate mondiali della gioventù, nelle quali il discorso della chiesa verso i giovani è stato sempre di tono incoraggiante e motivante. Prima abbiamo menzionato la frase di Giovanni Paolo II, quando ha chiamato i giovani «sentinelle del futuro». Anche Benedetto XVI si è riferito a loro come speranza della chiesa in varie occasioni e lo abbiamo annotato anche con Paolo VI. Tuttavia, ci piacerebbe terminare questo ragionamento con un riferimento a questo nuovo momento ecclesiale, nella primavera di papa Francesco, che nei propri discorsi durante la Giornata mondiale della gioventù di Rio del 2013 ha voluto rinforzare questo dato di speranza nella gioventù, ma fondato in una chiesa in uscita e impegnata in radice con il vangelo, principalmente nel servizio ai più poveri e bisognosi. Stia attenta, quindi, la chiesa, a quanto essi attendono. Ai giovani lì riuniti, usando lo slogan di quell'evento, Francesco disse: «Abbiate fede!».

    Dico a ciascuno e a ciascuna di voi: "Abbi fede" e la vita avrà un sapore nuovo, la vita avrà una bussola per indicare la direzione; "Abbi speranza" e tutti i tuoi giorni saranno illuminati e il tuo orizzonte non sarà più buio, ma luminoso; "Abbi amore" e la tua esistenza sarà come una casa costruita sulla roccia, i tuoi passi saranno allegri, perché incontrerai molti amici che camminano con te. "Abbi fede", "Abbi speranza", "Abbi amore"! [15].

    Nella stessa occasione, tuttavia, uno dei momenti più emozionanti e coinvolgenti avvenne a Varginha, una comunità della periferia di Rio de Janeiro piagata da molti problemi sociali, di violenza e di abbandono da parte della politica. Dopo essere stato accolto dalla comunità e aver ascoltato un discorso profetico di due giovani, provenienti dalla Pastoral de Juventude (PJ), il papa ha proclamato un testo di solidarietà, accogliendo tutta la loro speranza, terminando con un saluto speciale per i giovani:

    Voi non siete soli, la chiesa è con voi, il papa è con voi. Porto ciascuno nel mio cuore e faccio mie le intenzioni che voi portate nel vostro cuore: i ringraziamenti per i momenti di gioia, le richieste di aiuto nelle difficoltà, il desiderio di consolazione nei momenti di tristezza e sofferenza [16].

    Rimane sempre il dubbio sul fatto che i giovani che prendono parte alle Giornate mondiali della gioventù siano quelli che realmente rappresentano tutte le tipologie di giovani nella chiesa, dato che la dinamica e la proposta dell'evento in sé già caratterizza uno solo dei modelli ecclesiali, che non è l'unico e non sempre accoglie la pluralità delle espressioni religiose dei giovani, soprattutto di quelli più impegnati dal punto di vista sociale. Nell'ambiente brasiliano, anche se il clima è in una linea più carismatica e festaiola, i discorsi di Francesco - spinti dalla nuova visione che si fa avanti nel suo pontificato e attraverso specifici momenti, come quello che è stato riportato sopra, tra gli altri – dimostrano che lo Spirito soffia sulla chiesa e sui giovani ben più forte di qualsiasi pretesa di inquadramento istituzionale. Lo Spirito dà forza alla speranza anche contro qualsiasi altra speranza.
    Nello Spirito vi è sempre spazio per l'audacia e questa permette di compiere passi verso la verità e la libertà. Rivivendo qui lo spirito del concilio, celebrandone i cinquant'anni, permettiamo che accada quello che il concilio stesso ha chiesto, nel suo messaggio di chiusura, rivolgendosi ai giovani: «È a nome di Dio e di suo Figlio Gesù che noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, a intendere l'appello dei vostri fratelli e a mettere con audacia le vostre giovani energie al loro servizio» [17]. Ancora una volta vi appare la parola "audacia".

    CIÒ CHE IL GIOVANE SPERA E LA SPERANZA DELLA CHIESA: SPAZIO PER UN'AUDACIA NECESSARIA

    Di fronte a tutto questo, di fronte a questa fiducia che la chiesa pone nella gioventù, mentre accoglie tutta la speranza, conforta i cuori e libera i prigionieri, il nostro esercizio teologico, trattando specificamente della gioventù, si deve sempre porre questa domanda: «Dov'è, o giovane, la tua speranza?». La domanda per sé è già complessa e implica tendenzialmente che la risposta data sia incompleta, perché c'è una pluralità di prospettive, una diversità di valori che si ritrovano nella società e che toccano il cuore di ogni giovane e anzi di ogni essere umano. Ci sono anche circostanze nate a causa dell'ambiente moderno e postmoderno che stiamo vivendo e che impone situazioni sempre più stimolanti. Siamo in un tempo di cambiamenti, opportunità diverse (o anche, per alcuni, senza alcuna opportunità), in un clima di trasformazioni. Tutto questo entra in circolo nell'ambiente dei giovani, modellandolo in una speranza che trasforma e che lo spinge in avanti, di corsa; o in alternativa (è anche questa un'ulteriore possibilità) può bloccarlo e fermarlo in un contesto ostile e pericoloso, senza alcuna aspettativa o speranza, suscitando paura, violenza e anche atti di fondamentalismo e di fanatismo. Ma resta una domanda necessaria, perché si può uscire solo a partire da essa, senza ignorare la realtà che ci sta sotto gli occhi.
    Domandarsi quale sia il locus della speranza nel giovane, specialmente se teniamo in considerazione le realtà attuali e il nuovo inquadramento sociale ed ecclesiale, significa preoccuparsi del cuore del giovane che va alla ricerca del proprio senso, della propria ragione d'essere, della propria realizzazione. La chiesa può offrire tutto questo, a patto che lo faccia in modo aperto e non impositivo, accompagnando il mutamento con rispetto per ogni moto di inquietudine, approfittando di questa per garantire speranza e avvicinarsi alla sua speranza.
    Se un giovane vede nella chiesa una fuga o un rifugio, non scorge in essa una speranza, ma piuttosto un nascondiglio di disperazione. E se questo diventa metodo, tutta la fiducia che la chiesa pensa di porre in questo giovane sarà inutile, perché tutto ciò che costui non chiede è proprio la trasformazione, in quanto crea insicurezza, porta paura e l'incontro con l'ignoto. Forse questa è proprio la realtà di alcuni gruppi e movimenti giovanili che sono sorti nel periodo postconciliare e penso che è comunque qualcosa cui dobbiamo prestare attenzione, dandovi un giusto peso (soprattutto per quei gruppi che si chiudono e si collocano contro lo spirito del concilio). Proporre con il concilio una chiesa in dialogo, per forza comporterà anche l'atteggiamento di fiducia nel dialogo. E ciò è una sfida. Tuttavia, è in questo clima e in questo orizzonte che noi vediamo la possibilità di osare e, osando, di proporre una forma creativa di vedere le cose e di progettarsi nel mondo, pieni di speranza.
    Probabilmente il concilio Vaticano II fu il frutto di una grande audacia, che non si presenta come irresponsabile, ma anzi misurata e pensata, toccata dallo Spirito che conduce la chiesa e le apre una nuova opportunità, appellandosi sempre alla novità che sta per arrivare. Questa audacia del Vaticano II si fonda su una volontà di cambiamento, nella libera decisione che il Regno appaia e avvenga. La chiesa deve mostrare questa dinamica che significa la causa del Regno nella propria struttura, in ciascuno dei propri membri e in tutte le proprie azioni. La proposta dell'aggiornamento è stata e rimane una forma di audacia; come per Medellín, nella sua analisi dell'America latina; come per i tanti vescovi che fecero propria la causa dei poveri e con loro furono martiri del Regno, insieme a numerosi religiosi, sacerdoti e laici. L'audacia si ritrova perfettamente nella speranza, perché è capace di dislocare, di creare nuovi cammini, di aprire nuovi varchi e di vedere il mondo (e la chiesa) in una prospettiva diversa. L'audacia può essere incontrata anche nella prassi di Gesù (anche lui certamente giovane), che nel percorso della propria vita affrontò potenti e capi del proprio tempo, offrendo a tutti, specialmente ai poveri, una nuova possibilità di vita e di libertà, in una speranza che si percepiva e si realizzava in quell'istante della storia. Ora, non è proprio Gesù colui che noi seguiamo? ... E allora? ...
    Venendo al contesto ecclesiale di oggi, diciamo che l'audacia è un termine adeguato per definire alcuni atteggiamenti di papa Francesco, un'audacia misurata e pensata, vissuta in prima persona prima di essere proposta alla chiesa. Sono senz'altro momenti di audacia che piacciono a molti di noi, ma che fanno traballare varie persone che stavano comode, inerti, chiuse e che non sentono questa nuova aria che spira grazie allo Spirito che ci guida. Lo Spirito ci porta sempre verso il nuovo ed è davvero l'audacia di andare oltre (EG 11). La finalità è salvaguardare l'essenziale, è vedere bene dove poniamo la nostra speranza, dato che dove è il nostro cuore sta anche il nostro tesoro (cf. Mt 6,21).
    Nell'esortazione Evangelii gaudium papa Francesco richiama la nostra attenzione sulla situazione dei giovani di fronte all'evangelizzazione e alle sfide del mondo di oggi - sfide che sono anche ecclesiali -. Afferma che oggi è aumentata la coscienza che tutti sono evangelizzatori ed educatori - e questo vale per i giovani. Diventa allora urgente che essi abbiano un protagonismo maggiore, poiché di fronte alla società molti di loro sono protagonisti ed entrano in solidarietà con i mali del mondo e con le persone che soffrono (EG 106). Più oltre, Francesco ricorda qualcosa che ha a che fare con la nostra proposta, su quello che la chiesa si attende e quello che il giovane si attende. Egli dice:

    I giovani ci chiamano a svegliare e aumentare la speranza, perché portano con sé le nuove tendenze dell'umanità e ci aprono al futuro, in modo che non restiamo incastrati nella nostalgia di strutture e abitudini che non sono più fonte di vita nel mondo attuale (EG 108).

    Penso che qui troviamo un grande sostegno per la nostra proposta, volutamente piena di voglia di uscire e di audacia, perché solo in questa forma - in uscita e con audacia - si può accogliere la speranza del Regno nell'incontro con la nostra speranza. Se la chiesa ripone nei giovani una speranza e vede in loro la speranza del futuro, è nello sguardo di questi giovani che si trova la speranza che ci rende possibile uscire e andare a cercare il nuovo.
    Concludendo: possa lo spirito della gioventù sostenere tutti e porci come meta Cristo e il suo Regno, colui che è «eternamente giovane» e che ci sostiene con ogni speranza. Come teologo, anche se ancora giovane, e come uno che ha bevuto a questa fonte postconciliare, mi aspetto di trovare l'audacia di una chiesa che si rende aperta e libera, impegnata con le grandi cause umane, poiché in essa si trova la speranza del Regno.

    NOTE

    1 Il tentativo di comprendere il vasto mondo giovanile oggi è un compito complesso e oltremodo vasto, data la pluralità di ambienti e scenari possibili. Lo si percepisce nei vari livelli sui quali può essere condotta l'analisi, a partire da quello socio-culturale a quello politico e religioso, in un ambiente moderno e postmoderno, dove tutte le possibilità si intersecano e ci interpellano. Su questa tematica, che non tocchiamo qui per la sua estensione, esiste una ricca bibliografia che può essere consultata. In modo asettico, indichiamo alcuni titoli: S.R.A. FERNANDES, Religiosidades, trânsitos e permanências no século XXI – particularidades das novas gerações, in R. PANASIEWICZ - VITÓRIO (edd.), Espiritualidades e dinâmicas sociais. Memória – prospectivas, Paulinas, São Paulo/SP 2014, 81-109; ID., Juventudes nas Igrejas e fora delas. Crenças, percepções da política e (des) vinculações, in Revista Torno 14 (2009) 99-116; J.B. LIBANIO, Jovens em tempo de pósmodernidade. Considerações socioculturais e pastorais, Loyola, São Paulo/SP 2004; H. ABRAMO - P. BRANCO (edd.), Retratos da juventude brasileira. Análises de urna pesquisa nacional, Fundação Perseu Abramo - Instituto Cidadania, São Paulo/SP 2005; R. HoGE et all., Young Adult Catholics. Religion in the Culture of Choice, University of Notre Dame Press, Notre Dame/IN 2001; B. CARRANZA, Juventude em movimento. Pólitica-linguagens-religião, in P.A. OLIVEIRA - G. DE MORI (edd.), Mobilidade religiosa. Linguagens, juventude, pólitica, Paulinas, São Paulo/SP 2012, 207-232; S.S. RODRIGUES, Jovens, experiência do sagrado e pertencimento religioso. Um olhar sobre a literatura, in OLIVEIRA -DE MORI (edd.), Mobilidade religiosa, cit., 253-288.
    2 FRANCESCO, Incontro con i giovani argentini nella cattedrale di San Sebastian,
    25 luglio 2013.
    3 PJ, abbreviazione di Pastoral da Juventude, è il modo classico di identificare in Brasile e in America latina i movimenti e le pastorali giovanili che sono sorte nel periodo postconciliare, rafforzate dall'ottica liberatrice della chiesa latinoameticana.
    4 Un buon quadro di questi gruppi e movimenti e del modo in cui si sono adattati nel Brasile dopo il concilio è disponibile nella seguente opera: J.B. LIBANIO, O mundo dos jovens. Reflexões teológico-pastorais sobre os movimentos de juventude da Igreja, Loyola, São Paulo/SP 19832.
    5 Queste sigle identificano le espressioni della gioventù brasiliana, animata dall'Azione cattolica, cioè: Juventude Agrária Católica (JAC); Juventude Estudantil Católica (JEC); Juventude Independente Católica (JIC); Juventude Operária Católica (JOC); Juventude Universitária Católica (JUC). Per un'analisi dettagliata dei rapporti tra gioventù e Azione cattolica, nel caso specifico del Brasile: L.A.G. SOUZA, Contradição das religiões nos anos de chumbo. Do apoio à profecia, in PANASIEWICZ - VITÓRIO (edd.), Espiritualidades e dinâmicas sociais, cit., 34-80. Più in generale: A.J. ALMEIDA, Leigos em quê? Uma abordagem histórica, Paulinas, São Paulo/SP 2006, 257-268; 289-291.
    6 Cf. ALMEIDA, Leigos em quê?, cit., 293-328.
    7 Si tratta di una espressione usata dal teologo J. Moltmann e che vuole descrivere l'ambiente favorevole in cui nasce la sua teologia della speranza, un ambiente identico a quello che ha visto celebrare il concilio Vaticano II. Cf. C. Kuzma, O futuro de Deus na missão da esperança. Uma aproximação escatológica, Paulinas, São Paulo/SP 2014, 104.
    8 Cf. Mensagens do Concilio à humanidade, in VATICANO II, Mensagens, discursos, documentos, Paulinas, São Paulo/SP 1998, 135 [ed. it., Messaggi del concilio all'umanità, in Enchiridion Vaticanum I, EDB, Bologna 1981, 476*-531* (spec. «Ai giovani», 525*-5311].
    9 Ibid., 136 [ed. it. cit., 5311.
    10 Ibid., 135 [ed. it. cit., 526*].
    11 Cf. LIBANIO, O mundo dos jovens, cit., 13s.
    12 Cf BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Spe salvi, 30 novembre 2007, n. 14 (vi si cita il teologo conciliare Henri de Lubac).
    13 Sviluppiamo solamente alcuni tratti, dato che la tematica della gioventù attraversa direttamente o indirettamente tutte le assemblee generali dell'episcopato latinoamericano, anche se con vari sviluppi. Per identificare ciascuna conferenza episcopale dell'America latina, in quanto segue useremo queste sigle: CELAM: Conselho Episcopal Latino-Americano; DM: Documento da Conferência de Medellín (1968); DP: Documento da Conferência de Puebla (1979); DSD: Documento da Conferência de Santo Domingo (1992); DAp: Documento da Conferência de Aparecida (2007).
    14 Un buono studio sull'opzione per i giovani in Aparecida si trova in questo saggio: C. CASTILLO MATTASOGLIO, La opción por los jóvenes en Aparecida, in Medellín 36/144 (2010) 487-517, che riassume un precedente lavoro dell'autore (La Opción por los Jóvenes en Aparecida, CEP, Lima 2009). Analogamente: H. Dicx, Resgate histórico da pastoral juvenil Latino-América, in Medellín 36/144 (2010) 451-462.
    15 Saluto e omelia alla festa di accoglienza dei giovani, 25 luglio 2013. 
    16 ID., Discorso durante la visita alla comunità di Varginha (Manguinhos), 25 luglio 2013.
    17 Mensagens do Concílio à humanidade, cit., 136 [ed. it. cit., 529*].

    * Teologo laico, è sposato e ha due figli. Ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro (PUC-Rio), dove è attualmente ricercatore e insegna nel programma di post-dottorato; i suoi settori di indagine riguardano temi come l'escatologia e la speranza, l'ecclesiologia e il laicato. È consulente teologico-pastorale in gruppi, movimenti, comunità ecclesiali di base; è altresì membro di SOTER, l'Associazione brasiliana di teologia e scienze religiose.
    Ha scritto: Leigos e Leigas. Força e esperança da Igreja no mundo (São Paulo/SP 2009); O futuro de Deus na missão da esperança. Urna aproximação escatológica (Rio de Janeiro/RJ 2014); insieme con M.F. Miranda e M.A. Sanches, Age Deus no mundo? Múltiplas perspeclivas teológicas (Rio de Janeiro/RJ 2012).

    (Fonte: Concilium, La gioventù cattolica riconfigura la Chiesa di oggi, 2-2015, pp. 79-93)

     



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