Dire Dio ad una
generazione incredula
Armando Matteo
Dire Dio non è cosa facile. Dio non si incontra come un amico di vecchia data. Né Dio scompare dalla nostra vita allo stesso modo con cui distrattamente si perde un mazzo di chiavi o un paio di guanti. Dio, cioè, non è un semplice “tu” che ci starebbe di fronte a chiederci conto della nostra esistenza né Dio è un Qualcosa – sia pure un grandissimo Qualcosa – di cui noi si possa sentire ora il possesso ora la perdita.
Per questo, tra le metafore meno adeguate a indicare Dio, la tradizione ci consegna quelle della luce, della vita e infine dell’amore. Dio è luce, questa è forse la radice etimologica del termine Dio, inteso quindi come colui che splende e fa splendere. Dio è vita, come colui che appunto possedendola in pienezza può concederne e ritirarne il dono. Dio è amore, questo è lo specifico cristiano: Dio cioè quale autorità benevola che si compiace della presenza altrui e ne promuove la libera espressione.
Ebbene luce, vita, amore sono realtà che esse stesse non si lasciano dire in modo immediato, ma che emergono come sfondo, contesto, riferimento, di ogni possibile dire e di ogni possibile agire autenticamente umano. Non ci è dato di fissarle direttamente. Si sottraggono a ogni tentativo di de-finizione. Eppure senza di esse, che cosa ci resterebbe?
Con una tale consapevolezza previa, bisogna a mio avviso introdursi al tema del “Dire Dio a una generazione incredula”. Quest’ultima espressione – generazione incredula – è un modo sintetico per dire quella generale e generalizzata estraneità, che tutte le recenti indagini sociologiche e la nostra viva esperienza ci restituiscono quale elemento che caratterizza il rapporto tra i giovani (in particolare quelli nati dopo il 1981) e la fede cristiana.
Basti qui citare un’autorevolissima fonte, la rivista Il regno: «La tendenza comune a ogni aspetto dell’identità religiosa è che i giovani, in particolare quelli nati dopo il 1981, sono tra gli italiani quelli più estranei a un’esperienza religiosa. Vanno decisamente meno in Chiesa, credono di meno in Dio, pregano di meno, hanno meno fiducia nella Chiesa, si definiscono meno come cattolici e ritengono che essere italiani non equivalga a essere cattolici. Lo scarto tra la generazione del 1981 [...] e la precedente nella propria adesione alla religione, segnatamente alla confessione cattolica, è così forte da non consentire di rubricarlo in una sorta di dimensione piana, in un processo dolce e lineare di secolarizzazione. Accanto allo scarto generazionale va poi richiamata la riduzione sostanziale della differenza di genere. Non vi sono differenze sostanziali tra gli uomini e le donne» (P. Segatti-G. Brunelli, Ricerca de Il Regno sull'Italia religiosa: da cattolica a genericamente cristiana, in il Regno/att n.10, 2010, p. 351).
Giovani, dunque ragazzi e ragazze estranei alla fede, alla Chiesa, a Dio, che ora deve appunto essere di nuovo loro “detto”.
Ma che cosa è allora successo a un Paese come il nostro che ha sempre avuto un alto tasso di cattolicità, che cosa è successo a una Chiesa come la nostra così ben ramificata con le sue 26.000 parrocchie, se oggi avvertiamo come normale la questione del dire Dio alle nuove generazioni, generazioni addirittura incredule? Domande non retoriche, se è vero che non è diminuito in modo drastico la domanda dei sacramenti né la frequenza dei piccoli al catechismo e dei più grandi all’ora di religione. E allora?
Allora è tempo di chiedersi dove normalmente Dio viene “detto” alle generazioni più giovani e riconoscere che alcuni dinamismi della cinghia di trasmissione della fede ormai si sono come inceppati.
Il luogo ove ogni cucciolo d’uomo può imparare la presenza di Dio non è – innanzitutto e per lo più - la Chiesa o la lezione del catechismo, quanto piuttosto gli occhi della madre e quelli del padre. Così pure gli occhi di tutti quegli adulti che per lui si renderanno nel corso dei giorni adulti significativi: dal dottore di famiglia al dentista, dal docente all’allenatore, dal maestro di musica a quello di danza o di equitazione. Solamente se quegli occhi riflettono qualcosa di quella luce, di quella vita, di quell’amore che Dio è, accade la possibilità che Dio venga “detto”, indicato, insegnato ai più piccoli. Non basteranno le parole di un curato di città né quelle di uno di campagna, non saranno sufficienti le accurate e colorate istruzioni della più brava delle catechiste a restituire la forza originaria che gli occhi materni e paterni – gli occhi degli adulti – hanno nel dire Dio.
Ebbene oggi siamo al punto in cui dobbiamo amaramente, dolorosamente, faticosamente riconoscere che i nostri occhi di adulti non brillano più della luce, della vita, dell’amore che Dio è; dobbiamo riconoscere che i nostri occhi adulti non sono più da tempo occhi di preghiera, che i nostri occhi adulti non sono più da tempo occhi di adorazione, di contemplazione, di elevazione a quel mistero d’amore divino che Gesù aveva svelato quale intrigo fondamentale di ogni altro mistero umano.
Parlo di amarezza, dolore, fatica nel riconoscere tutto ciò: nel riconoscere cioè che di adulti credenti ne sono rimasti pochi in giro. È una ferità doverlo ammettere: ammettere che siamo in pochi, ma è anche uno stimolo al cambiamento: forse come comunità credente ci stiamo occupando ancora di troppe cose (politica, scuola, crocifissi...), importanti certo, ma ora è tempo d’altro. È tempo di dire Dio: è tempo che noi adulti credenti, che ancora si siamo e ci stiamo, ci prendiamo cura degli altri adulti, della loro perdita di fede o del loro allontanamento dalla fede. È tempo che ci prendiamo a cuore il compito di dire Dio.
Come, infatti, non amaramente confessare che i nostri occhi adulti (per un momento mettiamo anche noi, che pure ci stiamo ancora, in questo discorso) sono diventati occhi freddi, cinici, a volte spenti, molto falsi, tanto autoreferenziali, addirittura privi calore, anche privi d’amore? Ma osiamo dire di più: sono diventati, i nostri di adulti, occhi atei. Ed è da questi occhi adulti atei - occhi che non hanno più riverbero della luce, della vita e dell’amore che Dio è - che guardiamo ormai il mondo, il nostro destino e infine l’intreccio dei destini dei singoli da cui scaturisce una grammatica della vita e dell’umano. E sono esattamente questi occhi che i nostri cuccioli hanno così tanto affannosamente cercato e fissato per apprendere appunto come si sta al mondo. Gli occhi degli adulti sono la prima ed essenziale mappa del mondo.
Ha ragione Leo, il protagonista di quello splendido romanzo che è Bianca come il latte e rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia, quando esclama: “il brutto della vita è che non ci sono istruzioni”. Ed è così: il brutto della vita è che nessuno nasce “imparato” e ovviamente nessuno muore “imparato”. Ed è proprio tra questi due eventi (vita e morte), che ci restituiscono la nostra nuda fatica con il mestieri di vivere, che bisogna stare al mondo: stare in un mondo che non ha bisogno di te, eppure tu non sei uguale a nessun altro. Nessuno può prendere il tuo posto, eppure sei letteralmente dispensabile. Non sei necessario. Questo mondo c’era prima di me e ci sarà dopo di me, ma non ne avrà né ne ha avuto mai uno come me. Che ci stiamo dunque a fare? Che senso ha crescere? E questa la domanda al cuore di ogni processo di crescita umana e questa la domanda dei più piccoli a cui gli occhi degli adulti danno, in ogni caso, una risposta.
Ed ecco il punto: da quarant’anni gli occhi degli adulti – di tanti, forse troppi adulti – non dicono più Dio. Hanno offerto risposte e istruzioni per la vita, dalle quali Dio è stato esiliato. Parlo in modo particolare di coloro che sono nati dopo il secondo conflitto mondiale, e quindi di molti di noi qui presenti. Noi che per primi, da una parte, abbiamo beneficiato e siamo stati pure travolti dall’invasione del benessere, della tecnologia e della medicina (si pensi all’allungamento medio della vita di ben trent’anni e all’impossibilità oggi di morire in santa pace) e, dall’altra parte, siamo stati pure coloro che hanno provocato e poi subito la rivoluzione culturale del Sessantotto (insieme alla scomparsa di tanti tabù sono evaporati pure l’idea del limite, della legge, degli stati di vita, del pudore). Ebbene proprio questi occhi di noi adulti postbellici hanno “taciuto” Dio.
Certo – non lo nego in questi quarant’anni – sono stati ancora largamente richiesti i sacramenti della fede, ma senza fede nei sacramenti; certo, si sono portati in misura ampia i bambini alla Chiesa ma non si è portata la Chiesa ai bambini; certo, si è pure lottato perché i propri figli frequentassero l’ora della religione ma si è ridotta la discussione intorno alla religione solo alla frequenza o meno di quell’ora.
I nostri piccoli non ci hanno colti nel gesto della preghiera, né li abbiamo sorpresi con il testo della Bibbia in mano in cerca anche noi, adulti, di istruzioni per la vita in mezzo a quelle storie che non di altro parlano se non di noi.
Non solo. Accanto e dentro a tutto questo, dentro cioè a questa mancata testimonianza della convenienza umana della preghiera e della meditazione personale del vangelo, gli occhi degli adulti hanno iniziato a comunicare un’altra luce, un’altra vita, un altro amore, insomma un altro “dio”. Alla domanda – che ci stiamo dunque a fare in questo mondo? – i nostri occhi – che sono quello che conta nel processo educativo (guai a pensare che ciò che conta siano le nostre parole, le nostre esortazioni), ecco i nostri occhi hanno dato a quella domanda sul senso dell’essere umano al mondo risposte che hanno messo Dio letteralmente fuori gioco.
È così che è nata la generazione incredula: la generazione dei nostri ventenni e dei nostri trentenni, una generazione che non si pone contro Dio né contro la Chiesa, ma una generazione che sta imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa, una generazione che sta vivendo perfino la propria ricerca di spiritualità senza la grammatica cristiana del mondo. I giovani, infatti, non vengono più in Chiesa, ma dichiarano di essere in ricerca. Smettono di riconoscersi come cattolici, ma non passano nelle file degli atei o degli agnostici. Stanno lì in mezzo al guado. Increduli, appunto.
E tutto questo dopo che hanno frequentato le nostre parrocchie e l’ora di religione per lungo tempo. Ma lo abbiamo già ricordato: la frequentazione della Chiesa, il catechismo, l’assunzione dei sacramenti e l’insegnamento della religione, privati della testimonianza degli occhi dei genitori circa la convenienza elementare della fede, non ha ottenuto la consegna di una grammatica cristiana del mondo capace di interloquire con l’umano alle prese con la propria identità e addirittura con la propria tensione religiosa. Se Dio non è importante per mio padre e per mia madre, non lo può essere per me.
Colpisce molto una recente osservazione di Papa Benedetto XVI ai giovani: egli ha raccomandato loro di «essere più profondamente radicati nella fede dei [loro] genitori» (pref. a Youcat).
In più – come già accennato – come adulti abbiamo iniziato a raccontare un’altra storia del mondo. Pur nella consapevolezza della nostra fede, dobbiamo prendere atto che l’aria che respiriamo – aria da noi adulti confezionata – sa poco di vangelo. Proviamo a fissare dunque quest’aria, per capire che cosa è successo, per capire poi che cosa ci tocca in sorte – cosa tocca in sorte ad adulti credenti, come noi, seriamente interessanti all’avvenire della fede, all’avvenire delle nuove generazioni.
Chiediamoci allora sinceramente (e mettiamo anche noi dentro la serietà di queste domande – un vero esercizio quaresimale): perché vale la pena per noi adulti di oggi vivere? Per che cosa siamo convinti di spendere la nostra energia vitale? Quali sono i nostri punti di riferimento? Che cosa dona per noi calore e colore alla vita? Che cosa amiamo davvero? Quale luce fa brillare i nostri occhi? Qual è la vibrazione profonda della nostra esistenza? Quale è la stella polare del nostro affanno quotidiano, del nostro vivere, del nostro lottare, del nostro amare? A quale corrente di golfo abbiamo affidato i nostri sogni e i nostri desideri?
Dio si dice proprio in tutto questo – e non altrove. Dio non accetta di dirsi ai margini di un’esistenza compiuta. Dio non è una questione di Chiesa o dei preti. Dio è una questione di luce, di vita, di amore.
Dio può così venir detto – riesce cioè dire a brillare nei nostri occhi - solo se Lo lasciamo interferire in quell’intimo in cui decido di me, in cui decido di ciò che per me è bene e di ciò per cui vale la pena spendere ogni goccia del mio sangue.
Giunti a questo punto, lasciamoci allora ferire da ciò che è il più noto di ogni cosa e che con fatica riusciamo ad accettare: gli adulti non siamo più quelli di una volta.
Proprio qui la differenza della fede cristiana è chiamata a entrare in gioco – in una tale metamorfosi dell’adultità.
Come sono allora, in generale, gli adulti di oggi? Cosa dunque brilla nei loro occhi? Cosa rende ragione in loro del mistero della vita? Quale è la bussola del loro amore?Come sono visti normalmente dai più giovani?
[Ovviamente potremmo dire: come siamo noi adulti di oggi...]
Andando giù rapidi come una saetta e con parole che – so – pesano come martellate potenti, la generazione adulta di oggi si lascia descrivere da tre sostantivi: giovanilismo, narcisismo e diffuso a-moralismo.
Siamo diventati una società di adulti che ama più la giovinezza che i giovani, una generazione che non vuole più assecondare il ritmo elementare della vita (nascita, crescita, sviluppo, invecchiamento e morte). E per questo vive di trucchi e di menzogne. Quante tinte per i nostri capelli bianchi? Quanti interventi per combattere la forza del tempo che incide i suoi segni sul nostro volto? Quanti attaccamenti a poltrone e a posti di potere come fonti di energie alternative a quella vitale che intanto se ne va? Come potrebbe ora testimoniare un adulto così quel Dio che è luce, che non asseconda mistificazioni e camuffamenti?
Siamo diventati una società che ha sdoganato come normale il narcisismo: una generazione che ha occhi e orecchi solo per se stessi. C’è chi parla di nar-cinismo. L’altro – ha scritto incisivamente Ferdinando Pessoa – è paesaggio. L’altro è morto – ha dichiarato Luigi Zoja. Se l’Ottocento è stato il secolo della morte di Dio, il Novecento è quello della morte del prossimo. Normalmente l’altro è invisibile.
Come potremmo ora testimoniare quel Dio che è amore, che si è fatto uno di noi per avere occhi come i nostri e mani come le nostre per parlare come noi e con noi?
Abbiamo, infine, abbassato ogni soglia di moralità. Non siamo più capaci di indignazione. Contestualizziamo tutto, e non contestiamo più niente. Il politicamente corretto e il riflusso nel privato ha ridotto la nostra sensibilità morale. Non siamo più in grado di resistere al degrado umano che invade la nostra società. Come potremmo testimoniare quel Dio che è amante della vita, una vita che non può accettare tutto e il contrario di tutto?
Siamo adulti privi di gioia, non abbiamo più entusiasmo – parola che vuole letteralmente dire presenza di Dio in noi.
E vedete proprio per tutto questo oggi i giovani stanno lontano da noi adulti e vivono in quei mondi – i mondi virtuali e i mondi della notte – dove noi non ci siamo. Stanno lontano da noi, a causa di questa piega degenerativa che ha abbiamo dato al nostro essere adulto: adulti adulterati non possono interessare ai giovani. Se in noi non vedono altro che una pazza corsa verso un’impossibile giovinezza, se in noi non vedono altro che una folle continua autocelebrazione, se in noi non vedono altro che l’infinito calpestare di ogni possibile limite, legge, istruzione, se in noi non vedono altro che l’amarezza del non essere più giovani come loro, in che cosa dovremmo loro interessare, loro così fortemente feriti dalla verità per la quale, davvero, il brutto della vita è che non ci sono istruzioni? A loro interessa sapere perché ci innamoriamo e perché ci innamoriamo spesso della persona sbagliata, ovvero perché non riusciamo a trattenere un amore appena fiorito oppure perché è necessario studiare con fatica e impegno, a loro interessa sapere perché ci si ammazza tanto per qualche dollaro in più quando le cose che contano non si contano, a loro interessa sapere perché le persone che amano si separano da loro, a loro interessa sapere che cosa il mondo si aspetta da ciascuno di essi, a loro interessa sapere perché un giorno qualcuno ha deciso di invitarli, senza poterli precedentemente avvisare, a questa strana festa che è la vita umana, che ha tante promesse ma poche premesse. Questo interessa loro sapere. Le loro sono dunque domande con le quali Dio ha certamente qualcosa da dire. Sono domande di luce, di vita, d’amore.
E ritorna così il tema di fondo della nostra meditazione: come dire Dio a una generazione incredula? La risposta è semplice.
Non ci resta alcuna altra via se non l’invocazione di una nuova prassi di adultità. Una nuova prassi di diventare ed essere adulti. Un nuovo amore per l’essere adulti. Un nuovo amore da adulti.
Tornino dunque gli adulti, tornino dunque occhi da adulti! È questo l’impegno di noi adulti credenti, l’impegno di noi che ci stiamo ancora, qui, ora, in e come Chiesa. Impegno di intercessione e impegno di testimonianza. Impegno di riflessione e impegno di positivo contagio per una autentica passione educativa. Impegno a rafforzare il nostro essere adulti credenti e impegno nelle nostre famiglie, nel giro degli amici, sul posto di lavoro perché tornino gli adulti. Questa è l’emergenza educativa.
Impegno di intercessione, innanzitutto.
Tornino adulti che non facciano fatica con la verità elementare della vita: la vita è dura, ma anche bella, la vita è fragile, ma è attraversata pure da un brivido di eternità. La vita è un inizio. La vita, questa vita, questo mondo non è il tutto, non è il paradiso. E nemmeno la giovinezza è il paradiso. Nulla in questo mondo è (un) paradiso. Dobbiamo riscrivere l’inno dei Beatles, Imagine: loro dicevano che solo immaginando l’assenza del paradiso, avremmo trovato la formula della felicità umana. Dobbiamo invece riprendere a immaginare di nuovo il paradiso, e a immaginarlo lì dove esso è: oltre il mondo. E da quell’oltre mondo esso potrà restituirci una vera luce su questo mondo. E allora non busseremo alle porte di questo mondo per chiedere che ci doni ciò che non può darci.
Tornino adulti capaci di vero amore: quell’amore che non consiste nel procurare cose, ma nell’aver cura dell’altro, nel sapersi fare da parte perché l’altro trovi la sua parte, nel saper essere autorità che autorizza l’altro a diventare attore e autore della sua vita, nel voler perdere tempo accanto all’altro perché l’altro non perda tempo dietro impegni di piccola taglia. Adulti di vero amore: adulti capaci di esprimere nelle loro parole e azioni un autentico «tu mi interessi» alle generazioni più giovani, un «tu mi interessi» che si traduce in un rosario continuo di domande, in un esercizio di ascolto, in un accompagnamento alla scoperta e all’elaborazione dei moti interiori dell’anima, in un’indicazione di classici da leggere e da discutere, in una condivisione di esperienze, in un’affidabile promessa di presenza: «io sono con te». Siamo amore, questa è la verità del nostro essere al mondo – lo ha cantato pure Vecchioni.
Tornino adulti capaci di vera testimonianza: capaci di attestare che non si vive solo per noi stessi, ma che mettiamo la nostra vita a servizio di qualcosa di più grande di noi. Essere adulto significa, infatti, essere passato dalla prospettiva dell’io a quella del sé. Io non sono semplicemente io o un piccolo Dio, ma incarno un valore, un progetto, un’idea più grande di me. Mi sento e mi pongo a servizio di qualcosa che non coincide semplicemente con me e con i miei interessi più spiccioli e immediati. Non sono un semplice produttore di capitale. Siamo tutti parola irripetibile di una grande romanzo e ognuno deve trovare il capitolo e la riga giusta dove collocarsi perché la storia continui.
Tornino adulti di fede, come noi, con noi, più di noi. Adulti afferrati dalle parole e dai gesti di Gesù – un uomo infinitamente contento di essere al mondo, un uomo di benedizione e benedizione di ogni uomo. Questa è la nostra fede: assumere da Gesù questa infinta contentezza di esistere. Fede è essere felici di vivere. Il nostro sorriso alla vita fa crescere i piccoli. E qual è il segreto di Gesù? L’amore di Dio. Lasciamoci riempire da questo amore di Dio (questo è in fondo il senso della Quaresima: far posto libero per tale amore) che colora la vita.
Dire Dio a una generazione incredula comporta dunque la riscoperta della nostra fede adulta e l’impegno perché altri adulti possano riscoprire la forza della loro originaria e non surrogabile testimonianza di fede.
È tra le spume del mare di una vita adulta pienamente amata e accolta, che Dio appare e scompare, come un veloce delfino: quel Dio che è come una luce che rischiara la vita, quel Dio che di continuo ci invita ad amare la vita e a fare della vita un infinito atto d’amore. Quel Dio che invita a un’infinita contentezza del vivere.
È proprio nel rapido battito (Augenblick) dei nostri occhi adulti che Dio si lascia dire anche oggi, di generazione in generazione.
















































