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    Dopo il covid:

    padronanza, agentività

    e fiducia

    Rosella De Leonibus

    «Una volta attraversata e oltrepassata l’esperienza della pandemia, secondo voi la nostra vita quotidiana tornerà come prima o sarà trasformata per sempre?»
    È questa la domanda che da un po’ di settimane sto ponendo, in termini di stimolo, di indagine assolutamente informale, ad amiche, amici e a persone con cui mi rapporto nel mio lavoro di psicoterapeuta, sia pazienti che colleghe e colleghi. Le risposte che raccolgo sono quanto mai varie, dalle previsioni più cupe sulla rottura dei legami sociali e il consolidamento di Big Data insieme all’impero del Grande Fratello, a quelle più entusiastiche, vicine a utopie di palingenesi. Ma su tutte prevale, per sovrabbondanza o per assenza, il tema della ricostruzione di legami interpersonali di fiducia e cooperatività e il tema dell’uscita da vissuti di paura e impotenza. Ormai sappiamo quasi tutto sullo stress da pandemia (anzi da sindemia, perché alla pandemia in termini di virus si è accompagnato il disagio psichico, quello sociale e quello economico), sulla sindrome della capanna e sul languishing, ed è significativamente comprovato che il ritorno alla “normalità” dopo un trauma collettivo di livello mondiale (perché di questo si tratta esattamente), non è affatto scontato. Al cervello non piacciono i grandi cambiamenti, sostiene Claudio Mencacci (1) e neppure le grandi sorprese. Il panorama di angosciante incertezza del primo lockdown e i diversi gradi di restrizioni che stiamo accettando più o meno da un anno e mezzo, hanno indotto il nostro cervello ad adattarsi cercando di controllare l’incertezza e l’ansia che ne deriva. Ma abituarsi a queste formule protettive di rapporto con gli altri e con l’ambiente comporta una perdita in termini di soggettività e di qualità dei legami interpersonali.
    La paura estrema del contatto ha fatto il paio col negazionismo, ed entrambe le formule sono molto impattanti sul nostro sistema nervoso, sia quello centrale che quello autonomo. Il nostro sistema innato di ingaggio sociale, quello che ha fatto la fortuna evolutiva di Homo Sapiens permettendoci di cooperare (modulazione della voce, espressione facciale di sorriso e gesti di accoglienza, che co-regolano il nostro stato fisiologico con un altro umano sicuro e fidato), è stato messo fuori gioco, generando ansia ed irritabilità e producendo stati neurofisiologici difensivi orientati alla lotta, alla fuga o alla resa passiva (2).
    Anche se ci siamo ancora dentro, anche se le varianti si affacciano minacciose all’orizzonte sciorinando l’alfabeto greco, è già tempo di pensare al dopo. E il dopo è pensabile solo come processo di resilienza collettiva. Allo stesso modo in cui in formula collettiva è stata gestita la prevenzione dal contagio. I presidi necessari sono più immateriali, ma non per questo meno potenti o meno urgenti. Proviamo a declinarli con tre parole chiave.

    LA PRIMA PAROLA È MASTERY
    Mastery significa padronanza, lo stato mentale che sentiamo quando abbiamo la sensazione di saper regolare le nostre emozioni. Concretamente, è lo stato in cui possiamo permanere tra i due limiti estremi della “finestra di tolleranza” di Daniel Siegel (3), cioè mantenere un buono stato di attivazione neurofisiologica, né eccessivo (iperarousal), né insufficiente (ipoarousal), tale da garantirci un’atmosfera interiore di tranquillità e stabilità. Se per disavventura gli eventi alterano la nostra risposta emotiva e ci fanno uscire fuori dalla finestra di tolleranza, possiamo attivare diverse strategie di recupero.
    Al primo livello, il nostro aiutante sarà il corpo: alleandoci con esso potremo imparare a scaricare la tensione accumulata oppure a riattivare l’energia vitale. Qui ci sarà di aiuto lo sport, il massaggio, la danza, le tecniche di rilassamento, le pratiche termali, le tecniche di respirazione consapevole, il buon sonno, il buon cibo, passeggiare all’aperto, immergerci negli ambienti naturali, tutto ciò che ci aiuta a ristabilire un senso di controllo ed equilibrio, a riportare nel nostro corpo sensazioni ed emozioni diverse dalla tensione e dall’angoscia.
    Al secondo livello, il nostro sistema di recupero lo possiamo cercare nelle relazioni con gli altri. Prima di tutto con i nostri cari, con le persone con cui coabitiamo o con cui abbiamo una relazione di intimità, coi quali fin da subito, senza mascherina e senza distanziamento, possiamo offrire e chiedere conforto a vicenda: un prolungato abbraccio, un contatto corporeo, una carezza, una cura speciale per la nostra persona, e poi, andando verso cerchie meno intime, rispetto alle quali ancora vigono norme di distanziamento fisico, possiamo attivare un contatto oculare, un contatto di parola, condividere emozioni, scherzare insieme, praticare insieme un hobby o un’altra attività significativa. Potremmo cominciare così a riparare gli strappi e i vuoti di condivisione a cui la pandemia ci ha costretto, e cominciare a guardare di nuovo gli altri come “prossimi”, seppure dai due metri di ordinanza.
    Al terzo livello, l’autoregolazione può transitare per una via interiore, con la meditazione, con la scrittura, con l’espressione mediata da strumenti e pratiche artistiche.
    Il primo e il secondo livello di recupero della mastery sono già in grado di bilanciare il quoziente di stress accumulato con le restrizioni connesse al pericolo dei contagi, mentre il terzo livello permette anche una prima elaborazione delle conseguenze traumatiche della pandemia, soprattutto se viene svolto in gruppo. Tutto sommato, dove potremo riattivare buone esperienze di mastery, ad uno qualunque dei livelli descritti, sorgerà presto un senso di benessere, e con una pratica costante diventerà possibile rientrare nella finestra di tolleranza anche davanti ai flashback e ai ricordi intrusivi delle esperienze traumatiche che la pandemia ci ha fatto attraversare.

    LA SECONDA PAROLA È AGENTIVITÀ
    L’agentività (agency): è la facoltà di far accadere le cose, di intervenire sulla realtà, di esercitare un potere causale. L'agente produce o è capace di produrre una azione rispetto al contesto in cui vive. Questo costrutto è stato proposto da Albert Bandura, il famoso psicologo canadese, uno dei padri della Psicologia Cognitivista, deceduto poche settimane fa). Nella sua elaborazione ha indagato in che modo l’essere umano non è mosso solo dalle proprie pulsioni e neppure soltanto dal Grande Fratello di turno, ma ha la possibilità di porsi come agente attivo. Il mondo che ci circonda non è solo determinato da catene causali ineluttabili, ma è definito anche dalle nostre azioni umane.
    “Le persone, attraverso i meccanismi di agentività personale, contribuiscono a determinare il loro funzionamento psicosociale. E nessun meccanismo di agentività è più importante o pervasivo delle condizioni di autoefficacia” (4). Possiamo attivarci con l’azione per poter perseguire i nostri obiettivi, e ad ogni azione che intraprendiamo aumenta il nostro “sentimento di autoefficacia”. Sono in gioco valutazioni sulla nostra capacità personale, non valutazioni astratte sulla nostra persona.
    “Il senso di autoefficacia corrisponde alle convinzioni circa le proprie capacità di organizzare ed eseguire le sequenze di azioni necessarie per produrre determinati risultati. Le convinzioni che le persone nutrono sulle proprie capacità hanno un effetto profondo su queste ultime. Chi è dotato di self-efficacy si riprende dai fallimenti; costoro si accostano alle situazioni pensando a come fare per gestirle, senza preoccuparsi di ciò che potrebbe eventualmente andare storto” (Bandura, op. cit.).
    Riattivare l’autoefficacia sarà cruciale in epoca post pandemica, per riprendere in mano a livello dei singoli e delle comunità la competenza ad agire sul mondo invece che a doverne stare al riparo. Servono esperienze dirette di gestione efficace, che creino un patrimonio di memorie, guardando il quale si stabilizza dentro di noi il sentimento di autoefficacia. Servono esperienze vicarie, che ci permettano di trarre vantaggio dalle azioni di chi già sta raggiungendo i propri obiettivi attraverso l’azione e l’impegno. Servono parole e narrazioni che riaccendano la fiducia e la speranza . Servono esperienze emotive buone, che ci facciano sentire bene con noi stessi e con gli altri, sia fisicamente che psicologicamente. Serve riflettere insieme sulle esperienze, per imparare dagli errori e non restare bloccati quando le cose prendono una piega sgradita.

    LA TERZA PAROLA È FIDUCIA
    Fiducia, e più esattamente fiducia interpersonale. La fiducia negli altri è un sistema necessario per la sopravvivenza di noi umani. Si impara a “fidarsi” degli altri appena nati, tra quelle braccia che sostengono il nostro piccolo inerme corpo rispetto alla forza di gravità e ai bisogni impellenti che manifestiamo. Per sopravvivere bisogna potersi affidare a qualcuno, e l’esito di questo passaggio imprinta fortemente il nostro rapporto con gli altri e col mondo (5). Potersi fidare degli altri vuol dire realizzare un rapporto reciprocamente gratificante. L’esperienza che più di altre genera senso di fiducia e di sicurezza è il sentirsi compresi. Questa possibilità si realizza solo attraverso l’apertura emotiva, attraverso il condividere sentimenti e vissuti, riconoscendosi negli altri e riattivando circuiti di empatia reciproca. Solo a partire da qui possiamo tornare a far affidamento su altri, a chiedere e offrire comprensione, sostegno e forza nei momenti di difficoltà. Ma la fiducia interpersonale contiene un paradosso: solo se abbiamo recuperato un buon senso di fiducia in noi stessi potremo sviluppare una apertura autentica nei confronti degli altri e attivare circuiti empatici, evitando diffidenze e comportamenti di chiusura, che raggelano le relazioni.
    La fiducia interpersonale adulta, basata sulla self disclosure e sulla scelta attenta degli interlocutori, è la più difficile da riattivare: è stata la più minata, per la perdita di contatto sociale, ed ha sofferto molto della tendenza tutta umana a cercare capri espiatori e nemici esterni nei momenti di difficoltà. Soffre moltissimo delle narrazioni tossiche, delle fake news e della comunicazione pubblica poco accurata, se non scadente. Soffre delle contrapposizioni, delle estremizzazioni, e deve fare anche i conti con l’irriducibile complessità dei fenomeni del mondo contemporaneo, che impediscono di costruire letture e messaggi univoci, e impongono l’addio alle “idee chiare e distinte”. Il compito epocale che abbiamo davanti nel post pandemia è esattamente questo: affrontare culturalmente e politicamente gli ostacoli appena descritti, perché l'aumento della complessità sociale richiede una generalizzazione della fiducia, tale da estenderla dai circoscritti ambiti interpersonali verso il sistema e le sue istituzioni, per riattivarla nel circuito sociale, nella comunità, nel futuro.

    NOTE

    (1) Psichiatra e Presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia (Sinpf)
    (2) https://formazionecontinuainpsicologia.it/covid-19.../
    (3) Siegel D.J., La mente relazionale Neurobiologia dell'esperienza interpersonale, Raffello Cortina Editore 1999
    (4) Bandura A., Autoefficacia. Teoria e applicazioni, ed. Erickson, 2000
    (5) Bowlby J., Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, 1982

    (Rocca n. 18 del 15 settembre 2021)



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