Fede, cultura, evangelizzazione
La Comunità di San Leolino
La fede rimane sempre un cammino. E perciò è sempre minacciata e in pericolo. Ed è salutare che si sottragga in questo modo al rischio di trasformarsi in ideologia manipolabile. La fede può maturare solo nella misura in cui sopporti e si faccia carico dell’angoscia e della forza dell’incredulità e l’attraversi infine fino a farsi di nuovo percorribile in una nuova epoca. (J. Ratzinger, Dio e il mondo, S. Paolo 2001, p. 30)
1. Una precisazione necessaria
Non si può nominare oggi il tema della cultura in rapporto alla fede e all’evangelizzazione senza incorrere, rispetto alla mentalità più corrente, in più di un equivoco: la parola «cultura» evoca immediatamente il noioso e pedante professore di scuola, la «carriera » fatta attraverso libri e pubblicazioni, l’hobby personale per la critica talvolta incomprensibile di tutto, l’attrazione (e la paura) per un ruolo diverso rispetto alla vita comune o normale. Cultura, in altre parole, significa il potere. Fede ed evangelizzazione evocano, invece, tutt’altre realtà: riti, preghiere, catechesi vissute nell’umiltà, nel servizio, nell’anonimato. Tanto più che la parola cultura è soltanto di recente diventata un’area di attenzioni pressanti e, al tempo stesso, assai complicate: non è meglio, si direbbe, semplificare tutto e ignorare questa cultura diventata complessa e soprattuto onnipresente? Un sottile conflitto, dunque, c’è tra fede, cultura, evangelizzazione e sarebbe ingenuo tentare di risolverlo con qualche buona parola che, alla fine, lascia il tempo che trova. Di fatto, ognuno pensa come vuole e non fa mistero della propria antipatia verso luoghi e persone della cultura, quasi si trattasse – ci si perdoni la forzatura – di difendere la purezza del Vangelo dalle contaminazioni del mondo e dei suoi piaceri.
Eppure, il Magistero della Chiesa non è affatto allineato con tali semplificazioni e si mostra sempre più preoccupato di questo rapporto tra fede e cultura. Anzi, non si stanca di richiamarlo all’attenzione di tutti, sebbene i suoi sforzi non sembrino trovare, almeno nella maggioranza dei casi, una serena e calda accoglienza.
Nella sua enciclica Fides et ratio, infatti, Giovanni Paolo II torna e ritorna su questo tema, mentre medita, in una nuova luce, sulla relazione fede-cultura-evangelizzazione che è anche il tema di questa nostra piccola antologia: «Le culture quando sono profondamente radicate nell’umano portano in sé la testimonianza dell’apertura tipica dell’uomo all’universale e alla trascendenza… Ogni uomo è inserito in una cultura, da essa dipende, su di essa influisce.
Egli è insieme figlio e padre della cultura in cui è immerso… il modo in cui i cristiani vivono la fede è anch’esso permeato dalla cultura dell’ambiente circostante e contribuisce, a sua volta, a modellarne progressivamente le caratteristiche» (nn. 70 e 71).
2. Ogni uomo è figlio e creatore della cultura
Possiamo passare sopra queste espressioni – che più che parole sono un compito e, dunque una precisa presa di coscienza – ma Dio non sarebbe contento della nostra supponenza o della nostra superficialità: come possiamo annunciare il nome di Gesù Cristo se non conosciamo gli uomini, la loro mentalità (la loro «cultura»), i loro desideri e i loro valori? Tanto più che anche noi come cristiani siamo immersi in questa mentalità o cultura e non possiamo certo dirci del tutto immuni da valori e desideri che sono quelli della nostra dura e sofferta contemporaneità. La fuga dalla nostra realtà sarebbe una pericolosa menzogna, un atto di sottilissimo orgoglio che renderebbe superflua la grazia di Dio in Gesù Cristo. Da parte nostra, piuttosto, scegliamo di prendere seriamente le espressioni del papa ed anzi di incamminarci in quella direzione anche se ben consapevoli delle difficoltà e della fatica non lieve del cammino.
Cosa significa, allora, che «il modo in cui i cristiani vivono la fede è anch’esso permeato dalla cultura dell’ambiente circostante e contribuisce, a sua volta, a modellarne progressivamente le caratteristiche»? Proviamo così a leggere in profondità quest’ambiente che ci circonda e in cui siamo immersi noi stessi.
In un’epoca non tanto lontana i cristiani hanno dovuto edificare la loro fede a fronte di un ateismo attivo, in particolare di un marxismo coerente e agguerrito, che criticava o combatteva la fede cristiana. Ma proprio il fatto di essere contraddetti, chiamati dalle circostanze a rendere ragione di una fede ritenuta superflua o alienante, ha obbligato i cristiani a prendere posizione, a dire a chi o a cosa credevano. Non è stato facile e le ferite che ne sono derivate restano ancora aperte e brucianti. Tuttavia, se qualcuno mi attacca, ciò vuol dire che prende atto che esisto. Così, si può dire che la vitalità dell’ateismo degli anni ’60 e ’70 ha contribuito a far nascere nei credenti una fede più solida e meno genericamente religiosa. Allo stesso tempo, l’ateismo non è passato invano nelle coscienze contemporanee, ed anzi non è passato invano neppure in coloro che, sul piano politico, si sono opposti con tutte le loro forze all’invadenza del marxismo.
3. Uno storico spartiacque
All’indomani della disfatta – la caduta del muro di Berlino (1989) – ci siamo tutti svegliati, anche in Italia, in un altro mondo: è vero, come cristiani non siamo più attaccati, sono cresciuti anzi gli ambiti della nostra presenza (volontariato ecc.), la Chiesa sembra godere di considerazione e stima, ma è altrettanto vero che subito dopo abbiamo sperimentato un tarlo più sottile dello stesso ateismo e cioè l’indifferenza. L’indifferenza dei giovani soprattutto. Ed è una realtà molto più difficile da combattere. Di fatto, quest’indifferenza religiosa si afferma là dove, a partire da un certo momento, un insieme di convinzioni e di comportamenti che veicolano una formazione umana e religiosa non sono più trasmissibili di padre in figlio come avveniva una volta. Così, siamo di fronte a una «crisi della trasmissione» a tutti i livelli – da quella scolastica, familiare, religiosa – tanto più grave in quanto totalmente nuova e quasi sconosciuta fino ad oggi. Trasmissione della fede, ma anche trasmissione di valori capaci di orientare dei comportamenti o anche di illuminare delle scelte profonde come l’amore per la verità, la necessità di dare un senso serio alla propria vita, la ricerca della nostra identità unica e irripetibile.
Viviamo, allora, in un clima di relativismo e di soggettivismo (che ne è la conseguenza) dal quale nessuno sa come uscire.
D’altronde, una delle conseguenze più tristi dell’indifferenza è proprio l’insicurezza che degenera, talvolta, in ribellione contro l’esterno o le istituzioni pubbliche e talvolta contro se stessi (angoscia, depressione, paura): come vivere e costruirsi senza saldi punti di riferimento – sia pure suscettibili di essere messi anche in discussione – o senza un terreno, anche minimo, sotto i piedi? In effetti, oggi pare difficile incontrare persone serene, aperte, fiduciose nella relazione umana, persone che possono guardarti negli occhi con un minimo di simpatia o di accoglienza: si vedono piuttosto persone distratte, che non seguono nessun discorso, per non dire talvolta anche ostili, diffidenti, quasi protette o prigioniere di un muro invalicabile. Paradossalmente, si direbbe che l’indifferenza verso il mistero di Dio produca immediatamente l’indifferenza verso gli altri esseri umani o, per meglio dire, verso i loro sentimenti che sono la ricchezza della vita. Così, l’insicurezza produce una cristallizzazione, una fissazione quasi morbosa verso i propri obiettivi, desideri, bisogni.
4. Il tarlo dell’indifferenza
Da qui, da questa insicurezza, prende forza anche un certo «ritorno del religioso», beninteso al di fuori della Chiesa, cui assistiamo da vent’anni a questa parte, con il successo delle religioni orientali, ma anche dell’esoterismo, delle scienze occulte e dell’astrologia.
Il pluralismo delle fedi e delle credenze, pur nato sul terreno giusto della tolleranza e del rispetto della coscienza umana, acuisce il senso dell’insicurezza perché, nel frattempo, queste religioni e credenze si sono rivelate piuttosto inclini a occupare, in un paese ieri profondamente cattolico, lo spazio creduto vuoto e lasciato incustodito dalla fede cristiana. L’aggressività di un certo Islam (ma anche di tante altre forme religiose) non nasce dal nulla, nasce bensì dall’insicurezza che tutti quanti riveliamo nella nostra vita, nei nostri discorsi, nei nostri occhi e nella nostra di- sperata ricerca di qualcosa. L’Occidente come sovrastruttura economica- civile dà una ben altra immagine di sé, più solida e più organizzata e per questo motivo più desiderata e temuta.
Che fare, viene spontaneo dire, in questa situazione tesa tra l’indifferenza e il pullulare di tante religioni? Dal punto di vista cristiano, che si debba parlare di Dio, questo è certo, ma la difficoltà verte sul «come» della proclamazione, sul modo in cui bisogna parlare di Dio oggi senza cozzare contro la diffidenza, il sospetto del proselitismo a tutti i costi. E, a proposito di trasmissione della fede, la fede si può trasmettere? Non è possibile rispondere a questo decisivo problema senza distinguere chiaramente tra religione e fede. Una distinzione, certo, molto abusata, ma che resta oggi una chiave di comprensione molto efficace, davanti alle trasformazioni nelle quali siamo coinvolti. Perché la fede non coincide con la religione.
5. Religione e fede
La religione è una dimensione naturale, universale di ogni uomo.
Si può essere molto religiosi e per nulla cristiani: il Vangelo di Gesù Cristo ce lo dice apertamente. Il mondo antico, mondo pagano, era iperreligioso e sacro, popolato di dèi. Come il nostro mondo, altrettanto materialista, ma sensibilissimo oltre ogni possibile indagine a qualsiasi fermento religioso. Al contrario, la fede si configura come una «relazione» viva, personale, con qualcuno che si chiama il Dio rivelato da Gesù Cristo e testimoniato dalla Chiesa. Un’esperienza che non è riservata a pochi mistici o privilegiati, che sarebbero più dotati di altri: ogni uomo o donna è chiamato a questa relazione come, fino a qualche tempo fa, i nostri nonni e le nostre nonne avevano ben sperimentato. La fede è fiduciosa consegna di sé a Dio, che consiste nel dare una totale fiducia a un Altro, nel mettere la propria fede (la propria vita) in un Altro, nel fidarsi della parola di un Altro.
Ma questa fiducia – i filosofi direbbero fondante – non è solo riservata alla relazione Dio-uomo. A ben vedere, essa è al centro non solo di ogni relazione umana, ma anche di ogni relazione con il mondo terreno, con la vita, con l’ambiente che noi forgiamo con la nostra cultura. Da qui l’amicizia, l’amore per la vita e da qui anche il fatto che i nostri padri nella fede ci hanno lasciato un incalcolabile patrimonio di chiese, cattedrali, monasteri e innumerevoli opere d’arte.
Particolarmente in Italia, ma anche in tutta Europa e fuori dell’Europa.
Il problema è piuttosto, ieri come oggi, che il Dio rivelato da Gesù Cristo è il totalmente Altro: Egli sfugge ai nostri sensi, non lo si sente, non lo si tocca e non lo si vede. La fede è, dunque, come ci ricorda il card. J. Ratzinger nell’apertura di questo discorso, un cammino, perché è al di là delle nostre certezze sensibili. Per questo la fede è sempre un’avventura che dura tutta la vita, un cammino al contempo luminoso e oscuro. San Giovanni della Croce afferma, giustamente, che è «una luce oscura».
Ora, l’originalità della fede cristiana consiste nel fatto che il Totalmente Altro si è fatto simile a noi, nella persona di Gesù Cristo, per darsi da vedere, da toccare e da ascoltare in una carne d’uomo, a uomini che sono diventati i testimoni, e sulla testimonianza dei quali anche noi crediamo in Gesù Cristo. In Gesù, come Paul Claudel, possiamo gettare il nostro grido: «Ed ecco che Tu sei Qualcuno, improvvisamente!». Nell’esperienza quotidiana della fede, nell’Eucaristia, noi possiamo dialogare e vivere tutta la presenza di Dio nella nostra vita e nella storia che attraversiamo. I momenti, le ore, i giorni passati nella preghiera e nell’ascolto di Gesù sono davvero per un cristiano i momenti, le ore, i giorni più belli dell’esistenza: non si tratta di una gioia rumorosa o clamorosa che si accende e si spegne, bensì di una strana gioia, di una pace inalterabile, anche in mezzo alle tempeste dell’anima o della vita, di una pace che viene dall’intimità con Dio. Solo che Dio, come diceva a sua volta santa Teresa d’Avila, non ama vezzeggiare i suoi figli e non li trastulla, per così dire, a suon di devozioni (anche se buone in sé). A un certo punto li fa uscire, li butta fuori dal tempio dell’intimità per andare incontro al mondo, in campi talvolta aridi e spietati dove non sembra crescere nulla, ma dove ci sono anime che attendono, forse, soltanto un po’ di cuore o di amicizia o di ascolto.
6. La cultura, un nuovo campo
Questi campi non promettono, in apparenza, nulla di bello e di gratificante poiché il mondo della vita è un mondo di contraddizioni, di tensioni, di ansie. Ma è pur sempre il mondo che Dio ha voluto e che vuole salvare fino all’ultima pietra, fino all’ultimo fiore dimenticato. Oggi questo campo pare essere la cultura, il tessuto vivo di ciò che gli uomini e le donne pensano che sia la loro felicità, la dimensione esistenziale giusta per i loro desideri e le loro aspirazioni. Così, nella cultura il meglio si unisce al peggio, mentre la confusione pare regnare sovrana. Quando, allora, Giovanni Paolo II ha chiamato la Chiesa ad una nuova evangelizzazione – nuova nei metodi e nei compiti – non intendeva affermare che il passato era tutto da buttare via, ma semplicemente che l’evangelizzazione si trova oggi ad affrontare, appunto, metodi e compiti nuovi poiché la situazione è semplicemente cambiata rispetto al passato. Riprendendo, di fatto, la presa di coscienza del Concilio Vaticano II.
Certo, i nostalgici del buon tempo antico non si rassegnano al mutamento: o ne hanno paura, o pensano, anche in buona fede, che non è successo nulla. Tutto continua come prima e solo gli uomini sono da condannare e da colpevolizzare. Ma anche qui si tratta di ascoltare noi stessi, le nostre paure, oppure di ascoltare la voce di Dio che, attraverso la Chiesa, ci spinge non solo alla «conversione» continua, ma anche ad andare ai crocicchi delle strade per portare al banchetto di Dio tutte le persone ferite dalla vita, dimenticate e sole nella loro anima strappata da tanti rivolgimenti. In realtà – e qui il discorso si fa, ancora una volta, ampio – ascoltando noi stessi, andiamo incontro all’illusione. L’illusione di credere che una religione consolidata nelle sue forme, oggetto di consenso sociale, e che dà l’impronta ai costumi e alle leggi sociali, come ha fatto per secoli il cristianesimo, implichi di fatto e necessariamente la presenza di una fede molto viva in tutti i suoi membri. Al contrario, la fede viva non è affatto scontata – quando il Figlio dell’Uomo tornerà sulla terra troverà ancora la fede? – e ciò vuol dire che la diffusione della religione, il moltiplicarsi dei segni religiosi o delle devozioni, non significano affatto una vitalità o un accrescimento della fede. «Non credo – ha affermato Jean-Paul Mensior – che ci sia mai stata un’età d’oro della fede» (Percorsi di crescita umana e cristiana, Ed. Qiqajon 2001). Un’affermazione che ci trova d’accordo, dal momento che la Chiesa, talvolta, ha sentito e sente la necessità di chiedere perdono.
Dopo tutto, la Chiesa ha pagato e forse sta ancora pagando un successo durato troppo a lungo: la prolungata stabilità delle forme religiose, forme nelle quali il cristianesimo si è per molto tempo espresso, aveva forse finito per far dimenticare che quelle forme, al di là dell’essenziale della fede che non è mai in discussione, sono forme culturali e cioè relative a una determinata mentalità, cultura, società. Relative e dunque soggette a mutamento, ove è soprattutto in gioco portare l’Evangelo a tutti gli uomini, fino ai confini della terra. È il dramma, la croce della Chiesa, quella di salvare sempre l’essenziale della fede e al tempo stesso di adattare il messaggio di Gesù alle culture in cui gli uomini vivono. Un dramma doloroso che, come sempre accade, la lacera in partiti umani opposti e irriducibili.
Ma è lo Spirito di Cristo che guida la sua Chiesa e quello Spirito cammina in avanti, non a destra o a sinistra, né tanto meno indietro. Non è, infatti, il successo mondano che interessa Dio nel progetto per la sua Chiesa, ma la fedeltà, quasi spietata, al mandato di Gesù. Un mistero inspiegabile e che, tuttavia, è qui, sotto i nostri occhi. Ed oggi la Chiesa, pur confortata dalla presenza del suo Signore, deve affrontare non il suo passato, sia pure glorioso, ma il suo presente che è l’indifferenza, la secolarizzazione.
7. Conseguenze della secolarizzazione
Se l’edificio cristiano è stato così scosso, ciò è perché è stato sottoposto alla spinta irresistibile della secolarizzazione. Un movimento che ha attraversato la società occidentale, almeno da quattro secoli, con lo sviluppo della razionalità che ha separato tutte le attività dell’uomo. È inutile nascondere la testa sotto la sabbia. La secolarizzazione ha tolto alla sfera religiosa la sua capacità di inglobare tutte le altre attività umane: quella economica e quella politica, quella scientifica e quella religiosa. La secolarizzazione è il movimento che ha permesso a queste differenti sfere una crescente autonomia, in particolare nei confronti della sfera religiosa, che cessa di essere inglobante e dominante. Così, se è vero che la secolarizzazione è esplosa negli anni che hanno seguito il Concilio Vaticano II, è altrettanto vero che le sue origini sono molto più lontane e cioè a partire dal Rinascimento, quando è iniziato lo sviluppo della razionalità moderna. In quattro secoli tale sviluppo ha portato, in campi differenti, a tutto quello che noi oggi conosciamo: lo stato moderno, la dichiarazione dei diritti dell’uomo, ma anche il prodigioso sviluppo delle scienze e della tecnologia, una padronanza crescente dei segreti della natura. In questa evoluzione, in realtà, ciò che è in gioco è l’avvento di un uomo adulto, libero e responsabile.
Quali che siano le crisi e i sommovimenti che questo movimento ha scatenato, siamo qui di fronte ad una evoluzione irreversibile, ad un progresso dell’evoluzione dell’uomo che lo stesso Concilio Vaticano II ha riconosciuto, pur operando un discernimento che, in quel momento, non poteva che essere parziale.
Oggi, in effetti, le conseguenze della secolarizzazione, in ciò che concerne la sfera religiosa, sembrano ormai in piena luce: da un lato, l’uomo può fare a meno del problema di Dio per organizzare e trasformare il mondo; dall’altro, conseguenza della marginalizzazione di Dio, è il fatto che il campo della religione si restringe fino ad essere confinata in un ambiguo «privato». Di fatto, nelle società dove vive oggi il cristiano è esploso tutto un miscuglio di credenze, molte venute da fuori, con cui egli non può evitare di scontrarsi o, anche, di subirne il fascino. È necessario, allora, che il credente si apra una strada senza rinchiudersi sulla propria fede o tenendosi sulla difensiva, ma anche senza ricercare una pseudo-comunione nell’annullamento delle differenze. Un compito tutt’altro che semplice, ma non impossibile per chi ha fede nella potenza della Risurrezione di Cristo. La secolarizzazione, dunque, comporta dei rischi ma anche delle opportunità per la fede cristiana, come dimostra il fermento positivo che si fa oggi sentire nella Chiesa: maggiore approfondimento della Parola di Dio, attenzione crescente al valore dei Sacramenti per la vita, un linguaggio religioso meno superficiale e ripetitivo, tanto per fare qualche esempio.
8. Secolarizzazione e cultura
C’è un’altra opportunità, tuttavia, che Giovanni Paolo II ha colto, tra l’altro, istituendo il Pontificio Consiglio per la Cultura, affidato al card. Paul Poupard e di cui ancora non si è valorizzata in pieno l’occasione di evangelizzazione. La secolarizzazione non ha investito, infatti, soltanto la sfera religiosa, ma anche quelle sfere dell’uomo che chiamiamo cultura ed anzi creatività. Cultura e creatività che, nel mondo secolarizzato, si restringono a loro volta in élites organizzate e gelose del loro potere o prestigio, lasciando fuori, per così dire, l’uomo o confinandolo soltanto nel ruolo. Crescono così i centri organizzati, le specializzazioni, ma nessuno crede a quello che pensa o fa poiché, dopo tutto, se conta l’organizzazione o il centro cui appartieni, sei tutto sommato un numero in un ingranaggio che non ha interesse a valorizzare il tuo talento personale.
L’insicurezza, ad onta di titoli e di riconoscimenti, è qui il dato più sicuro, mentre domina quell’omologazione che già Pier Paolo Pasolini aveva denunciato. Un’insicurezza, peraltro, che riduce la memoria o la tradizione culturale ad un fatto vuoto o buono solo per le occasioni di celebrazioni ufficiali e dall’altro a non aspettarsi più nulla di nuovo, di creativo o, almeno, capace di rinnovare la tradizione in vista del futuro. Crolla così anche la realtà «educativa» della cultura che investe il mondo dei giovani, divenuti oggetto di cultura e non già soggetti di cultura: nessuno sembra guardare in loro, o meglio, dentro di loro il sia pur timido risvegliarsi di una creatività personale in qualsiasi campo. Tutti sembrano volerli nient’altro che soggetti passivi o consumatori, come si dice oggi. Speriamo di sbagliarci, ma è un dato di fatto che abbiamo talmente scandalizzato i giovani che essi non sembrano più fidarsi di nessuno. Cercano da soli la propria strada, ma, com’è naturale, si perdono. La giovinezza, infatti, manca della capacità di collegare il tempo della vita nei suoi fili essenziali, manca cioè della capacità di riflettere con creatività e lucidità sulle proprie esperienze poiché è soggetta al flusso indeterminato di emozioni vivissime e al contempo di depressioni altrettanto forti, conseguenza dello scontro con il mondo organizzato e adulto. Il suo volo è davvero quello di Icaro che, volando in tutte le direzioni, non ha una meta precisa solo perché il padre o il maestro non ha saputo fargliela scoprire.
9. La fede e la cultura, un compito da costruire
Per quanto possa sembrare paradossale, si apre qui un campo straordinario per l’evangelizzazione: non si tratta di aprire «agenzie di cultura o di espressione artistica», si tratta, piuttosto, di valorizzare l’uomo, la sua vita, la sua sensibilità orientata sempre verso qualcosa di ideale. Si tratta di fargli scoprire la sua irripetibile «vocazione» alla vita, una vocazione umana e spirituale, attraverso la sua anima che si esprime, almeno nel tempo libero, in attività che coinvolgono la sua sensibilità più profonda, dall’udito alla vista, per combattere gli effetti della omologazione che produce l’informazione di massa. Forse, in questo momento storico, Dio chiede ai cristiani non solo di convertire le anime al suo amore, ma anche di accogliere l’uomo e la sua vita profonda con animo sereno e totalmente disinteressato, quasi a rimettere al primo posto il valore della pura gratuità. È un compito delicato e che ha bisogno ancora di molto, molto lavoro poiché si tratta di farlo nello spirito di Cristo e non come semplice occupazione di cultura sia pure buona. Come tutte le intuizioni, esso richiede fatica e dedizione, dal momento che nessuno ha le formule belle e confezionate quando si tratta di problemi cruciali. Parafrasando Henri de Lubac, si potrebbe dire che, diventando sempre più profane, le nostre civiltà ci espongono sì al rischio di perdere Dio, ma anche l’uomo a cui Dio si rivolge. Forse questo permetterà di ritrovare Dio e anche l’uomo «ad una maggiore profondità», e tale riscoperta potrà preparare nuove sintesi, senza che si debba mai ritornare alle indifferenziazioni primitive (H. de Lubac, Sur le chemins de Dieu, p. 221). Ma, anche in questo compito –, ed è qui, ancora una volta, l’originalità della fede cristiana – non si tratta di fare tutto da soli, ma di gettare un seme che solo Gesù Cristo può portare a maturazione, ben consapevoli del suo avvertimento («senza di me non potete far nulla»). Con Lui e grazie alla sua forza, nella relazione con Lui, potremo sconfiggere anche quegli elementi di morte che, oggi come ieri, sono presenti nel mondo e nell’uomo. Anche se noi non vedremo, probabilmente, i frutti della nostra fatica e dei nostri sforzi.
(FONTE: Una fede che diventa cultura. Il magistero della Chiesa davanti alla sfida culturale
In occasione del IV Anniversario dell’insediamento della nostra Comunità nella Pieve di S. Leolino a Panzano, 31 ottobre 2001
EDIZIONI FEERIA - COMUNITÀ DI SAN LEOLINO
pp. 3-13)
















































