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     I paradossi del cibo
    Note in margine a Expo 2015

    Chiara Tintori

    expo

    Poco più di un anno ci separa da Expo 2015, l’Esposizione universale dal titolo «Nutrire il pianeta. Energia per la vita», che si terrà a Milano dal 1° maggio al 31 ottobre 2015. Un tema come il cibo rimanda immediatamente a interrogativi di ampia portata, economici, politici, culturali ed etici, sulle sfide che il mondo affronta in campo alimentare: come garantire a ogni uomo e a ogni donna il diritto al cibo? In che modo ridurre gli sprechi? Come mantenere il valore culturale del cibo senza scadere in omologazioni appiattenti? In preparazione all’appuntamento del 2015, la nostra Rivista intende offrire riflessioni su questo tema, tenendo presentile contraddizioni che investono il nostro rapporto con il cibo, a loro volta rivelatrici dei paradossi che viviamo nelle relazioni con gli altri esseri umani e con il pianeta.
    In questa sede ci limiteremo a porre attenzione su tre contraddizioni: il problema dell’accesso al cibo e dell’eccesso di cibo; lo spreco di viveri; il prezzo e il valore degli alimenti. Pur sapendo che altri paradossi – come ad esempio trasformare il cibo in carburanti – sono aspetti altrettanto importanti, concluderemo con alcune indicazioni per il cammino verso Expo 2015.

    Accesso ed eccesso

    Secondo il Rapporto FAOThe State of Food Insecurity in the World 2013. The Multiple Dimensions of Food Security (Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2013. Le dimensioni multiple della sicurezza alimentare), nel mondo 842 milioni di persone sono denutrite e oltre 2 milioni di bambini muoiono ogni anno per mancanza di cibo. Il diritto al cibo, in termini di quantità e qualità, e il diritto a vivere liberi dalla fame, sebbene affermati sia dallaDichiarazione universale dei diritti umani (1948, art. 25) sia dallaDichiarazione del Millennio (2000), non sono ancora goduti da tutta l’umanità, malgrado gli sforzi compiuti negli ultimi vent’anni abbiano portato a una diminuzione del numero di persone che nel mondo soffrono la fame.
    A fronte di questo dramma, registriamo il paradosso che si stanno diffondendo le conseguenze legate a rapporti distorti con il cibo (bulimia e anoressia), ma soprattutto l’eccessiva e disordinata alimentazione che porta all’obesità. Secondo i dati diffusi dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) nel marzo 2013, a livello mondiale l’obesità è raddoppiata: ci sono oggi 1,4 miliardi di adulti in sovrappeso e 500 milioni di obesi;il 65% della popolazione mondiale vive in Paesi dove le conseguenze dell’eccesso di cibo fanno più vittime della malnutrizione. I due Paesi dove il fenomeno dell’obesità è più diffuso sono le isole del Pacifico, Samoa e Kiribati, seguite da USA, Germania ed Egitto; l’Italia è al 73esimo posto di questa classifica.
    Le preoccupazioni legate all’assunzione eccessiva di cibo riguardano le patologie (disturbi cardiovascolari, ischemie, diabete, ecc.) a cui con maggiore frequenza vanno incontro le persone obese. Tuttavia, se la malnutrizione è imposta, l’obesità per sovralimentazione è indotta da un sistema distorto di consumo e di pubblicità; per questo fin dall’età scolare si stanno attivando campagne educative per incentivare stili di vita più corretti.

    Cibo a perdere

    La FAO, nel rapporto Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources del 2013 (L’impronta ecologica degli sprechi alimentari: l’impatto sulle risorse naturali), ha stimato che a livello mondiale lo spreco alimentare è pari a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano. Le cause sono molteplici: fattori climatici e ambientali che possono portare alla rovina di un raccolto; standard estetici e qualitativi, che spesso conducono all’eliminazione quei prodotti che non rispecchiano canoni specifici, dal momento che spesso il cibo viene valutato per l’aspetto e non per le sue reali caratteristiche nutrizionali; leggi di mercato che determinano la maggiore o minore convenienza nella raccolta di un prodotto; comportamenti dei consumatori, che spesso gettano cibi perfettamente commestibili solo per mancata informazione sulle etichettature di scadenza. Secondo il Rapporto FAO, il 54% degli sprechi si verifica “a monte”, durante la fase di produzione, raccolto e stoccaggio degli alimenti; il 46% avviene invece “a valle”, nel corso delle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo. Si stima che, in termini monetari, la perdita e lo spreco globali di cibo ammontino a mille miliardi di dollari americani, un terzo dei quali si perdono nei Paesi in via di sviluppo; “risparmiare cibo” comporterebbe quindi un miglioramento della sicurezza alimentare e nutrizionale anche in queste aree.
    Il fatto che il cibo sia diventato relativamente poco costoso per la maggior parte della popolazione dei Paesi sviluppati e che al suo acquisto sia destinata una bassa percentuale del reddito familiare, fa sì che i consumatori non percepiscano la convenienza di evitare gli sprechi. Al contrariovi è un interesse commerciale a non scoraggiare lo spreco, poiché esso permette di aumentare i consumi e quindi di far “girare” l’economia, favorendo così la distorsione del sistema alimentare.
    «Ma sprecare cibo è la cosa più malata che il mondo degli umani abbia concepito. Fame e spreco sono due facce di una logica che vorrebbe imporre alle nostre campagne di produrre ancora di più (spesso usando anche la fame nel mondo come causa motivante), di aumentare la competitività delle agricolture nazionali, inseguire l’export piuttosto che il benessere dei propri cittadini. Si arriva così all’assurdità per cui il Messico importa il 33% del mais che consuma, e l’Indonesia in alcuni anni il 40% del riso. Paesi che sono la culla di una biodiversità incredibile, soprattutto se si guarda ai loro prodotti simbolo (mais e riso)» (C. Petrini,Cibo e libertà. Slow Food: storie di gastronomia per la liberazione, Giunti-SlowFood Editore, Torino 2013, p. 60). Lo spreco di cibo trascina indirettamente quello di altre risorse utilizzate nella filiera agricola (acqua, energia, fertilizzanti, fitofarmaci, ecc.) e contribuisce inoltre ad aumentare la quantità di rifiuti da smaltire, con notevoli impatti ambientali (ad esempio in termini di emissioni di anidride carbonica): una vera e propria «filiera di sprechi».

    Dal prezzo al valore

    Come ogni prodotto sul mercato, oggi il cibo è giudicato per il suo prezzo e non per il suo valore. Prima dell’acquisto, la domanda giusta dovrebbe essere: «Quanto vale questo alimento?» e non solo: «Quanto costa?», perché spesso il prezzo finale – pensiamo a frutta e verdura, ma ancor di più a prodotti tropicali come caffè e cacao – cela ingiustizie nella retribuzione dei produttori e dei lavoratori della terra. In Italia, come nel resto del mondo, milioni di lavoratori delle campagne non vedono ancora rispettati i propri diritti elementari e talvolta i nostri consumi possono rivelarsi complici di questo sfruttamento.
    Inoltreogni cibo è portatore di un valore culturale, di una storia che è quella del luogo da cui proviene, di chi lo ha lavorato, ed è espressione della varietà della natura (come la biodiversità e le varietà autoctone). Sempre di più in una società multietnica come la nostra i diversi alimenti, le abitudini alimentari e i sapori celano patrimoni culturali difficilmente omologabili, perché rimandano ai legami con la propria terra e a valori quali la condivisione – quella del cibo consumato insieme ne è archetipo simbolico – la convivialità e l’ospitalità.
    Recuperare il valore del cibo significa considerarlo non solo dal punto di vista economico e smettere di trattarlo come una fra le tante materie prime, su cui lanciare spregiudicate speculazioni finanziarie. Queste provocano oscillazioni nei prezzi di molti prodotti agricoli (grano, riso, mais, zucchero, ecc.), per lo più slegate dalle dinamiche della produzione agricola, che rischiano di far saltare gli equilibri alimentari di intere popolazioni che dipendono da tali derrate, in qualità di produttori o di consumatori.

    Siamo coscienti che non esistano soluzioni immediate a tali paradossi, tuttavia ciascuno può fare la sua parte, cominciando a prestare attenzioni concrete a chi ancora non ha accesso sufficiente all’alimentazione (un esempio è la recente campagna «Una sola famiglia umana, cibo per tutti», promossa da Caritas Internationalis), assumendo stili di vita più sani – per quanto è nelle proprie possibilità – e che tengano conto del valore del cibo e quindi del modo di acquistare e consumare.
    Esiste un altro livello di impegno: quello culturale, sociale e politico. Nel tempo che ci separa da Expo, come Rivista intendiamo creare opportunità per riflettere e dialogare su come il cibo rappresenti un asse fondamentale nel percorso di costruzione di una società più giusta e sostenibile. Insieme ad altri partner (Arcidiocesi di Milano, Caritas Ambrosiana, Caritas Internationalis, Caritas Italiana, Expo 2015 s.p.a., Fondazione Lanza, Intervita,Popoli) e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Centro regionale di informazione delle Nazioni Unite (UNRIC), promuoveremo nell’autunno 2014un ciclo di tre seminari su: cibo, ambiente e stili di vita; diritto al cibo, cibo e diritti; cibo, culture e religioni. In preparazione abbiamo lanciato uncall for paper (cfrAggiornamenti Sociali, 12 [2013] 877-878), a cui possono rispondere tutti coloro che a vario titolo fanno ricerca o operano in questo campo. Le proposte vanno presentate entro il 31 gennaio 2014 (info: <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.> e <www.aggiornamentisociali.it>).
    Nella linea dell’approfondimento del significato culturale, sociale e politico del tema del cibo, un primo importante stimolo è venuto dall’arcivescovo di Milano, card. Angelo Scola, che vi ha dedicato il tradizionale discorso alla città in occasione della solennità del patrono, sant’Ambrogio, il 6 dicembre 2013. Expo 2015 rappresenta una sfida a valorizzare al massimo i molteplici significati dell’alimentazione e dell’energia, «proponendo al mondo una visione culturale e nuovi stili di vita in cui i significati tecnico-scientifici e umanistici, quelli socio-politici ed etici, quelli culturali e religiosi sappiano convivere efficacemente» (Scola A.,Cosa nutre la vita? Expo 2015, Centro Ambrosiano, Milano 2013, p. 22).
    Il cammino verso Expo si nutre della dimensione dell’umanesimo, delle relazioni tra le persone all’interno di un progetto condiviso, el’appuntamento del 2015 non sarà un punto di arrivo, ma di passaggio grazie al quale acquisire maggiore consapevolezza anche sui paradossi che si celano nel nostro rapporto con il cibo, auspicando un cambiamento delle nostre pratiche e nuove politiche per la promozione del cibo come bene comune universale.

    (Aggiornamenti sociali, gennaio 2014)



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