Identità, relazione,
riconoscimento
nei "territori misti"
del mondo ipermediale
Chiara Giaccardi (*)
Introduzione
L'intervento che mi è stato affidato si svolgerà in tre passaggi che tento di descrivere a titolo di premessa.
Il primo passaggio parte dall'affermazione principale che considera la rete come una possibilità di superamento dell'individualismo.
Con la cosiddetta svolta "sociale" impressa dal web 2.0 si è andati nella direzione di un uso relazionale della rete, non più basato sulla consultazione, sul fare cose per sé, ma sulla condivisione. Questa svolta, già di per sé, evidenzia pratiche di superamento dell'individualismo, non necessariamente legate ad un'elaborazione concettuale di questa necessità, ma comunque ad un "post-individualismo pratico".
Il secondo passaggio riguarda il fatto che la rete, come del resto tutti i media, è per certi aspetti abilitante e per altri disabilitante, come diceva Marshall McLuhan. Possiamo fare di più grazie alla rete, ma perdiamo qualcosa. McLuhan sosteneva che il medium è qualsiasi cosa che introduce una trasformazione nel nostro rapporto con l'ambiente e con le altre persone, e quindi ogni medium, in qualche modo, potenzia, estende, amplifica alcune capacità e possibilità, ma nello stesso tempo ne depotenzia altre. Questa è una prospettiva giusta per evitare i due opposti/estremi del tecno-allarmismo e del tecno-entusiasmo: "I media / il progresso ci porteranno verso un miglioramento sicuro" oppure "si stava meglio quando si stava peggio; i media ci rendono disumani". Ogni medium abilita e disabilita al tempo stesso. È importante quindi capire quali sono gli elementi abilitanti e quali quelli disabilitanti, in modo da poter compensare queste "disabilitazioni".
L'ultima parte riguarda il tema del riconoscimento, con l'obiettivo di enucleare alcuni aspetti legati alla reciprocità, all'identità, alla dimensione ambivalente del dono, al tema della libertà, e al loro rapporto con le nuove abilitazioni che la rete ci consegna.
Dallo strumento al dispositivo: abilitante / disabilitante
Per analizzare il primo passaggio occorre fare una serie di premesse. La prima riguarda i tanti luoghi comuni che fanno da schermo alla comprensione della realtà. Uno di questi è l'idea che i media siano degli strumenti: in realtà lo strumento è un oggetto con una funzione ben precisa, che viene usato solo quando serve; ad esempio, il martello è utilizzato solo quando occorre piantare il chiodo e poi è riposto nel cassetto. È vero che la presenza del martello in qualche modo ha cambiato la nostra vita, però è anche vero che l'influsso del martello sul mio modo di pensare è abbastanza basso, e comunque quel martello può stare nel cassetto per anni senza che io l'utilizzi. I media invece, soprattutto grazie a quel processo tecnologico - ma non solo - definito "convergenza mediale", sono diventati dei dispositivi che supportano delle funzioni molto diverse: l'oggetto nato come telefono serve per fare foto, mandare mail, girare video, entrare su Facebook. Non c'è quindi un oggetto per una specifica funzione, ma i dispositivi sono dei supporti di funzioni molteplici e sempre attivi. Per il nativo digitale che vive in un ambiente ipermediale, il telefonino non è uno strumento, ma un dispositivo nel senso di estensione di sé, in grado di consentire la connessione con le sue reti di relazioni. McLuhan diceva, appunto, che i media sono estensioni, sono protesi che ci consentono di arrivare più lontano di come potremmo con il nostro corpo (io stessa sto parlando ad un microfono, che è un medium, che consente alla mia voce di arrivare dove non potrebbe arrivare).
Dobbiamo constatare, inoltre, che oggi viviamo continuamente dentro un ambiente in cui i media sono attivi e che i media contribuiscono a definire. McLuhan definiva i media delle "metafore", da intendere nel significato greco di trasportare. Un medium è un dispositivo che trasporta l'esperienza da un ambito ad un altro, e in questo trasporto l'esperienza cambia: un conto è sussurrare una frase d'amore, un conto è scrivere una lettera, un conto è scrivere un sms. L'esperienza è la stessa, ma la sua traduzione, la sua "metaforizzazione" mediale la trasforma, rendendola qualcosa di diverso.
McLuhan diceva quindi che i media abilitano e disabilitano, "creano nuove aree di percezione e nuove aree di cecità". Noi che siamo cresciuti con la cultura alfabetica `gutenberghiand del libro stampato, che significa distanza dall'oggetto, razionalità, consequenzialità, abbiamo una forma mentis molto diversa da quella che hanno i nostri figli, che sono invece molto bravi nelle connessioni ma molto poco capaci, per esempio, di gerarchizzare le informazioni, di capire che cosa è importante e che cosa non lo è, perché la loro modalità è paratattica e non ipotattica. Si spostano da una cosa all'altra ma non sanno metterle in ordine. Cresce la disponibilità di tecnologie e anche l'utilizzo che noi ne facciamo; ormai anche le persone anziane usano i cellulari e molti anziani usano Skype per vedere i nipotini. Cresce la diffusione delle tecnologie ma non cresce di pari passo la capacità di elaborare i significati. G. Anders chiamava questo il "dislivello prometeico": c'è un gap tra lo sviluppo tecnologico e la rielaborazione in termini umani dei significati e della tecnologia. Il rischio è anche quello di non essere in grado di darci degli strumenti che ci consentano di mettere un limite alla fattibilità. La tecnica tende infatti a procedere con questo tipo di logica: ciò che può essere fatto deve essere fatto.
Il medium è un messaggio
Un ulteriore passaggio è sintetizzato da un'altra espressione di McLuhan ("il medium è il messaggio") che dice che il significato del medium non è il contenuto, ma è il tipo di linguaggio che un certo dispositivo realizza rispetto a me e rispetto al mondo, come cambia la percezione di me stesso, del mondo e il tipo di relazione che si instaura. McLuhan parlava di mutamento di schemi e di ritmi della percezione che si produce con l'utilizzazione del medium. Quindi, quando parliamo di media, non parliamo di strumenti che usiamo e che possiamo usare bene o male, ma parliamo di un ambiente in cui siamo sempre immersi e che, a seconda del nostro livello di consapevolezza e della nostra capacità di rielaborare i significati, può vederci più o meno passivi, più o meno succubi. Tra l'altro, dispositivo è un termine solo apparentemente neutrale: enfatizza la dimensione del disporre, cioè del manipolare. E il confine tra il manipolare e l'essere manipolato è sempre molto labile. I dispositivi sono di per sé delle trappole, vanno maneggiati con cura attraverso una rielaborazione dei significati che non può essere fatta dall'interno (dalla dimensione del dispositivo).
McLuhan affermava che per essere liberi nei confronti delle tecnologie, dobbiamo disporre di controambienti. Credo che in questo momento la poesia, da una parte, e la vita quotidiana e la relazionalità dall'altra siano due controambienti. Non la relazionalità scelta, ma quella che ci viene 'imposta dalla vita, cioè la relazionalità nell'ambito della famiglia, dei rapporti genitori-figli; la relazionalità che ciascuno di noi si trova a dover affrontare e che costituisce il nostro contesto è uno di questi due contro ambienti, che ci consentono uno sguardo più libero e anche più originale sulle tecnologie, che non sia appunto quello immerso esclusivamente nella logica tecnica.
Se ciò è vero, emergono allora due considerazioni. La prima dice che le cose che amiamo ci modellano, e quindi rischiamo sempre di essere risucchiati dai nostri dispositivi, di appassionarci talmente tanto, di avere questa fiducia così totale da farci in qualche modo plasmare dalle macchine che noi stessi abbiamo costruito. A tal proposito McLuhan ribadiva che diventiamo i servo-meccanismi delle macchine che noi stessi abbiamo costruito, gli organi riproduttori delle macchine. La seconda considerazione ci dice che laddove c'è il pericolo, c'è la salvezza: ovvero là dove c'è il rischio di perdere qualche cosa, c'è anche il rischio di trovare qualche cosa. Quindi, da una parte occorre rifiutare il determinismo tecnologico secondo il quale sono i media che producono i comportamenti: in tal senso non è che si hanno relazioni superficiali in quanto nate sui social network; ovvero è chiaro che ci possono essere, a fronte di bassi livelli di consapevolezza, delle fragilità che vengono amplificate, ma dire che i media producono i comportamenti è disconoscere innanzitutto la libertà dell'essere umano. Nello stesso tempo, però, occorre rifiutare anche l'ottimismo ingenuo che afferma la possibilità dell'assoluto controllo dell'uso dei dispositivi: è necessario essere sempre vigili per non ritrovarsi a seguire le correnti. Bisogna dotarsi di quegli elementi di resistenza che ci facciano sempre interrogare, facendoci uscire dall'ovvietà di quello che ci viene presentato. invece fondamentale inventarsi delle strade nuove, dei "territori misti".
Abitare i territori misti
Che cosa intendiamo per territori misti? l'aggettivo "misto" è da intendere come qualcosa che si pone tra il reale e il virtuale. Anche in questo caso bisogna liberarsi da una serie di luoghi comuni che rischiano di rendere opaca la realtà, perché reale e virtuale non corrispondono a vero e finto: è del tutto inadeguato affermare che il reale è vero e il virtuale è finto o che il reale è autentico mentre il virtuale è illusione; sono tutti e due reali, sia il reale che il virtuale, ma si tratta di due tipi diversi di realtà. Sulla base delle ricerche che ho condotto negli ultimi anni, emerge che i nativi digitali non fanno differenza di realtà tra lo spazio della loro classe, della loro palestra, della loro compagnia e lo spazio di Facebook. Sono due territori di esperienza ugualmente reali che si articolano tra di loro e che non sono in contrapposizione. Il virtuale non fa da surrogato del reale e non è una seconda vita in cui cercano di realizzare quello che non possono realizzare nella prima. Nell'uso non patologico dei social network c'è uno stesso spazio di esperienza che si articola nel territorio del reale e del virtuale: il primo materiale, il secondo smaterializzato, ma entrambi reali. I nostri figli vanno a scuola, e anche i loro compagni, poi tornano a casa e tramite Facebook chiacchierano con gli stessi compagni: la relazione è reale, sono semplicemente diversi i territori sui quali essa si esprime, e naturalmente questa esperienza la traduce in modo diverso.
Abbiamo tuttavia l'idea della doppia vita, della falsità, che si può definire come "una visione superata del virtuale", mentre dimentichiamo che, per esempio, il modello Second Life (quel gioco in cui ci si inventava un avatar, si costruivano dei mondi come si voleva, si comprava un'isola e si mettevano le regole che si volevano...) non a caso è deserto. I social network, che sono spazi di relazionalità con persone esistenti e significative per la propria vita, sono invece molto popolati.
I nostri territori sono dunque misti perché presentano queste due articolazioni dell'esperienza. Non si tratta di scegliere tra il reale e l'irreale, ma di capire che abbiamo un tavolo di gioco più ampio: tra questi due spazi non c'è una competizione e non c'è un surrogato, quanto piuttosto una sinergia (seppure vi siano anche dei rischi che esamineremo). Tra questi due territori vi è da una parte una relazione di contiguità, di confine, e dall'altra di transitività, perché la soglia tra loro è continuamente oltrepassata. I due spazi confinano ma anche si sovrappongono, si integrano, e sicuramente non si contrappongono.
La socievolezza del web
La svolta sociale del web dice che si entra in rete per mettersi in contatto con altri e non per esibirsi: il narcisismo digitale è tale perché è un tratto caratteristico della cultura contemporanea e non in quanto prodotto dall'esplosione del digitale. Mettersi in relazione con altri è il vero obiettivo: creare connessioni, che poi si traducano in un incontro. I social network permettono di superare la passività del consumo, tipico invece del modello televisivo, che è un modello monodirezionale, capace di permettere la ricezione di molteplici messaggi ma in forma passiva. È un modello che ha colonizzato anche l'educazione: l'insegnante è emittente di un messaggio che è ricevuto dagli studenti. In realtà l'educazione è un processo che implica una relazione. M. de Certeau diceva che il vero educatore è chi sa lasciarsi educare. Il primo atteggiamento dell'educatore è l'ascolto, perché se non si sa chi si ha davanti non si può parlare un linguaggio che sia comprensibile; ascoltando la domanda è possibile rigenerare il proprio sapere in modo da tradurlo e renderlo utile, pertinente, capace di parlare al presente. Il modello che ci presenta Wikipedia è un modello che, pur con le sue fragilità, è interessante, perché ciascuno mette il suo pezzettino di sapere e si compone qualche cosa che va a beneficio di tutti e che allarga la conoscenza di tutti.
Questo superamento pratico dell'individualismo è così evidente che si parla di "neotribalismo". I risultati di diverse ricerche internazionali e di ricerche condotte all'Università Cattolica dicono quindi che "l'essere con" è più importante dell'esserci". Su Facebook si trova sempre qualcuno per fare due chiacchiere, come succedeva una volta nelle piazze, o in oratorio, mentre adesso non succede più. "Essere con" è un valore in sé, indipendentemente da quello che si ha da dire. Non si accede cioè a Facebook perché si ha da comunicare qualcosa: anche la banalità di certe affermazioni e di certe frasi è semplicemente legata al fatto che la dimensione referenziale della comunicazione, cioè il contenuto, è secondario rispetto al fatto di parlare con qualcuno. Il parlare "del più e del meno" è un modo di fare socialità, una socievolezza che non ha bisogno di una informazione da trasmettere, ma che gusta il piacere dello stare insieme per lo stare insieme.
Un altro aspetto che abbiamo notato è che l'espressione di sé, molto spesso, viene salvaguardata per sacrificare l'armonia del gruppo. Per esempio, su Facebook si evitano gli argomenti particolarmente controversi, come la politica o la religione, che potrebbero creare dei conflitti; se qualcuno dice cose anche troppo personali viene subito categorizzato e stigmatizzato con espressioni del tipo: "Queste cose è meglio dirle in altri contesti". In altri termini, c'è una sorta di sforzo di preservare un ambiente in cui tutti si sentano a loro agio, senza protagonismi. Naturalmente questo spinge anche verso un certo conformismo e una certa superficialità, ma è molto evidente che un'eccessiva espressione della individualità viene vista come negativa, come qualche cosa che mina l'unità del gruppo. Risulta dunque un piacere di raccontarsi e di vedere cosa fanno gli altri, liberi dall'ossessione della privacy, altro assillo della cultura individualista che ha così profondamente impregnato le nostre vite. Questo neotribalismo, visto dal punto di vista individuale, si esprime nella consapevolezza della centralità dell'altro, o comunque nella indispensabilità dell'altro. Mai senza l'altro è il titolo del libro di de Certeau che ritengo sia l'elemento caratterizzante di tutta una serie di comportamenti.
Dalle interviste che abbiamo svolto su un campione di maschi e femmine di età diverse, tra i 18 e i 24 anni, sia studenti che lavoratori, distribuiti in tutta Italia, sia nei grandi centri che nei piccoli centri, emergono alcune costanti: la consapevolezza che per essere liberi c'è bisogno degli altri, perché la libertà non è fare quello che mi pare, ma che così come non posso essere felice da solo non posso nemmeno essere libero da solo; la consapevolezza che la comunicazione non è dire quello che mi passa per la testa, ma richiede gli altri, cioè richiede il fatto che qualcuno ascolti, che qualcuno commenti quello che ho detto, e che quindi si instauri una relazione. L'altro è indispensabile, perché altrimenti non c'è comunicazione, c'è un monologo che alla fine è molto frustrante. Se nessuno risponde o commenta quello che io ho postato mi sento in qualche modo male!
Un altro aspetto che si delinea riguarda l'identità. Abbiamo visto come il social network ricordi le "bricioline di Pollicino", nel senso che si distribuiscono tante tracce della propria identità. I giovani non sanno chi sono, fanno degli esperimenti, lasciano delle tracce, e sperano che qualcuno le raccolga restituendo loro un racconto che dia ordine, che dica loro chi siano, come se il processo che facevamo in modo introspettivo venisse oggi esteriorizzato: si lasciano tante tracce e si spera che l'altro le raccolga e che restituisca la propria identità in forma di narrazione e aiuti a capire chi siamo. Anche in questo caso vi sono delle ambivalenze: da una parte si riconosce la componente abilitante, nel senso che la tecnologia digitale supera le distanze, moltiplica la rete dei contatti e la possibilità di partecipare e di condividere; dall'altra rischia di far perdere il senso di prossimità e di rendere molto superficiali i rapporti.
Rischi e disabilitazioni del digitale
Ci sono tre aree di rischio a mio avviso più significative su questi territori misti in cui il digitale è diventato così importante. Significativa è l'esperienza di Sherry Turkle, psicanalista e psicologa, che nel 1995, in un testo intitolato Life on the Screen. Identity in the Age of the Internet, magnifica l'ambiente digitale come un luogo di sperimentazione, un laboratorio di costruzione delle identità preziosissimo per i giovani. A distanza di alcuni anni, dopo avere avuto in cura tanti adolescenti e i loro genitori, con la pubblicazione di Alone Together (Soli insieme), ha rivisto questo ottimismo delle origini, forse un po' ingenuo, e ha riconosciuto, invece, una serie di elementi fortemente ambivalenti e tendenzialmente rischiosi della rete. Un'espressione che utilizza e che mi sembra molto felice è il rischio che la rete diventi un ambiente totalizzante; l'autrice la chiama bottomless abundance, cioè un'abbondanza senza fine, una specie di pozzo dei desideri in cui è possibile trovare tutto, con il rischio di precludere una serie di dimensioni altre, che invece nella rete non possono essere contenute.
Un secondo aspetto, che Turkle vede legato all'identità, ma che si può vedere comunque più in generale, è il rischio di una esteriorizzazione totale e di una orizzontalità totale: l'impossibilità, cioè, di discriminare, di discernere, di gerarchizzare, di vedere che non tutto è sullo stesso piano, che non tutto è equivalente. Nella rete, inoltre, manca il corpo e questo modifica il tipo di relazione. A seconda che la rete sia un territorio di transito o di destinazione il corpo può essere recuperato, però questo rischio è presente. Ci sono delle nuove fragilità che interessano gli aspetti relazionali legati alla dimensione dell'identità. La rete porta a un "marketing" del sé. Ciò è molto evidente negli Stati Uniti dove i ragazzi fin da piccoli sono obbligati a compilare dei curricula per accedere nelle varie scuole, in cui devono presentarsi come dei piccoli geni o dei piccoli artisti, capaci comunque di socialità. È una modalità che si sta diffondendo e che viene rafforzata dall'ossessione quantitativa che pervade i social network: "Quanti amici hai? Solo duecento? Allora non sei figo! - direbbero i miei figli – io invece ne ho 1500!". Il timore che il proprio profilo non sia abbastanza attraente, e che quindi le persone a cui chiedo l'amicizia non me la diano, porta a un'enfatizzazione dell'identità e a 'caricare' quegli aspetti che si pensa possano essere particolarmente apprezzati. E qui che scattano meccanismi tipicamente sociali, certamente non inventati dal web: quando ci presentiamo in pubblico, in qualche modo cerchiamo di recitare una parte che ci renda bene accetti. Il sociologo Erving Goffman affermava che ciascuno di noi presenta una faccia di sé e gradisce che gli altri riconoscano questa faccia, quest'identità. Però il palcoscenico di Facebook e dei social network è così vasto che questo fenomeno viene in qualche modo amplificato. Emerge inoltre il bisogno di connessione continua, per cui se non c'è 'campo' si va nel panico, se sta finendo la ricarica si chiama la mamma supplicandola che faccia una ricarica.
Questo bisogno un po' spasmodico di essere sempre connessi porta ad alcune nuove patologie, classificate dalla Turkle come l'intolleranza del silenzio digitale. Se a un messaggio inviato non segue immediatamente una risposta si va in ansia, ne viene inviato subito un altro: si crea un'emozione legata al fatto della non risposta e può manifestarsi comunque l'intolleranza del fatto che gli altri, magari in quel momento, hanno altro da fare. L'intolleranza del silenzio digitale, quindi, diventa anche fonte del bisogno di riempire continuamente tutti gli interstizi, di saturare di messaggi ogni singolo segmento del tempo, ciò che la Turkle chiama anche febbre da cellulare.
E gli adulti? Gli adulti hanno una serie di preoccupazioni rispetto alla relazione dei giovani in rete che derivano dalla loro incapacità di comprensione. La paura è che i loro figli in rete abbiano una doppia vita, che fingano di essere chissà chi, che facciano spiacevoli incontri. In realtà sono gli adulti ad avere una doppia vita sul web e a usare il web per crearsi incontri e conoscenze mantenendo una doppia vita di qualunque tipo, che contrasta con quella reale. Gli adulti tendono spesso a proiettare questa loro ambiguità sui figli. Molti pensano che il frequentare con assiduità gli spazi digitali crei una sorta di autoreferenzialità e di incapacità di rendersi conto del contesto; non credo di poter dire questo sulla base dell'esperienza e delle ricerche fatte. Emergono, in realtà, delle ingenuità e delle superficialità, ma c'è comunque il riconoscimento del bisogno degli altri. Gli altri, spesso, sono semplicemente i pari: l'altro è quello che mi assomiglia, quello che fa parte della mia cerchia di amici; difficilmente l'altro è un altro, veramente altro, per età o per condizione. Ne deriva quindi una dimensione tendenzialmente orizzontale che si traduce anche nella scelta delle relazioni, mantenendo comunque la dimensione relazionale al centro. Allo stesso modo il fatto che nella rete ci si perda, che si finisca per virtualizzare tutte le relazioni non è un rischio, perché i giovani in realtà desiderano e vogliono trovarsi poi faccia a faccia.
Un ulteriore rischio, secondo la Turkle, è la sovrastima della comunicazione tecnologica. In realtà si pensa che basti entrare nel social network per avere relazioni, come se fosse il tecnologico che produce la relazione. La relazione, invece, ha una sua vita autonoma, che la tecnologia può aiutare ad alimentare, può sostenere, può allargare, ma non può certamente creare. Quando i giovani dicono: "Se non ho Facebook allora non avrò amici", oppure "se ho 500 amici su Facebook allora vuol dire che sono una persona molto socievole", dicono delle ingenuità, che rende evidente una confusione dei piani. Un altro rischio ancora è che quando si è nel social network è facile disconnettersi molto più facilmente che nel caso di una relazione faccia a faccia. Anche per i genitori può diventare difficile discutere con i figli, perché quando c'è qualcosa che non va il figlio tende semplicemente ad andarsene, a 'disconnettersi'. Lasciarsi con un sms è una prassi tipica degli adolescenti.
Un altro aspetto problematico è l'illusione di controllare sempre la situazione: ci si può disconnettere quando si ha voglia di stare soli, ci si riconnette quando non si vuole stare soli. Una situazione che però, nella vita quotidiana, nella vita reale, quella hard e non soft, non sempre è così, perché quando si ha un genitore anziano, malato o un figlio con dei problemi, ciascuno di noi non può disconnettersi e neppure "essere in controllo": siamo ostaggio dell'altro e dentro questa situazione dobbiamo organizzarci. Resta poi il fatto che non si è mai né completamente da soli, né completamente con gli altri, specie quando si passa molto tempo nei territori virtuali. Z. Bauman parla di cyber-intimità, cioè dell'illusione che, essendo facile la connessione, sia facile la relazione. Allo stesso modo si scambia per relazione quello che in realtà è un individualismo iper-connesso. Chiunque abbia relazioni significative sa che non tutto può essere detto: non perché si voglia nascondere qualcosa, ma perché le parole non contengono tutto, e a volte non ci sono proprio, o comunque alcune cose si dicono in un modo che non passa dal linguaggio verbale.
Un'ulteriore problematicità è la cosiddetta dimensione della "orizzontalità" e della "verticalità". Il mito dell'orizzontalità totale, cioè dell'equivalenza degli interlocutori, è un mito totalmente illusorio, soprattutto perché disegna un quadro indesiderabile. Le relazioni sociali non sono mai simmetriche, ma devono essere reciproche. La simmetria esiste solo in matematica, mai nelle relazioni, dove c'è sempre un differenziale di esperienza, di competenza e di potere. Occorre pertanto immaginarsi che, per quanto la rete sia uno spazio orizzontale, fatto di nodi interconnessi che presumibilmente mette tutti sullo stesso piano, si sarà capaci di abitare umanamente questo spazio orizzontale, come dice Antonio Spadaro, quanto più si sarà in grado di fare irrompere una dimensione verticale nell'orizzontalità della rete. Proprio il lasciare quest'apertura permette una dimensione ulteriore. La rete può essere un ombelico, un omphalòs, in cui noi guardiamo la nostra immagine riflessa e pensiamo che tutto può essere intorno a noi, oppure può contenere delle aperture, delle feritoie che lasciano intravedere qualcosa che nella rete non può essere contenuto, ma che non la esclude. Pertanto l'idea che la rete sia un mondo, un'abbondanza senza fine, autoreferenziale, non è del tutto vera poiché essa non è un destino ineluttabile. In questo senso c'è ancora spazio per tornare ad educare su altri territori.
Credo, infatti, che educare voglia dire coltivare la pluralità di punti di riferimento e di orientamento: coltivare l'esteriorità va benissimo, occorre però coltivare anche l'interiorità, cosa che non si può fare a prescindere, ad esempio, dal silenzio, perché nel baccano l'interiorità non si coltiva. Il rumore, la continua esteriorizzazione produce un ambiente immersivo in cui la persona si sente stimolata, ma che non aiuta a riflettere e a fare attività di metabolizzazione dell'esperienza, grazie alla quale è possibile imparare qualcosa. Ci sono due espressioni che in tedesco indicano l'esperienza: Erlebnis ed Erfahrung. La seconda indica più propriamente l'esperienza legata alla vita, l'esperienza vissuta, intensa, che si sedimenta nella memoria e nel ricordo e che comunque fa sì che noi vediamo le cose in un altro modo. Queste due dimensioni ci devono essere entrambe. Il messaggio del Papa per la giornata mondiale della comunicazione dice che il silenzio è la condizione della comunicazione. In un bel libro, Luca Garai parla del silenzio come condizione dell'ascolto, in quanto consente di allestire lo spazio per lasciare che l'altro si comunichi. Se non si fa silenzio, se l'altro è assalito con comunicazioni continue, allora la comunicazione non c'è. La prima mossa della comunicazione non è l'emissione, ma il silenzio: il creare le condizioni e lo spazio in cui potersi incontrare e riconoscere. Ecco perché dal terrore del silenzio digitale che hanno i ragazzi, che è uno degli elementi disabilitanti della rete, bisogna recuperare l'educazione al silenzio come dimensione, da un lato, dell'interiorità, di ciò che ci consente di trasformare in esperienza i nostri vissuti, e, dall'altro, come condizione della comunicazione, perché significa rinunciare al proprio turno di parola per lasciar parlare l'altro. Senza questa postura relazionale la comunicazione non può esserci, diventa semplicemente emittenza in stile broadcasting.
Un altro elemento disabilitante, l'ultimo come possibile rischio, su cui volevo porre l'accento, è la questione che riguarda il corpo. L'antropologa Ruth Finnegan, in un libro dal titolo Comunicare, afferma che uno dei principali modi in cui gli esseri umani si interconnettono è proprio attraverso l'interazione corporea. Nelle culture ad alto contatto (pensiamo per esempio a quelle meridionali), questo è uno strumento fondamentale di comunicazione. Chiunque sia genitore sa benissimo che spesso si comunica abbracciando o stando vicini, non facendo tante belle ramanzine. Nei social network il corpo è per un verso schermato (ciascuno mostra di sé solo quello che vuole fare vedere, la foto in cui è meglio ritratto), per altro verso si mettono in scena presentazioni di sé che siano conformi a quello che si vuole che gli altri vedano. La propria fisicità vera è da una parte riparata e dall'altra è esibita. È interessante notare che quasi tutte le foto che le persone mettono su Facebook sono foto in cui le persone si toccano, si abbracciano, si tirano i capelli, sono una vicino all'altra. La messa in scena del contatto è proprio il tentativo di rendere presente ciò che è assente.
Nel libro La morte del prossimo, Luigi Zoja scrive che nella cultura contemporanea la morte di Dio corrisponde anche alla morte del prossimo, poiché se viene meno la figliolanza, e conseguentemente la fratellanza, il prossimo si allontana. L'individualismo comporta la morte del prossimo. È molto interessante una frase di Zoja: "Quando dici 'ama il prossimo tuo come te stesso', dici una cosa molto semplice: il tuo prossimo è la persona che vedi, senti e puoi toccare. Non un prossimo astratto, ma il tuo prossimo, quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano". Ecco, il prossimo su cui si può posare la mano non c'è su Facebook ma, ciononostante, questa dimensione non viene esclusa: Facebook è il preludio dell'incontro faccia a faccia. Con il venir meno della dimensione tattile, secondo Zoja, viene meno anche la dimensione etica. L'autore specifica inoltre che "il senso etico naturale può corrispondere ad una percezione addirittura tattile di bene o male fatto ad un vicino, la cui gioia o sofferenza si avverte immediatamente". Ciò corrisponde a quanto avviene nella realtà: tante volte le persone si controllano, ma toccando qualcuno si sente se è rigido, se è freddo, se ribolle, se si ritira. Il contatto dà delle informazioni che altrimenti non si possono ricavare e che aiutano a capire come comportarsi bene nei confronti di qualcuno. Zoja continua dicendo che con l'interposizione della tecnica la sensazione fisica e la compassione istintiva non sono più coordinate, creando così un divario che prelude a comportamenti non etici: alla compassione, cioè al sentire assieme all'altro, si sostituiscono le emozioni della pietà a distanza. In tal senso, la vicinanza (anzi sarebbe meglio dire la prossimità) è la diga naturale a protezione del sentimento, così potente da spezzare le armi metalliche dell'ideologia, da spingere a tradirla per non perdere l'ultimo calore. Se quindi viene meno questa dimensione del contatto, così vitale e preliminare all'etica del contatto, allora occorre cercare di articolare in maniera più consapevole il rapporto tra i territori della nostra esperienza. Nelle ricerche fatte, e nelle riflessioni elaborate, il territorio virtuale è un territorio di transito che consente di trovarsi, di ridurre le distanze, quindi di entrare in un rapporto di reciproca connessione. Ma il trovarsi non è ancora l'incontrarsi, che è ciò che richiede la relazione, compresa quella di riconoscimento. Il trovarsi ha una dimensione di occasionalità e di casualità. Trovarsi deriva da tropare, che vuol dire creare dei motivi, inventare dei versi, ed è comunque un'azione individuale che produce effetti casuali. L'incontrarsi ha proprio la dimensione del "contro"; incontrarsi significa stare uno davanti all'altro e il "contro" sta anche ad indicare non solo il "di fronte", ma anche il potenziale di fatica, di conflittualità, che si instaura nella relazione. Il passaggio dall'on line all'off line consente quindi il passaggio dalla connessione all'incontro. Il web è quindi un territorio di transito che consente la riduzione delle distanze, mentre la dimensione "faccia a faccia" è quella che consente gli incontri.
Caratteri generali del riconoscimento
Giungiamo così alla terza fase del mio percorso, quella relativa alla dimensione del riconoscimento. Il riconoscimento di cui parliamo non è da intendersi come scambio: ciascuno riconosce l'altro vicendevolmente e si ratificano a vicenda i propri giochi di faccia, in cui si fa finta di credere alle proprie rappresentazioni. È una pratica usuale nella vita quotidiana: si sa benissimo che il tale è un farabutto, ma lo si vota lo stesso, perché assicura la copertura dei propri interessi e quindi, così facendo, si ratifica una rappresentazione. Il riconoscimento di cui parliamo fa invece riferimento al dono e al paradosso del dono: il riconoscimento è qualcosa che si riceve in dono e che non sempre può essere gradito, e può anche far rimanere male. Il paradosso del dono risiede nel fatto che ciascuno si riceve dall'altro e, in tal modo, diventa pienamente se stesso. Le relazioni più significative come genitore sono quelle in cui io ho imparato chi sono: le relazioni con i figli mi hanno regalato un'identità e fatto conoscere delle parti di me che non avrei mai conosciuto se non avessi avuto questo tipo di esperienza. È un riconoscimento che dona un'identità'', che altrimenti non avrei ricevuto, ma che me la dona perché mi sono consegnata a questo rapporto con l'alterità. Quindi il dono presuppone una donazione di sé, e in questo paradosso di un legame così stretto, così rischioso, così impegnativo, così poco facilmente solubile, in questo paradosso, si realizza questo miracolo della comunicazione, che è il miracolo del "riconoscimento del riconoscimento". Sono convinta che la comunicazione non è un fatto, ma un miracolo; la normalità è malinteso e superficialità. Lo stesso vale per il riconoscimento: la normalità è il misconoscimento, la normalità sono le situazioni in cui si cerca di legittimare vicendevolmente alcune forme di facciata. Quando si è uno di fronte all'altro, si accetta quanto di sé si riceve dall'altro e ci si sente liberati da sé per l'accettazione di questo dono, allora si è di fronte a un miracolo che testimonia la nostra umanità. Nel mondo contemporaneo il riconoscimento, invece, ha un'accezione molto riduttiva. C'è un riconoscimento legato non al dispositivo ma al disporre. M. Augé parla dei "non luoghi", nel senso che ciascuno è tenuto in ogni momento a farsi riconoscere in quanto l'altro si ritiene in diritto di domandare e di richiedere dimostrazione di chi siamo. Il riconoscimento diventa quindi un dovere che legittima a stare in un certo posto. Questa è una modalità, ovviamente, ben lontana dal significato vero di riconoscimento ed è una delle modalità del mondo contemporaneo.
Un'altra modalità di riconoscimento è la classificazione: riconoscimento in questo caso significa incasellare in una categoria che consenta di neutralizzare l'individualità o comunque di maneggiare la relazione in maniera prevedibile, secondo sceneggiature già scritte. I ruoli sociali sono delle forme di classificazione che consentono di riconoscere l'altro; è però una classificazione fatta dall'esterno, che consente una relazione, ma non implica una reciprocità. Spesso si intende l'individuo in senso riduttivo, come qualcosa di separato dagli altri; individuo significa "indiviso", totalità piena, totalità che comunque è relazionale. Il passaggio dall'individualismo riduttivo alla relazionalità, che è stata risvegliata da questo territorio misto che noi frequentiamo così assiduamente, ci aiuta a passare da un'idea di autonomia e di individuo come qualcosa di separato, ad un'idea di riconoscimento come legame di interdipendenza tra singole totalità. Il web 2.0 è il luogo in cui non è enfatizzata l'autonomia ma l'interdipendenza. Tra le esperienze significative, quella della dipendenza non è necessariamente umiliante e anzi può essere fonte di gratitudine e capace di innescare il circuito virtuoso della gratuità.
Riconoscimento, alterità, libertà e identità
Ci sono poi tre aspetti che vorrei ricondurre al tema del riconoscimento attraverso citazioni di alcuni autori: la dimensione dell'alterità, quella della libertà, e quella dell'identità.
La rete propone in chiave nuova il tema dell'alterità come dimensione costitutiva dell'identità. "Mai senza l'altro" significa che ciascuno è se stesso non perché si compie come essere autosufficiente, ma perché nella relazione significativa con gli altri e nelle tracce che gli altri lasciano nella sua storia si definisce nella sua identità. P. Ricceur introduce il tema del "io-altro al centro dell'identità", cioè l'alterità non è semplicemente ciò che sta fuori, ma ciò che costituisce pienamente ciascuno, anche più di quanto ognuno riesca a riconoscere. Ciascuno è un nodo di elementi in cui l'altro è fondamentalmente presente. È possibile riconoscerlo anche nella nostra esperienza.
Il riferimento a un libro di Jean-Louis Chrétien, La ferita della bellezza, mi consente di introdurre un elemento meno idilliaco nella questione del rapporto tra alterità e riconoscimento. L'altro dona riconoscimento, ma è anche vero che l'incontro più è profondo e più è autentico, più la distanza è ridotta e più è facile sentire male, più è facile la ferita. L'esposizione produce vulnerabilità. La vulnerabilità è qualcosa da cui ciascuno si difende, ma se noi non fossimo vulnerabili e fossimo corazzati ed invincibili saremmo più poveri. La ferita è fonte di dolore, ma è anche una feritoia che lascia passare ciò che altrimenti non ci potrebbe raggiungere. Nel rapporto faccia a faccia, nella reciprocità, in una reciprocità molto stretta, la vulnerabilità cresce, rende più probabile la sofferenza, ma apre a qualche cosa di inaspettato che allarga ciò che ciascuno è e che può comprendere. Soprattutto introduce il tema del futuro, già messo in luce da Emmanuel Lévinas.
All'ossessione della simmetria si accompagna quella della simultaneità; il touch screen ne è il segno: con un tocco qualcosa succede (in fondo tutta l'evoluzione tecnologica va nella direzione del magico). Nelle relazioni non è così: nell'istante c'è soltanto la distanza, soltanto la frustrazione del non ancora, del come potrebbe essere. In questo senso la reciprocità e il riconoscimento scardinano la gabbia del "distante dell'istante" e aprono alla dimensione del futuro. Allo stesso modo avviene nella comunicazione. Il presente è il tempo della distanza, e solo per il futuro possiamo sperare in un avvicinamento, nell'allargamento questo terreno comune che è la comunione o la comunicazione. Il dolore dell'incomprensione nella relazione reciproca stretta ci apre comunque alla dimensione del futuro. È un aspetto problematico della contemporaneità, perché il futuro di cui parliamo non è il futuro glorioso del progresso, ma nello stesso tempo non può essere nemmeno un futuro incerto che porta angoscia. Può essere il futuro della speranza, che non è l'utopia, ma ciò in cui possiamo sperare a partire dal presente e che dobbiamo anche poter realizzare.
J.–L. Chrétien, in questo stesso libro, dice che quando ciascuno si riceve dalle mani dell'altro, non si riceve identico a colui che aveva donato, ed è così che può ridonarsi all'altro con un dono che è veramente tale. Credo che il riconoscimento non sia semplicemente qualcosa di statico, ma che inneschi un processo: il dono di sé e della propria identità, che a sua volta si riceve dall'altro, nel senso che viene riconsegnata dall'altro con la novità che egli ha permesso, mette in moto un identico processo anche da parte dell'altro. In tal modo le relazioni possono durare. Nella cultura contemporanea si pensa che le relazioni ad un certo punto si spengano e che quindi bisogna cambiare soggetto della relazione. La relazione invece può durare proprio se si riesce ad attivare questa dinamica del riconoscimento in cui, in realtà, ciascuno è una persona sempre nuova, non perché cambia look tingendosi i capelli, risistemando i lineamenti, ma perché sulla base di ciò che l'altro gli ha donato di sé può regalargli qualcosa di nuovo che a sua volta egli può restituire come novità. Questo fa sì che, appunto, la vita nella continuità sia sempre generativa, sia sempre capace di introdurre la novità e sia capace di rinnovamento e di rinascita.
Nel libro di Christiane Singer, una scrittrice austriaca morta di recente, Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie, è riportata una frase molto semplice, ma che spiega molto bene il significato dell'identità come dono: "Sono gli altri ad offrirmi, spesso a loro insaputa, la chiave del mio enigma". In fondo potremmo dire che è questo ciò che i ragazzi cercano in rete quando esteriorizzano le tracce del sé.
Riconoscimento come ricettività
Un'altra dimensione fondamentale del riconoscimento, oltre all'apertura, è la ricettività. Ricettività dice appellabilità mediante un altro essere. Restare aperti per qualcosa d'altro che non sia il proprio soggettivo spazio interno significa avere finestre per tutto ciò che esiste ed è vero. Ricettività significa non solo apertura rispetto ad altre esistenze, bensì capacità di farsi regalare da questo essere la sua propria verità: accettare che l'altro mi regali la mia verità, anche se ci sono una serie di rischi. Ricceur dice che l'altro è chi mi oppone resistenza, e questa resistenza non è mai totalmente superabile, pena la cancellazione dell'alterità dell'altro. Nel rapporto con gli stranieri si può sperimentare questa resistenza. Si tende a pensare a una integrazione omologante che cancelli la loro identità; nello stesso tempo non si può nemmeno dire "resta nella tua alterità" com'è nel modello del multiculturalismo a mosaico, che è insensibile alle differenze e che non crea uno spazio di reciprocità.
Un altro autore parla del riconoscimento come di ciò che non scioglie, ma anzi accoglie il mistero dell'altro e l'altro come mistero. La dimensione del mistero è diventata ignota e incomprensibile, perché inteso come qualcosa che non è ancora stato spiegato, ma che lo sarà presto grazie alla scienza e alla tecnica. La parola tedesca che indica mistero contiene un termine che significa casa e che porta a dire che il mistero è la nostra casa. L'idea che tutto sia spiegabile contiene una certa parte di angoscia.
Christiane Singer afferma ancora: "L'altro, oso dire a sua stessa insaputa, lavora alla mia liberazione". E dice una cosa vera. L'altro è visto sempre come qualcuno che minaccia la propria libertà. Ciascuno ritrova tuttavia nella sua esperienza personale momenti in cui grazie agli altri si è liberato, superando le trappole delle proprie paure, dei propri limiti e dei propri condizionamenti subiti fino a quel momento. Credo, quindi, che riconoscere che l'altro sia un'occasione di libertà sia uno sguardo a cui dobbiamo educarci. Singer continua dicendo che l'altro è una frontiera che la vita ha innalzato davanti a te, affinché tu non sia pervertito nella tua onnipotenza. Penso che la libertà esista solo dove c'è un limite ed esista solo se si è capaci di fare i conti con il limite e di andare oltre in maniera originale. La libertà non è quindi desiderare che i limiti non ci siano, ma a partire dai limiti vedere come non lasciarsi schiacciare da questi o non subirli semplicemente.
Conclusioni
Come adulti abbiamo la fortuna di aver visto molti passaggi: ho scritto la tesi di laurea con la macchina da scrivere, la tesi di dottorato con uno dei primi computer e oggi uso l'I-pad. Il nostro approccio verso i dispositivi è comunque diverso da quello dei nostri figli: loro, che sono nati nel mondo digitale, usano i dispositivi senza che nessuno glielo abbia insegnato, anzi sono loro che lo insegnano a noi; loro, la touch generation, non hanno bisogno del libretto di istruzione, noi sì. Loro entrano, si muovono, e imparano muovendosi. Non bisogna avere per questo motivo il complesso di inferiorità dicendo che noi non saremo mai capaci di essere come i nativi. Occorre mettersi in una prospettiva diversa, segnata da una possibile alleanza: noi impariamo da loro qualche cosa, qualche trucco e loro imparano da noi qualcosa sui significati. È un'occasione, un elemento positivo della relazione che può essere visto in chiave educativa. Gli studenti che seguo sono pessimi quando devono ricordare i dettagli essenziali e centrali, mentre ricordano particolari assolutamente inutili. Nonostante ciò fanno elaborati personali bellissimi a partire dai quali riescono poi anche a recuperare l'importanza dei concetti. L'indicazione quindi è che non si può più partire dall'importanza dei concetti e poi esemplificare, ma bisogna partire dalla realtà e arrivare ai concetti.
La privacy è un concetto che ai giovani è praticamente sconosciuto, anzi c'è una sorta di incoscienza nel parlare di sé, se si pensa che le tracce digitali sono praticamente indelebili e quindi capaci di segnare la propria storia indelebilmente. Grazie alla rete si pensa di parlare all'amico del cuore, ma in realtà si parla su un palcoscenico planetario; si mettono in evidenza e allo scoperto comunicazioni che poi possono essere usate contro. Il villaggio digitale mette in scena la dinamica del pettegolezzo, ma su scala globale e anche con una permanenza; il salvare sul computer è un'azione che "non conosce perdono", come scrive Bruno Forte. Non è mai possibile ricominciare, ciò che ciascuno ha scritto e detto può rimanere incollato addosso. Su questo i giovani devono essere portati a riflettere.
Anche in merito alla simultaneità ci sono stati dei cambiamenti di lettura da parte, per esempio, degli psicologi: una volta il multitasking era considerato la dote principale per adattarsi ad un nuovo ambiente; con il tempo si è visto che fare molte cose insieme fa decrescere la qualità delle cose fatte. È importante che ci sia il monotasking piuttosto che il multitasking, che è una capacità intrinsecamente umana e, secondo me, massimamente femminile; una capacità fondamentale che però non deve precludere la capacità di concentrarsi su un compito. Quindi il problema non è il multitasking, il problema è passare da una competenza all'altra e capire quale competenza serve in quella situazione.
Il digitale è una straordinaria occasione per delle nuove alleanze intergenerazionali: soprattutto i giovani e gli anziani possono creare dei nuovi terreni di comunicazione grazie alle nuove tecnologie. L'uso che gli adulti fanno di Facebook è estremamente povero e superficiale: fanno finta di avere vent'anni e sono responsabili della devastazione culturale a cui assistiamo. Cosa possiamo fare? Stiamo vicini ai giovani e aiutiamoli a perdonare i loro genitori. Sui genitori non c'è più molto da fare, ma sui giovani, secondo me, sì.
(*) Docente di Sociologia e Antropologia dei media all'Università Cattolica di Milano. Testo non rivisto dall'autrice.
















































