La condizione giovanile
nell’epoca
della globalizzazione
Stefano Zamagni
Questa nostra epoca presenta, soprattutto con riferimento ai giovani, alcuni miti specifici. Non che le epoche storiche precedenti fossero esenti da rischi di questo tipo, ogni epoca storica ha conosciuto i suoi miti. C’è, però, una particolarità che contraddistingue questa fase storica dalle precedenti, ed è la rapidità con la quale questi miti si propongono. E la rapidità fa problema.
Se ci chiedessimo che differenza c’è tra uno schiaffo e una carezza, dovremmo rispondere che la differenza sta nella velocità del movimento della mano. Questo per dire che quando certi fenomeni si presentano con forti connotati di accelerazione, non sempre gli uomini hanno il tempo di adattarsi. Affrontiamo i più significativi miti che hanno a che vedere con la condizione giovanile.
Il mito tecnologico
Questo mito dice che tutto ciò che è possibile va realizzato, tutto ciò che si può fare, si deve fare. Si tratta di un mito perché fa credere, soprattutto ai giovani, che l’abbondanza dei mezzi a disposizione dei soggetti sia sufficiente a risolvere il problema della scelta. In altre parole, il fenomeno storico che noi chiamiamo progresso tecnico-scientifico ha accresciuto la capacità di trovare i mezzi per raggiungere gli scopi che il soggetto intende perseguire. Solo che il problema di oggi non è tanto quello della scelta del mezzo più efficace per raggiungere un determinato fine, ma piuttosto quello della scelta tra fini. Insomma, il problema non è tanto cosa devo fare per ottenere ciò che voglio, ma che cosa è bene che io voglia. Quando il problema chiama in causa la scelta tra fini alternativi (stili di vita, condizioni lavorative, scelte a livello familiare…) il progresso tecnico-scientifico non ci è di grande aiuto.
Per chiarire ciò, faccio riferimento alla storia dell’asino di Buridano (filosofo francese del 1.300). Un padrone aveva un asino affamato e gli mise vicino due mucchi di fieno. L’asino, non sapendo da quale dei due mucchi di fieno cominciare a cibarsi, si lasciò morire di fame. Se l’asino avesse avuto a disposizione un solo mucchio di fieno non avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta. In queste situazioni non scegliere porta ad una conseguenza disastrosa. La situazione di indeterminatezza esemplificata in questa storia rappresenta la situazione pre-progresso tecnico-scientifico. Infatti, la ragione da sola è sufficiente a farci superare problemi come quello dell’asino di Buridano. Se l’asino avesse avuto una maggiore consapevolezza del problema in questione non si sarebbe posto un falso dilemma.
La situazione di oggi, invece, è descrivibile soprattutto nei termini di un’altra metafora, quella di Amleto di Shakespeare, il quale non è incerto circa l’uso del mezzo per raggiungere il fine: uccidere lo zio. Il problema di Amleto è “essere o non essere”, cioè se è bene o non è bene uccidere lo zio. I giovani di oggi sono preoccupati non tanto perché non sanno qual è il mezzo migliore per raggiungere un determinato fine; il loro problema è che sono incerti sul fine. E quando la questione verte sulla scelta tra fini alternativi, il criterio tecnico, il progresso delle conoscenze scientifiche non ci è di grande aiuto, perché per risolvere un problema di scelta tra fini diversi occorre fare riferimento alla categoria del valore. Il mito tecnologico ci fa credere che sia sufficiente possedere più conoscenze, avere più mezzi per risolvere tutti i problemi. Invece, non è così.
Il mito dell’individualismo
Conosciamo dalla cultura, dalla storia, dalla filosofia il lungo tragitto delle generazioni precedenti nei confronti della scoperta della soggettività e quindi dell’importanza dell’affermazione della libertà intesa come capacità non solo di determinarsi, ma anche di autorealizzarsi. Questo lungo percorso oggi ha portato ad una esasperazione della dimensione individuale rispetto a quella relazionale. Se in passato il rischio era quello del comunitarismo, cioè di nascondere o di affogare la soggettività della persona in una comunità intesa in senso sociologico, oggi il rischio è quello diametralmente opposto: per affermare la propria personalità il singolo, soprattutto il giovane, deve rinchiudersi all’interno di se stesso. Questo atteggiamento di esasperato individualismo è favorito dai successi che sul fronte strettamente economico sono stati raggiunti dall’economia di mercato. Il fatto che nella sfera delle relazioni economiche si noti che è dalle abilità del singolo che derivano condizioni di benessere, è stata fatta passare l’idea secondo cui il nostro star bene, il nostro ben-essere dipende unicamente da noi stessi. Il pericolo derivante da questo mito è di aver dimenticato il principio di fraternità. Il limite dell’individualismo è quello di pensare che l’altro non sia un tu, ma un alter ego. In questo modo viene meno la capacità dimettersi in relazione. Come ormai tutti sanno, nelle nostre società avanzate non ci sono solo bisogni materiali che vanno soddisfatti, ma anche bisogni di tipo relazionale. Mentre l’attuale società si è dimostrata molto capace di soddisfare i bisogni materiali, non è stata altrettanto capace di soddisfare i bisogni relazionali. L’amicizia ha caratteristiche tali per cui io non posso soddisfarla ricorrendo all’acquisto di un bene che possa essere un surrogato dell’amicizia. Il limite del mito dell’individualismo è quello di far credere che l’unica categoria di bisogni che merita di essere soddisfatta è quella materiale. In questo senso è un mito che tradisce le aspettative di tutti, specialmente dei giovani. Oggi i giovani si trovano immersi in una rete di rapporti che non sono rapporti inter-personali, ma inter-individuali, cioè l’altro con cui mi rapporto è solo uno strumento di cui io mi servo per raggiungere i miei fini individualistici, così come avviene in una normale transazione di mercato. Si tratta di un mito pericoloso che deve essere sostituito dalla considerazione che oggi c’è un bisogno estremo di generare relazionalità, perché la relazione con gli altri è essa stessa fondatrice di benessere.
Il mito dell’homo economicus
Molto radicato nelle culture occidentali, questo mito sta facendo credere che l’utilità sia la stessa cosa della felicità e quindi che per essere felici sia necessario e sufficiente massimizzare l’utilità. È un mito perché la felicità è cosa qualitativamente diversa dall’utilità, perché l’utilità è la proprietà della relazione tra l’uomo e la cosa (le cose sono utili). Mentre la felicità è la proprietà della relazione tra persona e persona. Allora il mito dell’homo economicus tende ad insinuare, anche a livello di cultura popolare, il convincimento che per essere felici bisogna massimizzare l’utilità e per massimizzare l’utilità bisogna consumare sempre di più. Da qui la tendenza all’iperconsumismo.
Il Papa non perde occasione per condannare il modello di vita consumistico. Molti pensano che sia una condanna di tipo moralistico, ma non è così. Il Papa cerca di far comprendere la differenza che c’è tra la felicità e l’utilità. Il che non significa fare apologia del pauperismo, non significa che una persona non debba migliorare l’utilità, ma che l’utilità è una cosa e la felicità è un’altra. L’utilità si misura sull’asse dell’avere, mentre la felicità si misura sull’asse dell’essere, perché la felicità è nel rapporto inter-personale. Come già Aristotele ci aveva insegnato, non si può essere felici da soli. Una persona può essere un massimizzatore di utilità. Robinson Crusoe, quando sbarca nell’isola deserta dopo il naufragio, è un massimizzatore di utilità, ma riscopre la felicità solo quando incontra il selvaggio di nome Venerdì. Questo per dire che mentre si può essere dei massimizzatori di utilità anche se si opera in isolamento dagli altri, non si può essere felici da soli. Per essere felici si deve essere almeno in due, meglio se di più. Il mito dell’homo economicus è un mito che tradisce le aspettative perché confonde la natura delle cose.
In epoca recente non è casuale che autori statunitensi, anche prestigiosi, abbiano pubblicato lavori in cui emerge chiaramente come non esista una relazione diretta tra aumento del reddito pro capite e aumento degli indicatori di felicità. Anzi, oltre un certo livello, accade che ulteriori aumenti dei livelli di reddito producano un abbassamento dei gradi di soddisfazione o di felicità. Questo perché per produrre più reddito bisogna impiegare più tempo, ma, contemporaneamente, il soddisfacimento dei bisogni relazionali non può essere contratto del tempo. Le innovazioni tecnico-scientifiche, di cui soprattutto noi occidentali ci vantiamo, hanno ridotto i tempi di produzione delle merci, ma non possono accorciare i tempi di consumo dei beni relazionali. Se devo stare in relazione con una persona (moglie, figli, amici…), se voglio godere della lettura di un libro…, non posso servirmi delle nuove tecnologie per accorciare i tempi. Le nuove tecnologie abbattono i tempi di produzione, e questa è una cosa buona, ma non saranno mai in grado di abbattere i tempi di godimento di quanto è stato prodotto.
Ecco perché occorre rivedere certi modi di rapportarci al processo produttivo, e in generale a quello che ho chiamato il mito dell’homo economicus. Avere consapevolezza di questi miti: mito tecnologico, mito dell’individualismo e del mito dell’homo economicus è importante se vogliamo offrire una prospettiva di discorso nuovo soprattutto ai giovani. E sapere che una via di uscita da questi problemi è possibile riaccende la speranza e quindi la possibilità di un cambiamento che è alla nostra portata.
(Dalla trasmissione ATENEO, su SAT 2000 – Marzo 2003 - senza revisione del relatore)
















































