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    La tecnica ha vinto:

    abbiamo perso il senso della vita

    Umberto Galimberti


    La natura, Dio, la ragione. Nel corso della sua storia, l’uomo ha sempre cercato e trovato un orizzonte a cui ancorarsi. Ora rischia di smarrirlo.

    Oggi c’è ancora un orizzonte di senso per la nostra esistenza? La domanda sorge spontanea se solo pensiamo che l’uomo ha sempre compreso se stesso a partire da un orizzonte di senso a cui fare riferimento. Per gli antichi Greci questo orizzonte era costituito dalla “natura” che Eraclito definisce come quello sfondo immutabile che «nessun uomo e nessun dio fece. Sempre è stata, è, e sarà ». La natura inaugura quella temporalità ciclica per cui, come scrive Anassimandro: «Da dove gli esseri hanno la loro origine, ivi hanno anche la loro dissoluzione secondo l’ordine del tempo». Senza speranze ultraterrene, gli uomini sono chiamati “mortali”. Nasce da qui una grande etica: l’etica del limite. Per questo i Greci incatenano Prometeo che aveva donato agli uomini la tecnica affinché questa, espandendosi, non comprometta le leggi di natura.
    La tradizione cristiana assume come orizzonte di senso la “Parola di Dio” e la sua promessa di salvezza ultraterrena. In questo modo il tempo viene iscritto in un disegno, e così nasce la “storia” dove il passato è male: peccato originale, il presente è redenzione, il futuro salvezza. Ottemperando il comando di Dio che consegna all’uomo il dominio della Terra: «Dominerai sugli animali della terra, sui volatili del cielo e sui pesci delle acque marine» (Genesi, 1, 26), la scienza riprende la triade cristiana del passato come male: ignoranza, il presente ricerca, il futuro progresso.
    Cristianesimo laicizzato. Lo stesso può dirsi di Marx per il qualeil passato è ingiustizia sociale, il presente è far esplodere le contraddizioni del capitalismo, il futuro giustizia sulla Terra. Ma anche Freud colloca nel passato (infanzia) l’origine di nevrosi e psicosi, nel presente terapia, nel futuro guarigione. Il futuro è sempre positivo, sostenuto da quella figura, la speranza, che Pasolini aveva tolto con buone ragioni dal suo vocabolario.
    L’età moderna, che prende avvio nel Diciassettesimo secolo con la nascita del metodo scientifico e in seguito trova la sua massima espressione nell’Illuminismo, ha il suo orizzonte di senso nella promozione della “Ragione” al di là delle fedi, delle credenze, delle superstizioni. «Abbi il coraggio di servirti della tua ragione », scrive Kant, perché, come recita il motto dell’età moderna: «Chi pensa bene fa il bene». Ma, come ci ricorda il filosofo Miguel Benasayag: «Il nazismo ha dimostrato che si può pensare in maniera eccellente anche il male». Fine dell’età moderna e nascita dell’età post-moderna che io chiamo “età della tecnica”.
    Oggi la tecnica non è più un “mezzo” a disposizione dell’uomo, come si è soliti pensare, ma per effetto della sua estensione, la tecnica è un “mondo” che condiziona il nostro modo di pensare e di sentire. Rispetto alle età che l’hanno preceduta, per la prima volta nell’età della tecnica l’uomo vive privo di un orizzonte di senso, perché la tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità che non rientra nei suoi compiti: la tecnica “funziona”, e siccome il suo funzionamento è diventato planetario occorre congedarsi dai concetti tradizionali di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo,ma anche da quelli di natura, politica, etica, religione, storia, di cui si nutrivano le età pre-tecnologiche.
    Intervistato sul problema della tecnica dal direttore di Der Spiegel nel 1966, Heidegger risponde: «Tutto funziona. Questo è l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre oltre verso un ulteriore funzionare, senza uno scopo finale. E così la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra. Non c’è bisogno della bomba atomica: lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui l’uomo oggi vive ».
    Giusto per fare qualche esempio. Platone, che l’aveva ideata, definisce la politica “tecnica regia” perché, mentre le tecniche sanno come si devono fare le cose, la politica decide se e perché si devono fare. Oggi la politica non è più il luogo della decisione, perché per decidere guarda l’economia che le ha sottratto il potere decisionale. Ma neanche l’economia è l’ultima istanza della decisione perché, per decidere i suoi investimenti, guarda le risorse e le novità tecnologiche, per cui la tecnica diventa l’ultima istanza decisionale.
    Ma come abbiamo visto, la tecnica non ha scopi perché è pura sperimentabilità illimitata e manipolabilità infinita, per cui la storia - che come abbiamo visto è un tempo iscritto in un disegno e quindi fornito di senso - implode, perché la tecnica non ha una memoria “storica”, ma solo “procedurale”. Per lei, infatti, il passato è semplicemente sorpassato, e il futuro è solo un perfezionamento di procedure in un processo all’infinito. Abbiamo perso il senso greco del limite perché, come scrive Hans Jonas, mentre i Greci avevano incatenato Prometeo che aveva portato la tecnica agli uomini, noi l’abbiamo scatenato. Il risultato è che oggi la nostra capacità di fare (con la tecnica) è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. Quindi ci muoviamo a mosca cieca.
    Ma, come la politica, anche l’etica non ha alcun potere sulla tecnica. Infatti come può l’etica impedire alla tecnica di fare ciò che può? Al massimo può mettere in guardia, può invocare, ma così diventa pat-etica.
    E se l’etica cristiana dell’intenzione è inefficace nell’età della tecnica, lo è anche l’etica della responsabilità proposta da Max Weber che non guarda le intenzioni di chi agisce, ma gli effetti della sua azione di cui deve rispondere. E però è lo stesso Max Weber ad avvertire: «Finché gli effetti sono prevedibili». Ma è proprio della tecno-scienza, che procede per prove ed errori, produrre effetti imprevedibili. A questo punto resta in campo solo l’etica della tecno- scienza secondo la quale si deve conoscere tutto ciò che si può conoscere e si deve fare tutto ciò che si può fare senza limite alcuno e senza avere in vista alcuno scopo.
    Che cosa vuole infatti la tecnica? Di lei si potrebbe dire quello che Nietzsche diceva della volontà di potenza: «Cosa vuole la volontà di potenza? Vuole se stessa». Che cosa vuole la tecnica? Vuole unicamente il suo autopotenziamento.
    A questo punto reperire il senso della propria esistenza per l’uomo d’oggi, ridotto a funzionario di apparati tecnici, al cui interno deve compiere le azioni descritte e prescritte dall’apparato, secondo i valori della tecnica che sono efficienza, funzionalità, produttività, e soprattutto velocizzazione del tempo, che ha già superato le capacità temporali della nostra psiche, è praticamente impossibile.

    FONTE: La Repubblica - 10 Luglio 2025



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