La terra e il cibo
Una riflessione nell'anno dell'Expo 2015
GianPaolo Salvini
Nell'anno dell'Expo, dedicata al tema Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita, si svolgerà anche - a Parigi, dal 30 novembre all'11 dicembre - la 21a Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP 21), dove ovviamente anche il tema dell'agricoltura troverà spazio nel dibattito. Come pure nelle tappe intermedie prima della Conferenza.
In vista di questi importanti appuntamenti, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha pubblicato un contributo intitolato Terra e Cibo [1]. Non è certo la prima volta che il Pontificio Consiglio «sociale» si occupa dei problemi della terra e dell'alimentazione. Ad esempio (ma la lista potrebbe essere molto lunga), nel documento Per una migliore distribuzione della terra. La sfida della riforma agraria (1997). Ma in questo nuovo contributo gli autori hanno voluto offrire una visione d'insieme di una problematica così importante e globale da interessare l'intera popolazione mondiale.
Il tema della fame è strettamente correlato con quello della terra, vista come risorsa insostituibile; del suo uso o abuso, dato che è la terra che produce la massima parte del cibo consumato sul nostro pianeta. La fame, l'aspetto più umano e tragico della povertà, viene sempre più avvertita come insostenibile e inammissibile, in un secolo come il nostro. Il nostro tempo è pieno di sforzi istituzionali, organizzativi, di acquisizioni scientifiche senza numero e di una consapevolezza incomparabilmente maggiore di questi drammi. Occorre aggiungere che negli ultimi cinquant'anni lo scenario mondiale è profondamente cambiato, nel senso, ad esempio, di una crescente globalizzazione dell'economia, che ha profondamente toccato anche il mondo dell'agricoltura e del commercio dei prodotti alimentari.
Il documento Terra e Cibo è un testo assai complesso, in cui sono state riunite e condensate molte cose, probabilmente per mostrare la molteplicità dei problemi. Ovviamente non potremo addentrarci nei dettagli, perché ci ridurremmo a un arido elenco. Ne toccheremo perciò solo alcuni punti che ci sembrano di maggiore interesse, anche per dare un'idea della complessità della situazione e invogliare ad approfondirla.
Il documento è diviso in tre sezioni: 1) Rassegna e analisi delle cause strutturali e congiunturali dei problemi che riguardano la fame e la produzione di cibo; 2) I princìpi guida per la ricerca delle soluzioni; 3) Proposte di riferimenti culturali e di azioni per migliorare la situazione.
La produzione di cibo ingloba la coltivazione dei campi, l'allevamento, la pesca e marginalmente la caccia e la raccolta di vegetali commestibili spontanei. La maggior parte del cibo proviene dall'agricoltura, cioè dalla coltivazione della terra e dall'allevamento del bestiame. Il suo scopo principale è sfamare direttamente l'umanità con il cibo prodotto, o indirettamente, fornendo foraggio per gli animali destinati all'allevamento e alla macellazione. I prodotti agricoli, da sempre, sono oggetto di scambi commerciali o sono un mezzo di pagamento dei tributi, dell'affitto ecc. Le numerose innovazioni moderne nel campo agroalimentare hanno avuto grandi ripercussioni, consentendo di sfamare milioni di persone in più e di nutrirle meglio, ma in alcuni casi si sono avute ricadute controverse sull'organizzazione della produzione e sulla società.
Alla fine del secolo scorso è parso che Governi e imprenditori trascurassero il settore agricolo, preferendo dedicarsi all'economia industriale e alla finanza. Vi era la convinzione che una rapida industrializzazione avrebbe migliorato il benessere generale, anche se a spese dell'agricoltura. E quindi si sono ridotti i contributi statali al settore agricolo. Regioni fertili sono state abbandonate, alle volte anche perché i prezzi di vendita fissati dallo Stato non arrivavano a coprire neppure i costi di produzione.
Oggi invece «si assiste a un ritorno in forza dell'interesse concernente l'agricoltura e la gestione della terra» (n. 5); la vita rurale esercita nuovamente un certo fascino, perché ritenuta più sana, ma nei Paesi industrializzati - aggiungiamo noi - riguarda pur sempre una minoranza di abitanti. In altri Paesi poi il mestiere del contadino è considerato umiliante.
Le analisi geopolitiche tornano a concentrarsi sulla terra, sulla sua acquisizione e sul controllo di essa. Grazie alla diffusione dei «derivati» anche in questo settore, le materie prime alimentari hanno conosciuto una forte integrazione nei mercati internazionali, pure finanziari. Nonostante i progressi fatti, il flagello della fame però non è stato debellato e ha suscitato nuovo interesse, anche in vista dell'aspirazione di milioni di persone a una dieta più ricca e diversificata.
Si è intensificata anche la preoccupazione per l'ecologia, che però porta a volte a percepire l'agricoltura come una fonte di degradazione della natura, a causa del disboscamento, del deterioramento dei suoli, dell'inquinamento del terreno e dell'acqua, e così via. Si vorrebbe migliorare l'agricoltura, ma rendendola sostenibile, in modo da rispettarla e contribuire a preservarla. Fame e terra sono quindi strettamente collegate tra loro, e all'incrocio delle due si trova l'agricoltura.
La fame nel mondo
Nonostante la crescita della popolazione mondiale, il numero delle persone che soffrono la fame è diminuito sia in percentuale sia in cifre assolute dagli anni Sessanta agli anni Novanta. La situazione è invece peggiorata con la crisi dei prezzi internazionali dei prodotti alimentari del 2006-08. Oggi gli affamati sono nuovamente in lieve diminuzione. La Fao stima che nel periodo 2012-14 circa 805 milioni di persone siano sottonutriti [2], mentre molti altri milioni sono malnutriti. Due miliardi di persone hanno carenze di vitamine e di minerali.
La persistenza a livelli elevati di fame e malnutrizione mette a rischio il raggiungimento del primo Obiettivo di Sviluppo del Millennio stabilito dall'Onu. Il cibo prodotto supera da tempo le quantità giornaliere di calorie necessarie per tutti gli abitanti del pianeta. Ma purtroppo alla domanda di cibo non sempre corrisponde la possibilità di ottenerlo: il problema è il reddito insufficiente. In termini economici, non è l'offerta che manca, ma la domanda solvibile.
Da tempo poi è noto il paradosso opposto, e cioè il numero sempre maggiore di obesi o di persone sovrappeso: circa 1,5 miliardi di persone, contro gli 805 milioni di malnutriti. Fame e obesità sono due facce della stessa medaglia, anche se di segno opposto. Colpiti dalla fame sono in particolare le donne e i bambini. La mancanza di un'alimentazione idonea di questi ultimi rende difficile la realizzazione del diritto-dovere di ogni persona a uno sviluppo integrale e alla partecipazione alla vita politica e culturale. Se sottoalimentati da piccoli, i bimbi e le bimbe ne riportano danni permanenti. L'Asia ha il maggior numero assoluto di affamati, mentre l'Africa subsahariana ha la percentuale più alta di abitanti in questa situazione: 25%, mentre la media nei Paesi in via di sviluppo è del 14%.
È evidente che non è più possibile limitarsi a una rassegna di cause congiunturali, per quanto rilevanti. Occorre realizzare cambiamenti strutturali che consentano lo sviluppo produttivo e l'autonomia alimentare di molte zone del mondo, eliminando i meccanismi che ostacolano questa evoluzione.
Per molti Governi il diritto al cibo non è una priorità. Ci sono Stati che conoscono una crescita economica sostenuta, e che esportano prodotti agricoli, mentre una parte elevata della loro popolazione continua a soffrire la fame. In molti Paesi le entrate dipendono quasi esclusivamente dall'esportazione di pochi prodotti della terra, mentre la sicurezza alimentare dipende dall'importazione di derrate.
Alcuni trattati commerciali bilaterali però non tutelano il Paese più povero, ma vanno a beneficio di quello più ricco e forte. Molti Paesi industrializzati sovvenzionano i propri prodotti agricoli e impongono dazi alle importazioni, danneggiando gravemente l'agricoltura dei Paesi poveri. Purtroppo è eclatante «la mancanza di una volontà decisa per concludere negoziati e per frenare gli egoismi di Stati e gruppi di Paesi» [3] che, nonostante le dichiarazioni contrarie, coltivano i loro interessi particolari, nuocendo al bene comune della famiglia umana.
Vi è poi l'annoso problema delle riforme agrarie, spesso neppure avviate. «Anche se [...] la situazione si è evoluta, i problemi concernenti la distribuzione della terra non sono stati risolti né completamente né ovunque. Anzi, per certi versi, si sono aggravati» (n. 17). Molte riforme agrarie sono rimaste incomplete, in quanto lo Stato ha proceduto all'assegnazione delle terre, ma non ha provveduto a sostenere l'accesso dei piccoli produttori ai mercati, non ha fornito servizi sociali, assistenza tecnica, né ha agevolato l'accesso al credito.
Il «controllo» della terra si sta rivelando molto fragile per l'incertezza del diritto di possesso e del diritto all'uso, specialmente in un'epoca di rinnovato interesse per la terra e di modernizzazione dei sistemi normativi, che non sempre rispettano la complessità delle situazioni informali preesistenti.
I piccoli produttori nei Paesi poveri, i più deboli - a differenza di quelli nei Paesi ricchi, che beneficiano di apposite politiche e sovvenzioni - producono fino all'80% del cibo consumato e, insieme alle loro famiglie, rappresentano circa 1,5 miliardi di persone. Ma l'85% delle aziende agricole dispone di una superficie inferiore a due ettari. Esse vanno considerate «agricoltura di sussistenza», in grado di vendere solo una piccola quantità del raccolto, insufficiente a coprire il loro fabbisogno non alimentare.
Una malattia di un loro membro o un fenomeno naturale avverso possono avere effetti catastrofici. Inutile dire che esse sono confinate nelle terre meno fertili o sui pendii e non sono in grado di negoziare i prezzi di vendita. La situazione delle donne è nettamente peggiore, non tanto per le leggi vigenti, quanto per le consuetudini. Occorre aggiungere il dramma della schiavitù, spesso tuttora praticata nel mondo agricolo, se non di diritto, almeno di fatto. Un crimine che Papa Francesco ha definito un «delitto di lesa umanità».
Inoltre, oggi ci si muove in un contesto di competizione internazionale che favorisce un meccanismo di concentrazione: un numero sempre minore di Stati e di operatori economici fornisce ai mercati internazionali percentuali sempre più elevate di derrate. Molti Stati che dispongono soltanto di terre aride, ma di molti fondi, grazie, ad esempio, alle rendite petrolifere, hanno fatto grandi investimenti comprando o affittando migliaia di ettari nelle zone più povere del pianeta (il cosiddetto land grabbing), per assicurarsi alimenti destinati alla propria popolazione.
Dove il livello di vita è talmente basso da non garantire neppure il diritto al cibo può maturare un clima di violenza che distrugge la pace. «Si pensi alla concomitanza dell'aumento dei prezzi di alimenti basici e dello scoppio di rivolte negli ultimi anni» (n. 51). Ma, per prevenire le rivolte, la corsa alle armi pare godere di priorità rispetto alla sicurezza alimentare.
La responsabilità di un modello
Benedetto XVI parlò di una «corsa al consumo e allo spreco». Papa Francesco ha ricordato al Parlamento europeo che «tonnellate di derrate alimentari vengono scartate ogni giorno dalle nostre tavole», e ha denunciato più volte la «cultura dello scarto» anche di prodotti alimentari. In Europa e in America del Nord si stima che ogni persona getti tra i rifiuti dai 95 ai 115 chilogrammi di cibo ogni anno, a confronto dei 6-11 chilogrammi dell'Africa subsahariana e di alcune regioni dell'Asia. L'atteggiamento consumistico portato all'eccesso e indifferente all'etica ha l'effetto di limitare la libertà di altri, che vengono precipitati in condizioni di ulteriore miseria ed esclusione.
Il documento, facendo eco agli interventi di Papa Francesco, mette sotto accusa lo stesso modello consumistico basato sulla ricerca del profitto per il profitto. «È un modello non solo insostenibile, ma anche iniquo, in quanto, per ovvi motivi, non può essere universalmente adottato» (n. 56).
Altro effetto negativo di questo modello è il cambiamento del tipo di alimentazione in molti Paesi. Un conto infatti è arricchire la propria dieta dopo essere usciti dalla povertà, e un altro è soppiantare dall'esterno, con un marketing aggressivo, abitudini alimentari per sé non malsane con altre non migliori o addirittura peggiori. Un esempio può essere la sostituzione del tè o, in vari Paesi latinoamericani, del mate con le bevande gassate tipicamente occidentali. La stessa cosa si può dire per la sostituzione del latte materno con il latte in polvere, spesso propagandata. Alla Chiesa interessano anche gli atteggiamenti culturali che questo modello produce e diffonde.
Il messaggio biblico sullo sviluppo agricolo
Passando a una riflessione teologica che possa illuminare anche il mondo agricolo, il documento, nella seconda parte, ricorda che c'è un'intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve esprimersi in tutta l'azione evangelizzatrice. Quindi anche il settore agroalimentare può e deve essere oggetto e soggetto di una nuova evangelizzazione.
Nella Genesi, Dio comanda agli uomini: «Riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra» (1,28). Ma i due verbi «soggiogare» e «dominare» potrebbero giustificare anche un dominio dispotico e sfrenato, che arriva alla devastazione. Per questo la stessa Genesi precisa ulteriormente: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (2,15).
Purtroppo non è stato sempre così. Dopo il peccato originale, Isaia parla di una terra ferita, che soffre per il peccato dei suoi abitanti. Dio ci rende responsabili di una gestione armoniosa della natura e delle sue risorse, delle quali non siamo né padroni né creatori, ma «amministratori provvisori». Il verbo usato per indicare «custodire» è lo stesso che viene usato per indicare la cura che i sacerdoti devono avere del Tempio: qualcosa di sacro, da trattare con grande rispetto.
La specificità della creazione è di essere e rimanere un dono per tutti. Essa non deve essere trasformata in proprietà esclusiva, in strumento di potere e in motivo di divisione e di angoscia. «Ad essere più precisi, è l'umanità nel suo insieme che è e deve sentirsi responsabile della creazione e dello sviluppo delle sue virtualità» (n. 62). È superfluo ricordare la sollecitudine, ricorrente nella Scrittura e nel Magistero della Chiesa, per i poveri, e in particolare per gli affamati. Per Benedetto XVI, «l'attività agricola assume un significato più profondo sia per lo sforzo e la fatica che implica, sia perché offre un'esperienza privilegiata della presenza di Dio e del suo amore per le sue creature» [4]. Gesù ha voluto incarnarsi in un mondo agricolo, e dal mondo agricolo ha preso le immagini e il linguaggio della sua predicazione.
Il Magistero ha sempre sottolineato la destinazione universale dei beni. Essa va attuata sia in riferimento alle risorse naturali necessarie alla produzione del cibo, come l'acqua, il suolo, le sementi, i mari ecc., sia, ovviamente, in riferimento allo stesso cibo prodotto. La Chiesa ha sempre difeso il diritto alla proprietà privata, che deve però essere una concretizzazione della destinazione universale dei beni.
Giovanni Paolo II ha ricordato più volte che su ogni proprietà pesa una ipoteca sociale. È questa funzione sociale dei beni e della terra che consente alla Chiesa di affermare: «Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui» [5]. Se una volta simbolo di questa iniqua distribuzione dei beni era il latifondo, oggi - ricorda il documento - esistono nuove specie di latifondo, sotto forma di concentrazioni di beni materiali e immateriali nelle mani di pochi.
La destinazione universale dei beni è evidentemente connessa con il principio del «bene comune», da non confondere con la massimizzazione del Pil, ma inteso come «l'insieme delle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione», seguendo la propria vocazione attraverso uno sviluppo umano integrale e planetario.
Ciò a cui esorta il documento, in realtà, è anzitutto strutturare tutta l'economia mondiale in vista del bene comune, a livello sia di produzione sia di distribuzione dei beni. In secondo luogo, stabilire una gerarchia delle priorità da rispettare nello sfruttamento delle risorse naturali, in particolare della terra. Si possono generare infatti innumerevoli tensioni fra la coltivazione di una zona e l'insediamento di attività minerarie, fra la destinazione del mais o di altri prodotti a fini alimentari o energetici, l'estensione di monocolture e la permanenza di gruppi indigeni con le loro tradizioni e così via. Occorre, oltre alla conversione della mente, della volontà e del cuore, un impegno preciso per sintonizzarsi in vista del bene comune della famiglia umana, armonizzando tra loro gli interessi dei Governi, degli istituti finanziari, dei grandi gruppi, dei produttori
e dei consumatori.
Solidarietà e fraternità sono parole consumate dall'uso, ma che vanno recuperate. Come si è già detto, tutti questi princìpi, ai quali si possono aggiungere quello della sussidiarietà e della giustizia nelle sue molteplici forme, richiedono che si guardi con particolare sollecitudine ai poveri e a chiunque si trovi in condizioni di marginalità. Secondo il Vangelo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo. «La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo. A imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle» [6].
Tutto il ragionamento che il testo - seguendo il Magistero sociale della Chiesa - sviluppa, e che noi abbiamo solo accennato, trae la sua origine dalla dignità e dalla priorità della persona umana, che costituiscono la radice dei diritti. Ora i diritti umani non vanno solo proclamati: devono essere garantiti, resi effettivi e godibili nella quotidianità. «Cibo per tutti» non deve essere uno slogan alla moda, se non vi è anche un impegno per il riconoscimento giuridico del diritto, la cui mancanza indebolisce ogni azione diretta a superare la piaga della fame.
Risposte pratiche
Terra e Cibo si preoccupa anzitutto di valorizzare il ruolo dell'etica, fondamentale in quanto chiarisce le motivazioni che spingono ad agire nel modo migliore possibile. Inoltre, di valorizzare una spiritualità radicata nella Trascendenza e nella contemplazione del creato, per una nuova evangelizzazione del settore alimentare. L'annuncio del Vangelo va accompagnato dall'osservazione e dalla conoscenza della natura. Dinanzi alla meraviglia dei frutti della terra si diventa «uomini del grazie», consapevoli dell'inesauribilità della Provvidenza divina, aperti alla «solidarietà contadina», come diceva Giovanni Paolo II parlando ai contadini del Ruanda. Il monachesimo ha molto da insegnare in proposito: alcuni Ordini monastici e molti conventi
si sono sviluppati a stretto contatto con la natura, in una prolungata simbiosi con l'ambiente circostante e con la sua popolazione. «Mentre va riconosciuto il primato della persona umana rispetto al creato, va sempre tenuto presente che la natura è opera mirabile di Dio, recante in sé una "grammatica", un'allenaza che indica finalità e criteri per un suo utilizzo non strumentale o arbitrario» (n. 89). Va creata, fra essere umano e ambiente, una alleanza che deve essere specchio dell'amore creatore di Dio. La preghiera, collegamento degli uomini tra loro e con Dio, vi deve avere una parte importante.
Il testo sottolinea la contraddizione di quanti vogliono tutelare la natura e gli oceani, ma non proteggono la vita umana, ad esempio, quella dei nascituri e degli anziani. Oppure creano grandi aree naturali protette senza consultare le popolazioni locali. O condannano la discriminazione delle donne, ma non si preoccupano degli aborti selettivi che eliminano milioni di feti femminili, sconvolgendo l'equilibrio demografico. L'uomo è parte della natura, ed è un soggetto libero, ma condizionato in quanto essere creaturale.
Il documento spezza poi una lancia in favore dell'agricoltura familiare che, nel pensiero cattolico, esprime una serie di valori, vissuti da quell'unità relazionale che è il «noi» della famiglia, i cui soggetti si amano, in un mutuo potenziamento d'essere. Allargando l'orizzonte, il testo auspica un sostegno deciso ai produttori, senza attendere soltanto l'avvento della grande produzione intensiva.
Si è ormai diffuso e arricchito il concetto di «sicurezza alimentare» che, secondo la Fao, «esiste quando tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti, in grado di garantire una vita attiva e sana, rispettando nel contempo le loro preferenze». Non è possibile pensare soltanto all'autosufficienza mediante la produzione locale. Produrre il cibo per uso locale non esclude che esso possa venire esportato, anzi ciò permette ai Paesi o alle città di procurarselo pur non producendone. Ciò che importa è piuttosto il problema della sua «accessibilità».
Si parla pure di «sovranità alimentare», intesa come il diritto di ogni popolo o nazione di definire le proprie politiche di produzione, distribuzione e consumo di alimenti. Essa presuppone la difesa del patrimonio genetico animale e vegetale del Paese e lo sviluppo di una produzione destinata al consumo della popolazione locale, rispettandone la cultura e le preferenze. Se estremizzata, essa può spingere a un'autarchia fallimentare, chiudendosi alle innovazioni, agli scambi e alla cooperazione, mentre in un mondo globalizzato non è possibile chiudersi agli scambi né opporsi al necessario coordinamento, destinato a migliorare la situazione globale di sicurezza.
Anche il documento rifiuta la fiducia riposta nelle forze autoregolatrici del mercato, nell'illusoria convinzione che esso non premi comportamenti scorretti, non generi iniquità, disuguaglianze e disoccupazione e non promuova, nel settore alimentare, l'eccessiva commercializzazione di beni superflui. Né ci si può illudere che esso da solo garantisca un migliore benessere per tutti. Lo stesso si può dire per la fiducia riposta nella tecnologia e nella scienza, il cui uso indiscriminato può aggravare l'insicurezza alimentare e sconvolgere validi usi tradizionali.
Il documento dedica particolare attenzione alle comunità indigene, alla loro identità e all'uso della loro terra e delle loro zone di pesca. Va rifiutata la mentalità secondo cui le culture indigene devono modernizzarsi fondendosi con la civiltà tecnologica, perché altrimenti sarebbero «ostili al progresso». Nelle loro culture, invece, ci sono elementi sociali e spirituali preziosi per la vita di comunità nel rispetto della natura e in simbiosi con essa.
Data la fragilità delle comunità indigene, particolare prudenza richiedono i grandi progetti, come l'estensione di infrastrutture (dighe, autostrade ecc.), lo sfruttamento di giacimenti minerari e la creazione di riserve naturali. Tutte iniziative da realizzare con il previo assenso delle popolazioni interessate, le quali, se sono costrette a spostarsi, vanno opportunamente risarcite affinché possano ricreare altrove le loro strutture socio-economiche.
Il testo del Pontificio Consiglio si diffonde poi a descrivere una serie di organismi e di settori da promuovere, come le cooperative e i movimenti agricoli, che hanno alle spalle una positiva esperienza storica; la promozione delle donne, che spesso sono coloro che garantiscono la sopravvivenza di intere popolazioni; la tutela della biodiversità. Inoltre, l'educazione dei governanti, degli investitori, degli imprenditori ecc., perché questi provvedimenti non rimangano soltanto buoni propositi.
Osservazioni conclusive
Dalla rapida sintesi che abbiamo presentato appare chiaro che il documento è di fatto un compendio del pensiero della Chiesa cattolica sul tema dell'alimentazione, della terra e dell'agricoltura, che mette in relazione le prime due. I numerosi riferimenti a documenti della dottrina sociale e agli interventi dei ultimi Papi e di varie Conferenze episcopali mostrano quanto il tema stia a cuore alla Chiesa.
L'elencazione di tanti aspetti tra loro correlati e interdipendenti in un mondo notevolmente cambiato ripropone la difficoltà di conciliare tra loro il rispetto della natura (ormai profondamente antropizzata e modificata dall'uomo) e la necessità di praticare un'agricoltura in grado di alimentare tutti gli abitanti del pianeta, in modo possibilmente meno disuguale e meno devastante, pensando anche alle future generazioni.
Il testo offre spunti di riflessione e di azione, cercando di risalire alle cause strutturali di molti problemi, originati da cause decennali, se non secolari. Ovviamente esso non entra, e dichiara di non voler entrare, negli aspetti tecnici, che la Chiesa non ritiene di propria competenza, né nelle specificità dei vari contesti che, proprio per la varietà delle situazioni e delle eredità storiche, richiedono spesso interventi diversi, ma possibilmente coordinati tra loro. I criteri di giudizio e gli orientamenti pratici offerti sono spesso «laici», anche se il riferimento alla dottrina sociale della Chiesa è continuo.
Per chi si occupa di questi problemi, Terra e Cibo può essere un utile strumento di riflessione e di lavoro, anche se molto onnicomprensivo e talvolta dispersivo. Benché vi si sottolineino numerose criticità del settore e vi si invochino riforme strutturali e di atteggiamento, oppure di guida delle inefficienze del mercato, non si tratta di un testo pessimista, in quanto riconosce i risultati già ottenuti nella lotta contro la fame, il successo delle varie «rivoluzioni verdi» ecc., e l'utilità delle tecniche moderne, ma indica ulteriori orizzonti che rendano il nostro pianeta più abitabile e un vero «ambiente» per tutti i suoi abitanti, che possano così considerarsi «a casa» abitandolo e coltivandolo.
NOTE
1. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Terra e Cibo, Prefazione del card. Peter Turkson e di mons. Mario Toso, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2015, 150. I numeri citati nel testo si riferiscono ai paragrafi di tale documento.
2. Cfr «Papa Francesco alla 2a Conferenza della Fao sulla nutrizione», in Civ. Catt. 2015 I 66-73, a cui rimandiamo anche per i dati ivi contenuti, onde evitare ripetizioni.
3. BENEDETTO XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2008, citato al n. 14.
4. BENEDETTO XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale dell'Alimentazione 2006.
5. CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes, n. 69, citato al n. 68.
6. PAPA FRANCESCO, Messaggio per la Quaresima 2014, citato al n. 73.
(Da: Civiltà Cattolica 3957, pp. 270-281)
















































