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    L'anatema del Papa:

    la guerra è follia

    Enzo Bianchi 

    Quanti avevano cercato di forzare le parole del papa, quando invocava con forza che venissero fermati l’aggressione e i massacri contro le minoranze in Iraq, per farne un implicito sostegno all’ammissibilità di una “guerra giusta” troveranno particolarmente dure le parole usate da papa Francesco al Sacrario di Redipuglia: “la guerra è una follia!”. Un grido che sgorga dal suo cuore e dalla sua fede, e che riprende con il vigore della parola proclamata quanto affermato da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris: nell’era atomica è “alieno dalla ragione”, folle pensare di ristabilire la giustizia attraverso la guerra. No, papa Francesco, nel commemorare i caduti nella prima guerra mondiale – e “dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale” – ripete con dolore che “forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’”. Nessuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra guerra di difesa e guerra di conquista, tra guerra regolare e irregolare: “la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione!”.
    Parole pronunciate alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre. Un rito, quello della commemorazione dei caduti di guerra, che ripetiamo costantemente, sempre rammaricandoci di quanto è successo, sempre ripetendo “mai più!”. Eppure un rito che compiamo nello stesso preciso momento in cui alimentiamo, giustifichiamo, sosteniamo nuove guerre. Anche i governi italiani – esecutivi di uno stato che nella sua Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – non cessano di commemorare le vittime di guerra mentre stipulano contratti per nuovi armamenti di offesa e non di difesa, mentre attuano riduzioni di spesa abnormi in settori come la sanità e l’educazione pubblica e danno solo qualche minima sforbiciata d’immagine alle spese militari...
    Anche a noi, allora, si indirizza il grido accorato del papa che si scaglia contro “l’impulso distorto” che ci fa dire “A me che importa?”. Questo atto di accusa e questo invito al ravvedimento è dunque rivolto a ciascuno di noi che nel quotidiano ci comportiamo come Caino e non vogliamo essere “custodi del fratello”, ma nel nostro egoismo ripetiamo “A me che importa?”. Ma dietro a eventi globalmente devastanti come la guerra non c’è solo l’indifferentismo individuale, la cultura del disinteresse per l’altro, c’è ben di più e non sono solo le “ideologie” che forniscono una “giustificazione”. E il papa non esita a chiamare per nome questa “passione” guerrafondaia: “dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che importa?’”.
    Fa un certo effetto vedere l’industria degli armamenti e il relativo commercio – che siamo soliti considerare come un importante elemento di crescita del PIL, di garanzia di posti di lavoro, di sollievo alla bilancia dei pagamenti... – assimilati ai “pianificatori del terrore” o agli “organizzatori dello scontro”. Eppure, se non fossero abbastanza chiare queste parole, papa Francesco ne aggiunge altre: “gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere”. Il contesto storico del secolo scorso aveva portato i papi a denunciare la “inutile strage” e a cercare di fermare il demone della guerra rivolgendosi innanzitutto ai governanti che detengono il potere politico di assumere decisioni a nome degli stati e quindi di obbligare legalmente milioni di semplici cittadini a combattere e a uccidere non solo soldati nemici ma anche civili, “vecchi, bambini, mamme, papà”, quanto “Dio ha creato di più bello: l’essere umano”.
    Oggi, che la terza guerra mondiale non è decisa dalle cancellerie ma scorre come fiume carsico in numerosi rivoli di eserciti irregolari o di bande armate, l’appello accorato del papa si rivolge a quanti possiedono i bacini di alimentazione di questi torrenti di “guerra a pezzi”: i produttori e i commercianti di armi, siano essi privati o istituzionali. Sta a loro decidere se disarmare o meno i belligeranti, sta al potere economico e finanziario – che è intrecciato con quello politico, ma ha anche una sua autonomia – decidere se trasformare il flusso di munizioni che è flusso di morte in un flusso di aiuti e in una corrente di vita, tocca anche a loro – e con ben più gravi ricadute – la faticosa scelta quotidiana che ciascuno di noi è chiamato a compiere tra la corruzione e l’onestà, tra la morte e la vita.
    Le parole del papa, che non ha mai nominato la religione come fattore di giustificazione della “cupidigia, dell’intolleranza, dell’ambizione al potere” proprie della guerra, sono anche un monito a reagire alle minacce contro l’Europa e i cristiani lanciate in queste ore dall’ISIS in modo tale da disinnescare qualsiasi connessione tra fede religiosa e violenza disumana: come vanno ripetendo assieme al papa tutte le più alte figure religiose mondiali, “non si può uccidere nel nome di Dio”.
    Sì, pochi minuti di un’omelia durante una celebrazione in memoria dei caduti di tutte le guerre possono costituire l’innesco per un cambiamento epocale: quella conversione del cuore – moto umano prima ancora che cristiano – che ci conduce a “passare da ‘A me che importa’ al pianto”. Davvero, come ha concluso papa Francesco “l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Un pianto che è sì di dolore, è sì di pietà, ma è anche il pianto di rabbia del povero che vede calpestati i suoi diritti, a cominciare dal più importante, quello alla vita nella pace e nella giustizia.

    (Repubblica, 14 settembre 2014)



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