NEET
(Not in employment, education and training)
Giulia Assirelli *
Negli ultimi anni le tradizionali categorie di "disoccupato" – persona non occupata, ma immediatamente disponibile a lavorare, che ha compiuto azioni attive di ricerca di lavoro nelle ultime quattro settimane – e "inattivo" – persona non occupata né in cerca di occupazione – sono state affiancate, nella ricerca scientifica come nel discorso pubblico, da quella omnicomprensiva di NEET, l'acronimo di "not in education, employment and training". Con tale sigla si indicano i giovani tra i 15 e i 29 anni che, usciti dal sistema scolastico o formativo, non trovano collocazione nel mercato del lavoro. La categoria di NEET tenta di fornire un'unica misura di joblessness, intesa come mancanza di lavoro in senso lato. L'adozione di tale categoria ha, tuttavia, generato fraintendimenti e allarmismi, poiché non sempre è chiaro che cosa si debba intendere col termine NEET. Cercheremo quindi di gettare luce sulla sua definizione, fornendo una lettura dei più recenti dati italiani ed europei.
Chi sono i NEET
La categoria di NEET compare per la prima volta nella ricerca britannica dellametà degli anni Novanta per indicare i ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni che, concluso l'obbligo scolastico, scelgono di non proseguire gli studi e non trovano inserimento nel mercato lavorativo. In Inghilterra infatti l'obbligo scolastico termina a 16 anni, quando i giovani devono operare una scelta tra il proseguimento degli studi e l'ingresso nel mondo del lavoro. Il periodo dai 16 ai 18 anni risulta quindi, comprensibilmente, quello più critico e problematico riguardo la capacità di affrontare questa scelta in modo efficace.
A partire dalla metà degli anni 2000, tuttavia, il termine NEET viene mutuato a livello internazionale: OCSE e Commissione Europea, per prime, forniscono dati relativi ai NEET di molti Paesi, non solo europei, adottando un'unica definizione della categoria. In queste ricerche di portata internazionale con NEET si identifica una quota di popolazione notevolmente più ampia rispetto a quanto avveniva nelle prime ricerche britanniche, comprendente i giovani tra 15 e 29 anni che non sono né occupati né coinvolti in un percorso di istruzione o formazione. Il riferimento a una fascia d'età così estesa consente di dare una misura complessiva del livello di disagio sofferto dai giovani nella difficile transizione dalla scuola al lavoro, prescindendo dalle specificità del sistema educativo e della struttura del mercato del lavoro dei singoli Paesi. A questo proposito, infatti, non appare più sufficiente utilizzare le tradizionali categorie di occupazione, disoccupazione, inattività, ma è avvertita da più parti la necessità di elaborare un'unica misura della vulnerabilità dei giovani, le cui traiettorie di vita conoscono frequentemente sbalzi, interruzioni, cambi di rotta: sempre più spesso i giovani usciti dalla scuola affrontano periodi di disoccupazione, di lavoro precario, eventualmente seguiti da altri periodi di inattività; alcuni decidono di ricominciare a studiare, oppure di seguire corsi di formazione; altri, insicuri e delusi, si allontanano sia dal mondo del lavoro sia da quello della formazione. L'utilizzo di una così ampia definizione di NEET, dunque, permette di riunire in un'unica categoria il gruppo di giovani più a rischio di esclusione sociale.
NEET in Italia e in Europa
Secondo i più recenti dati pubblicati dall'Istat (2012b), relativi all'anno 2010, l'Italia si caratterizza per una quota di NEET decisamente superiore alla media europea: se quest'ultima è pari al 15,3% della popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni, i giovani che non studiano e non lavorano nel nostro Paese sono il 22,1%, vale a dire oltre due milioni di persone. Il dato è significativamente più elevato rispetto a quello riscontrato, nello stesso anno, in altri grandi Paesi europei, come la Germania (10,7%), il Regno Unito e la Francia (14,6% per entrambi), ma in linea con quello riportato dalla Spagna (20,4%). Questo divario sembra riflettere, in primo luogo, il minore inserimento dei giovani italiani nell'occupazione e, secondariamente, la loro maggiore condizione di inattività. Seppure con alcune eccezioni, la condizione di NEET in Europa sembra interessare in misura maggiore le donne, gli stranieri e gli individui meno istruiti.
L'elevata quota di giovani NEET presente in Italia non risulta, tuttavia, rappresentativa della realtà del Paese nel suo complesso. Sebbene in questo periodo di crisi economica le difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro sembrino diffondersi a macchia d'olio in tutta la penisola, la presenza di NEET non interessa allo stesso modo tutte le Regioni: nel Mezzogiorno la quota di giovani che non studiano e non lavorano raggiunge quota 31,9%, a fronte del 16,1% del Centro-Nord. In tutta Italia, comunque, la tendenza sembra essere crescente: negli ultimi anni i NEET sono aumentati di quasi tre punti percentuali, passando dal 19,5%, registrato nel 2004, al 22,1% del 2010 (Istat 2012a).
Categoria o fenomeno?
Nell'osservare i dati riguardanti la quota di giovani NEET risultano essenziali alcune precisazioni.
È indubbio che l'utilizzo di una così ampia categoria, specialmente se adottata in ottica comparativa all'interno di studi internazionali, possa fornire, meglio di altre, indicazioni utili per quantificare il disagio giovanile. Qualora l'obiettivo consista nel confrontare il grado di inclusione dei giovani nel sistema produttivo di diversi Paesi (europei e non), l'utilizzo di tale categoria è sicuramente appropriato, in quanto permette di procedere alla comparazione senza che essa sia eccessivamente disturbata da elementi strutturali e istituzionali propri delle singole realtà considerate (normativa riguardante l'obbligo scolastico, livello di integrazione tra sistema formativo e mercato del lavoro, regolamentazione di quest'ultimo, regime di welfare prevalente, ecc.). Dal momento che essa riunisce in un solo gruppo tutti gli individui che in qualche modo affrontano un disagio nel passaggio dal sistema formativo al mercato occupazionale, questa categoria può effettivamente dare utili indicazioni sul complessivo livello di problematicità che la transizione scuola-lavoro comporta.
La possibilità di misurare in modo univoco il grado di joblessness dei giovani contemporanei e di comparare questi risultati a livello non solo europeo ma anche mondiale riveste ancora più importanza in un momento di crisi come quello attuale: la categoria di NEET riesce infatti a fotografare il livello di disagio giovanile, il primo che cresce all'aumentare delle complessive difficoltà sopportate dai sistemi economici nazionali. Questo vale tanto più nel nostro Paese, dove i giovani - in virtù del loro prevalente coinvolgimento in aree lavorative temporanee, precarie, instabili - sono tra i primi a risentire dell'andamento negativo del ciclo economico.
Tuttavia, affinché i dati relativi ai NEET vengano interpretati correttamente, è opportuno fornire alcune precisazioni. Sempre più spesso, in Italia si sente parlare di giovani che non lavorano, che non hanno voglia di cercare un'occupazione, di "bamboccioni". È vero che, come affermano i dati Istat, circa il 22% dei giovani incontra difficoltà nell'ingresso nel mercato del lavoro, tuttavia non pare opportuno riferirsi alla categoria di NEET come a un esercito di giovani «immobili» (cfr Del Boca e Rosina 2010), che «non fanno nulla» (la Repubblica, 26 maggio 2010), così come parlare di un'intera categoria di giovani a rischio di esclusione sociale può diventare eccessivamente generico.
Infatti, a fronte della pretesa di fotografare la realtà nel modo più fedele possibile, si potrebbero nascondere fenomeni anche di ampia portata e di notevole rilevanza sociale, meritevoli di approfondimento e di una trattazione separata, soprattutto dal momento che le problematiche dell'inserimento lavorativo dei giovani dovrebbero essere al centro dell'attenzione dei decisori politici e dovrebbero quindi essere indagate in tutte le loro sfaccettature. In altre parole, se l'obiettivo è quello di analizzare i fenomeni in modo da poter elaborare strumenti e politiche risolutive, un certo grado di generalizzazione è certamente necessario, ma qualora questa si riveli eccessiva rischia di perdere il suo potere esplicativo.
L'utilizzo di una categoria statistica ampia come quella di NEET, in particolare, non deve indurre a considerare l'esclusione dal circuito scuola-lavoro come un fenomeno unitario. Essa, infatti, racchiude al suo interno due componenti: i disoccupati e gli inattivi per motivi diversi dallo studio. Appartengono alla prima categoria, a titolo d'esempio, i giovani che, usciti dal circuito formativo, sono alla ricerca del primo impiego o coloro che incorrono in ripetuti episodi di disoccupazione perché intrappolati in un mercato del lavoro instabile e precario. Rientrano nel gruppo degli inattivi, invece, non solo gli individui che rinunciano a cercare un'occupazione a causa delle difficoltà incontrate nel mercato occupazionale, ma anche coloro che non fanno parte della forza lavoro, in virtù di scelte individuali e familiari (come nel caso di donne che escono dal mercato del lavoro per assumersi carichi familiari).
Gli esempi qui riportati non sono certamente esaustivi e non rispecchiano totalmente la complessità insita nelle due categorie di disoccupazione e inattività. Sono tuttavia funzionali a mostrare come l'inclusione di entrambi questi gruppi tra i NEET abbia spesso suscitato fraintendimenti. Risulta infatti scorretto affermare, come spesso abbiamo visto fare da quando il termine NEET è entrato a far parte del linguaggio scientifico e divulgativo, che a una certa quota di disoccupazione giovanile si aggiunge una determinata percentuale di giovani NEET. Disoccupazione e inattività rimangono due fenomeni distinti, con caratteristiche e conseguenze proprie, che incidono in misura diversa sulla composizione del gruppo dei NEET: come riportato in uno studio della Banca d'Italia, nel 2010 i giovani in cerca di occupazione costituiscono circa un terzo del gruppo dei NEET, mentre i restanti sono inclusi nell'area dell'inattività.
Peraltro, anche il riferimento a una fascia d'età così ampia (15-29 anni) può risultare ambiguo. La condizione di NEET, infatti, non assume per i giovanissimi la stessa rilevanza che riveste per i ragazzi che si avvicinano ai 30 anni: operando una distinzione tra individui più o menogiovani (quella più frequentemente adottata distingue tre fasce d'età: 15-19enni; 20-24enni; 25-29enni) è facile osservare che le due componenti di disoccupazione e inattività non hanno lo stesso peso per giovani di età differenti. In questo senso, ritenere che a un'unica categoria statistica corrisponda un unico fenomeno, sembra quanto meno poco realistico. Piuttosto che parlare di un esercito di giovani italiani che non studiano, non lavorano, "non fanno niente", sarebbe opportuno distinguere i casi in cui quella di NEET è una condizione transitoria – che rimanda ai fenomeni della precarietà e dell'instabilità lavorativa – da quelli in cui nei giovani si presenta una forte componente di scoraggiamento, che spinge alcuni a passare dallo stato di disoccupazione a quello di inattività, da quelli in cui, infine, la scelta di non lavorare è operata dagli individui stessi.
* Dottoranda in Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento
BIBLIOGRAFIA
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DEL BOCA D. e ROSINA A. (2010), I giovani, un esercito immobile, <www.lavoce.info>, 6 ottobre 2010.
(Aggiornamenti sociali, 1/2013, pp. 77-80)
















































