Per una cultura
dell'incontro
e dell'accoglienza
Con la visita a Lampedusa e al Centro Astalli di Roma, Papa Francesco ha avuto il merito di far includere gli emarginati nell’agenda politica. Lo afferma il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in questa intervista al nostro giornale, in occasione della centesima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che si celebra domenica 19 gennaio.
Per il vostro dicastero il 2013 è stato un anno importante con l’elezione di un Papa come Francesco, che ha un’attenzione privilegiata per i migranti. Cosa è cambiato per voi?
Ogni Pontefice ha una propria personalità e uno stile che lo caratterizza, pur restando nel solco tracciato dal magistero della Chiesa. Il cambiamento di approccio di Papa Francesco è sotto gli occhi di tutti e possiamo definirlo diretto, incentrato sulle persone ai margini della società, al fine di focalizzare l’interesse generale sulla loro condizione. Nei suoi interventi, il Santo Padre sottolinea il modo in cui il messaggio cristiano deve essere messo in atto in tutto il mondo. Egli guarda da una nuova prospettiva gli insegnamenti fondamentali di Gesù Cristo e ci chiede di rivedere le nostre priorità, ma anche di agire, apportando i necessari cambiamenti. In questo inizio di pontificato, Papa Francesco è già riuscito a riaccendere l’attenzione su quanti sono dimenticati nella coscienza individuale e nella politica in generale.
È significativo che Papa Francesco abbia voluto dedicare la sua prima visita fuori dal Vaticano a Lampedusa.
La visita ha rappresentato un segno forte di solidarietà e ha dato visibilità a quanti sono costretti a fuggire. L’immediatezza della domanda da lui posta: «Dov’è tuo fratello?», come pure il commento sulla «globalizzazione dell’indifferenza» fanno appello alla coscienza di ciascuno. A questa definizione di «globalizzazione dell’indifferenza» è stata data molta eco. Ed è stata ripresa da parte di politici e responsabili finanziari, per quanto riguarda le disuguaglianze economiche nel mondo. In questo modo gli emarginati sono stati inclusi nell’agenda politica. Maggiore attenzione è stata rivolta anche ai flussi migratori misti: migranti e rifugiati. Gli studi indicano ancora una volta che norme più severe in materia di immigrazione non sono una soluzione, in quanto favoriscono solo i contrabbandieri di esseri umani. A loro si rivolgono persone in situazioni disperate, che vengono convogliate in viaggi pericolosi in mare o nel deserto, che terminano spesso in tragedia. Gli Stati esprimono la volontà di evitare tutto questo, ma in realtà dovrebbero modificare le loro politiche in materia di migrazione, e proteggere innanzitutto la vita delle persone e i loro diritti, prima ancora delle frontiere, come stabilito nelle convenzioni internazionali. Occorrerebbe potenziare i mezzi di soccorso in mare, senza incriminare i marinai che soccorrono i naufraghi, garantire l’accesso a procedure di asilo eque ed efficaci, e disporre maggiori risorse per lo sviluppo umano.
Al Centro Astalli il Pontefice ha rinnovato l’invito all’accoglienza e alla solidarietà soprattutto alla comunità ecclesiale. In che modo la Chiesa si è sentita interpellata da quell’appello?
Il Santo Padre più volte ha richiamato l’attenzione sul dramma dei rifugiati. Le sue parole, tuttavia, dovrebbero essere interpretate in modo più ampio, in quanto nei suoi appelli non si limita solo ad assicurare la disponibilità dei conventi. Egli invita ciascuno di noi a riflettere sull’accoglienza e chiede anche agli Stati di agire in modo positivo. Come possiamo essere noi di aiuto con i nostri averi? Come possiamo rispondere meglio alle necessità intorno a noi? È necessaria una risposta generosa in sintonia con la nostra identità cristiana. L’impatto del Santo Padre sulle persone è difficile da misurare. Nel complesso i fedeli rispondono con entusiasmo alle sue parole e alle sue azioni. In diversi Paesi stanno crescendo le iniziative dei vescovi che si esprimono sempre più direttamente a favore di quanti vivono ai margini della società.
Il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2014 ha rinnovato l’invito a passare da una “cultura dello scarto” a una “cultura dell’incontro e dell’accoglienza”. Qual è la strada per realizzare questo cambio di mentalità?
Una cultura dell’accoglienza e dell’incontro richiede fortemente che il fenomeno della migrazione sia visto da una prospettiva umana, cioè dal punto di vista della persona, con i suoi diritti e doveri. Non si deve parlare dei migranti come di «pedine sullo scacchiere dell’umanità», perché sono persone concrete che abbandonano o sono costrette ad abbandonare le loro case. In questi termini si è espresso Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato di questo anno, in cui ricorre il centesimo anniversario dell’istituzione di tale Giornata.
Il Papa ha chiesto «una cooperazione internazionale e uno spirito di profonda solidarietà e compassione». A chi è rivolto in particolare questo invito?
La cooperazione comporta una «collaborazione ai vari livelli, con l’adozione corale degli strumenti normativi che tutelino e promuovano la persona umana». Essa esige la creazione di un sistema normativo che sia chiaro, coraggioso e lungimirante, e nel pieno rispetto della dignità umana di ogni migrante. Il mutuo aiuto internazionale può tradursi nella formulazione di leggi ad hoc mirate alla risoluzione dei problemi e non alla costruzione di muri, che provoca ulteriore divisione.
Le strutture che si occupano della prima accoglienza sono in grado di garantire un servizio rispettoso della dignità e dei diritti delle persone?
La qualità dei servizi di prima accoglienza varia da Paese a Paese. Le condizioni dovrebbero essere umane e dignitose, e il soggiorno dei richiedenti asilo dovrebbe essere il più breve possibile. Si dovrebbe, anzi, evitare di lasciarli sopravvivere in strutture come i campi, perché crescere una famiglia in tali condizioni è difficile e ha un enorme impatto sui diversi componenti familiari. Le relazioni sociali si indeboliscono e le persone perdono i valori. Per questo, tali strutture sono da intendersi per le emergenze e non sono progettate per risiedervi in modo permanente.
L’emergenza in Siria ha reso ancora più drammatica la situazione dei profughi che giungono dalla regione Medio orientale. Quali interventi specifici sono stati promossi per rispondere a questa urgenza?
Per rispondere all’emergenza umanitaria in Siria è necessaria la solidarietà internazionale, con interventi che facciano leva sull’aiuto finanziario, sull’apertura dei nostri confini e, soprattutto, sull’apertura dei nostri cuori. È difatti in corso una catastrofe umanitaria, con più di 2,2 milioni di siriani rifugiati in Paesi confinanti, 6,6 milioni di sfollati all’interno del Paese e, soltanto 60.000 siriani ammessi in Europa. L’asilo e il reinsediamento in Paesi europei dovrebbero essere drasticamente ampliati o almeno si dovrebbe concedere una protezione temporanea. Anche la detenzione dei richiedenti asilo siriani deve essere interrotta e i siriani attualmente in Europa non devono essere rimpatriati in Siria. I Paesi confinanti con la Siria devono essere assistiti per poter rispondere alle conseguenze della loro generosa accoglienza dei rifugiati. Ciò significa non solo assistenza diretta ai rifugiati, ma anche sostegno macro-economico da parte di attori dello sviluppo.
Può tracciare un bilancio del lavoro svolto dal suo dicastero nell’anno trascorso?
Tra le diverse attività svolte nel 2013, particolare impegno ha richiesto la pubblicazione del nuovo documento «Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate» (www.pcmigrants.org), che offre orientamenti pastorali aggiornati nel contesto della dolorosa situazione delle persone coinvolte nella migrazione forzata. Anche l’assemblea plenaria del nostro Pontificio Consiglio è stata un’opportunità per approfondire e divulgare tale documento e la problematica in oggetto. Un ruolo significativo nell’impegno pastorale va attribuito alle diverse giornate mondiali, come la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, la Domenica del mare, la Giornata mondiale del turismo o la Giornata mondiale del circo.
Quali progetti per il 2014?
Ci sono tanti progetti in cantiere. Mi limito a segnalare alcuni eventi che maggiormente segneranno il nostro lavoro. Intanto ilVII Congresso mondiale di Pastorale dei migranti, in programma per novembre a Roma, sul tema «Cooperazione e sviluppo nella pastorale delle migrazioni». Poi la riunione dei coordinatori incaricati delle nove regioni mondiali dell’Apostolato del mare, per tracciare l’attività pastorale a favore dei marittimi, dei pescatori e delle loro famiglie. Infine un incontro dei promotori episcopali e dei direttori nazionali della pastorale degli zingari (Roma, giugno 2014), per riflettere su come rendere più credibile ed efficace l’opera evangelizzatrice della Chiesa tra gli zingari, e come organizzare il 50° anniversario della visita di Paolo VI all’accampamento degli zingari a Pomezia. Abbiamo poi avviato la prima consultazione con le Conferenze episcopali per preparare un documento di Orientamenti pastorali per la pastorale per gli studenti internazionali. E per finire stanno per essere pubblicati gli atti dell’incontro di pastorale della strada per il continente Africa e Madagascar (Dar-es-Salaam, Tanzania, 2012) sulla pastorale della strada, per sottolineare l’attenzione della Chiesa verso i camionisti, la sicurezza stradale, donne e ragazze di strada, bambini di strada e persone senza fissa dimora. È in programma anche una consultazione con altre Conferenze episcopali del mondo per un incontro mondiale di pastorale della strada.
(L'Osservatore Romano)
















































