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    Secolarizzazione in Europa:

    una questione privata

    Intervista a Grace Davie

    a cura di Marco Ventura

    Novecento pagine, 55 autori, 45 capitoli. Esce l’8 dicembre The Oxford Handbook of Religion in Europe, un grande ritratto storico-politico della religione in Europa. I contributi sono suddivisi in 5 parti dedicate alla formazione dell’Europa e quindi a ideologia e modernità, politiche pubbliche e organizzazioni internazionali, diversità religiosa, religioni mondiali e idea di Europa, e infine a geografia, società e politica. L’idea è stata di Lucian Leustean, politologo alla Aston University di Birmingham. Lo ha affiancato nella direzione dell’opera Grace Davie, sociologa britannica, una vita all’università di Exeter e ora, settantacinquenne, tra i più autorevoli studiosi della religione al mondo. «La Lettura» ha intervistato Grace Davie.

    Lei è una canonica laica della Chiesa d’Inghilterra. Eppure l’opera che ha curato insieme a Lucian Leustean si propone di evitare un «approccio veritativo» alla religione.
    «È un libro di studio, non è un libro confessionale. Certo in Europa il cristianesimo è prevalente, ma è così diversificato al suo interno, e poi abbiamo voluto includere tutte le religioni, anche chi non ha religione. Ora, per fare questo devi trovare il giusto registro, che non è quello di sostenere l’una o l’altra fede, ma di raccontare la storia di ciascuna di esse».

    Lo studio della religione in Europa pare sempre più insensibile, freddo.
    «Dobbiamo fare convivere empatia, sensibilità e distanza critica. Devi essere cosciente delle tue convinzioni, del tuo retroterra, e maneggiarli con professionalità. Mi irritano i non credenti che pretendono di non avere convinzioni, di essere più oggettivi dei credenti».

    La religione è potente. Anche nel mondo contemporaneo.
    «“Nature” ha dedicato un editoriale all’enciclica Laudato si’ il giorno dell’uscita. Una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo ha riconosciuto che la voce di Papa Francesco ha la forza di trasformare il dibattito. Mai avrei pensato di vedere una cosa simile in vita mia. La religione è potente perché l’80% della popolazione mondiale si riconosce in una fede e perché per molti la religione permea ogni sfera della vita».

    Intanto l’Unione Europea ha pensato per qualche ora di raccomandare ai suoi funzionari di «non nominare» il Natale.
    «La questione è che gli europei si sono in parte distaccati dalla religione, e sono inquieti nel vederla manifestarsi di nuovo a casa loro».

    Si discute dell’Europa secolarizzata.
    «Pensavamo che la secolarizzazione riducesse la religione pubblica e non quella privata. Oggi osserviamo l’opposto. La secolarizzazione prosciuga anche il privato, basti pensare all’analfabetismo religioso, mentre la religione cresce in pubblico».

    Va di moda parlare di post-secolarizzazione.
    «Post-secolarizzazione, de-secolarizzazione, non mi convince niente del genere. La secolarizzazione sta continuando il suo percorso in Europa. Ma la crescente diversità la sta sovrastando. Siamo più secolari e siamo più diversi».

    Diversi in che senso?
    «La diversità viene dai movimenti di popolazione. Sono tutti preoccupati. Arriva gente diversa da noi, musulmani. E questo ci disturba. Tutti i capitoli del libro lo documentano. Vent’anni fa sarebbe stato un libro molto più positivo. L’atmosfera oggi è cupa».

    Si afferma una religione pubblica identitaria, culturale. Lei ha parlato di «vicarious religion», in italiano...
    «Danièle Hervieu-Léger, sociologa francese, ha tradotto "religion par procuration"».

    Ecco, la «religione per procura», la delega alla Chiesa perché agisca per conto tuo, senza un tuo reale investimento, solo un generico attaccamento.
    «E poi non ci sono anticorpi quando i populisti si appropriano del cristianesimo per escludere invece che per includere, in Ungheria e in Polonia, ma anche in Danimarca e in Svezia».

    Difficile distinguere il processo storico-culturale dalla strategia politica.
    «Il filosofo tedesco Jürgen Habermas mi chiese se la “religione per procura” dovesse essere intenzionale. Non ho ancora trovato la risposta. Non dobbiamo comunque dimenticare che molti europei si ispirano a un cristianesimo inclusivo. Penso alle chiese che qui nel Regno Unito organizzano banche del cibo. Nella società c’è un cristianesimo attivo molto cresciuto durante la pandemia».

    Il cristianesimo dei ponti e il cristianesimo dei muri.
    «Papa Francesco e il cardinale primate d’Ungheria appartengono alla stessa chiesa. Il nostro libro può forse essere lo spunto per spingere le persone nella direzione più costruttiva. In ogni caso tenere la gente fuori dall’Europa è distruttivo. Comporta un costo enorme».

    Lei è nota per la formula «believing without belonging», credere senz’appartenere, con cui trent’anni fa descrisse il nuovo ruolo della fede nella società britannica. Acqua passata?
    «Cercavo di cogliere un clima. Mi interessava la fluidità delle due dimensioni. Invece si è usata la mia formula per definire drasticamente le due dimensioni e addirittura per testarle empiricamente, per schiacciarle in uno stampo».

    Credere e appartenere restano fluidi anche per i tanti europei che non si riconoscono in una religione.
    «Sappiamo che solo relativamente pochi all’interno di questa categoria sono veri atei».

    Tra le immagini con cui lei e Lucian Leustean aprite l’introduzione c’è quella di due ritratti degli Uffizi. San Tommaso di fronte a Solimano, il condottiero del primo assedio di Vienna.
    «Non li abbiamo scelti per la contrapposizione ma per l’interscambio».

    Per gli europei di oggi, però, quella coppia è il simbolo dell’opposizione tra il cristianesimo colto e pacifico e l’islam rozzo e guerriero.
    «Quando avevo sedici anni, a scuola, feci un compito sull’influenza dei turchi in Europa. Me la cavai bene ma senza capire. Anni dopo visitai il museo della città di Vienna, vidi i ritratti dei turchi e la cosa prese vita. Poi andai al Topkapi, a Istanbul, e vidi tutto all’opposto e compresi che non è una questione di bene e male, che l’Europa non esiste senza ciò che c’è intorno, e che non possiamo ignorare l’influenza orientale». Sorride Lucian Leustean, di origini romene, un passato di studi sul cristianesimo ortodosso.

    Il volume è ricco di percorsi.
    «Abbiamo cercato di fare emergere una religione europea vissuta, situata, in costante evoluzione.
    Cerco di essere attenta alle idee ma sono più interessata a chi realizza le idee. Perché nessuna religione esiste nel nulla: le religioni esistono necessariamente da qualche parte».

    E la cultura?
    «Ora ci vorrebbe un volume analogo su cultura e religione nell’architettura, nella musica, nella letteratura, nel teatro».

    Oxford University Press sta preparando un volume sulla deificazione, cioè sull’identificazione e sulla costruzione delle divinità. Il volume evidenzia il potenziale della religione quale «stimolo e di ostacolo allo scambio di idee», come scrive Leustean.
    «Le religioni sono fondamentali per il progresso della società. È responsabilità di noi studiosi metterlo in luce a partire da una piena conoscenza del passato».

    Se la religione ha formato l’Europa, cosa possiamo dire circa l’effetto dell’Europa sulla religione? Forse che l’Europa ha secolarizzato la religione?
    «Mi pongo così la domanda: l’Europa è secolare perché è moderna oppure perché è europea? Può consegnare questa domanda ai lettori».

    (“la Lettura” - 4 dicembre 2021)



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