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    Il soffio di JHWH (cap. 1 di: Lo Spirito del Dio di Gesù, festa della vita)


    Gianni Colzani, LO SPIRITO DEL DIO DI GESÙ, FESTA DELLA VITA, Elledici 1998



    Lo Spirito non è un amabile demone che si frappone tra Dio e noi; non è nemmeno una forza magica che realizza automaticamente ciò che, altrimenti, ci sarebbe impossibile: lo Spirito è Dio stesso, è Dio nella sua capacità di agire e di farsi riconoscere nella storia sottomettendola ai suoi disegni. La rivelazione di Dio come Spirito ha il carattere di una storia; per questo avere a che fare con lo Spirito e la sua opera è avere a che fare con la vita e la storia dell'umanità, non già con la vita e la storia di una umanità ideale ma con quelle di una umanità concreta, fallibile e peccatrice, quella umanità che si è allontanata da Dio ed è in lotta con se stessa.
    In questa storia umana lo Spirito unisce e tiene unito ciò che, altrimenti, si separa: Dio e l'uomo, il celeste e il terrestre, la libertà umana ed il futuro messianico di pace e di giustizia; non trasforma il divino nell'umano né assorbe l'umano facendolo sparire nel divino ma, piuttosto, li coordina in una reale unità. Una pagina di Ezechiele descrive bene questa azione dello Spirito nella storia di una umanità accasciata sotto la rassegnazione ed il rischio della autodistruzione: Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annuncia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi resuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi resusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò (Ez 37,11-14).
    La storia umana non è allora un «vacuum», un vuoto: essa è carica della forza di Dio. Imparare a decifrare con fiducia i suoi progetti, imparare a leggere le sue trame segnate dalla speranza è il compito della fede. Attraverso essa, il credente entra in un cammino aperto dove impara che solo il rapporto con Dio è il senso della sua vita e che egli deve rimanere attivo in questa relazione. Ci mettiamo quindi alla scuola della Parola per decifrare, alla sua luce, la vita e la storia dell'uomo.

    1. Il senso del termine «Spirito»

    Il termine Spirito - traduzione dell'ebraico ruah e del greco pnéuma - non si comprende facilmente. La molteplicità dei suoi usi nel campo della vita quotidiana e della cultura dotta fa sì che questo vocabolo copra una multiforrnità di significati: lo spirito è l'anima e il fantasma, la coscienza personale e ciò che tiene unito un gruppo, l'organo del pensiero e la volontà di agire, la dimensione propria dell'uomo e l'essenza di Dio. Questa molteplicità di significati obbliga a chiedersi cosa intenda la fede quando ne parla. Per rispondere mi rifarò al pensiero biblico.
    Nelle Scritture ruah indica il colpo di vento che rompe la calura pomeridiana o estiva: in quanto rinfrescante o portatrice di pioggia, la ruah indica l'instaurarsi del clima atmosferico necessario per la vita; per contro la mancanza di ruah rimanda ad un clima soffocante, alla condizione mortifera del deserto. Per questo suo profondo legame con la vita, il termine ruah designerà una vitalità imprevedibile e prorompente, tanto fisica quanto psichica; la nozione di spirito contiene quindi un preciso riferimento alla vita, alla sua energia dinamica, alla sua capacità di manifestarsi e di creare comunione nella gioia e nell'amore. Lo «Spirito» è spirito di vita. Con l'esilio il termine avrà uno sviluppo e finirà per indicare il respiro tranquillo dell'uomo ed, in senso traslato, l'energia vitale e le facoltà della persona, in una parola l'«io». Il fatto poi che lo Spirito sia indominabile dall'uomo indica il fatto che, per la coscienza di Israele, la vita è forza sovrana oltre che misteriosa.
    Da qualche tempo alcuni filologi vanno segnalando un rapporto tra la ruah ed un altro termine ebraico che designa lo spazio vasto e libero e, di conseguenza, il movimento di sollievo e di liberazione che crea spazio per un altro. Collegando ruah e rewah, il respiro violento come un colpo di vento ed il far spazio, la Schüngel-Straumann indica nel parto il luogo in cui il respiro affannoso trova sollievo nel far spazio ad un'altra vita. Il sollievo e la liberazione del parto rimanderebbero ad una connotazione femminile e materna della ruah: lo Spirito avrebbe come compito il far spazio ed il prendersi cura della vita; condivisione profonda della vita stessa, lo spirito sarebbe un materno uscire da sé per stare presso l'altro, per cercare il suo bene e la sua vita.
    Attraverso questo linguaggio le scritture ci parlano di Dio e riescono a renderci accessibile la sua azione. Non si tratta di una idea o di una convinzione teorica ma di una esperienza vissuta nella quale Israele ha toccato con mano che il suo Dio, JHWH, è il Signore di tutta la storia. Dio viene incontro all'uomo: opera e salva. Questa certezza si è condensata in alcuni racconti che assumono un carattere fondamentale ed esemplare in grado di illuminare e interpretare ogni altra situazione della vita.
    Il racconto più celebre è certamente la narrazione del passaggio del mare dei giunchi, una narrazione che appartiene alle tradizioni dell'Esodo: Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d'oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare sull'asciutto mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra (Es 14,2122). Questo racconto utilizza gli antichi miti del combattimento del vento contro le acque, miti che fanno parte delle narrazioni sulle origini del mondo; se ne serve, però, all'interno dell'esperienza vissuta da Israele, per proclamare che JHWH è il Signore della storia: la vittoria della ruah sulle acque del caos primitivo vuole indicare che la storia, ogni storia, è nelle mani di Dio.

    2. Lo Spirito salvatore

    Una presenza stabile e continuativa dell'opera dello Spirito si avrà solo nel periodo dei Giudici, un periodo in cui l'agire dello Spirito risulterà strettamente connesso alla presenza di persone carismatiche, i «giudici» appunto. Non bisogna necessariamente intendere i carismatici come delle persone di Dio, dedite a coltivare il rapporto con Lui nella preghiera e nella misericordia: Iefte è un predone ( Gdc 11,3) e pratica sacrifici umani; Sansone è presentato come un bevitore incallito che, a dispetto del suo nazireato, banchetta in case filistee e frequenta prostitute. Per le scritture non sono personaggi ideali ma, pur con i loro limiti, sono personaggi che non si tirano indietro di fronte alla oppressione dei loro simili. Questa sensibilità, sia pure mescolata ad ambizione, vendicatività e lussuria, è alla fin fine ciò che interessa alle scritture: i carismatici sono uomini del loro tempo, afferrati dallo Spirito e da lui coinvolti in una storia di liberazione.
    Il punto di partenza è sempre una storia di miseria e di oppressione: ridotto agli estremi, il popolo grida a Dio. Quasi sempre il problema è costituito da scorrerie e razzie da parte di bande di sbandati o di predoni; a volte si tratta della politica di espansione dei popoli circostanti - filistei al tempo di Sansone, madianiti al tempo di Gedeone, ammoniti al tempo di Iefte - che, forti della loro superiorità militare, riducono in schiavitù il paese. Il punto fondamentale, però, è la descrizione di un intero popolo avvilito e disperato; sotto l'oppressione di nazioni più forti, esso va perdendo la sua identità fino al punto che l'impotenza collettiva genera, insieme, sia un rassegnato e inutile lamento sia una lenta assimilazione a modi di vita stranieri.
    A questo punto, nella tensione dialettica tra aprirsi e custodirsi di fronte all'altro, interviene lo Spirito. Lo Spirito estrae da un popolo debole e sottomesso un uomo che rende forte - lo Spirito del Signore lo investì - fino a costituirlo come un simbolo agli occhi del popolo. Dalla rassegnazione scaturisce allora un sorprendente rinnovamento: il popolo ritrova energie per un futuro diverso, ritrova coraggio per un nuovo approccio alla storia, ritrova compattezza per una diversa esperienza di vita. Il cambiamento che lo Spirito opera nel carismatico ha il suo senso più vero nel permettere il cambiamento nella vita del popolo. Lo Spirito salvatore va quindi pensato in termini comunitari e storici: è lo Spirito che riporta il popolo ad una nuova, liberante visione di vita.
    Associati all'agire potente di Dio, i carismatici sono lo strumento della sua azione: sono l'espressione della capacità di Dio di guidare la storia. Le più antiche tradizioni bibliche conoscono addirittura la possibilità che Dio invii uno spirito malvagio (1 Sam 16,14) che, per altro, non avrebbe altro compito che quello di servire Dio mettendo alla prova le persone. La teologia arcaica di questi passi comprende una profonda verità: non tutto ciò che forma l'opinione di un gruppo è automaticamente volere di Dio. Diventerà quindi necessario un discernimento degli spiriti.
    In una grande visione, 1 Re 22,19-23 così descrive la decisione di Dio di spingere il re Acab ad una guerra in cui troverà la morte: Io ho visto il Signore seduto sul trono, tutto l'esercito del cielo gli stava intorno, a destra e a sinistra. Il Signore ha domandato: Chi ingannerà Acab perché muova contro Ramot di Galaad e vi perisca? Chi ha risposto in un modo e chi in un altro. Si è fatto avanti uno spirito che - postosi davanti al Signore - ha detto: Lo ingannerò io. Il Signore gli ha domandato: Come? Ha risposto: Andrò e diventerò spirito di menzogna sulla bocca di tutti i suoi profeti. Quegli ha detto: Lo ingannerai senz'altro; ci riuscirai; va' e fa' così. Ecco, dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti; ma il Signore a tuo riguardo preannunzia una sciagura. Il contrasto che questi spiriti scateneranno tra il profeta Michea ed il falso profeta Sedecia renderà evidente la necessità di un discernimento degli spiriti. Non basta seguire l'opinione corrente o quella di qualche grande personaggio: occorre chiedersi se e quanto questa opinione corrisponde al volere di Dio. Il consenso della maggioranza o l'opinione comune non è criterio sufficiente per chi ha fatto di Dio la ragione delle sue scelte.

    3. Lo Spirito messianico

    Questo bisogno di salvezza troverà la sua espressione più alta nel messianismo. A partire da alcune antiche esperienze salvifiche, il messianismo formulerà una interpretazione della storia che si attendeva da Dio e la instaurazione di un'epoca di giustizia e di pace e la protezione dei più deboli. Il salmo 85 descrive così questa situazione ideale, marcata dal potere di Dio: misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Le stesse cose si ritrovano, più distesamente, in Isaia 32,15-20. Emerge così una singolare comprensione della comunità: impegnata nella conciliazione della giustizia e della misericordia e nella creativa pratica della pace, la comunità sarà impegnata in una continua autocritica, in un continuo ripensamento delle sue eventuali forme di debolezza e di discriminazione.
    In questo cammino la comunità non sarà guidata solo dal diritto ma anche, e soprattutto, dallo Spirito. Questi opererà attraverso il Messia: su di lui si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timor di Dio (Is 11,2). Questa abbondanza di Spirito farà del Messia il vero erede dei suoi antenati: in lui si concentrerà la fortezza di Davide, la sapienza di Salomone e l'intelligenza dei profeti. I grandi testi di Is 11,1-9; 42,1-9; 61,1-9 presentano questa straordinaria figura che ricava i criteri del suo agire dalla sua profonda conoscenza di Dio. Alleanza del popolo e luce delle nazioni, il Messia non persegue un progetto politico: nel suo non alzare la voce, non spezzare una canna incrinata, non spegnere uno stoppino dalla fiamma smorta risulta anzi politicamente indebolito; il suo progetto verte su quella gloria e su quell'onore di Dio che vuol diffondere, fino ad originare una società retta da un diritto innervato profondamente dalla pace e dalla misericordia. Saranno i miseri ed i cuori spezzati, gli schiavi ed i prigionieri a inaugurare l'anno di misericordia del Signore. L'esperienza della sovranità di Dio diventerà il fondamento di nuove relazioni e di nuovi progetti: i primi fatti, ecco, sono avvenuti e i nuovi io preannunzio; prima che spuntino, ve li faccio sentire (Is 42,9).
    A poco a poco l'agire dello Spirito di Dio assume forme sempre più durevoli: mira a cambiare il cuore dell'uomo aprendolo alla verità ed alla novità del dono divino. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le' m le leggi (Ez 36,26-27). Lo Spirito genera una nuova antropologia: l'uomo nuovo che Dio va creando è al di fuori delle possibilità umane ed è il risultato di una profonda comunione con Dio. Al centro di questa antropologia sta l'azione divina di salvezza: solo Dio dà la ruah. La salvezza non ha, qui, i toni spettacolari della liberazione politica dell'esodo ma, tuttavia, ha il suo centro in una efficace presenza che ri-crea la persona sul fondamento di una nuova sapienza e di una nuova vitalità.
    Sullo sfondo di questa azione si può cogliere il senso della ruah divina: essa descrive un Dio rivolto verso la sua creazione per agire in essa, un Dio attivo nell'umanità per trasformarla in suo popolo. Ruah è perciò termine relazionale: indica la libera relazione di Dio con noi per la nostra salvezza, una relazione in cui Dio si svela Dio di grazia e di misericordia. A differenza di Dio, l'uomo non può esistere che in questa relazione e in questo dialogo; al di fuori del rapporto con Dio - insegna infatti Qoelet - la vita umana è solo vanità. Perciò il dono dello Spirito e la sua accoglienza è il contenuto fondamentale della più matura preghiera: Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso (Sal 51,12-14). Nello Spirito, opera di Dio che l'uomo accoglie ma non domina mai, è incluso il profondo rinnovamento dell'uomo.

    4. Lo Spirito creatore

    L'azione con cui Dio conduce la storia ha la sua radice dentro l'uomo, nella sua più profonda interiorità; ogni uomo, credente o no, israelita o no, è raggiunto e segnato da questa azione divina. L'uomo, infatti, è opera dello Spirito: il Signore Dio plasmò l'uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7). Questo passo indica tanto la padronanza dello Spirito creatore sulla vita quanto la recettività e, quindi, la vulnerabilità degli esseri umani. Se togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere (Sal 104,29). 1 test i di Gb 34,14-15 e Gn 6,3 confermano questa sovranità divina: Dio a donare la vita e a conservare in essa.
    Da questa prospettiva un filone biblico ricava una amara lettura della vita umana: è una vitalità fragile e precaria, sempre peribile (Gn 7,22). L'uomo breve cli giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce (Gb 14,1-2). Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati. È un fumo il soffio nelle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore. Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere e lo spirito si dissiperà come aria leggera (Sap 2,2-3). Questa povertà mortale dovrebbe aprire l'uomo al bisogno di Dio: non può, infatti, avere confidenza in sé, nei suoi pensieri e nei suoi progetti, ma soltanto in Dio. Ruah designa così la dimensione comunionale e relazionale di una vita che, senza lo Spirito creatore, è vuota.
    Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga (Sal 39,6-7).
    Lo Spirito creatore, però, non si limita all'uomo individuo ma si apre a tutto il mondo, a tutte quelle realtà ed a tutti quei legami in cui l'uomo vive la sua vita. Descrivendo la creazione del mondo Gn 1,2 parla dello Spirito di Dio che aleggiava sulle acque. Il termine ebraico utilizzato richiama il passo di Dt 32,11 che assimila l'agire di Dio a quello di un'aquila che veglia la sua nidiata e vola sopra i suoi nati; di conseguenza l'aleggiare dello Spirito indica il positivo creare ed il concreto prendersi cura della creazione che contraddistinguono il suo agire creatore. Lo Spirito creatore non si riassume in una neutra potenza, in un potente far esistere; svela piuttosto il singolare volto di un Dio impegnato in una relazione che lo mostra come Dio amante della vita. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose perché tutte sono tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose (Sap 11,25-12,1).
    Nello Spirito, il Dio amante della vita si lega quindi a ciò che è effimero e caduco, a ciò che è destinato alla morte. Per affronta re la sua vita mortale, l'uomo deve affidarsi a quel dialogo ed a quella relazione che, tramite lo Spirito creatore, Dio ha cominciato con lui. In questo senso il dono dello Spirito non è solo presenza di qualcosa di trascendente e di estraneo ma è fondamento di una esistenza autenticamente umana, rinnovata e libera: l'azione creatrice e salvifica di Dio, proprio là dove esige un abbandono fiducioso ed obbediente dell'uomo a Dio, genera profondità e responsabilità di vita. L'autonomia umana deve riconoscere di non essere autonoma e di dover vivere sul fondamento dell'agire di Dio.
    Soprattutto la letteratura sapienziale descriverà l'orgoglio, la stoltezza, la rivolta dell'uomo che si separa da Dio, e la sapienza umile e intelligente di chi si rivolge a lui. Se la ruah umana diventa impermeabilità al dialogo e orgoglio di autonomia, la vita umana termina nella stoltezza e nella menzogna; se, al contrario, l'uomo si fa disponibile al dialogo, attento all'ascolto, pronto a lasciarsi trovare da Dio, non solo Dio lo sostiene nella sua debolezza ma, nella sua umanità, prende corpo la primizia del mondo voluto da Dio. Per questo il rinnovamento operato da Dio non è segnato da dualismo, non riguarda un preteso spirito indipendente dal corpo, ma avvolge la totalità della esistenza umana: a tutto l'uomo ricorda che tutta la vita viene da lui e va vissuta per lui.
    Il senso del mondo, vivificato dallo Spirito, sta allora in un processo che sviluppa ciò che la creazione ha posto in esso: il mondo è ricco di una intenzionalità divina che attende di svilupparsi. Sta qui la sua grandezza e il suo dramma; in questa lotta non ancora terminata tra luce e tenebre, tra cosmo e caos, il mondo manifesta la recezione o la opposizione alla azione dello Spirito. Se la recezione dello Spirito lo mantiene nella vita, l'opposizione a lui lo spingono verso il caos, verso il suo nulla originario. Per questo, nella sua preghiera, il credente riconoscerà che lo Spirito divino è all'origine di ogni vita e invocherà il suo Dio così: mandi il tuo Spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra (Sal 104,30). Creatore della vita, lo Spirito è anche la speranza di vita data all'uomo: dalla sua azione attende la sua maturità e la sua pienezza di esistere.



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