Gianni Colzani, LO SPIRITO DEL DIO DI GESÙ, FESTA DELLA VITA, Elledici 1998
Fino a venti, trent'anni fa era abituale parlare di dimenticanza dello Spirito: lo Spirito era il grande sconosciuto. Ancora nel 1951, un teologo protestante - E. Brunner - sosteneva che lo Spirito sarebbe sempre stato la cenerentola della teologia: in quanto potenza che soffia liberamente dove vuole, in quanto non dominabile, lo Spirito avrebbe sempre rappresentato uno spauracchio per la Chiesa e per i teologi. A distanza di pochi decenni le cose non sono più così. Da più parti si parla di una vera e propria rinascita dello Spirito. In effetti è in atto una riscoperta dello Spirito che ha ragioni bibliche ed ecumeniche e che, inoltre, ha trovato il suo volano nei gruppi di Rinnovamento dello Spirito.
Soffermarsi su questa dimenticanza e su questa riscoperta non è sfizio intellettuale, ma impegno doveroso e necessario; fare sfoggio di ottimismo non basta: se davvero si vuoi evitare di ricadere negli errori del passato bisogna conoscerli e analizzarli; se davvero si vuol orientare in modo più positivo il futuro bisogna avere ben chiaro dove si va. il guardare con attenzione, la fede tradizionale della Chiesa non aveva perso del tutto ogni contatto con lo Spirito ma, più semplicemente, l'aveva confinato in alcuni ambiti limitati della antropologia e della ecclesiologia: la teologia della inabitazione delle persone divine nelle anime in grazia per la antropologia e il discernimento degli spiriti per l'ecclesiologia.
Alla radice di queste difficoltà stava mi atteggiamento di timore e di reazione a quei movimenti spirituali che, in ogni epoca, avevano esaltato lo Spirito e l'esperienza individuale contro la Chiesa e contro la lettura ecclesiale delle scritture. Il risultato di questa diffidenza fu una separazione tra oggettività della fede ed esperienza spirituale: ne scaturirà una rottura della unità di vita del discepolo, incapace ormai di vivere del contenuto della sua fede fino a farne la sorgente della sua preghiera e della sua testimonianza. Separata (la una seria intelligenza della propria fede, la vita cristiana si appiattirà sul minimo indispensabile, sul non commettere peccati; la tesi della inabitazione delle persone divine nell'anima in grazia scadrà a dottrina di scuola, priva di ogni incidenza pastorale. Questa diffidenza verso quella forza interiore che si teme forgi solo esaltati, finirà per guardare con sospetto anche quei santi che sono un autentico dono di Dio alla Chiesa: non pochi di loro sperimenteranno sofferenze per quei doni di cui lo Spirito li ha ricolmati. Attraverso il capitolo del discernimento degli spiriti l'ecclesiologia cercherà di inquadrare ogni esperienza in una visione di Chiesa sostanzialmente gerarchica.
Il risultato di questi orientamenti fu una minimalizzazione teologica dello Spirito: lentamente, lo Spirito finì per uscire di scena. A poco a poco la fede finì per concentrare il suo interesse attorno al Gesù pasquale ed alla comunità apostolica ed ecclesiale che ne continuava l'opera; lungi dall'essere considerato nella sua autonomia di persona divina, lo Spirito entrava in questa logica di fede solo per mettersi al servizio del Risorto, solo per diffonderne le grazie. Di conseguenza non ci si soffermava più di tanto sulla Pentecoste; i sette doni dello Spirito appartenevano alla letteratura di devozione, senza alcuna pratica incidenza sulla vita cristiana.
Questo disinteresse per lo Spirito ha dato origine ad una cristologia inadeguata e ad una vita cristiana devitalizzata: il deficit di esperienza e l'individualismo religioso ne saranno le manifestazioni più evidenti e preoccupanti. Riprendere da capo il tema dello Spirito noti può essere, oggi, un farsi ripetitori passivi di verità e schemi definiti nel contesto delle lotte trinitarie (lei primi secoli ma, mentre ritroviamo l'esperienza dello Spirito nelle tavole vive dei nostri cuori, ripensare alla sua luce tutta l'esperienza della fede.
















































