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    Lo Spirito di Gesù il Signore (cap. 2 di: Lo Spirito del Dio di Gesù, festa della vita)


    Gianni Colzani, LO SPIRITO DEL DIO DI GESÙ, FESTA DELLA VITA, Elledici 1998



    Il primo Testamento vede lo Spirito come l'attuazione dell'opera salvifica di Dio: più che la persona ne ha illuminato, di conseguenza, l'azione. Il secondo Testamento continuerà in questa direzione ma legherà definitivamente l'opera dello Spirito alla persona di Gesù. Questi, infatti, rappresenta la relazione di Dio con la comunità degli uomini: è la potenza della grazia di Dio rivolta in modo libero e creatore verso l'umanità, verso un popolo di persone.
    La coscienza che Gesù rappresenta un fatto assolutamente nuovo, una nuova economia nella rivelazione di Dio è nettissima nella comunità cristiana ma in nessun caso rappresenta una restrizione del campo di azione di Dio: non si passa da un interesse per la salvezza del mondo ad un interesse per le grandi figure religiose. Piuttosto, nell'ottica di quel Dio che solleva i miseri e piega i superbi, si mostra come tutto sia ormai avvenuto in Gesù: lo Spirito ne proietta la forza su ogni persona per orientare ogni cosa al mondo che verrà.
    Lo Spirito, di conseguenza, è la potenza di una grazia divina che riveste una umanità che non ha niente e non è niente. Lo Spirito è la potenza di Gesù vittoriosa sulla menzogna e sul male, che mette in noi la speranza di attendere con pazienza e con gioia la piena manifestazione del volere di Dio. In forza della sua fede, il credente sa riconoscere in Gesù la forma definitiva e vittoriosa dell'agire di Dio; in forza della sua speranza, il credente sta nella storia della umanità come segno del glorioso ritorno di quel Signore di cui anticipa la verità. Sentinella nella notte della storia, il credente animato dallo Spirito sa di dover vegliare innanzitutto sulla sua libertà perché questa riconosca la nuova situazione creata da Cristo: il diritto di Dio sulla storia umana, ristabilito con il Signore Gesù, esige infatti di trovare conferma nella storia.
    Da qui il complesso rapporto tra Gesù e lo Spirito: da una parte si dovrà vedere la persona di Gesù come il risultato dell'azione dello Spirito, dall'altra sarà la singolare comunione di Gesù con Dio a fare di lui una nuova via di azione dello Spirito. Da una parte Gesù è il servitore dello Spirito, dall'altra è il donatore dello Spirito. La prima riflessione cristiana risolverà nella sua fede questa apparente contraddizione: Gesù manda lo Spirito solo perché lo accoglie e lo serve. Abbiamo così la traccia fondamentale per il nostro discorso. Non è sufficiente accumulare passi, nomi o immagini: si tratta di riconoscere il dono ineffabile (2 Cor 9,15) nella storia terrena di Gesù, si tratta di cogliere lo Spirito come criterio guida dell'evento-Gesù.

    1. Gesù servitore dello Spirito

    Legando la figura di Gesù allo Spirito, la prima tradizione cristiana aveva inteso collegare il ministero di Gesù al tema del Messia. Le recenti indagini sulla letteratura del giudaismo intertestamentario hanno permesso di conoscere meglio questa figura e, di conseguenza, le attese della prima comunità. Negli scritti intertestamentari il Messia è presentato come discendente di Davide, re come lui e come lui capo militare, come trascendente a immagine del Figlio dell'Uomo e come signore del paradiso sul modello del nuovo Adamo, forte e dotato di una saggezza che penetra i cuori. Il Messia si prenderà cura dei miseri e dei disgraziati, metterà fine ad ogni guerra e stabilirà la pace nel mondo intero; eliminerà il peccato ed ogni forma di male e diffonderà la vera conoscenza di JUWII; infine stabilirà il regno di Dio e dei suoi eletti ed annienterà i re in rivolta sia con la spada sia con la sua parola meravigliosa. Queste antiche tradizioni serviranno per leggere la figura e l'opera di Gesù il Messia che, guidato e sospinto dallo Spirito (Mc 1,12), non si separa in nulla dal volere del Padre e ne realizza il disegno.
    Abbiamo qui delle affermazioni di fede della prima comunità cristiana. Gesù, infatti, non ha mai rivendicato per sé il titolo di Figlio di Dio e, forse, nemmeno di Figlio dell'Uomo; a sé aveva attribuito il compito di annunciare e di instaurare il regno di Dio. Mentre Gesù aveva annunciato il regno, sarà la comunità pasquale a fare di Gesù il contenuto dell'annuncio. Questa modificazione della figura di Gesù coincide con il suo passaggio da servitore dello Spirito a donatore dello Spirito. Per questo il passaggio da una concezione all'altra andrà investigato con cura.
    Il punto di partenza è quello di un Gesù servitore dello Spirito e posto, attraverso esso, al servizio di Dio. Vengono qui in primo piano i comportamenti attraverso cui Gesù si oppone alle potenze contrarie allo Spirito di Dio, in particolare a Satana ed al suo regno. L'opposizione tra queste due potenze avverse è evidente fin dall'inizio del ministero pubblico di Gesù quando lo Spirito lo spinge nel deserto perché sia tentato da Satana (Me 1,12-13). Con ragione Moltmann legge il racconto delle tentazioni riportato in Matteo (4,1-11) come uno scontro a proposito del messianismo: a Gesù è offerto pane per le masse affamate, dominio sul mondo grazie al rinnegamento di Dio e all'adorazione di Satana, il segno del Messia nel tempio della città santa; rifiutando la logica mondana e scegliendo la sofferenza messianica, Gesù sceglie di impersonare - in una condizione di povertà e fragilità - una esistenza di amore, che prende sul serio tanto Dio quanto ogni persona. Nel suo amore si dichiara solidale con ogni persona che, nella sua vita, sia bisognosa di Spirito: il peccatore o il malato, il deluso o l'emarginato come anche, per opposto, l'orgoglioso ed il ricco. Tutto il suo ministero è, ormai, segnato dalla potenza dello Spirito Santo (Le 4,14): nel suo servire lo Spirito, Gesù instaura il regno universale della misericordia e della pace. È questo che Gesù rivendica quando rivendica per sé il valore dei fatti: ai discepoli di Giovanni (Mt 11,4) chiederà di riferire quanto vedono e ascoltano.
    Tra questi fatti hanno indubbiamente un ruolo particolare gli esorcismi con cui Gesù libera gli indemoniati. Si sa quanto questi racconti siano difficili da interpretare e quanto siano discussi; non vi è però dubbio che Gesù scaccia i demoni per virtù dello Spirito di Dio e come segno che il regno di Dio è certo giunto tra voi (Mt 12,28). Per quanto la potenza del diavolo e le possessioni demoniache siano discusse, un elemento appare chiaro: la libera volontà dell'uomo posseduto è assente e il malato è in balia di forze che operano a suo danno e pericolo, senza che egli possa intervenire (M. Welker). I racconti, inoltre, conoscono fenomeni come le indicazioni fisiche di Mc 9,18, le dissociazioni della personalità di Mc 5,6-7 e, in genere, l'insistenza su identità lacerata e disgregata che, oggi, riferiamo a contesti diversi da quelli dell'esorcismo. Probabilmente si può anche riconoscere che la potenza del male si manifesta oggi, nel suo attacco a quella creatura che è «gloria di Dio», in forme diverse da quelle ricordate nei vangeli: le distruzioni demoniache dell'uomo e della sua dignità passano oggi attraverso il consumismo e l'indifferenza, la droga e la violenza; quello che non si può negare è che, in ogni caso, Gesù affronta storie individuali ed esperienze collettive di sofferenza angosciante e di disumanità degradante per restituire alle persone la responsabilità ed il gusto della vita. Nel far questo si scontra con tutto ciò che puntava a stabilizzare una simile condizione di male; attraverso la potenza dello Spirito Gesù ricrea la vita, abbattendo quel regno che nega la creazione di Dio. Con la sua presenza e con la sua azione rinasce quella umanità che, nella sua libertà e nella sua responsabilità, può rendere gloria a Dio.

    2. Una nuova comprensione di Gesù: dal servire al donare lo Spirito

    Lo Spirito è quindi la potenza che spiega compiutamente la vita terrena di Gesù: opera in Gesù, si concentra in lui. In ogni caso quello Spirito che lo rende capace di scacciare i demoni e di guarire gli ammalati non lo trasforma in un superuomo, non gli risparmia la sofferenza e l'obbrobrio della croce; da qui il bisogno di comprendere meglio il rapporto tra Gesù e lo Spirito. Per un verso la storia di Gesù mostra un tale legame tra Gesù e lo Spirito che viene da concludere che lo Spirito si è ormai definitivamente legato a lui: è Spirito di Cristo; per un altro questa identità è almeno imperfetta se - in Me 14,38 - lo stesso Gesù deve riconoscere che lo Spirito che è su di lui e lo guida è pronto ma la carne è debole.
    Questa reciprocità tra Gesù e lo Spirito sarà espressa dalla Chiesa quando dichiarerà che il Cristo della fede, il Signore pasquale che dona lo Spirito, è uno e identico al Gesù della storia. Sarà questa la risposta al dibattito provocato dalle tesi di Bultmann, un dibattito che verteva sul Gesù della storia: si trattava di chiedersi se questi coincideva o no con il Risorto, con il Cristo della Chiesa; per noi il problema è l'opposto: si tratta di sapere se il Cristo della fede rispetta o meno i caratteri singolari del Gesù della storia. In una parola, non andiamo da una fede certa nella Pasqua alla ricerca del Nazareno ma, al contrario, dal Gesù storico alla ricomprensione della fede pasquale. I punti fondamentali di questo percorso sono soprattutto tre.

    L'esaltazione pasquale

    Il primo si dà con la resurrezione: questa esaltazione-glorificazione è il passaggio dall'esistenza secondo la carne, che termina con la morte e la corruzione del sepolcro, all'esistenza secondo lo Spirito dove Gesù viene costituito partecipe della potenza e della pienezza di Dio. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che gli aveva promesso, lo ha effuso come voi stessi potete vedere e udire (..). Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso! (At 2,32-36). È questo il senso anche di Rm 1,3-4.
    La potenza salvifica di Dio si lascia alle spalle ogni traccia di impersonalità per svelarsi ormai come potenza di amore del Dio di Gesù: Gesù risorto non è il luogo di una nuova rivelazione ma è lo svelamento del valore definitivo del Gesù storico. La potenza dello Spirito, già all'opera nella sua vita terrena, opera per gli stessi scopi ma ormai senza limiti, proprio a partire dalla sua resurrezione. La vita viene trasformata secondo le esigenze dello Spirito di Gesù (1 Cor 15,45-49): vivere in Cristo è diventare nuova creatura (2 Cor 5,17), mentre fare l'esperienza dello Spirito è possedere la caparra e vivere le primizie del vangelo di salvezza proclamato nel Signore Gesù (Ef 1,13-14). Il Signore è Spirito (1 Cor 3,17): la potenza e la gloria del Risorto, pensate nella luce dello Spirito, vanno pensate in sintonia con la sua vita terrena. Con il Risorto ed il suo Spirito la spaccatura storica tra il peccato e la comunione con Dio e con i fratelli, tra la vita e la morte, è ormai decisamente cancellata: il regno di Dio è realtà, è la realtà storica del crocifisso morto per essere la vita di tutti.

    La consacrazione battesimale

    Questa fedeltà al Gesù storico ha il suo secondo momento nelle tradizioni del battesimo. Queste ribadiscono che la vita di Gesù, illuminata dalla luce dello Spirito, non va pensata secondo le modalità sfolgoranti e trionfali del Tabor ma nella linea del Servo di Non solo Gesù non è stato un superuomo ma, proprio nella rinuncia ad ogni gloria personale, è diventato il glorificatore del Padre. È questo il contenuto delle tradizioni del battesimo: Me 1,9-11; Mt 3,13-17; Le 3,21-22; Gv 1,32-34.
    Gli avvenimenti straordinari associati al battesimo - i cieli aperti, la discesa dello Spirito, la voce dal cielo - legano la realizzazione messianica del disegno di Dio a Gesù di Nazaret: è lui la garanzia che un mondo nuovo esce dalle acque del Giordano come una volta da quelle primitive del caos, è lui la certezza che è possibile la riconciliazione tra Dio e gli uomini, è lui la garanzia che la salvezza è ormai all'opera. Dal battesimo in poi la vita di Gesù starà sotto il segno di quello Spirito che scende e rimane su di lui (Gv 1,33); i suoi miracoli ed i suoi insegnamenti saranno normativi per quei credenti che riconosceranno che lo Spirito del Risorto è lo stesso Spirito di Gesù: questi, ormai, è abilitato a battezzare nello Spirito Santo (Gv 1,33).

    Gli avvenimenti della nascita

    Il terzo momento riguarda i racconti del concepimento e della nascita. [origine di Gesù è presentata come avvolta nel mistero dello Spirito Santo (Mt 1,18.20; Le 1,35): nella nascita del Messia-Servo opera cioè lo stesso mistero salvifico che accompagna la vita del popolo. Lo Spirito, potenza dell'Altissimo, è la spiegazione unica della figura di Gesù: nello Spirito, infatti, è certificato il rapporto singolare e unico che il figlio di Maria ha con il Padre che sta nei cieli. Un semplice confronto tra il modo con cui lo Spirito opera in Gesù (Le 1,35) e nel Battista (Le 1,15) basta a confermare il rapporto assolutamente unico di Gesù con lo Spirito: sarà Gesù a inaugurare la nuova creazione e ad offrire ad ogni uomo la possibilità di una vera comunione con il Padre.
    Legando Gesù allo Spirito, la prima comunità cristiana aprirà la comprensione della sua vita terrena alle dimensioni della escatologia: non intende, infatti, affermare soltanto che Gesù è un profeta o un carismatico ma, molto di più, che con Gesù è l'azione definitiva di Dio ad entrare nella nostra storia. La presenza di Gesù è la presenza ormai reale di questa potenza che, con la sua novità, interagisce con la nostra vita. La conclusione sarà allora una cristologia che vedrà in Gesù il Kyrios, il rinnovatore del mondo, l'alfa e l'omega della nostra storia: lo sarà perché donatore dello Spirito.

    3. Gesù donatore dello Spirito

    Il Nazareno crocifisso e risorto agisce nel mondo donando lo Spirito. La fede primitiva ha raccolto questa certezza nelle tradizioni della Pentecoste; questa, che nella liturgia giudaica era la festa delle messi, è l'inaugurazione della messe di Dio nella storia umana. Ovviamente attraverso la missione che, più che uno strumento pratico per la diffusione della Chiesa, è il modo con cui la Chiesa sta a disposizione dello Spirito per l'opera di Cristo. La missione esige che la Chiesa e i suoi membri siano segni di quell'amore e di quella pienezza di vita che, attraverso loro, ha preso ad abitare la nostra storia. Ora è il momento favorevole, ora è il giorno della salvezza (2 Cor 6,2). La riflessione su questo «tempo dello Spirito» la troviamo soprattutto in Luca e in Giovanni.

    La teologia di Luca

    Troppo spesso intendiamo il grande racconto della Pentecoste di At 2,1-13 come una teofania spettacolare che starebbe alla origine della Chiesa; in realtà si tratta di un racconto programmatico preparato da Le 24,44-49 e At 1,4-8, richiamato poi da At 10,44-47; 11,15-16; 15,8; 19,5-6 ed, infine, interpretato da At 2,15-21. Gli studi di J. Kremer ci hanno permesso di cogliere come il centro della narrazione stia nella capacità degli apostoli, per dono e forza dello Spirito, di parlare profeticamente annunciando la Pasqua di Cristo come fondamento e base di ogni conoscenza e di ogni esistenza. Ormai annunciano con coraggio e senza paura il crocifisso-risorto ma questa loro decisione unitamente alla comprensione di Cristo, che ne è il contenuto, è frutto di quello Spirito che ha modificato il centro della loro esistenza. Presentato da Luca con le immagini tradizionali del vento e del fuoco, lo Spirito rende testimonianza a Gesù tramite le «lingue» degli apostoli.
    In particolare la vicenda di Gesù, illuminata dallo Spirito, è rivelazione di Dio. I segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana ma insegnato dallo Spirito (...). Noi abbiamo il pensiero di Cristo (1 Cor 2,11-16). Le antiche promesse trovano così la loro piena realizzazione.
    La conoscenza profetica del Cristo pasquale, opera dello Spirito, viene poi interpretata in At 2,5-13 secondo una antica tradizione rabbinica che vedeva la consegna della Torah sul Sinai come Parola di Dio rivolta a tutti gli uomini ma accolta solo da Israele; attraverso il miracolo delle lingue, Luca presenterebbe l'annuncio di Cristo come rivolto a tutti, come destinato a tutta la terra, ma accolto solo dalla Chiesa. L'effusione dello Spirito dà così inizio ad una Chiesa che è testimonianza (At 5,32) del carattere vincolante e universale della salvezza cristiana. Impegnata in un annuncio sostenuto da segni e prodigi, impegnata in una testimonianza che è offerta nel segno di uomini nuovi, la Chiesa è opera dello Spirito di Cristo.

    La teologia di Giovanni

    La sovranità di Gesù e la sua attività attraverso lo Spirito vengono descritte da Giovanni sia attraverso una rielaborazione della narrazione di Pentecoste (Gv 20,21-23) sia per mezzo dei discorsi di addio dell'ultima cena. In questi discorsi il quarto evangelista applica allo Spirito il termine di Paraclito per qualificare la funzione di assistenza, esortazione, incoraggiamento, animazione e consolazione che questi esercita presso i credenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi (Gv 14,15-17). Tanto nel racconto di Pentecoste che in questi discorsi, il compito del Paraclito è quello di continuare l'opera di Cristo confermando i discepoli nella fede e portando avanti la causa di Gesù nel conflitto che lo oppone al mondo.
    Soprattutto in Giovanni, il compito dello Spirito Paraclito si incontra con la libertà umana. Assistiamo così ad una kénosis, ad una autolimitazione volontaria dello Spirito in presenza della lentezza e delle insufficienze della creatura umana: lo Spirito si fa pazienza e umiltà di un amore che sta alla porta e bussa (Ap 3,20). In questo senso il dono dello Spirito segna un inizio ma non ha mai una fine: è tutta la vita che deve venir ricondotta sotto lo Spirito. Perciò la Pentecoste continua fino a che l'intera storia non abbia raggiunto il suo compimento e non lasci trasparire la gloria dello Spirito: è questo il valore dei doni dello Spirito.
    Il primo modo con cui lo Spirito persegue la sua missione sta nella sua capacità di approfondire la conoscenza delle persone divine: lo Spirito di verità diventerà per i discepoli una presenza familiare e, addirittura, dimorerà e sarà in essi (Gv 14,17) trasformando la profondità della loro vita e dei loro cuori. Lo Spirito illuminerà e feconderà la fede della Chiesa aprendo il cuore dei credenti alla pienezza di quella verità che Gesù aveva impersonato: a questo scopo rammenterà e farà comprendere quel vangelo che è il nostro primo cammino verso il Signore (Gv 16,13-15; 14,25-26).
    Accogliere questa conoscenza del mistero di Gesù che lo Spirito pone in noi equivale ad accogliere la testimonianza che lo Spirito rende a Gesù (Gv 15,26-27) e l'accusa che rivolge al mondo (Gv 16,7-11). Lo Spirito, cioè, ci introduce ad una intelligenza escatologica della storia ed alla capacità di vivere in conformità con essa; indicare il senso cristiano della storia, far scoprire in tutte le cose le tracce del piano divino (At 20,27), gettare su ogni avvenimento in ogni epoca la viva luce della rivelazione: questa è la missione dello Spirito presso i discepoli (H. van den Bussche). In modo stringato ma efficace, Gv 15,26 dirà che lo Spirito è il «testimone» di Gesù presso di noi e nella storia del mondo.
    L'unità di Gesù e dello Spirito è quindi un dato insuperabile anche per Giovanni che, più volte, ricorda nei suoi testi che è il Padre a mandare il Paraclito; questa unità porta a leggere la potenza dello Spirito alla luce della dedizione del crocifisso alla umanità: la croce è ormai l'alveo entro cui lo Spirito creatore sviluppa il suo agire. Esistono due modi egualmente mortali di separare il Cristo dal suo Spirito: quello di sognare un Regno dello Spirito che porterebbe al di là del Cristo, e quello di immaginare un Cristo che riporterebbe costantemente al di qua dello Spirito (H. de Lubac). Vivere questa unità di Gesù con lo Spirito è rimanere fedeli alla parola che rende liberi, è rimanere in Cristo, è essere nati dallo Spirito, è in una parola essere incamminati alla maturità cristiana.

    4. Lo Spirito principio della nuova creazione

    Purificare il mondo dal peccato e guidarlo verso la sua meta escatologica è un compito dello Spirito che non abbiamo ancora commentato. Lo facciamo servendoci di Paolo che si troverà a dover fronteggiare un dibattito sulla esistenza cristiana come esistenza escatologica e pneumatica, un dibattito suscitato da gruppi gnostico-entusiastici. Costoro riconducevano l'esistenza cristiana ad una gnosi, cioè ad una conoscenza di sé nella quale l'uomo faceva esperienza della sua superiorità sul cosmo e della possibilità di accedere a quella profondità divina che sarebbe il segreto ultimo della vita umana. Il passaggio dalla carne allo Spirito e il dono della gnosi che questi porrebbe in noi erano i momenti basilari della antropologia gnostica.
    In questo contesto lo Spirito di Gesù veniva irrimediabilmente frainteso: per gli gnostici, infatti, lo Spirito non aveva il compito di introdurre a Gesù, ma era la cifra di un pieno possesso di sé e di una completa libertà che, proprio per questo, spingeva a separarsi spregiativamente dagli altri. Lo Spirito era il modo di essere dell'uomo perfetto; in una parola era una possibilità umana all'origine di un orgoglioso vanto: invece della lode del redentore, la gnosi genera l'apoteosi dell'uomo. A costoro Paolo ricorderà con forza che lo Spirito è sottratto ad ogni speculazione umana; va invece mantenuto nell'ambito dei gesti di Dio e, in particolare, nell'ambito del Cristo crocifisso e risorto. Lo Spirito, insomma, non è per nulla l'epifania della perfezione umana già posseduta, non è per nulla la consacrazione dell'oggi: che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto? (1 Cor 4,7).
    Lo Spirito è la forza che spinge alla manifestazione della vittoria di Cristo, è la sorgente di una vita nuova che mantiene la persona nell'obbedienza al suo Signore fino a renderla di Cristo. Voi non siete sotto il dominio della carne ma dello Spirito dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene (Rm 8,9). Proprio questo carattere marcatamente cristologico fonda la rilevanza antropologica dello Spirito: poiché la salvezza viene da fuori, viene da Cristo, poiché noi esistiamo solo come salvati, è nella misura in cui proclamiamo che Gesù è il Signore (1 Cor 12,3) e siamo un solo Spirito con lui (1 Cor 6,17) che siamo veramente salvi. Solo questa unità con lo Spirito ci dischiude davvero la dimensione della salvezza e della signoria di Cristo.
    Nasce qui una libertà (2 Cor 3,17) che è libertà dal nostro vecchio «io» e, nel Signore, adesione ad una logica di amore. Questa novità di vita e di condotta si manifesta - sostiene Paolo in 1 Cor 12,7 - nei doni dello Spirito, i carismi. I carismi sono doni che Paolo chiama anche fenomeni spirituali (1 Cor 12,1), doni di grazia (1 Cor 12,4), servizi resi al Signore (1 Cor 12,5), azioni di forza e di potenza compiute da Dio (1 Cor 12,6): in una parola sono partecipazione alla potenza salvifica di Dio nella concreta situazione di una persona. Con questi doni il Signore prende in mano la vita dei suoi fedeli in vista di una azione rilevante per la Chiesa e per il mondo. Più che il loro vario elenco, importa sottolineare come, in forza di essi, il credente abbia in dono da Dio il suo «io» personale come un «io» nuovo che il Signore dischiude alla libertà, al servizio e all'amore: non solo abilitano in modo incisivo il credente a costruire il regno ma ne determinano ogni aspetto di vita orientandola al Signore Gesù. Ormai il vivere è Cristo (Fil 1,21) e tutto è orientato alla utilità comune (1 Cor 12,7).
    Appare così la dimensione ecclesiale dell'opera dello Spirito: questi edifica il corpo di Cristo. In coloro che vivono dello Spirito, proprio perché tutto è cristico, tutto è pure ecclesiale e tutto edifica la Chiesa. Non esiste più una sfera «privata», un ambito individuale che il cristiano signoreggi a proprio piacere: il suo lavoro e la sua fatica, la sua gioia e il suo dolore, il suo vivere e il suo morire sono in Cristo (Rm 14,78) e, in Cristo, per la Chiesa. Vi è qui quanto basta per rivedere un concetto individualistico di «virtù» e per ripensare una morale cristiana spesso ancora vista come realizzazione di sé e della propria perfezione e non come realizzazione del corpo di Cristo. Tutto lo spazio della vita, posto sotto il criterio dello Spirito, è per l'edificazione di quel corpo di Cristo nel quale traspare la novità cristiana della storia. Di tutto questo dovrebbe essere segno tanto il camminare secondo lo Spirito quanto i frutti dello Spirito (Gal 5,16-23).
    La creatura che vive dello Spirito non vive più per se stessa: al suo centro ha ormai quell'amore pasquale che diventa la sua struttura di base, il suo senso ultimo. L'amore, che è vincolo di perfezione (Col 3,14), è la piena rivelazione della vita nello Spirito, è la sua reale perfezione; in questo lo Spirito radica in noi la vita in Cristo e la nostra comunione con lui. Nello Spirito questa, se non la realtà, è almeno la più grande aspirazione. Il regno di Dio è lo Spirito Santo che colma tutta l'anima delle creature intelligenti. Lo Spirito soffia dove vuole. Non si può fare altro che invocarlo (...). Bisogna semplicemente invocarlo, di modo che il semplice pensare a lui sia mi appello, un grido: quando si è al limite della sete, quando si è ammalati di sete, non ci si raffigura più l'atto del bere in rapporto a se stessi e nemmeno l'atto del bere in generale; ci si raffigura soltanto l'acqua, l'acqua in, se stessa, ma questa raffigurazione dell'acqua è come un grido di tutto l'essere (S. Weil). Animata da questa «sobria ebbrezza», resa dinamica da questa energia dello Spirito, l'esistenza cristiana ed ecclesiale è l'opposto di ogni forma statica, legalista e burocratica. È vita: in Cristo e per il regno.



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