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    Educare alla pace

    Eugen Drewermann *


    Domanda. Per essere concreti, da dove comincia l’educazione alla pace, quando comincia, e come può funzionare?
    Risposta. Nella domanda si accenna a molti elementi che non vorrei però sud­dividere lungo tutto l’arco della vita, ma intenderei estrarli idealmente e poi sommarli, per rendere più semplice la presentazione.

    Primo punto: un momento fondamentale della capacità di fare la guerra, non solo della disposizione a farla, sta - e da questo ab­biamo messo in guardia più volte - nella disponibilità all’obbe­dienza, nella capacità di cedere la propria responsabilità, di richia­marsi a ordini dati da altri. Di conseguenza, un obiettivo prioritario deve essere una pedagogia contro la guerra, che protegga da tali obbedienze cieche, in un’ottica di emancipazione dell’individuo. Dobbiamo dunque sviluppare una pedagogia che regali grande spazio alla personalità fin dall’infanzia. Per degli esseri umani che hanno imparato ad ascoltare i loro sentimenti e pensare da soli, una vita nell’esercito è difficilmente accettabile. Anzi, chi ha imparato innanzitutto a discutere non obbedirà semplicemente a degli ordi­ni. «Questo è un ordine» a quel punto non funziona più. Si vuole sapere perché quello sia un ordine e come esso si legittimi, e non sarà possibile spazzare via questo spazio di riflessione semplice­mente a comando.
    Una personalità consapevole viene formata attraverso il dialo­go. Questo comincia dai genitori: nulla è giusto solo perché lo di­cono i genitori, ma i genitori hanno più esperienza della vita, essi possono immedesimarsi, si può parlare di punti di vista diversi. Quando trenta o quarant’anni fa si credette di poter formare la co­scienza di sé attraverso un’educazione antiautoritaria, l’errore stava già nel prefisso «anti»: i bambini che imparano ad accantonare qualcosa che in fondo potrebbe essere la loro protezione e potreb­be diventare il loro metro di orientamento, crescono in una situa­zione di assenza di legami e di possibilità non definite. Questo tipo di educazione antiautoritaria ha creato nei bambini proprio quel ti­po di paura che in realtà si voleva loro risparmiare. Dunque educa­zione all’indipendenza non vuol dire che non ci siano autorità. Con questo si intende però che si crede all’autorità che merita di essere rispettata, perché in sé dimostra di essere credibile. L’autorità non può essere imposta d’ufficio, ma deve essere vissuta personalmen­te. Solo a quel punto essa diventa un sostegno vero e, per opposi­zione, forma anche una personalità credibile in se stessa. La fidu­cia in ciò che si sviluppa in un altro essere umano agisce come un raggio di sole sui prati. La fiducia fa sorgere nell’anima degli es­seri umani un’abbondanza di bellezza.

    Secondo punto: affinché si possa sviluppare una personalità au­tonoma, dobbiamo prendere sul serio i sentimenti. Nella nostra cultura siamo abituati a favorire i pensieri, a salvare le informazio­ni e poterle richiamare sotto esame in maniera efficiente, così co­me le abbiamo imparate. Senza dubbio questi obiettivi formativi vanno a scapito di un’emozionalità in sviluppo. Noi rendiamo uni­laterali i nostri bambini in rapporto con loro stessi, nel loro incon­tro con il mondo. In questo vi è un enorme potenziale distruttivo. I sentimenti possono legarci agli esseri sensibili che ci stanno a fian­co, ad animali, a esseri umani. Finché riusciamo a immedesimarci in un altro non lo renderemo un oggetto. Comprendere significa poter vedere la percezione della realtà dalla sua situazione, dalla sua prospettiva. La guerra è il contrario di questo. La guerra consi­ste nell’annullare la capacità di immedesimarsi nell’altro, di ren­derlo un bersaglio e puntare la propria percezione come un’arma, come un cannocchiale da puntamento sull’altro e lasciar morire tutti i sentimenti.
    Questo è il punto che confuta dalla base l’opinione secondo cui le guerre sarebbero rese possibili da aggressività individuali non elaborate. I soldati dovrebbero andare contro il nemico motivati dal punto di vista morale, e nella propaganda viene anche costrui­to un ritratto del nemico adeguato, che provoca forti sentimenti di odio, di repulsione, per alleggerire il sentimento di colpa nell’uc­cidere. Ma un soldato non deve uccidere per soddisfare i suoi sen­timenti personali. Tutto ciò che egli fa deve essere comandato dal­l’esterno. Egli non deve procedere da solo, non deve essere indi­pendente. E per questo i suoi sentimenti vengono azzerati ancora una volta. Soprattutto i sentimenti di compassione e il legame con gli altri non devono rimanere attivi. Caratteristica dell’essere sol­dato è il fatto che egli si debba annullare come soggetto per essere disponibile all’annullamento di materiale umano - bisogna parla­re in questi termini - insito nel nemico e all’omologazione nella propria truppa.
    Pertanto credo che l’educazione al sentimento, l’educazione sentimentale, sia estremamente importante per evitare guerre. Nel­la nostra società temiamo i sentimenti, in parte perché, guardando all’indietro al tempo del cosiddetto Terzo Reich, abbiamo visto fi­no a che stadio di follia, fino a che psicosi collettiva possano por­tare sentimenti non elaborati di paura e isteria. E però un grave er­rore credere che pensieri emozionalmente freddi ci facciano per­cepire meglio la realtà. In realtà i peggiori crimini del XX (e penso anche del XXI) secolo sono stati possibili proprio grazie allo spe­gnimento e all’annullamento dei sentimenti. Possiamo continuare a vivere con ciò che per esempio facciamo agli animali, o con ciò che infliggiamo agli esseri umani, solo perché in tutto questo i sen­timenti non hanno alcun ruolo, perché seguiamo obiettivi astratti e non disponiamo più di alcuna correzione alle nostre sensazioni. Qualsiasi sviluppo verso l’unilateralità danneggia: l’essere umano che percepisce le emozioni senza pensare, ma anche l’essere uma­no che pensa senza provare emozioni, è di per sé un essere schizo­frenico e un pericolo per se stesso e per gli altri. L’educazione alla pace ha dunque bisogno di una pedagogia che si rivolga alle per­sone nella loro completezza.

    Terzo punto importante è l’integrazione dell’inconscio per un’educazione alla pace, anche e proprio perché un tale obiettivo non ha spazio nei nostri programmi scolastici. Le conoscenze for­nite dalla psicoterapia, e specialmente dalla psicanalisi, hanno re­so possibile nel XX secolo un grande salto in avanti culturale. Dob­biamo comprendere che i sei settimi della psiche umana apparten­gono all’inconscio. Dobbiamo riconoscere che una persona non si lascia capire, se non le si permette di raccontare la propria storia.
    La psicanalisi consiste essenzialmente nell’applicare il pensiero storico del XIX secolo alla biografia individuale. Già solo questo è un importante passo avanti.
    Nei romanzi della letteratura del XIX secolo si trovano esseri umani descritti come adulti, in un certo qual modo senza un ante­fatto, anche presso grandi autori come Stendhal e Dostoevskij. In questi l’infanzia non gioca ancora un ruolo importante per com­prendere come possa agire una persona, l’assassino Raskolnikov per esempio. Da quando abbiamo la psicanalisi, è possibile e ine­vitabile vedere entrambe le cose: la profondità dell’inconscio e la storia dei nostri sentimenti, le nostre impostazioni, lo sviluppo del nostro carattere a partire dagli anni dell’infanzia. Un insegnamen­to che tiene presente questo renderebbe necessari un lavoro su molti piani e il considerare nel loro insieme il significato dei sogni, della pittura, della poesia e della danza. Rabindranath Tagore - che all’inizio del XX secolo fondò alcune scuole nel Bengala nelle qua­li fu sperimentata una pedagogia dell’umanità e del pacifismo - ha riflettuto su come i bambini possano essere sgravati da ciò che hanno vissuto mediante l’uso di comportamenti espressivi emo­zionali, e mediante la capacità di esprimere artisticamente (per esempio, con la danza) le loro sensazioni e il loro punto di vista. Tutto ciò ha mostrato inoltre come, al tempo stesso, si raggiunga una più profonda integrazione fra i loro sentimenti inconsci e la lo­ro immaginazione. Viene così drasticamente ridotto lo spazio in cui gli individui proiettano ciecamente nell’altro quella parte di sé che non riescono ad accettare.
    Quanto questo percorso sia importante è mostrato dagli avveni­menti che seguirono l’attentato di New York. Quando il presidente americano indice la sua «monumentale guerra» contro il male, chiaramente non è nella condizione di capire che il male non è al di fuori di noi, bensì in noi stessi. Egli non comprende che noi non possiamo né dobbiamo liberarci proiettando un problema struttu­rale in una singola persona che, per tale fine, dichiariamo diaboli­ca e indichiamo come bersaglio da colpire. L’educazione alla pace deve puntare, a lungo termine, a evitare che arrivino al potere per­sone che non conoscono assolutamente se stesse e che non sono al­tro che compiacenti agenti di vendita di interessi delle lobby che hanno alle spalle.
    I nostri bambini, poi, non dovrebbero essere educati da maestri ai quali in molti anni di studio universitario di pedagogia non si è insegnato nulla riguardo loro stessi, un inconveniente che esiste - in quantità maggiore o minore - in tutte le professioni educative. Insegnanti, teologi, assistenti sociali imparano tutto lo scibile, ma i loro docenti sarebbero completamente incapaci di interpretare anche solo il sogno notturno di una studentessa o di uno studente, o di affrontare con gli studenti ciò che questi sentono, che motiva­zione hanno nell’intraprendere quella professione, da dove vengo­no, come si comportano con loro stessi e così via. Si creano danni permanenti affidando l’educazione a persone che non conoscono se stesse, e di conseguenza devono educare prescindendo dalla personalità degli studenti che hanno di fronte.

    Quarto punto: noi dovremmo insegnare una forma attiva di af­fermazione di sé e di resistenza compatibile con il contorno. Di continuo sento dire che definire i soldati come schiavi dell’obbe­dienza sia una caricatura. Che in realtà i soldati sarebbero cittadi­ni in uniforme, che l’esercito sarebbe sotto un controllo democra­tico, e che noi avremmo proprio bisogno di gente nell’esercito che sia in grado di decidere in maniera cosciente di sé nelle situazioni difficili. Detto in maniera brutale: io ritengo tutto ciò una sempli­ce illusione.
    Primo: proprio l’esercito sottostà solo in modo molto limitato, e in maniera completamente insufficiente, al controllo democrati­co. Per esempio, la produzione di armi non è sottoposta ad alcun controllo democratico. Armi biologiche, chimiche, atomiche, con­venzionali: quale cittadino ha potuto vedere i diabolici strumenti che abbiamo a disposizione? Nessuno. Non è permesso mostrare queste armi. E un segreto, e non solo per il nemico - a cui forse varrebbe la pena di farle conoscere, per minacciarlo efficacemen­te -‘ ma anche per il proprio popolo, perché si ha paura di perdere il consenso morale nel caso in cui il pubblico comprenda che cosa viene pianificato, sviluppato e messo in opera. Tutto l’esercito vi­ve in un ambito di menzogna e trascorre un’esistenza nell’ombra; è il residuo dell’Età della pietra che in una società civilizzata non è più integrabile. L’esercito è la condizione marginale o di catastro­fe della vita civile, e tanto più a lungo questo sopravvive, tanto più diviene catastrofe per tutta la nostra vita.
    Secondo: non esiste esercito al mondo, assolutamente alcuno, in alcun luogo, in cui venga insegnato come si possa resistere, co­me si possano rifiutare gli ordini, a che condizioni sussista addirit­tura un obbligo in tal senso. Si impara solo l’obbedienza. Viene in­segnato e inculcato che come individuo non si è assolutamente in grado di comprendere in loco la reale complessità della situazione. Di questo è ovviamente capace solo l’ufficiale superiore che ha la visione d’insieme, e sa che cosa bisogna fare; tutto il resto è insu­bordinazione e come tale viene punito. Questo è il pensiero mili­tare. Per combattere tale realtà abbiamo bisogno di individui che non si lascino imporre queste regole, di persone che resistano cri­ticamente: più la questione diventa difficile, più voglio sapere con esattezza che cosa posso fare ora, non voglio sentire che cosa po­trei e dovrei fare solo perché piace a qualcuno. Per sconfiggere dall’interno la «disponibilità alle armi» abbiamo bisogno di esseri umani autonomi che facciano inceppare gli ingranaggi di qualsi­voglia struttura militare. Educazione alla pace significa educazio­ne all’emancipazione del proprio giudizio. Nulla può essere giusto solo perché è stato ordinato. Il potere è la base più fragile per il corretto agire. Se la morale si arrende solamente perché è soggetta a ordini, è solo una farsa della morale. Insegnare questo ai bambi­ni, esercitarlo nel confronto con gli altri, inserirlo nell’insegna­mento come parte della formazione sociale sarebbe estremamente importante per vincere mentalmente la guerra contro la guerra.

    Quinto punto: compito di una pedagogia della pace modulata sulla cultura, sulla filosofia e sulla critica storica sarebbe quello di trasmettere valori. Noi ci illudiamo di poter insegnare ai bambini o anche agli adulti dei valori semplicemente parlandone o preten­dendoli mediante ammonimenti ecclesiastici o politici. Ma i valo­ri non vengono insegnati attraverso l’intelletto. Dare un fonda­mento a questi valori è possibile solo risvegliando un sentimento che sia in grado di percepire ogni vivente come prezioso, bisogno­so di protezione, come qualcosa di valore, perché vive, perché esso stesso capace di sentimenti. Se questo sentimento muore, siamo senza radici, inconsistenti come la polvere che il vento porta via. I ragionamenti non ci aiutano a fondare i valori, anzi. Tutta la storia del XX secolo dimostra quanto questa spaventosa seduzione faccia presa in particolare sugli intellettuali. Dov’erano i giudici, i ministri di culto, gli insegnanti, i giornalisti, gli ingegneri, gli scienzia­ti, tutto il corpo docente, tutte le persone che sapevano o che avreb­bero dovuto sapere che cosa è giusto e che cosa non lo è, che cosa è umano e che cosa non lo è? Tutti questi trovarono nell’intelletto motivi per partecipare. Questo mostra fin dove possa arrivare un in­telletto non ancorato al sentimento. Semplici persone di campagna, come il già citato Franz Jägerstätter, erano in grado di vedere in maniera assolutamente chiara.
    Questo è ciò che io intendo con unione di sentimento e pensie­ro, con coraggio della resistenza e con una chiara percezione dei valori che la realtà che ci sta di fronte ci offre. Se questi cinque punti venissero trasmessi pedagogicamente, avrei fiducia nel fatto che gli esseri umani non sarebbero in grado di fare guerre. A que­sto punto varrebbe la frase del Sermone sul monte che dice: «Bea­te in questo mondo saranno le persone che osano essere disarmate, perché solo loro porteranno pace» (Mt 5,3). Ripeto la mia sal­da convinzione: la pace non proviene da una posizione di forza, al contrario. Fino a quando ci si sente superiori all’altro, si continuerà a pensare di potersi permettere la guerra. Solamente coloro che non sono assolutamente in grado di fare la guerra sanno che pos­sono vivere solo in pace. Per loro la pace è la condizione essenzia­le per la sopravvivenza, e in loro vedo i pionieri del futuro. E così e dovrà essere così. Viva la pace, perché solo essa è vita.

    * La guerra è la malattia non la soluzione, Claudiana 2005, pp. 185-191



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