La Parola di Dio
nella vita del presbitero
Enzo Bianchi
Parlerò affinché la spada della Parola di Dio
anche per mezzo di me arrivi a trafiggere il cuore del prossimo.
Parlerò affinché la Parola di Dio
risuoni anche contro di me per mezzo di me.
(Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele I,11,5)
Introduzione
Questa mia meditazione sulla Parola di Dio nella vita del presbitero è mossa da due convinzioni che mi abitano e delle quali con il passare del tempo sono sempre più persuaso.
La prima è che il presbitero è innanzitutto un discepolo del Signore, un inviato (apóstolos) alla comunità del Signore e agli uomini, un uomo chiamato a un servizio, a un ministero preciso nei confronti della Parola di Dio, quello che negli Atti degli apostoli è definito diakonía toû lógou (At 6,4).
La seconda convinzione è che la spiritualità del presbitero nasce dal suo essere, dal suo parlare, dal suo agire quale presbitero nella chiesa di Dio[1]. Egli condivide la sequela del Signore con tutte le sue sorelle e i suoi fratelli battezzati, ma nello stesso tempo trae la sua spiritualità o, detto altrimenti, nutre la sua vita spirituale anche attraverso tutto ciò che opera come presbitero. La sua azione di presbitero (il presiedere l’eucaristia e la comunità, il predicare la Parola, l’amministrare i sacramenti, ecc.) è capace di formarlo quale «uomo spirituale». Egli non deve dunque cercare nessuna spiritualità particolare, mutuandola da figure di santi o da strane formule oggi in voga quali la «spiritualità diocesana» o la «spiritualità della carità pastorale»: ciò che il presbitero compie in quanto presbitero è sempre anche santificazione di se stesso.
Animato da queste convinzioni, vorrei ora svolgere la mia meditazione in due punti:
- Il presbitero come «affidato alla Parola».
- Il presbitero come «ministro della Parola».
1. Il presbitero «affidato alla Parola»
Come è evidente a chi conosce il Nuovo Testamento, l’espressione «affidato alla Parola» non è mia, ma si trova negli Atti degli apostoli. Essa è posta in bocca a Paolo nel discorso di addio che a Mileto egli rivolge ai presbiteri-vescovi (cf. At 20,17.28) della chiesa di Efeso, prima della sua ultima salita a Gerusalemme. Dopo aver pronunciato parole dal sapore testamentario, dopo aver annunciato la fine prossima della sua corsa e aver esortato i suoi interlocutori a vegliare su se stessi e sul gregge loro affidato, Paolo li saluta dicendo:
E ora vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia (paratíthemai hymâs tô theô kaì tô lógo tês cháritos autoû), che ha il potere di edificare e di concedere l’eredità con tutti i santificati (At 20,32).
Sì, i «ministri della Parola», come Luca li definisce nel prologo del suo vangelo (hyperétai toû lógou: Lc 1,2), sono affidati alla Parola di Dio. A loro è certamente affidata la Parola di Dio, ma prima di tutto e soprattutto sono loro stessi ad essere affidati alla Parola, portati dalla Parola, che è una realtà «viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12), che ha il potere di salvare la vita (cf. Gc 1,21), che è «potenza di Dio» (dýnamis theoû: Rm 1,16). Essere affidati a questa Parola significa da parte dei presbiteri accettare che essa eserciti la sua signoria su di loro, che le loro vite facciano perno su di essa; di più, dopo che la Parola si è fatta carne in Gesù (cf. Gv 1,14), uomo come noi, tale affidamento coincide con l’adesione personale al Signore Gesù, il Vangelo vivente che ha camminato sulla nostra terra, e che oggi è presente quale Risorto nella storia degli uomini.
Ma come, più precisamente, i presbiteri sono affidati alla Parola? Attraverso l’ascolto assiduo della Parola e, quale logica conseguenza, attraverso la realizzazione, la messa in pratica della Parola stessa.
a) L’ascolto della Parola
Ogni credente, e dunque anche il presbitero, è innanzitutto un ascoltatore della Parola, perché «la fede nasce dall’ascolto» (fides ex auditu: Rm 10,17). Non a caso nell’Antico Testamento il comandamento per eccellenza è: «Ascolta, Israele» (Shema‘ Jisra’el: Dt 6,4), confermato e rinnovato dalla voce del Padre sul Figlio trasfigurato tra la Legge e i Profeti: «Ascoltatelo!» (Mc 9,7 e par.). Nella fede ebraica, e di conseguenza in quella cristiana, l’ascolto è la prima operazione per entrare in comunione con Dio. Dio parla, e se l’uomo accoglie la sua Parola, cioè se ascolta e obbedisce (si ricordi che in ebraico lo stesso verbo, shama‘, designa entrambe queste realtà), allora diventa un credente, uno che risponde a Dio mettendo in pratica la sua Parola. In estrema sintesi si potrebbe dire che se per Dio «in principio era la Parola» (Gv 1,1), per l’uomo «in principio è l’ascolto»!
Non si possono dimenticare, in proposito, le parole dette da Dio e testimoniate da Geremia sul primato dell’ascolto rispetto a ogni azione di culto: «In verità io non parlai né diedi comandi sull’offerta e sul sacrificio ai vostri padri, quando li feci uscire dal paese d’Egitto. Ma questo comandai loro: “Ascoltate la mia voce!”» (Ger 7,22-23). Altrove queste affermazioni sono riprese in modo ancor più sintetico: «Ascoltare è meglio del sacrificio» (1Sam 15,22). Ascoltare Dio, infatti, significa conoscerlo, significa iniziare un processo in cui, accogliendo la sua Parola, si conosce ciò che lui vuole che conosciamo di lui. Va detto con chiarezza: non c’è altra via per la conoscenza di Dio all’infuori dell’ascolto. Noi possiamo cercare Dio, indagare su di lui, ma solo se lui alza il velo su se stesso, se si rivela e ci parla, allora lo conosciamo in verità; altrimenti rischiamo di conoscerlo falsamente, secondo i nostri desideri, le nostre proiezioni, o semplicemente «per sentito dire» (Gb 42,5). Sì, per ogni discepolo di Gesù il primato va all’ascolto del Dio che chiama, sceglie, parla, invia…
Ed è dalla conoscenza di Dio, e solo da essa, che può nascere e crescere l’amore per lui. Proseguendo il ragionamento fatto dall’apostolo Paolo in Rm 1,17, si potrebbe formulare il seguente adagio: fides ex auditu, scientia ex fide, amor ex scientia. Ma questa è nient’altro che la dinamica inscritta nel già citato Shema‘ Jisra’el (Dt 6,4-5):
- «Ascolta, Israele»: l’ascolto, alla radice.
- «Il Signore è il nostro Dio»: dall’ascolto nasce la fede.
- «Il Signore è uno solo»: la fede provoca la conoscenza.
- «Tu amerai il Signore tuo Dio»: l’intero movimento sfocia nell’amore, l’unica reale conferma dell’autenticità di questo cammino.
Ora, se questo ascolto è dovere assoluto di ogni discepolo, per il presbitero, che dall’ascolto deve trarre l’annuncio, la proclamazione, esso diventa ancora più decisivo. Per delineare questa necessità imprescindibile ricorro a una celebre figura tratteggiata dal profeta Isaia: quella del Servo del Signore, l’‘eved Adonaj descritto nei quattro «canti» che da lui prendono il nome (cf. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-11; 52,13-53,12). Questo anonimo Servo è veramente figura profetica dell’annunciatore, del predicatore della Parola di Dio: è un «eletto» (Is 42,1; Mt 12,18), un «servo della Parola» (cf. Lc 1,2) chiamato a proclamare la Parola (cf. Is 42,3-4; 61,1-2; Lc 4,18-19), e per questo figura esemplare di Cristo e di ogni annunciatore della Parola. Il Servo ha una missione precisa: «portare l’insegnamento alle genti» (cf. Is 42,1), «portare la salvezza alle estremità della terra» (cf. Is 49,6), «indirizzare la parola agli oppressi» (cf. Is 50,4). Ma questa missione si radica nella sua disponibilità all’ascolto, come egli stesso dichiara apertamente:
Il Signore, il Signore mi ha dato una lingua da iniziato perché io sappia indirizzare una parola a chi è stanco. Ogni mattina, ogni mattina sveglia il mio orecchio perché io ascolti come un discepolo. Il Signore, il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non mi sono opposto, non mi sono tirato indietro (Is 50,4-5).
Sì, il Servo del Signore, il predicatore della Parola, della buona notizia, per essere realmente tale e abilitato a tale missione è innanzitutto un ascoltatore quotidiano, uno a cui Dio apre, scava, buca l’orecchio affinché possa ascoltare quella Parola che dovrà portare addirittura alle genti più lontane. Allo stesso modo anche il presbitero, servo della Parola, è innanzitutto un ascoltatore della Parola, che si lascia raggiungere, penetrare, misurare da essa. Suo dovere primario è quello di accogliere, custodire e realizzare la Parola: solo così sarà abilitato a comunicarla a coloro ai quali è inviato dal Signore.
E qui si tocca un problema delicato. Il presbitero ascolta e accoglie la Parola certamente anche per comunicarla: in questo processo è dunque normale che egli ponga attenzione alla possibilità della sua comunicazione e trasmissione, che si prepari al momento in cui dovrà annunciarla. Guai però se accogliesse la Parola non per sé, non sentendosi egli stesso discepolo, ma pensando esclusivamente agli altri: ciò equivarrebbe non solo a «lasciar cadere la Parola di Dio» (cf. 1Sam 3,19) accanto e non nel proprio cuore, ma anche a profanare la Parola, strumentalizzata in vista della predicazione da chi non si sente più schiavo, «piegato» dalla Parola stessa che cade su di lui (cf. Ger 1,2; Ez 1,3; Lc 3,2). Un monito contro questo atteggiamento è costituito dall’affermazione di Gregorio Magno a proposito del suo leggere la Scrittura per gli altri e con gli altri:
Molte cose nella Santa Scrittura che da solo non sono riuscito a capire, le ho capite mettendomi di fronte ai miei fratelli (coram fratribus meis positus intellexi) … Mi sono reso conto che l’intelligenza mi era concessa per mezzo loro … Grazie a voi imparo ciò che a voi insegno; infatti, con voi ascolto ciò che a voi dico[2].
Se Gesù diceva: «Io custodisco la Parola di Dio» (Gv 8,55), «Io sono sempre in ascolto del Padre» (cf. Gv 8,26; 15,15), tanto più il presbitero dovrebbe tentare di dire questo, per essere veramente «affidato alla Parola»! Essere affidati alla Parola non è un augurio, una possibilità tra le altre, bensì un impegno di assiduità con le Sante Scritture che la contengono (cf. Dei Verbum 24): un’assiduità fatta di lettura (lectio), di approfondimento meditativo del testo (meditatio), di preghiera (oratio), di esperienza quotidiana vissuta sotto il giudizio della Parola di Dio (contemplatio). Solo così il presbitero fa proprio il pensiero di Cristo, in modo da poter dire con l’Apostolo: «Noi abbiamo il pensiero di Cristo» (noûn Christoû échomen: 1Cor 2,16).
E qui voglio ricordare un testo rivolto nel 2001 dall’allora card. Joseph Ratzinger al Consiglio delle Conferenze episcopali europee:
Non è necessario che il vescovo [si intenda anche il presbitero] sia uno specialista in teologia, ma egli dev’essere un maestro di fede. Ciò suppone che sia in grado di vedere la differenza tra fede e riflessione sulla fede: in altre parole, deve possedere il sensus fidei… In breve, si potrebbe dire che il discernimento fra dato della fede e riflessione sulla fede è il compito del vescovo. Ma come si può ottenere questo dono del discernimento? La condizione fondamentale per la capacità di discernimento consiste nel senso della fede, che diventa occhio; il senso della fede si nutre della prassi della fede, l’atto fondamentale della fede è la relazione personale con Dio: «con Cristo, nello Spirito santo, al Padre» … Quali sono i modi più importanti di questa relazione personale partecipata con Dio? Il modo fondamentale di una relazione personale è il colloquio, il dialogo. Sarebbe insufficiente però se dicessimo che il colloquio con Dio si chiama preghiera, perché il dialogo esige reciprocità: non solo la nostra parola, ma anche il nostro ascolto. Senza ascolto il dialogo si riduce a monologo. Ecco perché noi ascoltiamo la voce di Dio ascoltando la sua Parola consegnataci nella sacra Scrittura. Sono infatti convinto che la lectio divina è l’elemento fondamentale nella formazione del senso della fede e di conseguenza l’impegno più importante per un vescovo maestro della fede… La lectio divina è ascolto di Dio che parla a noi, che parla a me. Questo atto di ascolto esige quindi una vera e propria attenzione del cuore, una disponibilità non solo intellettuale, ma integrale, di tutto l’uomo. La lectio divina deve essere quotidiana, deve essere il nostro nutrimento quotidiano, perché solo così possiamo imparare chi è Dio, chi siamo noi, che cosa significa la nostra vita in questo mondo[3].
Lo stesso Giovanni Paolo II a più riprese ha avuto parole illuminanti sul rapporto tra ministero e Parola di Dio. Nella Pastores dabo vobis scriveva:
Il sacerdote deve essere il primo «credente» alla Parola, nella piena consapevolezza che le parole del suo ministero non sono «sue», ma di Colui che lo ha mandato. Di questa Parola egli non è padrone: è servo. Di questa Parola egli non è unico possessore: è debitore nei riguardi del popolo di Dio. Proprio perché evangelizza e perché possa evangelizzare, il sacerdote, come la chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato… Elemento essenziale della formazione al ministero presbiterale è la lettura meditata e orante della Parola di Dio (lectio divina), è l’ascolto umile e pieno di amore di Colui che parla[4].
Altrove lo stesso Giovanni Paolo II, con grande audacia, ha esortato tutti i cristiani a praticare la lectio divina, invito che a maggior ragione riguarda i presbiteri:
È necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza[5].
Ma queste parole tratte dal Magistero non sono altro che una riattualizzazione di ciò che Paolo chiedeva a Timoteo: «Applicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento» (1Tm 4,13): ovvero, è dall’assiduità alla lectio che il presbitero trae la sua capacità di esortare e insegnare con autorevolezza.
b) La realizzazione della Parola
L’ascolto della Parola, inteso in tutta la profondità appena evocata, deve diventare sua realizzazione obbediente. Gesù ha delineato con estrema attenzione e dovizia di particolari il processo della Parola che, seminata in abbondanza, può non venire accolta da quegli ascoltatori da lui identificati nel terreno calpestato, sassoso, spinoso (cf. Mc 4,1-7.13-19 e par.). Non si dimentichi che, secondo il modo di pensare biblico, la Parola viene ascoltata nella misura in cui viene realizzata, osservata: se non c’è realizzazione, non c’è nemmeno ascolto. Dove infatti c’è ascolto senza obbedienza realizzatrice della Parola, l’esito è il cuore incirconciso, per dirla con i profeti (cf. Ger 6,10; Ez 44,9); è la sclerocardia, secondo il linguaggio del Nuovo Testamento (cf. Mc 10,5; 16,14), la malattia per cui il cuore si indurisce, diventa «calloso» e insensibile.
D’altronde, lo sappiamo bene per averlo sperimentato: quando si comincia a vivere non come si pensa, non come la Parola di Dio chiede, poco a poco si finisce anche per pensare come si vive, per non ascoltare più la Parola di Dio. Questa è un’esperienza spirituale tristissima, perché di fatto coincide con l’autoescludersi dalla beatitudine pronunciata da Gesù: «Beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28) e si traduce nell’impossibilità di conoscere Dio. La conoscenza di Dio (da‘at Elohim: Os 4,1; 6,6) che i profeti chiedevano ai sacerdoti (cf. Os 4,4-6), quella conoscenza di Dio così essenziale all’apostolo (cf. Rm 11,34; 1Cor 2,10-12): il venir meno di tale conoscenza disabilita il presbitero dalla sua funzione. Allora il Signore dovrà dire nel giorno del giudizio, quando il presbitero vanterà di averlo ascoltato e di aver fatto eucaristia con lui: «Lontano da me, operatore di iniquità: non ti ho mai conosciuto!» (cf. Lc 13,26-27)…
Attenzione dunque alla schizofrenia tra il dire e il fare, tra l’annunciare e il realizzare nella propria vita. È impossibile che non ci sia uno scarto, perché noi uomini non siamo mai capaci di realizzare pienamente il bene e non cadere in peccato. Solo in Gesù c’è stata la piena corrispondenza tra il predicare e il vivere, ma occorre da parte nostra una tensione affinché quello che annunciamo risuoni sempre come giudizio per ciascuno di noi: se ciò non avviene, la schizofrenia che viviamo diventa progressivamente una patologia con cui ci abituiamo a convivere, e le conseguenze inevitabili sono forme patologiche nella nostra vita spirituale e, prima o poi, anche a livello psichico e talvolta somatico. Come dimenticare che Gesù ha pronunciato un netto «Guai!» contro quelli che «seduti in cattedra … dicono e non fanno», che «legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle degli altri, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (cf. Mt 23,2-4)? E come dimenticare le parole dell’Apostolo: «Tu che conosci la volontà di Dio, tu che sei istruito dalla Legge … e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre; … ebbene, perché tu insegni agli altri e non insegni a te stesso? … Così, a causa tua “il Nome di Dio è bestemmiato tra le genti” (Is 52,5 LXX)» (cf. Rm 2,18-19.21.24)? Certo, vi è scandalo (e anche una discreta meraviglia da parte nostra) nel constatare la sproporzione tra il messaggio da predicare e il messaggero che deve predicarlo; nello stesso tempo, però, la consapevolezza di essere «collaboratore di Dio» (cf. 1Cor 3,9), di essere stato inviato con l’aiuto della «grazia che basta sempre» (cf. 2Cor 12,9) deve rendere responsabile il presbitero, rafforzandolo nella sua lotta quotidiana per mettere in pratica la Parola.
Questa dialettica tra l’ascolto e la realizzazione della Parola che si intende comunicare agli altri è mirabilmente riassunta da un passo del Decreto conciliare Presbyterorum ordinis:
Essendo ministri della Parola di Dio, [i presbiteri] leggono ed ascoltano ogni giorno questa stessa Parola che devono insegnare agli altri. E se si sforzano anche di realizzarla in se stessi, allora diventano discepoli del Signore sempre più perfetti, secondo quanto dice l’Apostolo Paolo a Timoteo: «Occupati di queste cose, dèdicati ad esse interamente, affinché siano palesi a tutti i tuoi progressi. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento, persevera in tali cose, poiché così facendo salverai te stesso e quelli che ti ascoltano» (1Tm 4,15-16)[6].
2. Il presbitero «ministro della Parola»[7]
Oltre ad essere affidato, consegnato alla Parola, al presbitero è a sua volta consegnata la Parola ed egli deve annunciarla alla comunità del Signore: egli dunque è «ministro della Parola». Si legge nella Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Pastores dabo vobis:
Il sacerdote è, anzitutto, ministro della Parola di Dio, è consacrato e inviato ad annunciare a tutti il Vangelo del Regno, chiamando ogni uomo all’«obbedienza della fede» (Rm 1,5) e conducendo i credenti a una conoscenza e comunione sempre più profonde del mistero di Dio, rivelato e comunicato a noi in Cristo[8].
Sì, il presbitero è un credente cui «è stato affidato il mistero del regno di Dio» (Mc 4,11), «è stata affidata la conoscenza del mistero del regno dei cieli» (Mt 13,11): dunque a lui è affidato l’annuncio del Vangelo, che egli è chiamato ad attuare in tutta la sua vita, mediante il suo essere tra i credenti, il suo parlare, il suo operare.
Io vorrei però soffermarmi in particolare sull’annuncio, sulla predicazione del Vangelo come opera primaria del presbitero[9]. Prima di entrare in medias res, mi piace citare un passo paolino, tratto dal prologo della Lettera ai Romani (cf. Rm 1,1-5), che a mio avviso esprime in pochi versetti ciò che è essenziale alla predicazione cristiana:
un servizio al Signore «Paolo, servo di Cristo Gesù»
una chiamata da parte di Dio «per chiamata»
una missione da parte di Dio «inviato» (apóstolos)
una scelta da parte di Dio «messo a parte»
un messaggio «il Vangelo di Dio»
una tradizione «promesso attraverso i profeti nelle Sante Scritture»
un oggetto «riguardo al Figlio suo, nato, morto e risorto»
una grazia «la grazia della missione (dell’apostolato)»
un fine «per l’obbedienza della fede»
dei destinatari «tutte le genti».
Va subito detto che nel ministero della Parola si sintetizza chi è in verità il presbitero: infatti in esso appare la sua vita spirituale, il suo rapporto con il Signore, con la Parola e con la comunità. Essendo convinto di questo, confesso che a volte provo fastidio quando ascolto espressioni come «preparare l’omelia» o affini. Certo, l’omelia va preparata, ma soprattutto essa deve derivare dall’assiduità del presbitero alle Sante Scritture; dall’aver fatto della Parola un nutrimento quotidiano, ciò di cui vive la propria fede; dall’essere evangelizzato, credente, e dunque in grado di evangelizzare, di parlare: «credidi popter quod locutus sum» (Sal 115 [116],10), canta il Salmo, ripreso dall’Apostolo (cf. 2Cor 4,13)… In questo senso risuonano ancora molto attuali le parole di Karl Rahner:
La Parola di Dio in bocca a un presbitero privo di fede e amore è un giudizio più terribile di tutti i versi e di tutte le chiacchiere poetiche in bocca a un poeta che tale non è. È già una menzogna e un giudizio contro chi dice ciò che non ha: tanto più se parla di Dio ed è senza Dio. Ciò che [il presbitero] dice resta Parola di Dio, ma a lui stesso si applica la parola: «Ex ore tuo te iudico, serve nequam!» (Lc 19,22)[10].
Il presbitero dunque dovrà interrogarsi sulla sua fede o sulla sua incredulità ogni volta che si mette di fronte alla Parola di Dio, e dovrà ripetere il suo atto di fede di fronte ad essa, chiedendo l’aiuto dello Spirito santo, sempre donato a chi lo chiede al Signore (cf. Lc 11,13).
Ma che cos’è la predicazione? È l’adoperarsi affinché dalle Scritture emerga la Parola di Dio in esse contenuta; è l’operazione con cui il ministro autorizzato, il lettore (ho anaghinóskon: Ap 1,3), leggendo il testo delle Scritture consegna agli ascoltatori la Parola di Dio; è un’azione di Dio e dell’uomo, da lui chiamato e costituito apóstolos, inviato, annunciatore. Nella potenza dello Spirito santo che sempre accompagna la Parola – perché la Parola (davar) e lo Spirito (ruach) di Dio non agiscono mai l’una senza l’altro, essendo l’una correlativa dell’altro (cf. anche Ef 6,17: «la spada dello Spirito è la Parola di Dio») –[11], alla lettura della Scrittura la Parola di Dio risuscita, risuona per opera del predicatore e può raggiungere il cuore dei credenti: il predicatore dice parole umane, in linguaggio umano, ma in esse è presente la Parola di Dio! È un grande mistero: il ministero della Parola di Dio è affidato a poveri uomini, eppure è dotato di autorità, di exousía per dono di Dio. Del resto, è Gesù in persona che ha promesso e dato ai Dodici dýnamis ed exousía affinché predicassero il Vangelo efficacemente (cf. Lc 9,1; 24,49).
Ha scritto Lutero: «Dovunque il Vangelo viene predicato in modo autentico e con sincerità, lì è il regno di Cristo. Dove c’è la Parola, lì c’è lo Spirito santo, in colui che annuncia e in colui che ascolta»[12]. Il predicatore ha come compito il «ministero della Parola» (diakonía toû lógou: At 6,4) – e il presbitero ricordi che questo è il primo servizio che deve compiere, memore dell’affermazione di Pietro: «Saremo assidui alla preghiera e al ministero della Parola» (At 6,4) – ma egli è sempre impegnato anche nel glorioso «ministero dello Spirito» (diakonía toû pneúmatos: 2Cor 3,8), come Paolo definisce il ministero della predicazione nella nuova alleanza. È la discesa dello Spirito santo che provoca negli apostoli la capacità di parlare nel mattino di Pentecoste (cf. At 2,1-12), ma è anche la predicazione di Pietro, l’apostolo investito dalle energie dello Spirito, che causa la discesa dello Spirito santo sui fedeli che ascoltano la Parola (cf. At 10,36-44). In breve, Dio dice la sua Parola nello Spirito santo e nella Parola comunica il suo Spirito santo. In proposito, scriveva con intelligenza Louis Bouyer: «Il ministero della Parola e il ministero dello Spirito, così congiunti, fanno di ogni atto cultuale, di ogni liturgia, di ogni eucaristia un gesto escatologico in cui noi siamo confermati individualmente e comunitariamente nella nostra attesa del Signore nella venuta del Regno»[13].
Dunque nel predicatore quale «ambasciatore di Cristo» (cf. 2Cor 5,20), quale persona attraverso cui Cristo agisce (cf. Rm 15,18), Dio esorta, parla ancora oggi; nel predicatore quale «amministratore dei misteri di Dio» (1Cor 4,1), Dio si rivela e santifica quanti aderiscono a lui. Sicché i credenti ricevono da chi è autorizzato nella chiesa, dai presbiteri «non una parola umana ma la Parola di Dio che opera in chi crede» (cf. 1Ts 2,13). Il predicatore ricordi che le parole che escono dalla sua bocca devono essere sempre «parole di grazia» (lógoi tês cháritos: Lc 4,22), «parole accompagnate dalla grazia» (cf. Col 4,6); e non deve temere di pronunciare parole portatrici della Parola di Dio che è la spada dello Spirito (cf. Ef 6,17), né che la sua bocca sia come una spada affilata (cf. Is 49,2; Os 6,5; Eb 4,12).
Ma cosa deve predicare il presbitero? E come deve predicare?
a) Predicare Cristo, oggi, a una comunità precisa
Innanzitutto il presbitero non deve predicare se stesso, ma solo la Parola di Dio, non altre parole[14]: se egli è «curvato» dalla Parola, se dimora nella Parola del Signore (cf. Gv 8,31), allora, come Giovanni il Battista, saprà solo far segno, in-segnare Cristo. Il Battista è esemplare per il predicatore, perché sa dire: «Non io ma lui, il Signore» (cf. Gv 1,19-34; 2,27-30); non chiede alcuno sguardo su di sé, non seduce né trattiene nessuno, ma indica il Signore e invita alla sua sequela, predicando solo la sua Parola.
Quanti predicatori invece predicano se stessi – contravvenendo al monito paolino: «Non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù il Signore» (2Cor 4,5) –, quanti si esercitavano ieri nell’«eloquenza sacra», oggi nell’ars oratoria imbevuta di cultura raffinata e a volte di linguaggio incomprensibile, tanto più applaudito quanto più incomprensibile: essi seducono tutti ma non convertono nessuno! No, il predicatore autentico predica Cristo e soltanto Cristo, mai fidandosi dei suoi mezzi, dei suoi strumenti, della sua intelligenza, ma sempre invocando lo Spirito santo e la sua potenza. Il predicatore deve dimenticare se stesso, deve tenere fisso lo sguardo su Gesù (cf. Eb 12,2), deve tenere aperti i suoi orecchi alla Parola e rendere il cuore docile allo Spirito: in tal modo riceverà dal Signore la forza di predicare con serietà, con consapevolezza del suo ministero, con la fiducia-fede nello Spirito santo che sempre accompagna la Parola del Signore, la Parola adorata e accolta con cuore largo e buono (cf. Lc 8,15).
Ha scritto il card. Walter Kasper:
Compito della predicazione è quello di diffondere la luce della vita nelle tenebre del mondo, di immettere luce nella vita degli uomini e di rivelare il vero senso delle cose e della vita … La predicazione cerca di interpretare le esperienze della vita e di dischiuderne il vero senso. Questo è un servizio pastorale d’importanza vitale e un servizio grazie al quale gli uomini hanno la vita e l’hanno in abbondanza (cf. Gv 10,10). Così inteso, il Vangelo è un lieto messaggio, che rischiara e riempie di gioia la vita. Esso può essere una lampada per i nostri piedi lungo le strade oscure della vita (cf. Sal 119,105)[15].
Sì, il presbitero è chiamato ad essere, tramite le sue parole e, ancor prima, mediante tutta la sua vita, un testimone del Vangelo in mezzo agli uomini: a questo lo conduce l’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Sante Scritture, una Parola che egli quotidianamente deve ascoltare, meditare, contemplare e mettere in pratica. Ovvero, il suo essere affidato alla «Parola di vita» (Fil 2,16; cf. At 5,20; 7,38) e, nello stesso tempo, suo ministro, si manifesta in una vita secondo il Vangelo. Questa è infatti la grande responsabilità affidata al presbitero: la credibilità della comunicazione di Dio e di Gesù Cristo agli uomini dipende strettamente dalla credibilità del suo annunciatore. Per lui risuona ogni giorno con un’urgenza particolarissima il monito del Signore Gesù: «Chi ascolta voi ascolta me» (Lc 10,16).
Infine, il predicatore deve sapere che l’omelia è operazione profetica che prosegue la Parola traducendola nell’oggi di una comunità precisa per orientarne la fede e la preghiera, ossia la risposta cultuale ed esistenziale al Dio che le parla. Egli è chiamato ad annunciare nella forza dello Spirito la Parola che ha il potere di edificare la comunità (cf. At 20,32), facendo dell’omelia una «manifestazione della verità» (2Cor 4,2) che è Cristo stesso. Infatti, «Cristo è presente nella sua chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche… È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella chiesa si legge la Sacra Scrittura»[16]. Occorre dunque che il ministro della Parola si faccia docile al passaggio dello Spirito che lo rende profeta e lo porta ad attuare nella sua assemblea ciò che fece Gesù nella sinagoga di Nazaret: «Oggi si è compiuta questa Scrittura nei vostri orecchi» (Lc 4,21)[17]. La parola della Scrittura viene sempre rivolta come parola udibile e vivente oggi a un voi determinato, l’assemblea radunata nel nome del Signore in un tempo e in un luogo precisi. Facendosi tramite di questa comunicazione, il predicatore impegna ed esprime il proprio ministero presbiterale, che è essenzialmente ministero della Parola.
b) Una predicazione animata da passione, che esprima fede, amore e speranza
Quanto al «come» della predicazione, credo che il presbitero debba essere animato da passione, in modo da esprimere nell’omelia la sua convinzione (fede), la sua passione per Cristo (amore), la sua speranza per il Regno.
Innanzitutto le parole del predicatore devono assolutamente nascere da una fede salda (rimando ancora a Sal 115 [116],10). Egli deve avere fede, deve essere saldo nella fede, per annunciare la buona notizia che è invito alla fede e per confermare nella fede i fratelli e le sorelle. Va detto con chiarezza: l’autorevolezza, l’exousía di un presbitero dipende molto dalla sua fede come adesione al Signore e come fede nella Parola di Dio. Se il presbitero non ha lui per primo fede nella Parola di Dio, come potrà comunicarla agli altri? Sì, l’astenia della fede deprime la predicazione e la rende non autorevole, quindi non performante, priva della capacità di far sentire agli uditori che nelle parole umane del presbitero è presente, per grazia e per dono dello Spirito santo sempre invocato, la Parola stessa di Dio. Bisognerebbe sempre ricordare, a tale proposito, ciò che le folle dicevano di Gesù: «Parla con autorevolezza (exousía), non come gli scribi» (cf. Mc 1,22; Mt 7,28), i mestieranti della religione… In questo senso, la preparazione dell’omelia da parte del presbitero non deve procedere dalla domanda: «Che cosa devo dire all’assemblea?». No, essa deve piuttosto procedere dall’ascolto della Parola contenuta nelle Scritture lette e meditate, e di conseguenza dalla domanda: «Che cosa dice a me questa Parola?». Senza questo coinvolgimento, questa adesione, questa «trafittura personale della Parola», la predicazione non procede dalla fede e quindi risulta molto depotenziata[18].
Il predicatore deve anche mostrare la sua passione, il suo amore forte e intenso per Cristo e per il Vangelo. Solo chi coltiva ed esprime una forte passione per qualcosa e per qualcuno – passione che esprime la dedizione di una persona – può essere ascoltato e risultare intrigante. Il presbitero deve porsi questa domanda: qual è la mia passione? Per cosa brucia il mio cuore? Nel mio cuore c’è posto per quel fuoco che arde all’udire la Parola di Dio, come accadde ai discepoli di Emmaus (cf. Lc 24,32)? Passione per Cristo, passione per la sua persona e la sua parola, passione per la comunità, il gregge che Dio ha affidato al presbitero (cf. Mc 6,34: «Gesù vide molta folla e fu preso da viscerale compassione per loro, poiché erano come pecore che non hanno pastore e cominciò a insegnare loro molte cose»): questa passione, questo amore è decisivo per la predicazione! Se non c’è questa passione per il «gregge di Dio», per la comunità del Signore e, nel contempo, perché la Parola sia accolta, allora si affievolisce la gratuità, il disinteresse del ministero: si finisce infatti per continuare ad esercitare il ministero ma in vista di guadagno, di successo, di conservazione del ruolo. E così cessa «il vanto di offrire gratuitamente il Vangelo che si annuncia» (cf. 1Cor 9,16-18).
E infine nel predicare occorre mostrare la speranza per il Regno, per il futuro che viene nell’oggi di Dio, per quell’orizzonte escatologico che, se viene meno, depaupera gravemente l’oggetto della predicazione. A questo proposito, ancor prima di denunciare l’afasia della predicazione sulla morte, sul giudizio finale, sulla vita eterna e sul Regno, occorre rilevare la scarsa speranza che oggi deprime la chiesa tutta. Noi manchiamo di speranza perché non siamo come il padre dei credenti, Abramo, che sperò contro ogni speranza (cf. Rm 4,18), non siamo come Mosè che «restò saldo come se vedesse l’invisibile» (Eb 11,27): è significativo che la recente Enciclica di Benedetto XVI sulla speranza[19] sia stata accolta da silenzio e indifferenza… Ma senza speranza come è possibile coinvolgere gli ascoltatori nella ricerca di un senso, di un orientamento, di un orizzonte che, per noi cristiani, è dato dalla vita eterna, quando l’amore vincerà definitivamente sulla morte? In questo cammino ci viene in aiuto ancora una volta il Servo del Signore, lui che ha ricevuto dal Signore stesso una lingua da iniziato per rialzare gli oppressi nello spirito, per dare loro speranza (cf. Is 50,4).
Conclusione
C’è una parabola di Gesù che ogni presbitero dovrebbe sempre tenere presente quando medita sul suo essere affidato alla Parola e di essa ministro: la cosiddetta «parabola della zizzania» (Mt 13,24-30). Il seminatore, Dio, semina il buon grano nel suo campo, ma all’orizzonte c’è il nemico, Satana, che sparge zizzania. Lo stesso avviene per il predicatore: Satana si oppone in radice alla semina della Parola nel presbitero – per dirla ancora con Gesù: «Il Maligno ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore» (Mt 13,19) – così che, quando egli vuole annunciarla agli altri, si trova nella stessa condizione di Paolo: «Satana me lo ha impedito» (1Ts 2,18). È da questo fallimento preliminare che dipendono l’insuccesso e l’insignificanza di molte predicazioni…
Per reagire a questo vero e proprio assalto del demonio occorre lottare con le armi dell’assiduità alla Parola e della preghiera, con quella perseveranza che consente di predisporre tutto affinché Dio compia attraverso di noi il suo disegno di salvezza. Tanti sono i passi scritturistici che si potrebbero citare in merito, ma mi limito a ricordare l’esempio dell’Apostolo che, dopo aver riflettuto sulle armi della battaglia spirituale (cf. Ef 6,10-18), conclude: «Pregate per me, perché quando apro la bocca mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del vangelo» (Ef 6,19). Ma, ancora una volta, l’esempio decisivo ci è dato da Gesù, lui che, subito prima di iniziare il suo ministero pubblico, si oppone alle lusinghe di Satana con una sottomissione convinta e profonda alla Parola di Dio, che sarà una costante di tutta la sua vita. Con lui, anche il presbitero dovrebbe dire ogni giorno: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; Dt 8,3).
Collevalenza, 17 giugno 2010
Meditazione ai Vescovi della Conferenza Episcopale Umbra e ai Presbiteri dell’Umbria
NOTE
[1] Su questo tema ho svolto considerazioni più ampie in E. Bianchi, Ai presbiteri, Bose 2004, pp. 13-17 (Sympathetika).
[2] Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele II,2,1.
[3] J. Ratzinger, in Consilium Conferentiarum Episcopalium Europae, Roma 2001 (testo non ancora pubblicato ma donatomi dal card. Ratzinger).
[4] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica (1992), Pastores dabo vobis 26.47.
[5] Id., Lettera apostolica (2001), Novo millennio ineunte 39.
[6] Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis 13.
[7] Alcune interessanti riflessioni sull’argomento sono quelle di J. Bur, La spiritualité des prêtres, Cerf-Médiaspaul, Paris-Montréal 1997, pp. 79-101. Si veda anche il documento della Congregazione per il Clero Il presbitero, maestro della Parola, ministro dei sacramenti e guida della comunità (1999), in particolare il capitolo II.
[8] Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica (1992), Pastores dabo vobis 26.
[9] Su questo tema avevo già meditato in E. Bianchi, Predicare la Parola, Qiqajon, Bose 1988 (Testi di meditazione 20). Per un approccio teologico alla questione si può ancora consultare H. Schlier, La Parola di Dio. Teologia della predicazione secondo il Nuovo Testamento, Roma, Paoline 1963.
[10] K. Rahner, «Prêtre et poète», in Id., Éléments de théologie spirituelle, Desclée de Brouwer, Paris 1964, p. 284.
[11] Ho riflettuto più ampiamente su questa relazione in E. Bianchi, «Lo Spirito del Signore è su di me…» (Lc 4,18-19), Qiqajon, Bose 2009, pp. 13-17 (Testi di meditazione 149).
[12] Citato in K. Barth, La proclamazione del vangelo, Borla, Torino 1964, p. 59.
[13] Citato in S. Marsili, Mistero di Cristo e liturgia nello Spirito, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1986, p. 174.
[14] Cf. Presbyterorum ordinis 4: «Il loro [dei presbiteri] compito non è di insegnare una propria sapienza, bensì di insegnare la Parola di Dio».
[15] W. Kasper, Servitori della gioia. Esistenza sacerdotale – Servizio sacerdotale, Queriniana, Brescia 2007, pp. 111-112.
[16] Concilio Vaticano II, Sacrosanctum concilium 7.
[17] Cf. Sinodo dei vescovi-XII Assemblea generale ordinaria, Elenco finale delle proposizioni, n. 15 («Attualizzazione omiletica e “Direttorio sull’omelia”»); in Il Regno – documenti 19 (2008), p. 647. Cf. anche C. Giraudo, «Aiutare l’assemblea ad ascoltare la Parola. Natura e finalità dell’omelia liturgica», in Rivista liturgica XCV/6 (2008), pp. 981-1000.
[18] Per questa suggestione cf. G. Angelini, «Come predicare. Difetti facili e pregi difficili della predica nella situazione presente», in AA.VV., Il ministero della predicazione, Piemme, Casale Monferrato 1985, pp. 84-101. Si veda anche E. Bolis, «Il profilo spirituale del predicatore», in La Rivista del Clero Italiano LXXXI/6-7 (2000), pp. 380-391.
[19] Benedetto XVI, Enciclica (2007), Spe salvi.















































