L’uomo stolto
Martin Luther King
«Stolto, questa notte ti sarà richiesta l'anima tu»
Luca ,12
Mi piacerebbe raccontare una breve storia drammatica, di espressivo rilievo nelle sue implicazioni e profondamente piena di significato nelle sue conclusioni. È la storia di un uomo che, secondo tutti criteri moderni sarebbe considerato un esempio eminente di ‘uomo di successo’. Eppure, Gesù lo chiamò ‘stolto’.
Il personaggio centrale del dramma è ‘un uomo ricco’, i cui poderi producevano raccolti così abbondanti che egli decise di costruire nuovi granai, più ampi, dicendo: «Là conserverò tutti i miei prodotti e i miei beni. E dirò alla mia anima: Anima, tu possiedi molti beni messi da parte per molti anni; prenditi buon tempo, mangia, bevi e sta allegra». Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte ti sarà richiesta l'anima tua».
Pensate a quest’uomo. Se egli vivesse oggi nella nostra comunità, sarebbe considerato un grosso successo: avrebbe in abbondanza il prestigio sociale e il rispetto della comunità; sarebbe uno dei pochi privilegiati nella struttura del potere economico. Eppure, un popolano della Galilea ebbe l'audacia di chiamarlo stolto.
Gesù non chiamò stolto quest'uomo semplicemente perché possedeva la ricchezza. Gesù non formulò mai un'accusa radicale contro la ricchezza. Condannava, piuttosto, il cattivo uso della ricchezza, il denaro, come ogni altra forza, quale l'elettricità, è amorale, e può essere usata sia per il bene che per il male.
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Non vi è niente di intrinsecamente vizioso nella ricchezza e niente di intrinsecamente virtuoso nella povertà.
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Gesù non condannò quest'uomo perché aveva fatto denaro in maniera disonesta: apparentemente, egli aveva acquistato la sua ricchezza col duro lavoro, con la competenza pratica e la lungimiranza di un bravo uomo d'affari. Perché, allora, egli era uno stolto?
L’uomo ricco era uno stolto perchè permetteva che i fini per i quali viveva fossero confusi con i mezzi dei quali viveva. La struttura economica della sua vita assorbiva il suo destino. Ciascuno di noi vive su due piani, quello interiore e quello esterno: quello interiore é il piano dei fini spirituali, espressi nell'arte, nella letteratura, nella morale e nella religione; quello esterno è il complesso delle invenzioni, delle tecniche, dei meccanismi e degli strumenti per mezzo di cui viviamo. Questi includono la casa in cui viviamo, l'automobile che guidiamo, i vestiti che indossiamo, le risorse economiche che acquistiamo, la base materiale che abbiamo per esistere. C’è sempre il pericolo che noi permettiamo ai mezzi di cui viviamo di sostituire i fini per i quali viviamo, cioè all’interiorità di perdersi nell’esteriorità.
L’uomo ricco era stolto perchè non seppe mantenere una linea di distinzione tra mezzi e fini, tra struttura e destino. La sua vita era sommersa nelle acque fluenti dei suoi mezzi di sussistenza.
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Gesù comprendeva che noi abbiamo bisogno di vesti, di asilo e di sicurezza economica. Egli diceva, in termini chiari e concisi: «Il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno». Ma Gesù sapeva che l’uomo era più che un cane, da poter essere soddisfatto con pochi ossi di beni economici: sapeva che l'interiorità della vita di un uomo è altrettanto importante dell’esteriorità. Perciò aggiungeva: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù». La tragedia dell'uomo ricco era che egli cercava prima i mezzi, e, in seguito i fini venivano assorbiti dai mezzi.
Più ricco quest'uomo diventava materialmente, più povero diveniva intellettualmente e spiritualmente. Può darsi che fosse sposato, ma probabilmente non sapeva amare la moglie: forse le dava innumerevoli doni materiali, ma non sapeva darle ciò di cui ella aveva più bisogno, amore e affetto; può darsi che avesse dei figli, ma probabilmente non li apprezzava, può darsi che avesse i grandi libri di tutti tempi allineati in bell'ordine nella sua libreria, ma non li leggeva mai; può darsi che avesse accesso alla grande musica, ma non ascoltava. I suoi occhi non contemplavano il maestoso splendore dei cieli; le sue orecchie non erano intonate alla melodiosa dolcezza di musiche celesti; la sua mente era chiusa alle visioni di poeti, profeti e filosofi. Il suo titolo era ben meritato: «tu, stolto!».
L'uomo ricco era stolto perché non si rendeva conto della sua dipendenza dagli altri. Il suo soliloquio contiene circa sessanta parole, eppure ‘io’ e ‘mio’ vi appaiono ben dodici volte. Egli aveva detto ‘io’ e ‘mio’ così spesso che aveva perduto la capacità di dire ‘noi’ e ‘nostro’. Vittima del cancro dell'egoismo, non si rendeva conto che la ricchezza è sempre un risultato del benessere generale; parlava come se potesse arare i campi e costruire granai da solo. Non si rendeva conto di essere erede di un grande tesoro di idee e di lavoro a cui sia sia i vivi che i morti avevano contribuito. Quando un individuo o una nazione trascura questa interdipendenza, siamo di fronte ad una tragica follia.
Possiamo vedere chiaramente il significato di questa parabola in relazione alla crisi del mondo attuale. Il meccanismo produttivo del nostro paese produce costantemente una tale abbondanza di alimenti che noi dobbiamo costruire granai più vasti e spendere più di un milione di dollari al giorno per immagazzinare le eccedenze. Un anno dopo l'altro, noi ci domandiamo: cosa farò, poiché non ho spazio per accumulare i miei prodotti?. Ho scorto una risposta sui volti di milioni di uomini e donne battuti dalla povertà in Asia, Africa e America meridionale; ho scoperto una risposta nella tremenda povertà al delta del Mississippi e nella tragica insicurezza dei disoccupati nelle grandi città industriali del Nord. Che cosa possiamo fare? La risposta è semplice: nutrire i poveri, vestire gli ignudi e curare i malati. Dove possiamo accumulare i nostri beni? Di nuovo la risposta è semplice: possiamo accumulare i nostri alimenti eccedenti, senza spesa, negli stomaci raggrinziti di milioni di figli di Dio che la sera vanno a letto affamati: possiamo usare le nostre grandi risorse di ricchezza per cancellare la povertà della terra.
Tutto questo ci dice qualcosa di fondamentale sulla interdipendenza di uomini e nazioni. Che ce ne rendiamo conto o no, ciascuno di noi è sempre ‘in debito’: noi siamo eternamente debitori di uomini e donne conosciuti e sconosciuti. Non portiamo a termine la colazione senza essere condizionati da più di metà del mondo. Quando ci alziamo al mattino, andiamo nella stanza da bagno, dove afferriamo una spugna che c'è stata fornita da un isolano del Pacifico; afferriamo sapone creato per noi da un francese; l'asciugamano è fornito da un turco; a tavola, poi, troviamo un caffè, che ci viene fornito da un sudamericano, oppure thé, fornitoci da un cinese, o cacao, da un africano occidentale. Prima di uscire per andare al lavoro, siamo debitori di più di mezzo mondo.
In un senso reale, tutta la vita è interdipendente. Tutti gli uomini sono presi in una inestricabile rete di reciprocità, legati in un unico tessuto di destino. Qualsiasi cosa tocchi direttamente uno, tocca indirettamente tutti. Io non posso mai essere quello che dovrei essere finché voi non siete ciò che dovreste essere, e voi non potete mai essere quello che dovreste essere finché io non sono ciò che dovrei essere. Questa è la interdipendente struttura della realtà.
(La forza di amare, cap 7)
















































