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    Potenza di una promessa

    Ascensione di N.S. Gesù Cristo - A

    fratel Luciano


    In quel tempo,16gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
    Matteo 28,16-20 (At 1,1-11; Ef 1,17-23)

    Gesù, che “è stato assunto fino al cielo” (At 1,11), che il Padre “fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20) e che da Dio ha ricevuto “ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18), fa della sua assenza fisica una presenza invisibile, una compagnia nei confronti dei suoi discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). L’esito del dono della vita per i suoi amici, gli uomini, è l’essere con loro per sempre, in modo misterioso, ma reale.
    “Là dove ci ha preceduto la gloria del capo, è chiamata altresì la speranza del corpo”, afferma Leone Magno a proposito dell’Ascensione (Sermo 73,4). E la seconda lettura (Ef 1,17-23) parla espressamente della speranza dischiusa dalla vocazione cristiana, dal Cristo risorto e asceso al cielo (cf. Ef 1,18); speranza escatologica, ma che inserisce pienamente nella storia i cristiani chiamandoli alla testimonianza in forza dello Spirito santo (I lettura: At 1,1-11); speranza retta dalla vicinanza e dalla compagnia del Risorto nei confronti dei discepoli che si vedono così sostenuti nel loro impegno quotidiano di servizio al vangelo (Mt 28,16-20).
    Il brano evangelico di questa domenica è costituito dalla chiusa del primo vangelo. Ora, il vangelo secondo Luca termina mostrando i discepoli che al tempio lodano e benedicono Dio (Lc 24,53): il vangelo di Matteo ci mostra discepoli che accompagnano il gesto di adorazione al dubbio di fede, si prostrano dubitando in cuor loro (Mt 28,17). Il vangelo di Marco si conclude con l’annotazione che i discepoli predicarono dappertutto (Mc 16,20): quello di Matteo finisce ricordando il comando del Risorto ai discepoli di andare ovunque (Mt 28,19), comando che resta inattuato. Così, la celebrazione dell’Ascensione, non ci porta tanto a contemplare le glorie celesti, ma a considerare la realtà povera e inadeguata della chiesa e dei credenti. Lo stesso inizio del brano evangelico ci pone di fronte alla comunità del Signore presentandocela monca: “Gli undici discepoli”. È la prima e unica volta che in Matteo il gruppo dei discepoli è chiamato “gli undici”. Il gruppo scelto e costituito da Gesù era di dodici (Mt 10,1.2.5; 11,1; 20,17; 26,14.20), e a loro Gesù aveva solennemente promesso: “Voi sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele” (Mt 19,28). La già piccola comunità di Gesù è monca, è priva di uno dei suoi membri, di uno dei fratelli. E questa assenza non fa in verità che visibilizzare l’infedeltà di tutti gli altri fratelli, la loro incostanza, la loro incapacità di seguire Gesù fino alla croce. Secondo Matteo, nessuno dei discepoli andò alla tomba di Gesù. Solo alcune donne. È una comunità ferita, anzi traumatizzata. Ha conosciuto lo scandalo del tradimento di Giuda e anche la sua tragica e sconvolgente fine che Matteo ricorda: Giuda morì suicida. Dopo essersi reso conto di quanto aveva commesso consegnando Gesù per denaro, riconosciuto il proprio peccato, Giuda, preso da rimorso, “gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27,5). E questo avvenne poco prima che Gesù stesso, il maestro e la guida della piccola comunità, venisse arrestato, processato, condannato a morte e crocifisso. Un seguito di eventi sconvolgenti, annichilenti e sfiancanti per la povera comunità di Gesù. Matteo ci pone di fronte a una comunità scossa, vacillante, incerta, minata nella fiducia reciproca, talmente sorpresa dagli eventi che si sono succeduti con ritmo incalzante negli ultimi momenti della vita di Gesù, che non fatichiamo a immaginarcela esitante, smarrita, dubbiosa. Prossima forse allo sbandamento e allo scioglimento. Al momento dell’arresto del loro maestro, “tutti i discepoli abbandonarono Gesù e fuggirono” (Mt 26,56), Pietro addirittura lo rinnegò apertamente imprecando e spergiurando, con parole violente, tanto più urlate quanto più erano menzognere e disperate: “Pietro cominciò a imprecare e a giurare: ‘Non conosco quell'uomo’” (Mt 26,74). Ecco gli Undici. Un gruppo smarrito e spaventato, che deve fare i conti con ferite profonde lasciate da un passato che non potrà passare rapidamente, ma che conoscerà strascichi e rigurgiti per chissà quanto tempo. Tuttavia, una cosa i discepoli la sanno ancora fare. Una sola. Ma è la cosa essenziale. Ricordano la parola che Gesù aveva loro detto e le obbediscono: “Andarono in Galilea sul monte che Gesù aveva loro indicato” (Mt 28,16). Gesù l’aveva detto loro subito dopo aver annunciato che si sarebbero scandalizzati di lui e avrebbero conosciuto la dispersione: “Sta scritto: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea” (Mt 26,31-32). Gesù risorto lo aveva ripetuto alle donne che si erano recate al sepolcro: “Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno” (Mt 28,10). Sì, siamo di fronte a una povera comunità, una comunità ferita, su cui il peso del passato, dei vissuti personali, ha lasciato tracce pesanti e cicatrici difficilmente rimarginabili. E tuttavia, le parole delle donne (che “corsero a dare l’annuncio ai discepoli”: Mt 28,8), hanno risvegliato nei discepoli la memoria delle parole che Gesù stesso aveva detto loro subito dopo l’ultima cena. E ora essi, la cui poca fede è anche smemoratezza, dimenticanza delle parole del Signore, mentre ricordano le parole del Signore riannodano i fili della loro vicenda di sequela di Gesù e obbediscono al comando mediato dalle donne e si recano in Galilea. Ciò che era avvenuto individualmente per Pietro quando, dopo il triplice rinnegamento, si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto e pianse amaramente (Mt 26,75) ritrovando la sua verità, così ora è l’intero gruppo dei discepoli che si ricorda della parola di Gesù ritrovando la propria verità di comunità del Signore e ricominciando il proprio cammino di sequela e obbedienza.
    Sul monte in Galilea avviene dunque l’incontro tra il Risorto e i discepoli, gli undici. “Quando lo videro, si prostrarono, essi però dubitavano” (Mt 28,17). Che si debba intendere il gesto della prostrazione e del contemporaneo dubbio come riferito a tutti gli Undici (come io penso) o solo ad alcuni, la sostanza non cambia molto. Se si traduce l'espressione greca come fosse un partitivo (“alcuni però dubitavano”), viene sottolineata la divisione interna alla comunità, tra chi crede e chi dubita. Se invece si intende il dubbio riferito a tutti gli undici, si sottolinea che la divisione è interna a ciascuno degli Undici. Nel cuore di ciascuno fede e non fede si affiancano e coabitano. E questo è in continuità con l'annuncio matteano della fede che nei discepoli è sempre poca, è sempre oligopistía (cf. Mt 6,30; 8,26; 13,58; 14,31; 16,8; 17,20), fede di breve durata, fragile, non salda. Ma l’obbedienza alla parola di Gesù che riescono a ricordare li àncora all’unica realtà che può dare loro un futuro, una direzione, un senso: la parola detta loro dal Signore. Obbedendo alla parola del Signore arrivano a incontrarlo. Va sottolineato il coraggio, forse dovuto alla disperazione, nell’obbedire a quella parola ricordata. Poco importa il motivo: hanno fatto ciò che Gesù aveva detto loro di fare. Sono andati nel luogo che Gesù aveva indicato loro. Quel Gesù che loro hanno ascoltato, seguito, presumibilmente amato, e poi abbandonato, quel Gesù che è stato crocifisso, che le donne hanno incontrato facendosi mediatrici presso di loro del suo messaggio di Risorto, ora essi lo obbediscono e vanno là dove lui ha detto. Cosa sperano di trovare? Gesù stesso? Forse, forse solo alcuni nutrono questa speranza. Tuttavia se essi dubitavano anche mentre si prostravano davanti a lui, alla sua presenza, è assai probabile che dubitassero anche prima, quando non lo vedevano e non l’avevano davanti. Tuttavia la potenza dell’obbedienza, o forse, meglio, della parola di Gesù a cui essi obbediscono, è tale che solo e soltanto grazie ad essa essi arrivano a incontrare il Risorto. E a divenire così depositari della promessa su cui potranno scommettere tutta la loro vita. Il Risorto promette loro: “Io sono con voi, sempre, tutti i giorni”. Si tratta di una promessa che impegna la fede dei discepoli, i quali ogni giorno dovranno esercitarsi all’arte di discernere e credere la presenza del Risorto. E dovranno, e noi con loro, rinnovare la propria personale promessa fondandosi sulla promessa fedele del Signore Gesù: “Io sono con voi”.
    Questa solenne promessa del Risorto evoca la formula di alleanza per cui Dio si lega al popolo (“Io sarò il vostro Dio”), e soprattutto evoca la presenza di Dio in mezzo al popolo, nel tempio. Quelle parole fondano la comunità cristiana come luogo della presenza santa di Dio, come tempio, ma tempio di corpi e di relazioni. La promessa “Io sono con voi” impegna il “voi” a perseverare, a rimanere nella carità fraterna, e a far regnare sulle loro relazioni il Nome di Dio (“Io sono”) rivelato da Gesù di Nazaret. La presenza del Signore viene sperimentata come dono grazie alla fedeltà dei credenti. A sua volta, la faticosa fedeltà quotidiana (“tutti i giorni”) dei credenti è sostenuta dalla speranza suscitata dalla promessa: “Con la tua promessa mi hai fatto sperare” ha scritto Agostino (Quoniam promisisti, me sperare fecisti). La fedeltà di Gesù ai suoi discepoli pavidi e di poca fede, diviene il fondamento della fedeltà dei credenti: la promessa di colui che è fedele può sostenere la quotidiana perseveranza dei credenti nella storia, “fino alla fine del mondo”.



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