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    Una strada nel deserto

    Giovani e fede nella prova della pandemia

    A cura del Servizio Nazionale Pastorale Giovanile

    strada deserto

    Continuiamo a vivere nel tempo della pandemia. Se l’estate ci aveva un po’ illusi che si stesse camminando verso la chiusura di un certo tempo, questi giorni stanno facendo suonare di nuovo le sirene delle ambulanze e un po’ di campanelli di allarme.
    Nel frattempo è bene non fermare la riflessione su ciò che tutto questo comporta per la vita e le nostre azioni pastorali.
    Sul finire dell’estate abbiamo aperto un confronto e una riflessione anche con la consulta nazionale. Ne sono scaturiti alcuni pensieri di progetto che condividiamo con voi. Lo facciamo nella speranza che possano esservi utili: lo saranno al lavoro del Servizio nazionale in riferimento alle realtà delle diocesi e del territorio nazionale nelle sue espressioni ecclesiali.
    Lo facciamo sapendo di rischiare: stiamo percependo il cambiamento settimana per settimana, mese per mese. Quindi dichiariamo da subito che queste pagine potranno e forse dovranno essere rilette a breve. Ma senza un pensiero non è possibile affrontare alcun cambiamento. Per questa ragione pensiamo che il rischio valga la pena di essere corso.
    Attenzione, non è un documento, non vuole averne il carattere di ufficialità istituzionale. Pur appartenendo a un ufficio della Segreteria generale, manca del confronto necessario con i Vescovi perché possa essere assunto come documento di riferimento. Non intende intralciare il lavoro nei territori, in questo momento particolarmente impegnativo, e nello stesso tempo ha la speranza di portare un contributo di pensiero che possa sostenere le fatiche. Proprio perché nato dal confronto con chi ha le mani in pasta nella realtà, si propone di far luce ai passi incerti di questo tempo.
    È destinato agli incaricati diocesani degli uffici/servizi di Pastorale giovanile, delle realtà ecclesiali e di quelle legate alla vita consacrata. Per quel che può servire, può essere letto da tutti, ma non chiede alle singole parrocchie o unità pastorali attuazione immediata: esse dovranno fare riferimento alle proprie realtà diocesane.

    8 Ottobre 2020

    ALLEGATO: Progetto di pastorale giovanile dopo la pandemia

    COMMENTO su AVVENIRE:

    Abbiamo chiesto a don Michele Falabretti, direttore del Servizio nazionale di pastorale giovanile, di aiutarci a inquadrare le 14 pagine di questo contributo che ha voluto agile e ricco di spunti.

    Nella premessa lei specifica che «non si tratta di un documento», ma di un "contributo": cosa intende?
    A fine estate è nata una riflessione tra noi della pastorale giovanile: questi mesi sono stati difficili e interessanti allo stesso tempo, hanno portato alla luce cambiamenti già in atto. Mentre si discuteva attorno alle bozze, molti usavano la parola "documento". Penso sia sbagliato, non è bene eccedere con i documenti perché c’è ancora bisogno di tempo per pensare e capire. Una riflessione pastorale deve avere l’umiltà di porsi in mezzo a mille domande. Poi, a un certo punto, è giusto condividere un contributo alla riflessione che va tenuta aperta, non chiusa con un documento ufficiale.

    A chi è destinato? E potrà essere arricchito da chi lavora sul campo?
    Va agli incaricati diocesani e a tutti i livelli di coordinamento delle realtà ecclesiali. Si percepisce un certo smarrimento e c’è bisogno di qualche punto fermo. Non solo è possibile, ma auspicabile, che chi lavora sul campo prolunghi questa riflessione. La smonti e la contesti, se lo ritiene. Ma con l’obiettivo di produrre pensiero per affrontare un tempo difficile.

    Il testo si intitola «Attraversare il deserto»: è chiara la direzione?
    Tanto quanto poteva essere chiara al popolo di Israele: la bussola indica sempre la direzione giusta, difficile è riuscire a mantenerla. Credo sia necessario accettare la fatica di questo tempo, lamentarsi troppo per ciò che non c’è più non serve a nulla. A me pare ci siano molte ragioni per tornare a coltivare l’annuncio del Vangelo e del suo umanesimo considerandolo un’impresa comune. Questo vuol dire ascolto e condivisione (sinodalità); rispetto e cura reciproca (fraternità). Forse così riusciremo ad avere un cuore più sereno, a trovare umiltà e forza per non lasciarci travolgere dagli eventi.

    Nell’introduzione fa una considerazione forte, cioè che c’è stata una «perdita secca delle nuove generazioni dalla vita celebrativa»: come riagganciarle?
    Non mi piace l’idea di riagganciarle. Io credo che i giovani siano Vangelo per la Chiesa e non solo il contrario. È questa la conversione pastorale: non pensare di essere sempre dalla parte giusta, perché questo non aiuta. Attraversare il deserto è anche riconoscere con grande umiltà gli errori commessi. A volte pensiamo che i giovani siano stupidi, o che non vedano o non capiscano. Ci dimentichiamo che è successo anche a noi quando siamo stati giovani. Credo che il tema non sia quello di una riconquista, ma di un profondo rinnovamento che ci permetta di mostrare con chiarezza la verità del Vangelo, anche attraverso gesti e comportamenti.

    Quattro temi da cui far partire la ricostruzione?
    C’è anzitutto bisogno di ascoltare e capire i giovani. Le loro storie guidano le scelte pastorali, in qualche modo ci indicano le direzioni. Allo stesso modo, un secondo tema è l’alleanza con il territorio a cui siamo ancora poco abituati. La dimostrazione è stata la fatica di accettare e condividere le regole che il confinamento richiedeva. Inoltre fare attività educativa significa avere molte più competenze, dobbiamo alzarle, ma anche condividerle, facendo alleanza con le realtà del territorio. Un terzo tema è quello delle età: l’età evolutiva richiede si riconoscano tempi e momenti diversi per i ragazzi, soprattutto quelli che si incrociano con la conclusione dell’iniziazione cristiana e ancora non sono riconosciuti nella loro condizione di preadolescenti e adolescenti. C’è bisogno di cammini più dedicati e specifici. E infine la realtà ecclesiale di un territorio va coordinata meglio: la Chiesa non è un centro commerciale dove ogni esercizio guarda al proprio profitto. Le parrocchie assicurano una presenza importante e capillare che non va assolutamente persa, ma oggi i giovani sono sempre in movimento: c’è bisogno riconoscere il lavoro anche di esperienze più informali.



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