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    Compagna fragilità

    Intervista a Luciano Manicardi


    di Daniele Rocchetti

    L' ultima volta che sono stato a Bose era metà febbraio, un paio di settimane prima che scoppiasse l’epidemia, per un convegno di spiritualità. Tre giorni intensi in cui, ancora una volta, ho toccato con mano il valore di una realtà monastica, giovane di fondazione (la data che amano ricordare è l’8 dicembre 1965, giorno della chiusura del concilio Vaticano II), eppure capace di sostenere con forza il cammino di fede di tanti credenti.
    Ho gustato la cura della liturgia, goduto la bellezza – dall’armonia misurata, senza eccessi – degli ambienti, l’essenzialità della chiesa che riprende la semplicità delle antiche pievi romaniche. Soprattutto, ho colto di nuovo lo spessore umano di tante storie di donne e di uomini, e tra loro molti giovani, che hanno scelto di vivere l’Evangelo attraverso la scelta monastica. Oggi sono una novantina i fratelli e le sorelle di questa comunità, che sin dall’inizio è stata mista ed ecumenica. Un gran numero vive attorno alla cascina originaria della frazione di Magnano, posta poco oltre il crinale della serra morenica; altri nelle fraternità di Assisi, di San Gimignano, di Ostuni e di Civitella San Paolo, alle porte di Roma.
    Dal 2017 priore di Bose è Luciano Manicardi. Una scelta quasi naturale, caduta su un fratello entrato in comunità nel 1981 e che nel corso degli anni, fuori dal monastero, si è fatto conoscere e apprezzare per il valore delle sue meditazioni e dei suoi libri. Manicardi ha la rara capacità di intrecciare il dato biblico con i suoi studi di psicologia e di antropologia e con le tante letture che ha sempre alimentato con passione. Ogni volta che ci incontriamo, ci scambiamo i titoli dei libri letti e rimango sempre colpito dalla sua curiosità e dal desiderio di cogliere la profondità anche dentro orizzonti letterari più diversi. È un piacere ascoltare i suoi consigli di lettura, così come è un piacere leggere i suoi libri. Così è stato per Spiritualità e politica (Edizioni Qiqajon, 2019) e ora per questo prezioso libretto da poco dato alle stampe, Fragilità (Edizioni Qiqajon, anche in versione e-book). Un testo pubblicato nei giorni della pandemia, che di per sé non ha a tema il Coronavirus eppure è utilissimo per decifrare con lucidità questo tempo e le sfide del “nuovo inizio” che – come persone e come civiltà – saremo inevitabilmente chiamati a vivere.

    Hai scritto un testo sulla fragilità in cui, già nelle prime pagine, si viene invitati a diffidare dalla retorica o dall’esaltazione della fragilità. Eppure molta tradizione cristiana si è poggiata a lungo su questo...
    «Mai come oggi, in questi tempi di pandemia, possiamo cogliere la dimensione onnipervasiva della fragilità.
    Semplicemente, essa è costitutiva della condizione umana e di ogni sua realizzazione, abita la natura come la cultura, riguarda la salute come le condizioni economiche, il lavoro e le imprese, le relazioni interpersonali, sociali e politiche. Tutto può spezzarsi, a seguito di un lungo processo di erosione, oppure improvvisamente, come l’epidemia ci mostra. Al tempo stesso, non mi pare sensato scrivere elogi della fragilità proprio perché essa è una realtà di fatto, è già lì, mentre è la fortezza, la fortitudo, la virtù che va costruita giorno dopo giorno. E va costruita proprio partendo dall’assunzione della fragilità».

    Parlare di fragilità significa quindi fare i conti con i limiti originari che sono dentro la vita delle persone ma anche dentro la vita della comunità e delle organizzazioni sociali. Lo abbiamo sperimentato in questi mesi: la presunta onnipotenza del sistema tecnico-economico è stata messa in radicale discussione da un microbo di virus...
    «Sì, nell’attuale crisi siamo messi a confronto con le dimensioni del limite. Sono stati ristretti enormemente gli orizzonti dell’uomo globale: strade sbarrate, viaggi preclusi, restare tra quattro mura per giorni e giorni, non varcare la soglia della propria casa, quasi che gli stipiti del proprio appartamento fossero divenuti delle nuove colonne d’Ercole. Il mondo ridotto alle dimensioni domestiche. L’emergenza sanitaria impone misure limitanti ben più radicali del “limite del sabato”, il techum shabbat, ovverosia la limitazione di movimento prevista nell’ebraismo per il giorno di sabato, a ricordare che non l’agire e l’agitarsi dell’uomo mandano avanti il mondo. Ci è richiesta la difficile arte di dirci dei no, di porre dei limiti a noi stessi e di attenerci ad essi: di non fare, di non andare, di non incontrare. Anzi, siamo ricondotti al limite che è il corpo, impedito di toccare, abbracciare, dare la mano, costretto a imparare una prossemica per niente mediterranea. Eccoci di fronte, improvvisamente, alla verità elementare del nostro corpo e alla preziosità del nostro tempo che ora possiamo cogliere, sentire, non solo veder fuggire. Ovvero, i due limiti basilari e fondanti della nostra condizione umana: lo spazio e il tempo. La sfida del limite oggi è questa: sapremo abitare il corpo e il tempo? Ma il limite tocca anche il sistema tecnico ed economico. Il sistema economico, il mercato, non genera solidarietà e senso di appartenenza, che nascono dalla condivisione di valori ben più profondi e radicali. Questa crisi globale, ha scritto Mauro Ceruti, sta svegliando “la coscienza comune della nostra fragilità e può sollecitarci a un’etica della solidarietà, della fraternità planetaria”. La lezione del limite va applicata a ogni realtà: da quella personale a quella istituzionale, a quella statale, tecnica, politica ed economica».

    Questo tempo di “crisi” è una stagione faticosa ma, al tempo stesso, nonostante tutto, può essere feconda. Non credi?
    «Ogni crisi, sia personale che collettiva, può produrre due tipi di risposta che possiamo sintetizzare con due verbi: o fuggire o attraversare. La prima è di tipo regressivo: ritornare allo stato di prima, ancorarsi al già noto, trovare un capro espiatorio, perseguire soluzioni autoritarie… La seconda è dinamica e fa della crisi l’occasione per stimolare immaginazione e creatività sviluppando la resilienza di singoli e gruppi. Credo che sia presto per dire come questa crisi potrà mostrare la sua fecondità, conosciamo ancora troppo poco e confusamente i tratti del virus, l’origine e l’evoluzione possibile dell’epidemia, ecc…
    Tuttavia essa ci insegna quantomeno che l’umanità ha un destino comune: lo vediamo nella minaccia che attraversa il mondo intero. La pandemia è una grande occasione per cogliere quella dimensione di interconnessione globale di cui parla papa Francesco nella Laudato si’: “Tutto nel mondo è intimamente connesso” (n. 16), “Tutto è in relazione” (n. 70), “Tutto è collegato” (n. 91). Da questa considerazione nasce l’affermazione che “qualunque azione sulla natura può avere conseguenze che non avvertiamo a prima vista” (n. 41), ma che si riveleranno disastrose per l’umanità e per il pianeta. L’idea di ecologia integrale che unisce dimensione ambientale e dimensione socio-politica indica la via di un esito creativo e fecondo alla crisi attuale. In effetti, all’esplosione del Coronavirus non è estranea l’interferenza degli umani sui diversi ecosistemi.
    Come ha scritto David Quammen nel suo libro Spillover, “quando noi abbattiamo alberi e deforestiamo, scaviamo pozzi e miniere, catturiamo animali, li uccidiamo o li catturiamo vivi per venderli in un mercato, disturbiamo questi ecosistemi e scateniamo nuovi virus”. Insomma, la lezione dovrebbe essere che non possiamo fare a meno gli uni degli altri e dobbiamo necessariamente inserire nella categoria di “prossimo” da amare e rispettare anche la terra, l’ambiente, gli animali, i vegetali, i minerali. Siamo tutti sulla stessa barca!».

    In questi mesi, la morte è entrata prepotente nelle nostre comunità. Uno scacco alla cultura “postumanista” e “transumanista”, che ritenendo che i limiti debbano essere sistematicamente superati opera una sua censura e rimozione. Come aiutare le comunità a rielaborare il tema della morte?
    «All’interno di una cultura radicale che si compiace della progressiva erosione dei limiti, ci si spinge fino al punto di cercare di scardinare il limite dei limiti, con il pensiero della “amortalità”, ovvero il fatto che la vita può essere teoricamente allungabile all’infinito, anche se qualcosa potrà sempre farla finire. Per elaborare la morte occorre prima riconoscerla e accoglierla come l’ultima fase della vita, come il limite che dà forma alla vita stessa: solo ciò che ha un inizio e una fine ha anche una forma ed è veramente vivo.
    Umanizzare il morire, come avviene per esempio negli hospice e con le cure palliative, è restituire un volto umano alla morte. La morte abbisogna anche di una ritualità. Essa è funzionale a una comunità che, celebrando il trapasso di un suo membro, si dispone anche a riprendere la propria vita e la propria missione. Oggi anche il “funerale” cattolico ha conosciuto una trasformazione dal basso che si esprime anzitutto nella personalizzazione dei riti funebri, per cui il rituale resta come involucro che accoglie sempre più elementi che onorano la specificità e l’individualità del defunto: non interviene solo il celebrante, ma anche parenti, conoscenti, amici del defunto con discorsi e rievocazioni.
    Un rituale subìto viene colmato da un rituale sentito emotivamente. La personalizzazione dei riti funebri significa anche la loro frammentazione e pluralizzazione. La ripetitività e “monotonia” liturgica fa posto alla pluralità delle parole e dei gesti dei partecipanti che cercano di onorare la singolarità del defunto facendo entrare nella cerimonia i segni distintivi della sua personalità: le sciarpe e i colori della squadra di calcio di cui era tifoso, un discorso rivolto direttamente al defunto da parte di un familiare, la lettura di una poesia, e così via. L’individualizzazione del rapporto con la morte e la sua desocializzazione emerge anche dalla diffusione della cremazione. Questi elementi, sotto gli occhi di tutti, devono essere tenuti presenti per operare un’elaborazione adeguata dei riti della morte affinché sappiano essere eloquenti per l’oggi».

    Nella fragilità si cerca di custodire le cose essenziali.
    Anche per la comunità cristiana è lo stesso. Cosa è bene per i cristiani custodire gelosamente in questo tempo? Nell’ultimo capitolo del tuo libro parli di «grazia della fragilità». Che cosa intendi? E qual è stato lo sguardo di Gesù sulla fragilità?
    «Dicendo “grazia” intendo che il riconoscimento umile e realistico della concreta situazione di fragilità propria e altrui conduce a fare di questa debolezza un elemento spiritualmente ricchissimo, potentemente umanizzante. La fragilità diviene creatrice di legami, agisce come ponte che istituisce rapporti tra diversi. Per quanto indesiderabile, la fragilità può divenire capace di mobilitare una società e di creare rapporti di solidarietà e dar vita a istituzioni che si prendono cura dei più bisognosi. Anche nella crisi del Coronavirus abbiamo visto fiorire il sentimento di solidarietà che si esprime sia in manifestazioni gratuite, sia in generosità e dedizione e aiuto verso chi è più bisognoso. Ovviamente il problema non è la fragilità in sé, ma ciò che se ne fa, il rapporto che istituiamo con essa: se riconosciuta e accettata, diventa fondamento di un agire etico. La fragilità è lo spazio in cui lo spirito umano può manifestarsi come resiliente, creativo, geniale. Certo, occorre uno sguardo che, invece di perdersi in complottismi e dietrologie, cioè cercando – come sempre nelle soluzioni di tipo moralistico – un colpevole, veda le vittime e si prenda cura di esse. Come ha fatto Gesù. Il cui sguardo non si è mai posato anzitutto sul peccato o sulla colpa dell’uomo, ma sulla sua sofferenza. E da lì è nata la sua azione di cura e di responsabilità per l’umano».

    (Jesus giugno 2020)



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