Il Cantico e Benigni
Tre opinioni
Benigni e il Cantico dei Cantici
Lidia Maggi
A Sanremo, al festival della canzone italiana, Benigni osa presentare la canzone più bella identificandola in quel capolavoro delle Scritture ebraico-cristiane che è il Cantico dei cantici. Ed è notevole che questo testo sia stato declamato all’Ariston, in un teatro e non in una chiesa o in una sinagoga. Un riconoscimento al carattere culturale e non solo religioso della Bibbia, vero proprio codice del nostro occidente, ovvero testo decisivo per leggere anche gli altri capolavori artistici della nostra civiltà.
Interessante anche il fatto che Benigni si sia avvalso di una traduzione letterale, citando vari esegeti. Non si è limitato a recitare il Cantico; lo ha introdotto, mostrando di essersi messo in ascolto della tradizione interpretativa, da Rabbi Achivà fino al recupero attuale del significato letterale, non allegorico del testo.
Il Cantico ci interroga su tutti quei modi di dire la fede che hanno separato il corpo dall’anima, lo spirito dalla materia. E lo fa mettendo al centro i corpi, abitati dal desiderio, chiamati ad amarsi. La relazione amorosa tra i due giovani amanti mostra che l’amore può abbattere i muri del patriarcato per dare corpo a relazioni libere, paritetiche. E’ proprio in una simile relazione amorosa che si sperimenta la sacralità della vita. Mi sembra questa la sintesi del messaggio di Benigni: ascoltare il Cantico più bello significa riscoprire che l’amore può ritornare ad essere una grammatica fondamentale per vivere la vita nella sua pienezza.
L’attore Benigni ha presentato la sua performance come un trailer finalizzato a stimolare la visione del film: un modo originale per invitare a leggere personalmente il testo, per riscoprire quel capolavoro della letteratura custodito nel Libro della vita.
Chi, come noi, da anni, lavora nel tentativo di dare voce al Libro assente, non può che giudicare positivamente l’operazione fatta da Benigni .
La quale non si riduce ad una lettura laica, che si limita a riaffermare la sacralità dell’erotismo. Dietro quel monologo si nasconde anche una provocazione teologica: proprio come nel Cantico, dove il nome di Dio non viene mai menzionato, chi legge è provocato a scorgervi un modo sorprendente di pensare al divino.
Il fatto che il Cantici dei cantici si trovi nella Bibbia non ci richiama soltanto alla necessità di interrogarci sul modo moralistico con cui il mondo religioso ha guardato alle relazioni amorose. Quel testo poetico osa mostrarci immagini inedite di Dio. L’amore di due giovani amanti clandestini, che si amano fuori dai vincoli matrimoniali, diventa anche il luogo dove si rivela lo sguardo di un Dio che ama fuori dai rapporti “canonici” in cui rischiamo di imbrigliarlo.
Dio si nasconde nelle effusioni amorose degli amanti. Si rivela assetato di baci e di abbracci. È un Dio che, a tratti, assume la voce di una ragazza audace e spregiudicata nelle proposte amorose; ma anche quella di un ragazzotto timido e reticente sopraffatto dall’esuberanza della sua amata.
Non possiamo che essere grati a Benigni per il suo prezioso monologo e per l’invito rivolto dal palco dell’Ariston a riprendere in mano la Scrittura e a leggere con gli occhiali della poesia biblica la vita, le relazioni e la fede.
(NEV)
Il sorprendente dono del Cantico dei Cantici a Sanremo
Rosanna Virgili
Che gioia il Cantico dei Cantici a Sanremo! Grazie a Roberto Benigni che ha sorpreso e stupito il Festival con quel libretto della Bibbia che la tradizione ebraica e cristiana ha conservato come la canzone più bella, la 'canzonissima' secondo una suggestione di Gianluigi Prato.
Tre sono i trascendentali: verum, bonum e pulchrum. Importante è il bello. L’arte, nelle sue forme più nobili – quali la musica, la pittura, la poesia – è capace di far emergere il divino che si annida nella Parola, più di ogni altro linguaggio.
E allora l’idea di far conoscere e gustare il Cantico è stata davvero stupenda, appropriata, preziosa per un pubblico tanto vasto e popolare come quello del Sanremo in mondovisione (e non può inficiarla neppure la forzata 'licenza interpretativa' che ha tradotto, tradendolo, l’amore tra amato e amata in altri amori che sono lontani e fuori dal limpido orizzonte biblico).
Del resto i duetti del Cantico, intervallati dalle voci del coro, assomigliano ai testi delle canzoni in gara e anch’essi nascono in un ambiente popolare; quadretti di vita rurale che hanno il sapore delle sere d’estate o del primo autunno quando, dopo la mietitura o la vendemmia, a notte, si faceva festa e gli occhi e le braccia dei ragazzi e delle ragazze si incrociavano, si intrecciavano, si inebriavano al sogno dei baci. Nel Cantico – scrive Guido Ceronetti – non c’è il nome di Dio, perché tutto è puro, quindi tutto è sacro! La forza dell’amore sveglia la primavera sui passi dell’amante che – inverosimilmente – è una donna. È lei a uscire per prima verso chi ancora non ha mai visto, ma è solcato nel suo desiderio profondo, nelle sue cavità vitali. Trasgressiva, testarda è la 'sorella' del Cantico, si sottrae all’autorità dei fratelli, non cura la sua vigna ma corre verso le 'tende dei pastori', esce nei deserti, batte la campagna, sfida le guardie alle mura della città, 'malata d’amore'! Una vera anomalia per un mondo in cui le donne non potevano scegliere i loro uomini ma venivano date in spose a scopo di procurare ai mariti una discendenza. Non avevano diritto sul proprio corpo, ma la donna del Cantico lo rapisce e ne fa guida e grammatica del viaggio dell’Amore. C’è un esodo dal sé, un’effrazione del self, per osare gli ignoti sentieri, le rischiose curve, gli anfratti del volto dell’Altro.
L’Amore è un’avventura senza garanzie, una strada senza ritorno, 'forte più della morte'. Irreversibile, fonte di creature nuove, diverse, bagnate di futuro. Amore che azzera i possessivi: 'io sono sua, mentre lui è mio': l’estasi di un’unione che non risponde alla tentazione di divorare l’altro, rendendolo un cadavere.
Ma è pienezza di 'te': del consegnarmi a te. Bocca d’infinito, sorso d’eternità, graffio di Vita! Nel testo originario le sue consonanti asciutte, nette, impossibili a essere fraintese. I sensi sono sentinelle e finestre del corpo, teso fuori di sé. 'Una voce, il mio amato': il primo senso è casto come l’udito. 'Come sei bella, amica mia, come sei bella, le tue labbra una striscia di porpora'. Gli occhi di lui scoprono l’incanto della pelle di lei 'color del miele', traduce magnificamente Luca Mazzinghi. Il tuo profumo è la quintessenza di ogni aroma delle piante più squisite d’Oriente; 'c’è latte e miele sotto la tua lingua'; l’olfatto e il gusto si alleano nell’estasi d’Amore dove il tuo nardo è ben più forte di ogni vino drogato. Restituiscono al corpo la sua anima. Un minuto solo dura il tatto ma procura un vero svenimento; com’era per i Greci così nel Cantico, l’Amore è lelymmenos 'scioglitore di membra'. Per fare 'dei due un corpo solo' direbbe l’Apostolo Paolo.
L’Amore è attesa, fatica, sudore di brama e di timore; esso regala attimi di estasi e anni di deserto, però quegli attimi valgono bene gli anni! L’Amore è corpo nudo, vuoto, puro, come il Santo dei Santi. Per questo il Cantico è il libro dei mistici, Paese sospeso. Dio come in un passaggio, la meghillà di Pasqua. Nel corpo che si perde è il profumo di Dio. Per questo è un gran peccato che la Chiesa abbia impedito per secoli l’accesso a questo piccolo libro, grandissimo tesoro, fonte di salute e salvezza per il corpo e per l’anima. Teniamo sveglio il cuore ora che 'il tempo del canto è tornato'.
(Avvenire - 8 febbraio 2020)
Lettura infinita dell'amore
Enzo Bianchi
È risaputo che gli italiani non sono assidui lettori della Bibbia, la quale sta magari nelle loro librerie senza essere letta. Giace senza che nessuno si preoccupi di far risuscitare le parole che contiene.
Eppure basta che venga citata da chi sa renderla eloquente che richiama e risveglia molti ascoltatori subito entusiasti. Così, pare sia successo per una breve presentazione e la lettura di alcuni versetti del Cantico dei Cantici da parte di Benigni in una trasmissione televisiva. Ci si potrebbe forse rallegrare, ma per quali ragioni?
Al cuore della piccola biblioteca che è la Bibbia, si trova il libretto che porta il titolo di Cantico dei Cantici, locuzione che esprime un superlativo: il canto più bello. È un libretto enigmatico attribuito al sapiente re Salomone ma in realtà è un poema di cui non conosciamo l’autore, un insieme “di frammenti di un discorso amoroso”, un testo antico di almeno ventiquattro secoli.
I rabbini, alla fine del I secolo dopo Cristo, dopo vivaci discussioni lo collocarono tra le Sante Scritture giudicandolo un testo che contiene la Parola di Dio, nonostante sembrasse ad alcuni un poema di amore profano, più adatto alle taverne che alle sinagoghe. Rabbi Achiba dichiarò: “Il mondo intero non vale il giorno in cui fu dato a Israele il Cantico, perché tutti i libri sono santi, ma il Cantico dei Cantici è il Santo dei Santi”. Dunque, il Cantico è il testo nel quale Dio è presente più che altrove e per questo gli ebrei e i cristiani lo hanno sempre letto nelle liturgie e lo hanno commentato con interpretazioni tipologiche e allegoriche. I protagonisti del Cantico, amante e amata, sono dunque Dio e il suo popolo, Cristo e la chiesa, Dio e l’anima del credente. Solo a metà del XVI secolo, un protestante, Sebastian Castellon osò leggere il Cantico come celebrazione dell’amore profano e per questo voleva toglierlo dalla Bibbia, ma la perla rimase nello scrigno. In ogni caso, dal secolo scorso l’interpretazione dominate nelle chiese cristiane legge il Cantico come inno all’amore umano, sensuale, erotico di due giovani amanti che su un piano di uguale dignità si rincorrono per celebrare la bellezza dei loro corpi, la gloria dei loro sentimenti, il mistero del loro incontro sessuale. Sì, è l’amore umano, l’unico amore di cui noi umani siamo capaci che è parlato, cantato, celebrato, vissuto e raccontato in questo straordinario libretto che nella conclusione giunge alla domanda: “Se forte come la morte è amore, chi vincerà in questo duello?”.
Le carezze, i baci, gli amplessi, il sesso, la forma dei corpi, il risuonare continuo del “tu” e dell’”io”, sono evocati nel Cantico al fine di passare dalla pulsione sessuale al desiderio erotico. Chi sa leggere il Cantico conosce l’autentica ars amandi come umanizzazione, come arte rara, vero antidoto alla pornografia.
E tuttavia, occorre anche dire che per venti secoli il Cantico è stato letto e commentato da rabbini, fino a Emmanuel Lévinas e dai primi monaci cristiani, fino a Bonhoeffer, come canto dell’amore tra Dio e il credente, attraverso migliaia di pagine di veri capolavori di letteratura spirituale. Ma se questo fosse stato detto da Benigni non avrebbe accresciuto l’ascolto.
(La Repubblica - 8 febbraio 2020)
















































