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    Io, io, io... e gli altri?

    Quali responsabilità di fronte alle minacce del covid


    Vinicio Albanesi

    È impressionante assistere al rifiuto della vaccinazione contro il Covid da parte di una significativa minoranza di persone che rappresentano varie condizioni e professioni, compresi medici e insegnanti. Recentemente questa opposizione sta manifestando forme di aggressività e di violenza insopportabili.

    Una ricognizione sui dati

    La domanda semplice che sorge è da dove nasca il rifiuto. Le risposte che danno gli interessati non convincono: «non vogliamo essere cavie» – «è impedita la nostra libertà» – «il Covid è un’invenzione» – «è il risultato di una complotto» – «tempo non sufficiente per elaborare un vaccino»…
    Approfondendo l’esame del fenomeno, le risposte vanno spostate indietro nel tempo ed esaminate nella storia. Sono esistite, anche nel XX secolo, epidemie e, in alcuni casi, addirittura pandemie: basta ricordare la cosiddetta «spagnola» all’inizio del secolo che ha mietuto milioni di persone, in assenza di risposte medicali. È andata meglio con l’influenza «asiatica» e con Ebola: la poliomielite, grazie alla ricerca e ai presidi medici, è scomparsa.
    I morti in Italia, per il Covid, sono stati oltre 130 mila; nel mondo oltre 4 milioni. I dati recenti dicono che intorno all’80% dei ricoverati attualmente in terapia Covid non sono vaccinati. I macro numeri dicono dunque che il vaccino funziona, anche se non è infallibile e in rari casi può produrre effetti collaterali negativi.
    Scenario ben conosciuto nell’esperienza comune: la medicina è una scienza imperfetta; i medicinali possono avere effetti collaterali negativi. È vero anche che la comunicazione della diffusione e delle risposte mediche al Covid non sono state sempre lineari e appropriate; né la risposta – soprattutto all’inizio – è stata tempestiva ed efficace.
    Le terapie intensive o semplicemente Covid hanno salvato molte persone. Il sistema sanitario, anche con difficoltà, ha risposto alla pandemia.
    Si assiste così a una specie di schizofrenia: da una parte, la ricerca di un sistema sanitario perfetto, soprattutto di urgenza/emergenza, dall’altra, la pretesa di essere liberi di prevenire la pandemia. Già qualche mese fa, di fronte all’obbligo delle vaccinazioni per l’infanzia (polio, difterite, tetano, epatite, pertosse, morbillo, rosolia…) si manifestarono sacche di resistenza.
    La spiegazione nasce da una radice che accomuna il rifiuto.

    Le motivazioni del rifiuto

    La risposta esplicita è che ogni individuo rivendica il diritto di decidere per la propria vita. Con una variante drammatica: il vicino, l’altro, lo stesso parente non deve intralciare la mia libertà che è assoluta e inviolabile.
    Non solo: al momento del bisogno, l’io individuale può cambiare opinione e rivendicare la risposta sociale, costituita dal sistema sociale che deve essere efficiente e infallibile. Emergono episodi di persone non vaccinate che, ricoverate, invocano di essere salvate, chiedendo scusa per essersi sbagliate.
    L’io è diventato ipertrofico e ingombrante. È l’epoca moderna che ha affermato il personalismo, diventato, di anno in anno, sempre più invadente.
    Nell’800 è stata smantellata la funzione della religione, ridotta a una forma privata di adesione di sentimenti, nemmeno intelligente. Si è passati allo Stato le cui leggi sono disattese, salvo difendersi dalle trasgressioni amministrative e penali: le difficoltà dei partiti politici si sommano nella mancanza di fiducia per la rappresentanza civile; vale anche per le organizzazioni sindacali. Il mondo del volontariato e del no profit è in difficoltà, dimezzato nei numeri e mai apprezzato, insinuando, di volta in volta, interessi e discredito.
    Ora è la volta della scienza alla quale non è più concessa fiducia.
    Ognuno si sente esperto di cose che non conosce, ma che, genericamente, tramite la comunicazione di rete, orienta il proprio sentire verso una tesi. Nessuna obiezione seria, con dati di esperienza, è presentata per opporsi all’orientamento medicale. È impressionante che lo facciano dei medici, i quali, per missione e mestiere, dovrebbero conoscere la materia. Opporsi a una cura dovrebbe essere sostenuta da dati certificati.
    D’altra parte, questo approccio solitario è diffuso in ogni aspetto della vita: affettiva, professionale, sociale. Molti delitti gravi hanno motivi di possesso: i femminicidi in aumento ne sono la dimostrazione. L’io aggressivo può uccidere moglie, figli, compagni e compagne, perché privato del possesso.
    La stessa famiglia è sempre più precaria e instabile. La comunione che pure si dichiara non si attiva a sufficienza: cambia in momenti diversi e per ciascuno dei due. Il bene dei figli spesso non è sufficiente a ristabilire equilibrio.
    Si sta chiedendo di avere libertà per la propria identità di genere; il disegno di legge Zan, in discussione in Parlamento [art. 1, lettera d] dichiara che, «per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».
    Sono alimentate le pressioni per la liceità degli uteri in affitto, con seme sconosciuto.
    Vale anche per la morte: l’eutanasia sta scivolando verso la richiesta della propria morte, a prescindere dalle condizioni di salute che altri dovrebbero certificare.
    Insomma, una specie di onnipotenza fondata sull’io che naturalmente è variabile perché soggettiva, da cui la richiesta di tramutare molti desideri in diritti.
    Questo soggettivismo è possibile in ambienti benestanti. Solo i ricchi possono chiedere sempre più benefici fisici, culturali, affettivi per il proprio benessere. Il tutto alimentato da tecnologia e commercio. Già ora si avvertono i limiti di bisogni non essenziali, ma spinti da pubblicità ossessive e da desideri indotti, salvo poi, per un’epidemia rimanere chiusi in casa.
    Chi deve provvedere alla sopravvivenza, ha altre priorità. I poveri sono allenati all’essenziale; probabilmente destinati ad avere meno angosce e paure.

    Come uscirne?

    Come si uscirà da questa tendenza, se le autorità morali e sociali sono inascoltate e ininfluenti?
    Credo che penserà la natura a far riscoprire il noi. Forzando l’individualismo, i disastri ambientali e personali diventeranno insopportabili.
    Già l’ambiente sta mostrando la ribellione allo sfacelo frutto di mani d’uomo: i cambiamenti climatici e l’inquinamento presentano il conto di un utilizzo spropositato dell’ambiente. Agglomerati urbani oltre i limiti della vivibilità, nuclei industriali inquinanti, spazi occupati senza respiro e razionalità.
    All’umano che cura solo il proprio io l’attende la solitudine. Fino a che si è ricchi, sani, giovani, sembra che la vita sia eternamente felice. Possono arrivare i mali, non augurabili, anche se possibili. Il solitario, nel bisogno, sarà affidato a mani straniere che lo accudiranno come lavoro, non creando comunione e affetti.
    Non è una visione apocalittica, ma l’unica strada per recuperare il noi: la fratellanza, su cui ha insistito papa Francesco con l’enciclica Fratelli tutti chiama a vivere in gruppi, familiari, territoriali, culturali nei quali la propria identità è in relazione con i propri simili, fino ai confini del mondo.
    I nostri bisogni personali e sociali possono evolvere solo nell’armonia del creato, perché ciascuno, con le proprie capacità, possa contribuire alla felicità propria e di chi incontra. Non a caso la regola aurea evangelica suggerisce di amare il prossimo come se stesso: l’io non è escluso, ma comprensivo di quello degli altri, costituendo la comunione tra i diversi.

    (Settimana News - 31 agosto 2021)



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