La Segreteria della F.I.E.S.
(NPG 1968-02-86)
Ci sono zone in Italia in cui la diminuzione dei giovani che partecipano agli esercizi spirituali sta diventando preoccupante; altre zone fortunate vanno registrando un autentico «boom» mai precedentemente raggiunto. Case per esercizi stanno sorgendo un po' ovunque in Italia, segno di una volontà precisa e di realizzazione indubitabili.
Ce lo siam chiesto più volte: perché questo? perché mentre in alcune zone diminuisce l'impegno degli esercizi in altre aumenta? sono o no disponibili i giovani d'oggi all'esperienza del silenzio? Nei molteplici incontri di studio che si vanno infittendo da qualche anno su la pastorale degli esercizi, emerge più volte sconsolata la constatazione delle difficoltà che in molte zone si incontra attorno all'impegno degli esercizi; verifica che appare ancor più amara se confrontata ai buoni e incoraggianti risultati di altre zone (poche).
Indubbiamente ci sta sotto tutta una problematica che abbraccia molteplici aspetti: di natura sociologica, ambientale, culturale, di tradizione; aspetti che andrebbero considerati uno ad uno per spiegare le diverse situazioni delle diverse zone d'Italia. Andrebbero inoltre considerati quegli aspetti che formano il contenuto dottrinale e la metodologia del rinnovarsi degli esercizi spirituali (Paolo VI ha parlato di necessaria «rielaborazione» degli esercizi). Lasciando o rimandando ad altra parte della rivista queste considerazioni, vogliamo qui attirare l'attenzione su un aspetto della pastorale degli esercizi che ci sembra di primaria importanza: il suo inserimento nella pastorale organica, parrocchiale e diocesana. A parte altre considerazioni che, come dicevamo s'aggiungono a completare il quadro, riteniamo essere oggi quanto mai indispensabile inquadrare la pastorale degli esercizi nel più vasto quadro della pastorale d'insieme. Crediamo di poter affermare che questa è la causa principale – o una delle principali – dei diversi risultati ottenuti nel campo degli esercizi delle diverse zone d'Italia. Riteniamo
cioè che un allargarsi della pratica degli esercizi, quale il Santo Padre domanda, sia stata resa possibile e continui a svilupparsi là dove le parrocchie e le diocesi vi si sono impegnate.
l nostro è tempo di «pianificazione». Anche la pastorale non può farne a meno. Non intendiamo certamente quella «pianificazione» che spersonalizza e appiattisce, che sostituisce la ricchezza delle iniziative particolari (pluralismo pastorale) con la massificazione della azione ministeriale. Ma indubbiamente un'organicità maggiore, anche con l'ausilio delle scienze parallele (statistica, informazione, psicologia, metodologia), va rendendosi non solo urgente, ma altresì insostituibile.
Conosciamo parrocchie e oratori in cui l'iniziativa degli esercizi si sta sviluppando fiorente: pensiamo, fra le tante, alla parrocchia di Fornovo Taro (Parma), in una zona non certo tra le più facili, che s'è costruita addirittura una casa per esercizi; pensiamo all'esperienza per gli adolescenti della parrocchia del Lingotto, a Torino; ai risultati di una parrocchia di piena città, a Brescia (S. Alessandro). Pensiamo all'azione prodigiosa sviluppata nelle diocesi di Verona, di Vicenza, di Brescia. Quasi sempre si tratta di iniziative per giovani. Non possiamo nasconderci il rilievo già fatto: in queste parrocchie, in queste zone s'è lavorato nel quadro di una pastorale organica e programmata.
Non ignoriamo che prima di tutto c'è un problema di contenuti e tutta una riforma da operare nel campo della predicazione. Ci pare tuttavia che i due aspetti – quello contenutistico e quello del metodo pastorale – debbano procedere in modo complementare. Neppure ignoriamo la validità della iniziativa privata, la ricchezza di cui impreziosiscono il volto della Chiesa il pluralismo delle
iniziative e la multiforme varietà della spiritualità. Queste sono ricchezze che vanno conservate e sviluppate. Non si tratta, tuttavia, di ridurre tutto ad uno schema piatto e invariabile, nè di sottoporre tutte le iniziative ad un'unica centrale organizzativa. Si tratta invece di coordinare, di stimolare, di collegare. È la Chiesa stessa che si sta muovendo in questa direzione: la Chiesa del Vaticano II ha fatto sentire matura e pressante l'urgenza di «comunione». Tutta la teologia del Vaticano II è su questa linea: si pensi ai concetti di «collegialità», di «koinonia», di partecipazione del popolo di Dio all'azione liturgica e apostolica. Si pensi alla centralità in cui è stata posta la figura del vescovo nel ministero della salvezza: in ordine teologico' e pastorale. Nuove frontiere si aprono all'azione della Chiesa: l'ecumenismo che unisce senza sopprimere le differenze, deve diventare un costume operante in seno stesso alla Chiesa.
Così gli esercizi.
In Italia è sorta da tre anni anche una «federazione» degli esercizi (e iniziative affini). È sorta da questa esigenza. Ed è sorta attorno all'episcopato: come servizio alle diocesi, compaginato nelle strutture diocesane.
L'azione da incoraggiare, ci pare, deve svolgersi in due direzioni. Da una parte la fermentazione della cristianità attorno al problema del «dialogo» con Dio (non si tratta di fare del nominalismo: in molte parti viene segnalata una certa allergia alla stessa dizione «esercizi spirituali»; ci sembra problema secondario: si chiamino come si vuole, queste iniziative, purché attirino l'attenzione sul problema del silenzio, che è atteso più di quanto si creda nel nostro tempo; occorrerà un po' di fantasia nel saper suscitare iniziative ed esperienze, anche al di fuori degli schemi tradizionali, purché mantengano l'ancoraggio ben saldo sul tema dell'incontro con Dio e su la necessità della riforma della vita). Ed una seconda azione, che potremmo dire, tanto per intenderci, organizzativa, deve tendere a «creare» delle strutture a livello parrocchiale, diocesano e interdiocesano. Non si tratterà di scoprire dei nuovi «cirenei» che si sobbarchino da soli («tanto c'è l'incaricato») l'opera degli esercizi; bensì di coordinare tutti i settori così da renderli globalmente corresponsabili. Sarà un'opera di stimolazione e di collegamento certamente efficace, nella quale si troveranno accomunati religiosi e diocesani, sacerdoti e suore, responsabili e laici dell'apostolato e conventi di clausura.
Bisogna fare in modo che le diocesi «sentano» il problema come proprio: laici compresi. Possibilmente a livello di consiglio pastorale. Non si dovrà aver paura a stanziare mezzi (e finanze) sia da parte delle diocesi, che degli istituti e delle parrocchie. Occorrerà promuovere anche una collaborazione di tecnici per approfondire l'aggiornamento delle case e delle attrezzature: tutte cose possibili solo sul piano della coordinazione organica della pastorale. Cosa questa che già si sta sviluppando in alcune diocesi, anche in collegamento regionale. Sarà così compito delle regioni e delle diocesi compilare dei programmi dei vari corsi di esercizi o incontri spirituali (preziosissima questa azione d'informazione), promuovere convegni di studio e ricerche di metodologia pastorale, suscitare stimoli di intelligente propaganda, promuovere collegamenti per lo scambio delle esperienze. Naturalmente l'azione tenderà di natura sua ad aprirsi sempre più a collegamenti di livello nazionale, attraverso convergenti sforzi del clero, dei religiosi e dei gruppi di laici.
La parrocchia è la cellula base dell'azione pastorale. Per quanto se ne verifichino oggi i limiti e le deficienze, essa rimane un punto di riferimento certamente insostituibile (anche se da integrare con altre iniziative). La parrocchia dovrà riprodurre (e anticipare) l'azione stessa organica delle diocesi: ben diversi sono i risultati quando il parroco e tutte le strutture parrocchiali (quelle «vere», anche se non ufficiali) si muovono collegate in questa direzione. Su un numero di Cristo al mondo del 1960 è apparso un «documento» di P.L.P. Bourussa e di C. Ruisecco dal titolo: «Il rinnovamento di una parrocchia di ottomila anime in Columbia». È un'esperienza certamente riproducibile sotto tutti i climi e tutte le latitudini. Indubbiamente occorre una volontà di base e una convinzione di partenza che presuppongono il primato dello spirito e della vita interiore nell'azione apostolica. Forse non sarà male tornare alle sorgenti di quell'anima di ogni apostolato di cui disse tanto bene qualche decennio fa l'abate Chautard. Aggiornandolo con le maturazioni affiorate nel clima del Vaticano II, in ordine all'universale chiamata alla santità e ai nuovi orizzonti della spiritualità. Continuità ed aggiornamento di una tradizione che ha costituito nel passato e sta dimostrando di poter costituire anche nel presente la base di una vera azione apostolica di santificazione e di salvezza.
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