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    Raccontare le proprie esperienze



    (NPG 1977-02-21)

    DOCUMENTO I: TESTIMONIANZE

    Abbiamo sfogliato le ultime annate di DIMENSIONI NUOVE. La rivista pubblica molte lettere di giovani e di gruppi giovanili.
    Spesso, in queste testimonianze vive, ritorna il tema dell'esperienza: la nostalgia per qualcosa vissuto un giorno ed ora lontano ricordo; la ricerca di esperienze altrui, per capire di più le proprie; la scoperta di valori nuovi e entusiasmanti, alternativi a quelli che si contestano, sulla forza di esperienze significative.

    L'esperienza di Taizé ha fatto di me un uomo nuovo

    «Il mio soggiorno a Taizé mi ha completamente sconvolto e ha fatto di me un uomo nuovo. In mezzo a 2.500 giovani ho discusso su tutti i piani. Si è parlato dell'avvenire degli uomini, della coesistenza pacifica, delle religioni, dei loro punti comuni, dell'avvicinamento. Non c'erano più né razze, né lingue, né divisioni, ma l'unità. Questo ha provocato in me dei mutamenti sostanziali. Avrei preferito parlare in arabo, dire i miei pensieri sul Cristo risorto. Perché, anche per me musulmano, il Cristo è risorto e ritornerà sulla terra alla fine dei tempi».
    «A Taizé noi abbiamo sentito la vita della Chiesa attaverso l'intensità e la forza della preghiera comune. Ci troviamo tutti assieme il mattino, il mezzogiorno e la sera per pregare. Ma pregare cosa vuol dire per un giovane del nostro tempo? Per noi pregare era prima di tutto trovarci assieme attorno al Cristo. La nostra preghiera non aveva niente di abitudinario, di monotono. Era al contrario un continuo rinnovamento. Nella nostra preghiera vivevamo la sofferenza della Chiesa, cantavamo la gloria dí Dio, ci sostenevamo gli uni con gli altri. Bisogna vivere la preghiera comune per capire fino a che punto pregare insieme significa sentirsi figli di uno stesso Padre e fratelli. Per noi la preghiera non era una corvée, era una gioia. Una gioia che avremmo voluto condividere con tutti».

    Non sappiamo che fare. Scriveteci le vostre esperienze!

    «Siamo un gruppo di giovani, lavoratori e studenti; proveniamo da varie esperienze sociali, che tuttora svolgiamo e che ci coinvolgono: attualmente ci stiamo interessando all'Ospizio dei vecchi della nostra zona.
    È già qualche mese che dedichiamo la domenica pomeriggio a far loro compagnia ecc.; è nostra intenzione però intervenire in modo più deciso sia a livello comunale-politico, che pratico-assistenziale.
    Ci farebbe piacere, e ci servirebbe molto, avere dei contatti con chi ha già avuto esperienze del genere per uno scambio di idee e di consigli. Grazie a chi ci scriverà e ciao a tutti!».
    «Sono una ragazza di 18 anni e sono in crisi perché sto brancolando nel buio circa il mio futuro: non ho infatti idee chiare su che cosa fare in avvenire, quale strada seguire. Sono alla disperata ricerca di una MIA via, voglio a ogni costo realizzare la MIA vita. Sto frequentando il V anno dei corsi sperimentali per segretarie di amministrazione e di una cosa sola sono sicura: che non ho alcuna intenzione di passare la vita ad ammuffire in un ufficio.
    Vorrei dedicarmi agli altri, aiutare coloro che soffrono sia moralmente che fisicamente, vorrei dividermi in milioni di parti per andare contemporaneamente nelle più sperdute missioni del mondo e negli istituti per subnormali, disadattati, spastici, ecc... Ma non ho ancora mosso un dito e non so nemmeno da che parte incominciare. Naturalmente tutto questo è per colpa mia: io sono una di quelle persone codarde, vigliacche, che versano fiumi di belle parole, ma che in realtà non fanno niente.
    Sarei veramente contenta se tutti coloro che ne hanno voglia mi scrivessero per raccontarmi le proprie esperienze, per dirmi come hanno fatto a trovare la propria strada, a realizzare le loro aspirazioni. Non faccio distinzioni: può scrivermi tanto l'imbianchino quanto colui che ha dedicato completamente la sua vita agli altri».

    I valori nuovi li ho scoperti facendo esperienza di lavoro

    «Passeranno i calli, il mal di schiena, la sete, i raffreddori, le paure, le barbe, ma rimarrà qualcosa che è inscindibile dalla nostra vita: è stata una pagina di salvezza vissuta con e per i fratelli del Padre comune. Abbiamo gustato la bellezza dello stare insieme in una comunità viva che si ama, i cui membri operano l'un per l'altro e tutti per uno. Abbiamo constatato come l'amicizia rappresenti uno dei principali valori esistenziali».
    «I giorni passati tra i poliomielitici sono stati i più belli di tutta l'estate. Qui mi sono reso conto che il mondo non è solo questo mio piccolo mondo di ogni giorno, obbligandomi così a cambiare tante idee e tanti pregiudizi. Quei giovani mi davano continuamente una salutare lezione di forza interiore e di sano ottimismo e di questo io li debbo ringraziare: senza questa esperienza sarei vissuto per tanti anni ancora, e forse per tutta la vita, con la testa nel sacco».
    «Questa mia esperienza mi ha aiutato a comprendere più realisticamente il valore della vita. Si è vestiti sempre dimessamente, si è lavorato molto, si è mangiato solo sufficientemente dal punto di vista quantitativo e scarso da quello qualitativo, ma tanta era la gioia di vivere che ci sprizzava dalla pelle, che tutto questo non veniva neppure preso in considerazione».

    Ho tanta nostalgia...

    «Come gli altri giorni, nonostante il mio lavoro e l'Università che frequento, mi sento vuota. Non so, mi sento viva la volontà di fare qualcosa, di darmi da fare, di non sprecare il mio tempo.
    Qualche anno fa appartenevo a un gruppo che si dava da fare per i ragazzi sud-vietnamiti poliomielitici di Don Gnocchi; siamo stati con loro, abbiamo cercato di instaurare un dialogo, ma non ci siamo riusciti. Il gruppo a poco a poco si è sciolto. Ognuno per la sua strada. Ho tanta nostalgia di quei giorni delle raccolte di carta, così poveri, così faticosi, ma così veramente vivi e pieni. Adesso, inserita nella vita cosiddetta «produttiva», piena di attività e di impegni ( ? ), mi sento assolutamente inutile, e più ancora quando ricordo quei momenti di unione, di allegria, di ripensamento, di vera vita cristiana quando stanchi, sfiniti, poveri e conciati male, eravamo così ricchi dentro.
    Ho tanto bisogno di sentire che qualcun altro la pensa come me. Vorrei partecipare a un campo di lavoro se è possibile, non mi interessa andare a divertirmi quando penso che tanto mio tempo sarebbe più prezioso, se usato diversamente, per me e per gli altri.
    Ho finito il sermone».

    DOCUMENTO II: PERCHÉ IL CAMPO-SCUOLA

    Il gruppo giovanile dell'oratorio salesiano di Torino-Valdocco ha partecipato ad un campo-scuola. È stata una esperienza importante, che ha smosso le acque e ha posto le basi per una presenza nuova e più vera del giovane dentro e fuori l'oratorio.
    Quando è tornata la calma, il gruppo si è ritrovato a pensare all'esperienza vissuta. E ha steso un documento, destinato ai partecipanti e a tutti gli altri.
    Non c'è la cronaca delle giornate vissute al campo. Sono invece sintetizzate le idee-centrali di ogni giornata e le riflessioni conclusive, che proiettano il tempo del campo-scuola verso il quotidiano.
    Riproduciamo qualche brano di questo documento. Al di là delle cose che sono segnalate, il metodo di lavoro dà già da pensare.

    Un campo-scuola che ci interpella

    La prima constatazione sul campo scuola di Ivrea ci pare sia la grande partecipazione del nostro Oratorio. Infatti eravamo il gruppo più numeroso e con molti nuovi all'aria dei campi-scuola.
    Se questa cospicua presenza ci mette molta gioia, per altro ci riempie di responsabilità di fronte al quartiere, di fronte alla Chiesa.
    Sarebbe infatti come aver rubato soldi ai poveri se Ivrea rimanesse una splendida cittadina piemontese dove si sono trascorsi tre giorni di sogno, di villeggiatura, di allegra compagnia che non hanno cambiato nulla nella nostra vita.
    Ci è sembrato quindi necessario stendere questo articolo che è una messa a fuoco di problemi, una loro puntualizzazione.
    Questo rimane soltanto una sintesi della grossa mole di lavoro svolto, per questo è parziale, ma si propone come pista di discussione per alcuni incontri che stiamo progettando per la fine di gennaio.
    Lo scopo di queste riunioni è duplice: coinvolgere più persone e incarnare i grossi discorsi fatti sulla realtà del nostro quartiere cercando sbocchi di impegno. La vita si vive nel caos del quotidiano, a Valdocco, a scuola, al lavoro, in famiglia, con gli amici: la finalità ultima quindi del campo è la vita, aiutare il giovane a ributtarsi con più grinta e più fede in un quotidiano che rischia continuamente di divorarlo in una vita tranquilla, passiva, borghese, insignificante, qualunquista, apolitica e alienata dai veri problemi dell'uomo.

    Dal campo alla vita quotidiana

    Il campo è partito «sparato» con dei chiodi ben precisi:
    – fare comunità
    – disponibilità totale
    – lavoro duro
    – preghiera come momento forte della giornata.
    Si è lavorato ad una tensione abbastanza alta, tanto che tutti chi più chi meno ne è stato coinvolto fin nel profondo, fino ad arrivare a mettere in crisi un po' tutta la vita.
    Il campo è terminato con parola d'ordine molto precisa: dalla crisi ai fatti. Ci siamo lasciati con una intenzione precisa di mordere nella realtà locale della vita di ogni giorno: famiglia, scuola, comunità giovanile, per creare veramente un mondo più a misura d'uomo.
    Come colui che parte per un lungo cammino, ci siamo posti delle mete ben precise da raggiungere in maniera graduale e sempre progressiva.

    1. Dobbiamo educarci a un servizio più qualificato nel nostro quotidiano, cioè nella scuola, lavoro, ai piccoli degli oratori, al quartiere e alla nostra comunità parrocchiale.
    La chiamata al servizio ci viene prima di tutto dalle attenzioni alle esigenze locali, cioè da una continua analisi della situazione storica in cui viviamo. Non vogliamo accettare un servizio fatto solo per far bella figura, o solo per aver il passaporto per la comunità giovanile.
    È compito di tutti scoprire insieme ogni gidrno quali siano le forme più attuali di servizio, quelle più vere, quelle che sono per un'autentica e profonda liberazione degli altri.
    La liberazione totale dei fratelli è la seconda grande motivazione che ci spinge ad un servizio più qualificato. È la liberazione che trova la risposta più profonda ed ultima nella morte e risurrezione di Cristo, nella sua continua presenza in mezzo a noi, come forza critica, che non ci lascia mai sedere sui piccoli traguardi raggiunti.
    Egli cí propone mete sempre più radicali, ci aiuta, ci chiama ogni giorno alla conversione, per trasformare la nostra debolezza e impotenza nella sua forza e nella sua continua novità.

    2. Dobbiamo inoltre scoprire il gruppo di appartenenza in cui verificare e qualificare sempre più il nostro servizio specifico agli altri.
    Tutto questo perché siamo convinti che non possiamo lavorare soli; perché altri hanno bisogno del nostro aiuto e noi abbiamo profondo bisogno dell'appoggio degli altri.

    3. La comunità è stata un'altra profonda scoperta per i giovani che hanno fatto il campo.
    Guardiamo alla comunità come luogo di riferimento di tutti i giovani, e quindi il luogo di riferimento di tutti i gruppi di appartenenza.
    Tutto questo perché, lavorando tutti, in maniera diversa, con i più piccoli, abbiamo bisogno di verificare se i valori che vogliamo dare loro non sono contraddittori, o controtestimonianti.
    Perché inoltre, non è sufficiente, nella vita giovanile, l'azione, ma abbiamo bisogno di momenti d'insieme, che ci danno un po' la ricarica e l'entusiasmo per continuare nel «duro» quotidiano.
    Crediamo a una comunità giovanile fondata sui progetti e sui valori, che tende agli stessi fini, e non soltanto fondata sui rapporti primari dell'amicizia e dello stare bene insieme.
    È questa una realtà dura da assorbire, ma non per questo meno vera, a cui dobbiamo tendere giorno per giorno con lo sforzo di tutti e di ciascuno. La comunità diventa così uno dei luoghi privilegiati della crescita umana, dell'approfondimento dei problemi umani dei giovani, della verifica e della lettura di alcuni momenti importanti della storia politica e sociale di ogni giorno, ed infine il luogo privilegiato della crescita della fede nel continuo atteggiamento di conversione davanti alla proposta che ogni giorno il Signore ci mette di fronte.
    Rifiutiamo quindi una comunità come «oasi» nel caos del mondo, ma la vogliamo progettare come il luogo della continua apertura ai problemi del mondo, perché essa è nel mondo, e deve educarci a vivere nel mondo.

    PROBLEMI EDUCATIVI

    Le testimonianze che abbiamo trascritto hanno sollecitato nel lettore pensoso molti interrogativi di ordine educativo e pastorale. Nella viva voce, di giovani hanno preso consistenza i problemi che ogni giorno ci portiamo dentro, quando avvertiamo l'urgenza di promuovere una crescita verso i valori, umani e cristiani, che fanno l'uomo nuovo.
    Vogliamo ricordare alcuni di questi interrogativi-problemi: per far scoprire come «importanti per ciascuno» le cose su cui rifletteremo nelle pagine seguenti.

    1. L'esperienza come fattore educativo e pastorale

    Oggi c'è un accordo diffuso, anche se non sempre pacifico, su di un fatto, che poniamo come pregiudiziale a tutta la nostra ricerca: le esperienze sono il luogo privilegiato per la comunicazione dei valori e quindi per l'educazione e per l'educazione alla fede.
    L'affermazione è condivisa? E, soprattutto, è motivata?
    Quali sono le ragioni concrete che fondano questa affermazione, abbastanza nuova nei confronti della educazione tradizionale che, invece, privilegiava la comunicazione dei valori attraverso la proposta verbale e razionale? Come si vede, il tema richiede un approfondimento di ordine metodologico, per fondare il rapporto tra educazione e esperienze, e di ordine teologico, per comprendere la relazione stretta che corre tra fede, salvezza e esperienze umane.

    2. Quale esperienza?

    A monte degli interrogativi segnati nel punto precedente, c'è un problema più serio: quando si può parlare di vera «esperienza» (e quindi di possibilità di comunicare valori attraverso l'esperienza)? La domanda non è retorica. La parola «esperienza» è oggi tra le più usate, ma con significati diversi. Anche nella rassegna delle testimonianze giovanili, emergono usi differenti della stessa espressione. Se non è precisata, attraverso una definizione-descrizione, la parola è equivoca e quindi produce equivoci, gravi sul terreno educativo e pastorale. Basta prendere parte materialmente a fatti e avvenimenti, per parlare di esperienza?
    Che ruolo devono giocare emozione e razionalità, per fare realmente esperienza? Si fa esperienza solo di cose concrete, manipolabili fisicamente, o si può fare esperienze anche di valori (per esempio di ordine trascendente)? E come?
    La «nostalgia» che resta in cuore dopo una esperienza vissuta, non può indicare l'assenza di comprensione e interiorizzazione vera dei valori contenuti nell'esperienza... e quindi una scorretta esperienza? E come procedere ad interiorizzare l'esperienza, nei suoi aspetti positivi e negli innegabili disvalori di cui ogni espressione umana è sempre carica?
    È sufficiente raccontarci in termini romantici le «nostre» esperienze o bisogna fare la fatica di analizzare freddamente il vissuto esperienziale, perché diventi reale proposta di valori?
    E, infine, quando si può parlare di esperienza? Sono necessarie esperienze-forti (un campo di lavoro, il soggiorno a Taizé...) oppure bastano le esperienze banali del quotidiano? Come collegare questi due momenti, per evitare l'alienazione che porta a cercare sempre qualcosa di più forte, per superare la crisi del quotidiano?

    3. Evangelizzazione ed esperienze umane

    Dicevamo già che l'attuale pastorale giovanile sente in termini molto stretti il rapporto tra evangelizzazione ed esperienze umane.
    I modi possono variare, ma l'accostamento dell'esperienza umana (e la programmazione di esperienze impegnative) per la proposta cristiana esplicita, è oggi un fatto teologicamente indiscusso. -
    Il processo non è però meccanico: ogni forma di rapporto tra esperienze umane e fede comporta limiti edifficoltà specifiche. Le ricordiamo, non per sottovalutare la validità del procedimento, ma per sottolineare un nuovo problema pastorale, con cui confrontarsi.
    a) L'iniziazione alla fede può diventare semplice pedagogia della maturità umana. Non è forse vero che molta nostra catechesi si riduce ad un discorso umano, attento e raffinato fin che si vuole, ma sempre lontano da un riferimento esplicito alla fede trascendente?
    La pastorale si riduce alla sola pedagogia della personale maturità, ad una propedeutica all'impegno sociale e politico, ad una matura esperienza di convivenza nel gruppo.
    Tutto ciò è tutt'altro che da squalificare, come se fosse tempo sprecato o se non avesse significato come servizio alla crescita dei giovani. Ma può diventare il «tutto» della pastorale giovanile?
    b) Il difficile momento del passagio-innesto tra umano e divino.
    A molti educatori e nei modelli operativi che essi utilizzano, riesce davvero difficile «passare» dalla riflessione umanizzante alla proposta di fede. Si avverte un salto, che fa scadere l'attenzione o riproduce quella percezione di una fede fuori dalla vita, che proprio si voleva evitare.
    Una certa discontinuità è esigenza intrinseca della proposta, perché fede e salvezza sono sempre in rapporto discontinuo rispetto alle esperienze umane. Ma, in molti casi, la discontinuità diventa rottura o, peggio, strumentalizzazione. Perché? Come riuscire a saldare a fondo esperienza e fede?
    Come leggere l'esperienza umana, perché si faccia aperta alla significatività che propone la fede?
    c) Il pericolo di un riduzionismo etico.
    Il cristianesimo non è prima di tutto un fatto etico, anche se non può essere pensato senza un preciso e fondamentale impegno etico. La proposta cristiana è la proposta di una salvezza offerta dal Padre, in Cristo, a tutti gli uomini, al di là di ogni possibile merito etico.
    Un certo modo di collegare esperienze e fede comporta, invece, il pericolo di assolutizzare la dimensione etica a scapito di quella centrale: sia quantitativamente (in quanto cioè vengono trattati temi esclusivamente di sapore comportamentale) o qualitativamente (nel modo, cioè, in cui vengono analizzati i diversi temi umani ed evangelici, limitando il discorso a soli suggerimenti moralistici e di comportamento). Basta fare una recensione dei temi più gettonati, nella catechesi giovanile, per rendersi conto del grosso pericolo (amicizia, sessualità, rapporto ragazzi-ragazze, droga, violenza...). Come uscirne? Come collegare la concretezza dei fatti umani alla contemplazione del dono gratuito di salvezza? Come far comprendere la novità di vita, fatta prima di tutto di atteggiamenti e non di semplici comportamenti?



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