Paolo Danuvola
(NPG 1980-05-18)
Scuola: il tassello di una composizione complessa
Pur nel carattere limitato e informativo di questo contributo è necessario collocare il problema della scuola in un contesto più vasto, proprio perché essa è solo un aspetto della società in cui viviamo; società che sta faticosamente ricercando senso, prospettiva di impegno, nuove modalità di realizzazione di una convivenza civile più giusta. - Nella nostra società in transizione si evidenziano ormai alcuni fenomeni da cui non si può prescindere per un discorso sulla scuola. Brevemente:
- lo scollamento fra scuola e società è prevalentemente in termini professionali: la scula risente invece - e fortemente - delle tensioni, conflittualità, perdita di ruoli, ideologizzazioni, ricostituzione in blocchi, che la società è andata accumulando. La scuola è anzi cassa di risonanza di questa realtà conflittuale in evoluzione;
- il valore della conoscenza è sempre più evidente, come dimostrano il moltiplicarsi a livello sociale dei canali di comunicazione, informazione, banche di dati; la scuola stenta ad inserirsi in questo discorso consumando il suo tempo ad interrogarsi sul proprio ruolo;
- il modello educativo scuolacentrico, inteso come pacchetto spendibile tutto in una volta entro la giovinezza, è in crisi. Si moltiplicano invece le agenzie informativo-educativo tipo i mass-media, i gruppi di amici, le esperienze lavorative stesse;
- la scuola non è più vista come canale di scalata sociale e quindi come strumento per evitare l'impegno del lavoro manuale. È considerato «mancante» chi non la frequenta, più che positivamente corredato chi vi è stato o vi è inserito;
- le spese pubbliche in campo scolastico sono (a livello occidentale) ormai talmente elevate che difficilmente potranno avere ulteriori integrazioni dai relativi Governi. Questo costringerà - e non è un fatto negativo - a ripensare ad una qualità oltre che alla quantità della scuola;
- la realtà giovanile è caratterizzata da una situazione per cui dal «rifiuto del padre» si è passati oggi ad una condizione di giovani che si sentono «orfani»; e questo anche a causa dell'incapacità degli stessi adulti di stimolare senso di appartenenza ad un contesto più ampio del proprio gruppetto, e coscienza di continuità. Alle certezze di un tempo sono subentrati inoltre i miti, che non reggono però oggi alla prova dei fatti; alla cultura che moriva i giovani non hanno saputo sostituirne una nuova. La stessa loro permanenza nella scuola pare attraversata da una perdita progressiva di senso.
Aspetti quantitativi del fenomeno scolastico-superiore
A differenza della scuola elementare (dal 1971-72) e di quella media (dal 1976-77) la secondaria superiore inizia ad avvertire solo ora la possibile futura contrazione di iscrizioni: questo dipende dal fatto che a differenza della scuola dell'obbligo, gli iscritti alla superiore negli anni '70 erano solo poco più del 50% dei giovani delle rispettive classi d'età (la media più bassa dei Paesi industrializzati; dal 1976 sono diventati il 75%).
Nella scuola superiore incide inoltre in modo consistente il fenomeno degli abbandoni (una media, nel 1976-77, del 7,8%, che diventa però del 15,5% se viene preso in considerazione solo il 1° anno) e sta riprendendo quota quello delle ripetenze (passato dal 7,3% del 1975-76 al 9% del 78-79).
Si presenta, di seguito, la situazione scolastica italiana al livello post-obbligatorio (comprendente sia il filone di dipendenza del Ministero della Pubblica Istruzione sia quello di competenza regionale, escludendo invece corsi CRACIS, e 150 ore e similari): da essa si rileva, oltre alla distribuzione delle scelte, anche la fase tuttora ascendente (pur con una tendenza all'appiattimento) del fenomeno «scolarità superiore».

Anche se riferentisi alla sola Regione Lombardia, è interessante l'analisi delle ragioni di scelta scolastica indicate dagli studenti della superiore (esclusa la scuola professionale di dipendenza regionale): da esse si rilevano infatti le discrezionalità dei giovani di fronte alla valutazione di sé, il relativamente limitato ruolo delle famiglie, l'influenza della mancanza di possibili alternative, l'incidenza dei servizi di trasporto. Ecco i dati riportati nella seguente tabella:

Atteggiamenti, aspettative, prospettive nel rapporto giovani-scuola
Abbiamo fin qui esaminato il contesto in cui opera la scuola e come essa risenta di ciò che la circonda; siamo poi passati all'analisi di alcuni dati, generali o parziali ma generalizzabili, riguardanti la scolarità superiore. Vorremmo ora tentare qualche indicazione - seppur frammentaria e provvisoria - sulle prospettive del rapporto giovani-scuola, visto però dal suo interno.
Il ruolo della scuola è sempre più relativizzato: anche se quantitativamente rilevante l'istruzione superiore non è più considerata dai giovani «la» via garante dell'accesso a pieno titolo alla vita adulta.
I diversi indirizzi scolastici (licei, istituti..) sono considerati dagli studenti sostanzialmente omogenei sia perché alcuni contenuti socio-politici sono di dominio comune anche se istituzionalmente accostati in modo diverso (es. il problema dello Stato affrontato a partire dalla filosofia nei licei e a partire dal diritto negli istituti...), sia perché a differenza di un tempo gli istituti non garantiscono sbocco occupazionale, sia ancora perché i liceali sono spesso disponibili ad una occupazione di tipo professionalizzante (es. bancario) alla fine della secondaria.
Si avverte inoltre una nuova richiesta di professionalità che non sempre si accorda con la domanda di curricoli scolastici più flessibili, fra loro intercambiabili, con facilità di passaggi fra indirizzi (vedi gli obiettivi, almeno enunciati, di tutti i progetti di riforma della secondaria).
Pare ormai consistente la ricerca di un lavoro part-time da accostare alla scuola. Questa realtà, poco conosciuta, sollecita interesse soprattutto per la verifica di quelle ipotesi di alternanza scuola-lavoro che vanno affermandosi in Italia (anche se fmo ad ora solo sul piano teorico) e che progettano una «spendibilità del diritto-scuola» nell'arco della vita e non solo nel momento educativo giovanile. Va tuttavia fatto rilevare come allo stato attuale il lavoro studentesco (che dati ISTAT stimano nel 36% circa degli studenti secondari!) sia caratterizzato da precarietà più che da effettiva alternanza.
In questa situazione la scuola è vista spesso come «vivere allla giornata» più che come progettualità del futuro.
La riscoperta del «valore dello stato», è normalmente assunto come risposta personale ad una situazione giudicata deteriorata, più che occasione per scuotere uno stato di inerzia sulla base di una ritrovata solidarietà.
Lo stesso docente si rifugia spesso - per crisi di ruolo 1- in un prevalente tecnicismo ed in una asettica «professionalità del metodo», che non risponde alla richiesta giovanile d'incontro-scontro con adulto-educatore.
Esiste una fuga dalla funzione didattica che si esprime anche in termini di precoce pensionamento; contestuale è però la ripresa di un ruolo autoritario dei docenti come risposta alla domanda studentesca di sicurezza.
Per quanto riguarda la partecipazione alla gestione sociale della scuola, essa risente della pesantezza accumulatasi in questi anni. A parte le speculazioni che anche in questo campo gli adulti - soprattutto attraverso i partiti - hanno fatto delle difficoltà giovanili, resta aperto il problema di come realizzare un rapporto di complementarietà fra movimenti e istituzioni, fra privato e pubblico, fra personale e politico. Ancora una volta è in gioco una filosofia di società: se l'ente locale - democraticamente eletto - debba restare l'unico interprete delle esigenze espresse sul territorio; se i partiti costituiscono l'unico canale di comunicazione fra realtà di base e istituzioni; o se è possibile costruire uno spazio di comunicazioni, di progettualità, di decisionalità a livello di società civile dove i «mondi vitali» (gruppi, associazioni, interessi culturali...) ricostruiscano solidarietà capaci di animare le istituzioni.
E una sfida a cui non si può rinunciare di dare risposta, a partire dalla scuola. L'iniziativa politica risente, anche nella superiore, della pesantezza di un momento di crisi. Essa però non crede più nel miracolo dello spontaneismo, quanto piuttosto nella necessità di organizzare la spontaneità.
La politica, intesa nei suoi aspetti istituzionali ma anche nella quotidianità di un impegno incisivo, rischia però di tornare ad essere uno spazio per «addetti ai lavori». Si sta manifestando infatti una tendenza che vede da una parte chi si butta nel personale ma dall'altra chi vuol far politica "solo a tempo pieno "; una politica intesa quindi come iniziativa di esperti.
















































