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    La sensibilità ecclesiale a proposito di «nuovi valori»


    Franco Ardusso

    (1980-05-51)


    NUOVI VALORI: AL DI LÀ DELLE PAROLE

    Si parla, oggi, di «nuovi valori» e di «nuova progettualità», a proposito di giovani e della società nel suo insieme. Qual è la sensibilità ecclesiale a questo tema? C'è accoglienza o indifferenza? C'è per caso un irrigidimento di fronte al nuovo momento culturale, o addirittura un ritorno ai valori tradizionali?

    Premetto che è molto difficile rispondere a questa domanda e alle seguenti. Bisognerebbe aver fatto delle vaste esplorazioni. La mia risposta è soltanto un tentativo, molto discutibile, di fiutare la situazione contemporanea.
    C'è indubbiamente una diffusa sensibilità verso i «nuovi valori», per usare i termini della domanda. Forse però sarebbe meglio parlare di sensibilità (senza dimenticare che ci sono fasce, non so quanto estese, di insensibilità e di indifferenza) verso nuovi «bisogni», i quali sottendono dei valori.
    La prima impressione è però che il mondo dei valori e dei significati sia profondamente disgregato, per cui si può parlare solo di qualche brandello qua e là emergente. Forse è esagerato dire con S. Acquaviva che la nostra società è caratterizzata da «un vuoto etico e culturale» in cui «al vecchio, distrutto, non si è sostituito nulla di consistente» (Il seme religioso della rivolta, Rusconi, Milano 1979, p. 18). Tuttavia, mi sembra di poter cogliere un'intuizione profonda nell'immagine di Acquaviva il quale, dopo aver fatto la diagnosi della frantumazione odierna dei sistemi di valori religiosi e laici, osserva che «è come se al bambino piccolo fosse stato fatto a pezzi l'orsacchiotto rassicurante con cui si addormentava ogni sera» (Ivi, p. 107).

    Fino a che punto i «nuovi bisogni» stanno generando «nuovi valori»?

    Nel dare una risposta è necessario tener presente che quella attuale è una fase di provvisorietà che non permette diagnosi e terapie facilone o affrettate. I «nuovi bisogni» (coi relativi valori ad essi corrispondenti) sono soprattutto relativi alla realizzazione del singolo, in reazione ad ogni forma di massificazione e strumentalizzazione. Si tratta del bisogno di identità, di riconoscimento, di integrazione, dello stare con altri in un rapporto immediato, di fare esperienze concrete, di spontaneità e di creatività, di valorizzazione degli aspetti non razionali dell'esistenza, della valorizzazione del corpo e del sentimento, della lotta per ciò che Lukàcs e la sua discepola A. Heller chiamano «una nuova qualità di vita». Nella misura in cui l'attenzione a questi bisogni (che indubbiamente sottendono dei valori) diventa esclusiva, ed esclusivo diventa il soddisfacimento di bisogni immediati, senza alcuna regola etico-sociale, si cade nel soggettivismo, nel privato, nello spontaneismo, nel disimpegno sociale e politico, nella fragilità dovuta al fatto di non confrontarsi seriamente con altri, e di non misurarsi con realtà impegnative spesso poco gratificanti, nell'edonismo e nel pragmatico, ecc.

    Se esiste una «nuova progettualità» concerne la vita dei singoli

    Tutto ciò non può non sfociare in una patologica assenza di progetti, anzi, nella diffidenza verso ogni tipo di progetto, sia politico che religioso. Per questo mi sembra difficile oggi parlare di «nuova progettualità». Ciò che predomina è proprio la mancanza di progetti, la viva percezione della crisi dei progetti esistenti. Un progetto implica sempre uno sguardo al futuro ritenuto significante, l'apertura a delle prospettive. Ora proprio a questo riguardo c'è aria di crisi. Uno dei tratti caratteristici di molte persone contemporanee è la a-progettualità, specialmente se si tratta dei giovani. Gli adulti stessi non offrono molti progetti. E se li offrono, sono a volte tutt'altro che soddisfacenti e credibili. Per questo, come già si è detto, emergono in primo piano i valori concernenti la vita del singolo (identità, riconoscimento, aggregazione di tipo primario, ecc.). Il gruppo o movimento è spesso sostitutivo della società alla quale ci si sente estranei. Ne deriva che l'aggregazione è di tipo rassicurante, una specie di difesa e di ricerca di protezione, sotto la quale si nasconde talora vuoto e paura. La disperazione è in agguato.
    La non-progettualità si presta ad avere almeno due sbocchi: il vivere alla giornata, prendendo ciò che viene, accontentandoci dei piccoli assoluti contingenti, oppure l'incitamento ad esplorare spazi inediti o dimenticati e rimossi. In questo secondo caso potrebbe anche farsi strada qualche nuovo progetto. Più probabile e prevedibile è la concentrazione su mete parziali, concrete, non totalizzanti.

    La Chiesa italiana si è resa conto del mutato clima culturale

    Nei confronti della situazione sopra delineata mi pare di notare una sensibilità ecclesiale abbastanza diffusa: la volontà di essere presenti all'attuale momento di trapasso culturale. Questa volontà non sempre si traduce in azione concreta, resta a volte velleitaria, da puro osservatore che gioca stando dall'esterno. Non si può però negare la presenza di sensibilità e di attenzione all'attuale fase storica sia da parte della CEI che da parte della comunità cristiana e della stessa teologia (confronti sempre più frequenti fra teologi e cultori di scienze umane, il recente congresso dell'Associazione teologi italiani dedicato appunto a «Teologia e progetto-uomo oggi in Italia»). Anche gli interventi del Papa in favore dei diritti dell'uomo e la sua netta e decisa condanna della violenza esercitano una funzione stimolante sulla situazione a volte stagnante delle chiese locali. Nel vuoto di progetti e nella crisi delle ideologie, la chiesa ha oggi delle grosse chances.

    Più che a nuovi valori, in alcuni ambienti si lavora a ricucire quelli tradizionali

    C'è pure (e il fenomeno è abbastanza esteso, e pare vada estendendosi) chi è abituato' a subire la storia, e, di conseguenza, subisce passivamente anche l'attuale momento di crisi e di trapasso. Data la diffusa incertezza, c'è chi preferisce ripiegarsi sulla ordinaria amministrazione, sulle forme securizzanti consacrate dal passato, sull'attesa di un «ritorno» dei figli prodighi. Di qui un atteggiamento di rifiuto di tutto il faticoso lavoro di ricerca compiuto dalla catechesi, dalla liturgia, dalla vita ecclesiale in genere in questi anni. Si vedono prevalentemente le negatività, gli sbagli, le confusioni, le defezioni, le incertezze, l'espropriazione della identità cristiana che avrebbe portato a perdere la propria specificità, determinando un calo di incidenza. È l'atteggiamento della paura che in questi casi prevale su quello della creatività. Esso provoca irrigidimenti che si traducono in appelli come questi: finiamola con gli esperimenti, col dialogo, torniamo ai vecchi catechismi, rispolveriamo i modelli di religiosità che abbiamo lasciato cadere in disuetudine.
    Credo sia molto importante in questo periodo sottolineare la necessità del discernimento, delle valutazioni serene, dei bilanci il più possibile obiettivi, senza lasciarci paralizzare dalla paura o da un'emotività incontrollata.

    «NUOVI VALORI» NELL'AREA ECCLESIALE

    Dove, in concreto, in questi ultimi tempi, è emersa la sensibilità ecclesiale per i nuovi valori?

    È difficile fare l'elenco dei nuovi valori emergenti e della loro ricezione ecclesiale. Si possono però segnalare alcune sensibilità presenti nell'area ecclesiale. Ad esempio: il valore della persona che non può essere strumentalizzata; l'attenzione (almeno a parole) alle persone che sinora non contavano; l'accresciuta capacità di comunicare con persone di diverse estrazioni, ideologie, esperienze; il rifiuto di modelli ideologici e politici non liberatori, e la conseguente ricerca di un'etica (il problema è politico!, si diceva tempo fa; oggi si riconosce che il problema è anche e soprattutto etico); la demolizione di non pochi pregiudizi; il bisogno di comunicare, rompendo l'isolamento; il bisogno di ritrovare la propria identità, di ridefinirsi; la ricerca di nuove aggregazioni dal volto umano; l'attenzione al revival religioso (con la crescente presa di coscienza del fatto che alcune forme di rinascita religiosa sono ambigue, perché di tipo intimistico, consolatorio, securizzante, una religiosità che non vuole più interessarsi del «brutto» mondo presente nella realtà sociale e politica circostante); la solidarietà mondiale; l'attenzione ai diritti dell'uomo, alla donna, ecc.

    In campo ecclesiale: nuovi valori ma non nuova progettualità

    Nella chiesa stessa, nella sua specifica vita interna, si assiste al sorgere di una nuova sensibilità molto promettente. Ad esempio, una spiritualità che unisca impegno e contemplazione, un consumo abbondante della Parola di Dio come sorgente inesausta di fede e di amore al prossimo, una preghiera nella quale entra abbondantemente l'attenzione al vissuto, nuove forme di socializzazione e di condivisione nei gruppi ecclesiali, una sacramentalità vissuta, lo stretto legame tra evangelizzazione e promozione umana, il distacco da modelli di gestione della «politica» italiana che di «cristiano» avevano solo il nome, la presenza della chiesa come forza morale nel clima di destabilizzazione, ecc.
    Tutto questo si verifica là dove in questi anni non si è perso tempo e si è lavorato con fiducia e intelligenza. Sarebbe però ingenuo nascondersi un lungo elenco di speranze disattese che derivano, almeno in parte, dalla presenza di un modello di chiesa funzionale soprattutto ai bambini (e agli adulti solo in quanto hanno dei bambini da battezzare, cresimare, ecc.). Siamo ancora lontani dall'attuazione di quanto scrive la Gaudium et Spes, i recenti Sinodi dei vescovi, le stesse Encicliche ed Esortazioni apostoliche del Papa. C'è spesso la volontà di confrontarsi con la realtà, ma si tratta di un confronto occasionale, senza strumenti adeguati, senza revisioni critiche, talora moralistiche. Segni promettenti sono stati il Convegno nazionale su «Evangelizzazione e promozione umana», e la loro edizione presso alcune chiese locali. Così pure sono un segno promettente i sinodi di alcune diocesi, i Consigli pastorali là dove funzionano.
    Non oserei però parlare dell'emergere di una nuova progettualità ecclesiale, almeno a livello generale. Ci sono però gruppi e movimenti nettamente caratterizzati da precisi «progetti», che vanno dal progetto «puramente religioso» sino ai progetti socialmente e talora politicamente impegnati.
    Tra gruppi e movimenti mi sembra non esista un vero confronto. Ognuno sembra voler gelosamente custodire un suo monopolio, sicuro di aver trovato la formula giusta. Accade per questo che qualche volta, tra gruppi è movimenti, esistano forme, esplicite o latenti, di «scomunica». Si ha l'impressione che si rifugga da un confronto che potrebbe mettere in crisi.

    PERCHÉ I NUOVI VALORI SIANO ACCOLTI NELLA CHIESA

    Quali problemi pastorali (anche in campo giovanile) si impongono a chi si sforza di «ridire la fede» nella cultura odierna, e a chi invece non sente questo imperativo?

    Ci sono oggi diversi modi di situarsi di fronte al messaggio cristiano e alla propria fede.
    C'è chi confonde la fedeltà con la ripetizione. Questo capita in genere a chi è sprovveduto di senso storico e manca di attenzione alla situazione storica in cui vive, rifuggendo da confronti impegnativi.
    C'è chi pensa che basti ripetere formule stereotipe. Altri parlano un linguaggio rivestito di formalità e di luoghi comuni molto «moderni», senza però comunicare alcun contenuto. C'è una «modernità» del tutto formale che non sa più dire le cose.

    È importante «ascoltare» il destinatario dell'annuncio

    Sono convinto che, prima di affrontare tra specialisti i vari problemi connessi col «ridire la fede», bisognerebbe sentire le domande della gente che vanno quasi sempre al concreto: dove trovo Dio oggi?; come convertirsi in questa situazione familiare-sociale-internazionale?; come vivere la fede in Cristo risorto in mezzo a tanti segni di morte? In che senso è valida e significativa la fede di sempre, quella appresa dal catechismo, tanto per intenderci? Manca un vero confronto fra chi annuncia e chi riceve l'annuncio. La comunicazione è unidirezionale.
    C'è pure chi tenta traduzioni-riformulazioni della fede in modo avventuristico, senza essere fedele in profondità al messaggio cristiano. E si potrebbe continuare con la tipologia. Forse e più opportuno spendere una parola sulle necessità che oggi si impongono.

    L'attenzione ai valori presuppone una matura esperienza di fede

    Innanzitutto bisogna approfondire la propria fede. Siamo troppo superficiali in fatto di evangelizzazione e di catechesi. Diamo troppe cose per scontate. Emerge pure l'esigenza di un annuncio diversificato, rispettoso della varietà di situazioni delle persone: gli indifferenti, i dubbiosi, le persone in ricerca o in ripensamento, quelli da rievangelizzare perché la prima evangelizzazione non è mai avvenuta o è avvenuta male, le persone con convinzioni salde e mature.
    La fede va ridetta nella cultura antropologica odierna non solo con le parole, senza con questo nascondersi i grossi problemi legati al linguaggio verbale. Anche la liturgia dice, o meglio, celebra la fede. Indubbiamente la liturgia dovrebbe essere anch'essa maggiormente differenziata, includere gesti e parole più immediatamente percettibili e coinvolgenti, ecc.
    La fede poi non può essere «ridetta» se non c'è una comunità che la ridice, una comunità all'interno della quale si possa fare un'autentica esperienza della fede. Perché non ripensare, tra l'altro, al catecumenato al quale accenna più volte il Papa nella «Catechesi Tradendae»?

    Per «ridire» la fede con i giovani occorre sostare a lungo nel vissuto giovanile

    Tra i problemi pastorali giovanili vi è la necessità di un annuncio e di una celebrazione sacramentale che tengano conto del vissuto giovanile, pena la non incidenza e lo scollamento progressivo fra giovani e istituzione ecclesiale. Da più parti si sottolinea oggi la necessità non solo della attenzione al vissuto giovanile, ma la necessità di partire e di sostare a lungo in questo vissuto, prima di arrivare ad un annuncio esplicito. Indubbiamente vi è qui un grosso problema metodologico che alcuni risolvono col metodo del «puro annuncio» (col rischio che esso passi sopra le teste), mentre altri partono e sostano a lungo nell'analisi del vissuto e delle esperienze (col rischio di non approdare mai all'annuncio).
    Una necessità molto avvertita oggi è pure quella di concentrarsi sull'essenziale della fede. Il ritorno all'essenziale non significa riduzione e tanto meno eliminazione di alcuni contenuti della fede. Si tratta piuttosto di una comprensione qualitativa della fede, determinata dai contenuti, dalla sua struttura e dalle sue proporzioni interne. Quanti giovani sanno oggi dire e ridire l'essenziale della loro fede, magari dopo anni di catechismo? «Si tratta solo di questo - possiamo dire con W. Kasper - che la fede si mantenga cristiana, e che ci faccia apprendere da Cristo il modo giusto di parlare cristianamente di Dio e dell'uomo» (Introduzione alla fede, Queriniana, Brescia 1972, p. 123).



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