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    Parrocchia come luogo d'incontro per tutti



    Comunità giovanile S. Emerenziana - Roma

    (NPG 1980-04-28)

    S. Emerenziana, una parrocchia di circa ventimila abitanti, seimila famiglie. Situata nel cosiddetto «quartiere africano» (dal nome della più parte delle vie) tra la Salaria e la Nomentana, a pochi passi dai «Parioli», fino a non molto tempo fa era considerata zona residenziale, fra le più ricercate di Roma.
    Molti raffinati negozi e splendide vetrine attirano l'attenzione del passante e lo introducono in un ambiente sociale che presenta i segni caratteristici della media borghesia.
    Questo, a grandi linee è il luogo in cui è nata e opera la comunità giovanile «Jonathan». Il nome dice chiaro riferimento al «gabbiano» di R. Bach.
    Nelle vicende del «gabbiano Jonathan», alla ricerca della propria realizzazione e della libertà, la comunità trova il suo fondamentale punto di innesto.
    Mi trovo con i componenti il «coordinamento» del Jonathan, in un locale, zeppo di cartelloni, fotografie, grafici e slogans alle pareti.
    Gente che va, gente che viene. Si respira immediatamente il clima di gioioso impegno, di lavoro, di cordialità e di amicizia. Guadagniamo a stento un tavolo, e ci mettiamo a parlare. L'argomento naturalmente è i giovani e la parrocchia di Sant'Emerenziana.
    Gli interventi si susseguono rapidi, puntuali, segnati dal vissuto non sempre facile. Ne è nata una improvvisata «tavola rotonda».
    I protagonisti sono: Nino, professionista, sposato anni ventotto; Agnese, studente al secondo anno di Medicina, diciannovenne; Alberto, professionista, sposato, ventisette anni; Sandro, studente al quarto anno di Ingegneria, anni ventitrè; Giorgio, ventidue anni, impiegato.

    Le attività del gruppo giovanile

    NINO: La presenza giovanile all'interno della nostra parrocchia è legata alla realtà del gruppo Jonathan. Negli anni settanta, periodo critico per tutte le associazioni, si decise di aprire le stanze della parrocchia ai ragazzi e alle ragazze che già avevano frequentato la terza media.
    In un baleno ne arrivarono una cinquantina. Seguiti da tre animatori e da un sacerdote, ci si diede subito da fare per valorizzare l'amicizia, la sincerità, il rispetto, che stavano crescendo faticosamente fra di noi, senza dimenticare di fare qualche cosa per gli altri, quelli che stanno peggio. Ce ne sono anche nel nostro quartiere.
    Cominciammo la raccolta di carta. Ma, a lungo andare..., i sacchi pesano, la vita di comunità si fa difficile. C'è chi lavora e chi parla solamente..., nascono conflitti, si creano partiti, e, dopo due anni, rimangono solo più una ventina di giovani. Nel settembre del 1973, vista la situazione, il «coordinamento» si riunì qualche tempo prima dell'inizio delle attività e decise di qualificare il gruppo Jonathan come ambiente educativo e di promozione tipicamente religiosa ed ecclesiale. AGNESE: Oggi, il gruppo Jonathan che si articola in tre sottogruppi (giovanissimi, ragazzi e ragazze dai quattordici ai quindici anni; giovani, dai sedici ai diciassette anni e la Comunità, a livello universitario) ha come obiettivo comune di crescere nell'esperienza di vita cristiana, attraverso la scoperta di valori fondamentali, come l'amicizia, la disponibilità, l'attenzione agli altri, la discussione di problemi reali dei giovani, la concretizzazione dei discorsi nell'impegno, nel clima di libertà e di partecipazione da sempre caratteristica base di Jonathan.
    SANDRO: Vorrei inserirmi nel discorso di Agnese, per aggiungere qualche cosa sul lavoro che il gruppo svolge. In conseguenza a questi ideali, noi ci siamo impegnati in attività che ne siano la realizzazione concreta, come l'attività missionaria della raccolta e vendita di carta e la sensibilizzazione dell'opinione pubblica al problema del Terzo Mondo.
    Ci sono poi ancora le attività culturali quali la redazione di un giornale del gruppo (350 copie) e un cineforum, che durante i primi due anni di attività ha visto una adesione costante di 400 persone circa.
    ALBERTO: Bisogna ancora aggiungere che fra tutte, l'attività principale è quella terzomondista: raccolta della carta e un tavolino ogni domenica alle tre entrate della chiesa parrocchiale.
    Quest'ultimo è uno strumento di sensibilizzazione continua, attraverso cartelloni, foto, vendita di libri, raccolta di offerte, si informa la gente sulla situazione di Padre Giovanni missionario nelle Ande Peruane e sulla destinazione delle loro offerte a sostegno dell'opera di evangelizzazione e promozione umana da lui intrapresa.
    Un modestissimo tentativo di operare un aiuto fraterno, una collaborazione tra le chiese.

    Collaborazione, problema serio

    GIORGIO: Vedi... questa collaborazione per noi è un fatto importante. Non possiamo più concepire la Chiesa e quindi anche la nostra parrocchia come quattro mura in cui non si creano punti d'incontro fra i diversi gruppi che vi operano, fra preti e laici e tra i preti fra di loro. Per questo noi giovani del gruppo Jonathan troviamo qualche difficoltà. Non ci si incontra: c'è forse una reciproca disistima?
    AGNESE: Non voglio fare una questione di colpe tanto più che esistono situazioni e problemi oggettivi da superare; ma è certo che se ci fosse una vera collaborazione i rapporti fra le varie componenti della parrocchia (non dimentichiamo infatti gli adulti) tutto sarebbe più facile e soprattutto ci sarebbe la possibilità di essere più veri e credibili nell'affrontare i problemi.
    La gente, fin quando non ci sente uniti, non può avere motivi per credere veramente a ciò che intendiamo annunciare.
    NINO: Questo è, per noi, motivo di sofferenza, ma nello stesso tempo impegno a lavorare con coerenza e convinzione. Noi, come gruppo giovani presenti in parrocchia, forse per il nostro modo di condurre il gruppo, o per chissà quali motivi..., ci sentiamo giudicati non troppo benevolmente e soprattutto poco accolti da quegli adulti che operano nella stessa parrocchia. Abbiamo tentato, e lo stiamo facendo ancora, di sbloccare questa situazione. Cerchiamo innanzitutto di non chiuderci, di non diventare un «ghetto» ma nello stesso tempo non possiamo rinunciare senza presunzione, ma con determinazione e precisione, nonostante l'apparente impossibilità attuale, a portare avanti l'istanza conciliare di una chiesa comunità e meno verticista, attraverso la formazione, prima di un Consiglio Pastorale giovanile, e poi, coinvolgendo il mondo degli adulti, per porre in atto un Consiglio Pastorale parrocchiale che sia veramente luogo di comunione e di partecipazione.
    AGNESE: Qualcuno ci ha fatto presente che facendo così noi corriamo il rischio di vivere ai margini della parrocchia e non essere segno di comunione... Sono convinta che bisogna stare attenti, però vorrei dire che i componenti il gruppo giovanile di fatto sono impegnati in attività parrocchiali come la catechesi ai ragazzi, nell'animazione di giornate di sensibilizzazione sul problema dei lebbrosi ad esempio, in incontri di preghiera per gruppi giovanili di Roma che si tengono in San Giovanni in Laterano, e nella partecipazione di tutto il gruppo a momenti significativi della vita religiosa della parrocchia.
    Chiediamo solo maggior ascolto e attenzione. Anche i giovani son parte della comunità e, secondo me, possono dare un impulso decisivo perché nella chiesa ci si senta uniti nei valori fondamentali e nello stesso tempo rispettosi della libertà altrui. Se ciò è difficile da attuare in parrocchia, figuriamoci fuori!

    In parrocchia, per cercare «comunità»?

    SANDRO: Per quanto mi riguarda il venire in parrocchia, per me è stata una scelta. Nella parrocchia vedo la possibilità di passare da un cristianesimo «passivo» ad un cristianesimo «attivo», in cui ciascuno si assuma le personali responsabilità. ALBERTO: Mia moglie ed io, entrambi impegnati nel gruppo Jonathan abbiamo discusso molto su questi problemi. Con alcuni amici pensiamo seriamente alla realizzazione di piccole comunità i cui componenti siano impegnati attivamente in qualche modo nella vita parrocchiale. Il futuro ci dirà se queste comunità riusciranno a rimanere più o meno stabili, a diventare adulte, e formare così il volto di una Chiesa nuova, una Chiesa-Comunità, una comunità di comunità, dove sia possibile vivere il cristianesimo in una forma più profonda e partecipante.
    NINO: Alberto mi trova sensibile su questo discorso. Anche con mia moglie abbiamo sovente scambi di opinione a proposito. Nel frattempo però, il nostro impegno è rivolto maggiormente alla formazione dei giovani del gruppo Jonathan. Quest'anno siamo arrivati al tetto dei cinquanta partecipanti fissi.
    Se il numero aumenterà come speriamo tutti, per l'azione di sensibilizzazione che si opera nelle scuole del quartiere attraverso gli stessi giovani che vengono da noi e contattando sistematicamente insegnanti di religione, il gruppo a mio parere dovrà accentuare l'impegno di formazione che lo contraddistingue con momenti più intensi, ancora da studiare, ma sempre sottolineando la dimensione del servizio ai più poveri e l'atteggiamento del dialogo, dell'ascolto e dell'amore riconciliato. Questo rimane indispensabile se si vuol pensare seriamente alle piccole comunità che stimolino all'interno della parrocchia una presenza cristiana di partecipazione e un impegno politico veramente cristiano.

    La sensibilità e l'impegno politico

    ALBERTO: Voglio aggiungere qualche cosa sullo sforzo che si sta facendo nell'educazione dei giovani all'impegno politico.
    Il gruppo è stato sollecitato dal caso Moro, dalle stragi dei terroristi, dalla violenza, a riflettere sull'impegno del cristiano nella realtà e a prendere posizione. Abbiamo elaborato e diffuso due dossier: uno sul referendum a riguardo della Legge Reale e del fmanziamento pubblico dei partiti, l'altro sulle elezioni europee. Noi crediamo che sia importante ai fini di una educazione cristiana alla partecipazione insistere perché ogni componente del gruppo maturi sui valori di fondo che sono alla base di ogni impegno e cioè: l'onestà, la lealtà, la disponibilità in servizio disinteressato.
    Le stesse attività che si stanno facendo sono il frutto e la conseguenza di questa scelta di educazione politica.
    Rimangono aperti, almeno per noi, due problemi su cui il dibattito è acceso: il primo riguarda l'opportunità o no che il Jonathan scenda in campo schierato in una concreta scelta di partito o di movimento politico e secondo il rapporto fra cristianesimo e marxismo.
    In gruppo si discute, gli schieramenti emergono, dalle destre, al centro, alla sinistra. Si cerca di illuminare opinioni e scelte che chiaramente risultano non in linea o contrarie ai valori cristiani senza scomuniche o radicalizzazioni.
    Una cosa è certa: non vogliamo creare «manovalanza» per partiti o movimenti che hanno come scopo di fagocitare i giovani e farne dei proseliti più o meno devoti. Neppure si può continuare a guardare dalla finestra e farci «passare sulla testa» decisione che vengono dall'esterno, confezionate e pronte all'uso.
    Quest'anno cercheremo di moltiplicare le informazioni, farle circolare all'interno del gruppo, in maniera che si sappia con oggettività e chiarezza.
    Mentre discutiamo alcuni giovani stanno terminando un grosso cartellone che dovranno esporre fuori dalla chiesa per documentare le necessità di Padre Giovanni. Altri arrivano con grossi sacchi di carta sulle spalle. Qualcuno prende gli ultimi accordi sul campo scuola. Più in là c'è un piccolo gruppetto che prepara l'Eucaristia del sabato sera, momento forte di fraternità per tutti.



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