Un'esperienza
Gianni Ghiglione
(NPG 1988-08-68)
Alcuni giorni in un piccolo convento nella Val di Susa, un silenzio assoluto e un'esperienza di cordialità e simpatia degli amici francescani.
È lo scenario ideale per la preghiera e la riflessione.
È «da appena un paio di anni che abbiamo aperto la nostra casa ai giovani mi dice padre Beppe in un momento di fraternità ed è stata per noi una sorpresa constatare le richieste di venire quassù per ritiri, campi-scuola, incontri di aggiornamento, giornate di scambio e di riflessione... In alcuni periodi dell'anno dobbiamo rispondere che c'è il tutto esaurito e non ci sono più posti!».
Sono giovani provenienti da parrocchie, in massima parte, alcune classi per gli esercizi spirituali, scouts, gruppi spontanei o legati ad un interesse specifico (Bibbia, animazione, catechesi...).
È un'esperienza comune a molti centri di spiritualità sparsi un po' dovunque in Italia: là dove c'è silenzio, accoglienza cordiale, possibilità di riflettere e di dialogare, i giovani arrivano.
Ho ripensato ai tanti incontri avuti in questi anni, in occasione degli esercizi spirituali, con giovani che frequentano le scuole salesiane o ruotano attorno alle parrocchie, giovani dai 17 anni in su (IV, V superiore), e ho cercato di raccontare queste esperienze per iscritto.
Sono certo consapevole delle difficoltà.
- Ogni incontro con giovani ha sempre una sua fisionomia, differente l'una dall'altra. Ci sono reazioni, attenzioni, capacità di ascolto, entusiasmi o stanchezze, impegno e approfondimenti più diversi. Scrivere su questo è un po' penalizzare la varietà e la ricchezza che ogni esperienza offre da vivere.
- Si tratta di qualcosa di dinamico, di vivo, proprio come vivi e dinamici sono i protagonisti, i giovani. Mettere su un foglio la vita, per quanto ci si sforzi, è come fotografare una cascata, una discesa sciistica; si fissa in un istante un dinamismo che solo lo spettatore può cogliere in tutta la sua bellezza. È un imprigionare la vita.
- In particolare viene mortificato il linguaggio. La parola che si fa comunicazione profonda non è solo suono, ma molto di più. Quando si parla, si accompagnano le parole con gesti delle mani, mimiche facciali, pause, scarabocchi su cartelloni, ecc...
Tutto questo non può essere messo sulla carta! Toccherà quindi al lettore lavorare di fantasia, ridando colore ed espressione alle grigie parole scritte.
- Infine non vorrei dare l'impressione di avere scoperto la pietra filosofale. La finalità di questo contributo è quella di comunicare, a chi è impegnato personalmente con i giovani, il risultato di una riflessione su un'esperienza alla portata di tutti. Chi vorrà appropriarsene in toto o in parte non si ritenga vincolato da... diritti d'autore.
PER CHI, PER COSA
Alcune premesse
Destinatari: come ho già accennato, sono giovani (gruppi solo maschili, solo femminili o misti) che frequentano scuole salesiane o gruppi parrocchiali; a costoro, nel corso dell'anno, viene offerta la possibilità degli esercizi spirituali (ES). Sono tutti del triennio superiore, dei vari tipi di scuola (Licei, Magistrali, CFP, Geometri, ITI, Agrari, Ragionieri...). Dal punto di vista religioso sono, nella gran parte, assai «digiuni» di vita cristiana. Sono, come si suol dire, «bravi», ma, dal punto di vista che ci interessa, superficiali e con grosse lacune sia conoscitive sia di «pratica». Riprenderemo queste osservazioni; mi premeva solo evitare il pericolo che qualcuno pensasse che si tratti di giovani «selezionati» o particolarmente allenati al discorso e all'impegno religioso.
Incontro previo: quando vengo invitato a «predicare» gli ES ad un gruppo, la prima cosa che chiedo è di poter incontrare il gruppo almeno una volta prima del ritiro. Ritengo che qui risieda uno dei segreti per una buona riuscita. Nell'ora a mia disposizione cerco anzitutto di creare un clima di serenità, di attesa per quanto vivremo insieme e al tempo stesso di chiarezza.
Dopo una veloce presentazione reciproca, ecco gli argomenti su cui si parla.
- Libertà: viene chi vuol venire, non si viene perché viene il vicino o l'amico e neppure per far piacere al tale insegnante o per paura di «rappresaglie scolastiche». Deve essere una decisione autonoma e proprio per questo responsabile. In genere occorre essere molto espliciti e decisi su questo elemento.
- Per fare che cosa: gli ES non sono una vacanza spensierata ed evasiva, un momento di relax disimpegnato, un'opportunità per stare con la classe o il gruppo fuori dal solito ambiente. Sono invece l'incontro profondo e sincero con se stesso, alla luce della Parola di Dio che giudica e sollecita. «I protagonisti siete ciascuno di voi e il Signore». L'uno alla ricerca dell'Altro con la disponibilità all'incontro e al cambiamento. L'animatore cerca solo di facilitare questi incontri, di indicare qualche direzione di marcia, ma toccherà a ciascuno camminare.
- Cose pratiche: se questi sono gli ES, invito coloro che vogliono venire a non portare radioline, mangianastri, libri, giornalini, bevande di qualsiasi tipo o altro per festicciole... notturne. Sono necessari invece un quaderno per gli appunti e le riflessioni personali, il Nuovo Testamento e la disponibilità a fare quanto verrà richiesto (pause di silenzio, puntualità, lavori di gruppo...). Una manciata di secondi la impiego ancora a sottolineare la difficoltà e l'importanza del silenzio.
- Tema: scrivo su un cartellone le attese dei giovani per gli ES mano a mano che le espongono. Sono molto varie e vanno da problematiche sociali (droga, pace, nucleare, consumismo) ad altre più sul versante del personale (carattere, ragazzi/ragazze, relazioni familiari, amore...), fino ad altre religiose (la chiesa, la preghiera, la messa, il peccato, Gesù Cristo...).
Cerco di far capire loro che trattare tutto in 48 ore non sarà possibile, e ci accordiamo su un punto: meglio trattare uno o due argomenti in profondità che restare in superficie su tutti. «Mi pare di aver intuito che in molte delle attese che avete espresso c'è un'esigenza: quella di portare le proprie problematiche di vita davanti al Signore per ricevere da Lui una risposta illuminante; vale pure il rovescio, verificare cioè fino a che punto quello che noi chiamiamo fede, preghiera, sacramenti, ha a che fare con l'esperienza di vita quotidiana». Ha senso parlare di famiglia, di amore, di costruzione di sé, se intuisco (o sono convinto) che l'evangelo ha una parola di vita per questi settori problematici; come pure ha senso riflettere sui sacramenti, sulla preghiera, se si inseriscono vitalmente nella mia esistenza. È, in altre parole, far toccare con mano al giovane che l'evangelo è buona notizia proprio per lui, con tutto quel che si porta dentro di positivo e di negativo, di bene e di male. Gli ES vorrebbero dunque essere un'esperienza (iniziale e la prima per molti) di integrare fede e vita.
Termino con un duplice invito: «Da oggi fino all'inizio degli ES, dedica ogni giorno un po' della tua preghiera per la buona riuscita di questa esperienza, per te e per i tuoi amici. Io farò lo stesso per voi. Inoltre guarda se dentro di te c'è qualcosa che ti sta particolarmente a cuore risolvere, approfondire, eliminare...».
Il gruppo non è più anonimo, sconosciuto per me, né io per loro. Si è creato un clima «simpatico», e questo lo si nota reincontrandoli il mattino del giorno fissato nel luogo scelto per gli ES, arrivando un po' prima di loro e... tentando di salutarli per nome.
In genere il gruppo è accompagnato da un adulto, cui lascio l'organizzazione logistica (ricreazioni, pasti, levata) e la libertà di partecipare o no ai nostri lavori.
Dopo la sistemazione nelle camere (individuali o tutti insieme) attendo i giovani, armati di quaderno e Vangelo, in cappella.
PRIMO GIORNO: VITA E MASCHERE
Momento iniziale: un po' di silenzio, poi il saluto di accoglienza gioioso e affettuoso. Richiamo alcune cose di quanto detto nell'incontro previo (ES = esperienza di Dio, voglia di guardarci in faccia alla luce della sua parola, i due protagonisti di questi giorni...). «Quello che dovete fare adesso è offrire al Signore la vostra buona volontà, la vostra disponibilità. Signore, dico di sì a tutto quello che mi chiederai! Fra 48 ore sarete molto più contenti di quanto siete ora; è una promessa e voi mi direte se sarà stata mantenuta».
«Dio non si lascia vincere in generosità» (Don Bosco).
Segue la lettura del brano (il collegamento è evidente) di Lc 21,1-4: la vedovella che offre tutto quello che aveva per vivere.
Lascio uno spazio di silenzio e concludiamo con un'Ave Maria, affidando a Lei il nostro lavoro. Usciamo dalla cappella e ci portiamo nella sala degli incontri, dove ho già sistemato almeno un paio di cartelloni su cui scrivere e visualizzare ciò che mi interessa. Importante la disposizione, preferibilmente vicina, con possibilità di scrivere comodamente e di vedere tutti in faccia.
L'incontro in cappella è durato un quarto d'ora, e in genere questo primo tempo inizia attorno alle 10 e si protrae fino a mezzogiorno. Un paio di orette in cui parlo di loro, tentando una radiografia psicologica della loro vita.
Sarà impossibile riportare tutti gli esempi (tantissimi e più ce ne sono...) che illustrano il discorso. Ognuno può far riferimento alla grande banca dati che è la propria esperienza, ai mille fatti che ogni giorno succedono, al proprio vissuto personale, agli incontri profondi avuti con i giovani.
Questa prima parte deve avere alcune caratteristiche: essere brillante, non moralistica, ricca di esempi e piena, strapiena di vita. proprio dalla parola «vita» che inizio, scrivendola su un cartellone e invitando i giovani a dire a voce alta tutto ciò che questo termine evoca in loro. Io li riporto scritti in diversi colori: amicizia, dolore, sogno, nascita, bellezza, gioia, delusione, morte, amore, Dio, vocazione, sacrificio, genitori, disponibilità, bambino, paura, libertà, malattia, fuga, peccato, cielo. . .
Queste sono tra le più comuni. Mai è venuto fuori, almeno fino ad ora, la parola «corpo», eppure è ovvio! La scrivo io nel cartellone (gioco anch'io al brainstorming!) e ne do la motivazione: la nostra vita è, per tanta parte, il nostro corpo. Dopo un momento rapido alle parole che sono state riportate attorno al tema della vita, passo a tentare una descrizione della situazione esistenziale che stanno vivendo, attraverso quattro flashes:
- dire di sì alla propria vita;
- no alle miniere chiuse;
- problema è bello;
- via le maschere.
Sì alla vita
Il primo gradino per una vita normale, serena è accettare se stessi, a partire da quello che viviamo come corpo. In altre parole significa dire di sì alla propria vita, cioè come la possediamo e la stiamo vivendo.
Incontro dovunque i segni di questa non-accoglienza di sé:
- chi non si accetta nella propria sessualità maschile e femminile;
- chi non si accetta nella propria corporeità (alto, basso, magro, cure dimagranti. . .);
- chi non si accetta nella propria famiglia: non accetto di avere quei genitori, mi vergogno di avere quel fratello o sorella;
- chi non si accetta nel proprio tempo-spazio: vorrei vivere in un altro tempo o luogo;
- chi non si accetta nel proprio tipo di scuola;
- chi non si accetta nelle proprie amicizie;
- chi non si accetta nelle proprie capacità o limiti;
- chi non si accetta nel propri errori.
Per questi ed altri settori di non-accoglienza di sé occorre fare esempi tratti dal mondo giovanile, indicando i rischi che si corrono. Basti per tutti questo paio di esempi: una ragazza (19 anni) non accetta sua madre e la punisce nel settore per il quale la madre si preoccupa maggiormente: la salute. Non mangia, si rifiuta di mangiare e cade in una seria forma di anoressia. Un giovane (17 anni) vive in un paesino di 700 abitanti, isolato dai grossi centri urbani. Inizia a non accettare quel luogo, non esce più di casa, si richiude in un mutismo assoluto, odia l'ambiente in cui è nato, la sua famiglia che ritiene stupida e arretrata. incapace di cogliere i valori e i lati positivi che il vivere «a dimensione umana» offre. Passa il tempo rincitrullendo davanti alla TV.
Riformuliamo il tutto con uno slogan: dire di sì alla propria vita. I giovani intervengono liberamente sia per porre domande sia per arricchire il discorso con apporti personali.
No alle miniere chiuse
«Un anno andai a passare un paio di settimane all'isola d'Elba con una ventina di giovani. Durante una passeggiata, alla ricerca di minerali, ci trovammo all'imbocco di una enorme galleria. Il nostro desiderio di avventura fu brutalmente fugato da una serie di cartelli: Vietato l'ingresso. Là dentro, ci dicevamo, chissà quanti bei minerali ci saranno, ma nessuno può entrare! Nessuno pone mano all'opera di estrazione. Quelle ricchezze restano così come morte».
Quella «miniera chiusa» mi ha fatto pensare a tanti giovani nei quali è presente un grosso quantitativo di doti, belle qualità, capacità... ma non vengono alla luce, non vengono sfruttate per pigrizia, o per non conoscenza di sé, o per mancanza di aiuto esterno.
Sottolineo l'importanza di conoscere se stessi, di dirsi (con garbo) la verità tra amici, di chiedere l'aiuto di qualcuno. «Io non mi guardo più dentro perché so di avere un carattere brutto».
Passo allora a esaminare i vari tipi di carattere. Esempio: il carattere emotivo è un carattere sciupone: quanta fatica per passare, in un tempo breve e per più volte dal pessimismo, dall'abbattimento, da un momento di bassa all'entusiasmo, all'ottimismo...
È un carattere incline al pessimismo, allo scoraggiamento; è un romantico e sentimentale, è soprattutto un lunatico: non si sa mai di che umore è. Ancora, l'emotivo è uno che si offende e si abbatte per nulla, come pure si esalta e si entusiasma per piccole cose.
È « un bel carattere?» domando. No, rispondono i più. Eppure l'emotivo è uno dei caratteri più ricchi e belli: ha il culto dell'amicizia, ha un'enorme facilità di mettersi nei panni degli altri (data l'ampiezza della gamma d'onda può collegarsi con tutte le trasmittenti!), è intuitivo, sensibile, generoso. Dunque non c'è carattere brutto o carattere bello: ci sono caratteri «da educare». Nel nostro caso l'emotivo dovrà tagliare le punte in alto e in basso cercando di limitare il più possibile gli effetti negativi dei momenti neri.
Così si può parlare del carattere attivo e non-attivo, timido... ! In ogni difetto o lato negativo è presente una parte di positività che va cercata, evidenziata e sfruttata. Dunque caccia alle risorse personali!
Problema è bello
«Come comportarsi quando fanno capolino nella nostra vita problemi, dubbi, difficoltà...? Ogni volta che ti accorgi di avere un problema, devi fare tre cose: se sei credente, ringrazia il Signore, poi sii felice, perché sei una persona viva, normale (le mummie non hanno problemi, ma sono morte!) e infine rimboccati le maniche per risolverlo. Ciò che devi assolutamente evitare è «mandarlo in cantina», non pensarci, far finta di non averlo. Freud parla di questo comportamento quando tratta della rimozione, che è un mandare nell'inconscio ciò che disturba; si tagliano i collegamenti (censura) e si fa finta che non esista più, ma il problema c'è, è vivo, cresce, si sviluppa e ad un tratto rompe le barriere e ritorna a galla ingigantito e più pericoloso (nuovo Hulk!).
Può essere espresso graficamente così:

Il problema lo indico con un + perché è una carica, una forza che disturba e non lascia tranquilli.
Esempi: la timidezza non risolta diventa incapacità di assumere responsabilità, paura, chiusura; si può addirittura somatizzare in forma di balbuzie, di tremolii, di sudorazione eccessiva...; la sessualità non inquadrata in una dimensione di positività e di senso (= non risolta come problema) fa restare la persona in balìa degli istinti ed ha manifestazioni infantili e regressive (pornografia, caccia agli spettacoli a luci rosse...). Qui si possono portare elementi in parte già accennati: l'accettazione di sé, il proprio carattere, il senso del rimorso, il problema religioso, relazionale. È uno dei temi più affascinanti.
Via le maschere
Guardare in faccia la propria vita, vincendo la tendenza alla superficialità. Piccard, scienziato francese, si era costruito un batiscafo con cui scandagliava i fondali dei mari inviolati.
Qualcosa di simile è utile che lo facciamo di tanto in tanto anche noi, puntando fasci di luce negli angolini bui dove forse più si ammassano ragnatele, polvere e sporcizia. Dirsi la verità con coraggio, gettando via la maschera di cui siamo riccamente forniti. C'è gente che fa carnevale tutto l'anno o, come dice lo psicologo Goffmann, che trasforma il mondo in un enorme palcoscenico su cui «recita» la propria parte. Andare in profondità, oltre le apparenze, la superficie per attingere alla vita profonda, quello che può dare senso e felicità al nostro agire. Tentare la difficile unità tra quello che siamo «dentro» e quello che gli altri vedono o che appare dal nostro comportamento.
Stupende le ultime pagine del diario di A. Frank, là dove parla delle due Anna presenti in lei. Si può affrontare qui il tema della guida, cioè di una persona che gode della nostra fiducia e stima che affianca (non si sostituisce) il cammino del giovane e lo aiuta a guardarsi con schiettezza e a non tramandare i problemi che di volta in volta si presentano.
Conclusione
Una mezz'ora prima di pranzo si sospendono i lavori e ritorniamo in cappella per un momento di preghiera. Lascio uno spazio di silenzio che ognuno gestisce come sa, poi rifacciamo un breve canto di ringraziamento accompagnato con la chitarra. I giovani vengono invitati a dire il loro grazie a Dio per quello che vogliono, e tutti ripetiamo il ritornello dopo 3/4 intenzioni. Sorprendente il fatto che la preghiera di ringraziamento crea un clima di serenità e di unità, elementi indispensabili per vivere l'esperienza degli ES. Segue il pranzo e il gioco.
L'incontro riprende verso le 15,30 (è bene far precedere una mezz'ora in cui i giovani stanno per loro conto in camera rientrando nel clima e riprendendo i discorsi fatti).
Se non si è concluso il lavoro della mattinata, si prosegue.
In ogni caso, al termine è bene lasciare uno spazio per domande, scambio di impressioni tra i giovani stessi. Comunque questo tema è concluso all'ora della merenda, dopo la quale inizio il secondo argomento: la preghiera e la Parola di Dio (PD).
PRIMO GIORNO: PREGHIERA E PAROLA Dl DIO
Inizialmente sembra un qualcosa di giustapposto; l'obiettivo è invece quello di mostrare come la PD ha qualcosa da dire proprio alla nostra vita, ai miei 16, 17, 18 anni, oggi!
Propongo loro un piccolo lavoro: leggere a gruppetti il brano di Luca 1 9, 1-11 (incontro di Gesù con Zaccheo) e mettere in evidenza tutto quello che secondo loro ha a che vedere con il problema preghiera. Andremo insieme a scuola da Zaccheo che sarà il nostro «maestro di preghiera»!
Riporto su un cartellone quanto emerge nel lavoro di gruppo:
- desiderava vedere chi fosse Gesù;
- sperava cosi di poterlo vedere;
- scendi in fretta, oggi voglio fermarmi a casa tua;
- lo accolse con gioia;
- gli altri mormoravano dicendo... ;
- stando avanti a lui disse;
- oggi la salvezza è entrata in questa casa;
e invito a verbalizzare il motivo della frase scelta scrivendolo su un altro cartellone. Ci si accorgerà che alcune idee sulla preghiera le hanno già tirate fuori i giovani stessi, per cui quanto di nuovo verrà aggiunto, cade su un terreno che si è interrogato, ha pensato ed è disponibile a recepire il nuovo (grande principio didattico così spesso disatteso!). Al termine della chiacchierata il cartellone riporta grosso modo le seguenti idee che lascio all'interpretazione del lettore.
Pregare è
Pregare non è:
- dire tante parole (registratori!);
- dire belle parole (poeti!);
- sfogo psicologico (terapeuta!).
Pregare è desiderare di vedere, di incontrare Gesù. Nasce dalla convinzione che la preghiera è la cosa più importante della nostra vita perché mi offre il senso profondo della mia esistenza. La preghiera non è tutto, ma tutto parte dalla preghiera.
(Esempi di vita personale e di tanti giovani incontrati).
Pregare è accogliere Gesù in casa.
Pregare è stare davanti a Lui (la fatica del silenzio, resistere al silenzio).
Il termometro della mia preghiera è se la mia vita cambia! (cf Zaccheo: «Metà dei miei beni...»):
- se in famiglia sono meno pretenzioso ed egoista;
- se offro un aiuto quando mi accorgo del bisogno altrui;
- se faccio il mio dovere con impegno;
- se sono sincero;
- se controllo i miei giudizi e le mie parole;
- se sono «pulito» dentro e fuori.
Io, come persona e come cristiano, valgo quanto vale la mia preghiera. Pregare è dialogo, quindi anche ascolto. Approdo alla preghiera vera quando abolisco le parole inutili e mi accorgo che Dio non è un'idea, un fantasma, un muro, un niente, ma una Persona viva e vera come me, un Tu che vuole entrare nella mia vita per farmi felice.
Pregare è acquistare a poco a poco la mentalità di Dio. Pregare è possedere la forza di Dio; la preghiera è la potenza di Dio con noi per cui ciò che è impossibile a poco a poco diventa possibile. «La mia buona volontà unita alla forza di Dio compie miracoli».
La preghiera è il problema dei giovani; la loro fede si gioca nella preghiera.
Pregare, come?
«Signore insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Ci sono due serie di prerequisiti:
Prima serie: è quella su cui abbiamo lavorato nella prima parte!
- essere persone riconciliate che si accettano e cercano il positivo nella loro vita;
- essere persone capaci di guardarsi nella verità di se stesse;
- essere persone che si sforzano di vivere in profondità;
- essere persone che sentono la vita come un dono e ne sono innamorate;
- essere persone capaci di viaggiare con se stessi quindi alla ricerca del silenzio;
- essere persone che colgono le loro dissonanze interiori senza censure né rimozioni.
Qui è l'aggancio tra preghiera e vita, completato dalla
Seconda serie: adeguato concetto di Dio.
Non ci può essere preghiera vera se di Dio ho uno di questi modelli caricaturali, presenti e circolanti più di quanto non si creda:
- Dio carabiniere che va in cerca di chi sbaglia e punisce;
- Dio slot-machine da cui si va a chiedere la grazia inserendo un tot di preghiere e... guai se la grazia non arriva;
- Dio tappabuchi (Bonhoeffer);
- Dio assurdo (Camus), che ci ha gettati in questo mondo e poi ha tirato il sipario;
- Dio concorrente e geloso della mia felicità. Di qui nascono regole e divieti («Dio sa che qualora ne mangiaste diventereste come Lui»).
È molto circolante tra i giovani.
Chi è per me Dio? Me lo ricorda S. Ireneo: Gloria Dei vivens homo: l'uomo realizzato dà gloria a Dio; in altre parole Dio è felice quando l'uomo è felice, come fa ogni padre nei confronti del figlio che ama. Dio è una persona che mi vuole riuscito, che mi ama fino a dare se stesso purché io sia felice.
Pregare con la Parola di Dio
Sono molti i cristiani, specialmente giovani, che amano la Parola di Dio, che vorrebbero imparare a pregare con un brano di Vangelo, ma non sanno come fare. Allora suggerisco una specie di itinerario di cammino a piccole tappe.
Prima di tutto invito alle seguenti riflessioni:
1. Il libro che hai tra le mani non è solo un insieme di fogli stampati e rilegati in forma più o meno elegante. Quando hai in mano il Vangelo, tu hai in mano una Persona viva, hai la Parola di Dio, hai Gesù stesso! Sei, in quel momento, come Maria a Nazareth quando teneva tra le sue braccia Gesù!
I primi cristiani avevano compreso questo e parlavano sempre di due mense: quella della Parola e quella del Pane (dell'Eucaristia), di uguale dignità: è lo stesso Signore che ci viene incontro per regalarci se stesso.
2. Prima di aprire il Vangelo per la preghiera, fermati qualche istante a invocare la luce, a chiedere di comprendere quanto stai per leggere.
«Signore, fammi comprendere le parole del Figlio tuo!». Capire l'altro, le parole dell'altro, è sempre faticoso, perché occorre entrare nel suo mondo. La stessa fatica dobbiamo metterla in conto, quando vogliamo far diventare preghiera la lettura del Vangelo.
3. La luce caccia le tenebre; il sole fa sparire la notte. Se c'è il peccato nel tuo cuore, la prima cosa che il Signore ti chiede è di allontanarlo da te, di recuperare l'amicizia e la sintonia con Lui. Il peccato è un'interferenza che impedisce la recezione del messaggio. Il saper chiedere con umiltà perdono per «riavere il vestito bianco» è già un frutto prezioso della Parola di Dio che vogliamo imparare a pregare.
Ora concretamente, quando io ho in mano il Vangelo, cosa faccio?
Rispondo indicando il cammino a piccoli passi.
- Primo passo: devo scegliere il brano, oggetto della mia preghiera.
Questa scelta può essere casuale, ora qui ora là, senza continuità di tematica né di testo. Soprattutto all'inizio tale modo è da sconsigliare.
Oppure la scelta può essere ritmata sulla liturgia domenicale, oppure fatta su un Vangelo, letto di seguito, pezzo dopo pezzo.
Scelto il brano, lo leggo, non come un romanzetto, cioè in fretta, quasi preoccupato di scoprire come va a finire. La lettura deve essere fatta con calma, adagio, ripetuta due o tre volte senza fretta. «Come la pioggia scende dal cielo e irrora la terra, bagna i campi... così la mia Parola...».
- Secondo passo: la comprensione. Può darsi che ci siano parole, espressioni che non capisco, tipiche dell'epoca in cui il Vangelo è stato scritto, termini difficili... Segno la difficoltà e poi mi posso rivolgere ad una persona competente, o ricorrere ad un libro che commenti e spieghi il brano in questione. Ci sono oggi ottimi commenti, accessibili a tutte le borse. Più il testo è compreso per quello che vuol dire, nel contesto e nell'economia del Vangelo, nei riferimenti ad altri brani... più ricca sarà la riflessione-preghiera che ne nascerà.
- Terzo passo: interiorizzazione. Nel leggere il brano scelto, ti sei accorto che ci sono delle parole, delle espressioni che hanno attirato più di altre la tua attenzione. Sottolineale e inizia una riflessione da queste. «Cosa dicono a me, alla mia vita queste parole? Cosa mi vuol dire il Signore? Quali stimoli offre alla mia crescita umana e cristiana?». Inizia qui un dialogo-confronto tra la tua vita e le esigenze che la Parola ti ha indicato.
Altre volte si incontrano delle brevi preghiere, invocazioni. Ripetile a lungo pensando a quali momenti della tua giornata si possono riferire. È un illuminare il tuo quotidiano con l'invocazione del Vangelo. Occorre farle diventare preghiera per te e per quelli che conosci.
Ti accorgi che c'è qualcosa della tua vita che la Parola di Dio ti invita a lasciare o a cambiare (tanto o poco non importa). Nasce qui la vera preghiera: quella che parte dalla Parola di Dio e scende nella vita e la migliora.
- Quarto passo: ringraziamento-proposito. Dio ti ha fatto il grande regalo di Gesù che prolunga la sua presenza nella Chiesa attraverso la sua Parola. Ringrazia per questo dono che ci accompagna e diventa «luce sul nostro cammino». Il proposito, cioè un piccolo impegno da realizzare nella giornata o nella settimana, è la tua risposta al dono di Dio.
A te l'augurio che Gesù fa alla samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti parla!».
L'angolo di Dio
Concretamente, suggerisco di ritagliarsi un quarto d'ora nell'arco della giornata per pregare. Deve essere un momento di tranquillità, in cui sono fresco e disponibile, in un luogo adatto e silenzioso. Come fare?
Pregare con un brano di Vangelo oppure riflettere un po' su se stessi specie quando qualcosa non va.
Un modo semplice è pregare con uno degli atteggiamenti che ci vengono suggeriti nella messa:
- richiesta di perdono (specie quando preparo la mia confessione);
- offerta del mio lavoro, delle cose che faccio;
- domanda e richiesta per me, per gli altri, per la chiesa, per il mondo;
- ringraziamento (già visto).
Tale atteggiamento può durare anche una settimana o più, a piacere; posso abbinare un brano di Vangelo al tipo di preghiera scelta:
- Ringraziamento: Lc 17,11-19.
- Perdono: Lc 18, 9-14.
- Richiesta: Lc 11, 5-13.
Anche alcuni brani si prestano a far maturare i prerequisiti cui abbiamo fatto cenno.
Ad esempio:
- parabola dei talenti: no alla miniere chiuse;
- parabola del seminatore: guardarsi in faccia per scoprire che terreno sono;
- parabola del ricco stolto: risolvere i problemi fondamentali;
- parabola del buon samaritano: la vita è dono.
Conclusione: ignorare la PD è ignorare Cristo (S. Gerolamo); a pregare s'impara... pregando, quindi buon lavoro. Offro loro alcune indicazioni per impiegare bene «l'isola» che è l'ora di silenzio prima della cena. Il materiale su cui riflettere e le indicazioni per una preghiera personale non mancano.
Il dopocena è in genere impiegato, dopo un abbondante momento di relax, a parlare di qualche problema che riguarda il gruppo, a sentire le loro impressioni. La proiezione delle diapositive commentate «A pregare s'impara» e un momento in cappella chiudono la giornata. Io resto a disposizione per qualche colloquio personale.
SECONDO GIORNO: L'AMORE MISERICORDIOSO
La giornata riprende dopo la colazione con la riflessione su un brano di Vangelo, fatta tutti insieme in cappella. Invito a seguire le varie indicazioni che ho loro offerto. Hanno una mezz'ora di tempo per meditare Lc 5,1-11, scrivendo (per aiutarsi) sul quaderno. Nella sala degli incontri raccolgo le loro impressioni, riflessioni, commenti... In tutti c'è la meraviglia e lo stupore: mai avevano pensato che la PD fosse così ricca, viva, aderente e vicina alla loro vita. Ne approfitto per fare il punto sulle idee-forza circa la preghiera e la PD.
Oggi per noi si realizzerà quanto abbiamo letto ieri in Zaccheo. Quella parola «scendi in fretta, voglio fermarmi a casa tua» è rivolta a ciascuno di voi. Oggi (data) Dio vuol farvi visita. Occorre allora pulire, ordinare, aerare la casa. Paolo diceva questo con altre parole: «Lasciatevi riconciliare con Dio». La riconciliazione è l'incontro-abbraccio con il Dio della misericordia e dell'amore. Conosco tanti giovani che vanno in tilt ogni volta che devono o sono invitati a «confessarsi». Vorremmo oggi, insieme, guardare in profondità questo sacramento, tirando fuori dubbi, perplessità, incertezze, domande... in modo da far chiarezza il più possibile.
Vi dividerete ora in gruppi come ieri e leggerete Lc 15, 17-24, la parabola dell'amore misericordioso, quella che, secondo alcuni, è la dimostrazione dell'esistenza di Dio. Sì perché un Dio simile, l'uomo non sarebbe mai stato in grado di pensarlo, di inventarlo, ma «colui che vive nel Padre ce lo ha rivelato». La leggerete con calma, individualmente, poi insieme e cercherete di fare tre cose:
- immaginate di dover tradurre in azione scenica la parabola e quindi di doverla spezzare in vari atti;
- qual è, secondo voi, il cuore, il punto decisivo della parabola?
- elencate tutti i dubbi, le difficoltà, le domande cui non sapete dare una risposta circa il sacramento della Riconciliazione.
Si lavora fino a mezzogiorno, facendo premettere al pranzo una preghiera che sia impostata sulla richiesta di perdono con un ritornello cantato (es. Io ti chiedo perdono; Domine Deus filius Patris, miserere nobis).
Il racconto della riconciliazione
Al pomeriggio si verifica il lavoro insieme.
Vari atti della parabola «commentati»:
- partenza da casa, desiderio di libertà;
- esperienza del peccato;
- carestia dentro e fuori;
- riflessione;
- ritorno;
- abbraccio col padre;
- festa.
Il commento deve legare tre elementi: la parabola nelle sue diverse fasi, il sacramento e le sue esigenze, la vita del giovane.
Il punto centrale: il v. 17 «Allora cominciò a riflettere sulla sua situazione». Lì si decide il ritorno, la conversione, la presa di coscienza della sua situazione. fondamentale evidenziare con energia la preparazione al sacramento per evitare che diventi:
- un disco: sempre le stesse cose;
- una lavatrice: mi sono pulito, ora posso riprendere a sporcarmi;
- un paracarro: non riparto, resto seduto, senza nessun impegno.
Sono le confessioni abituali della maggior parte!
Premettere un periodo di tempo alla preparazione, destinando a questo il tempo dell'angolo di Dio durante una settimana. Non la quantità, ma la qualità delle confessioni trasforma la mia vita. E se non sei ben preparato, non andarti a confessare!
Domande, dubbi, difficoltà: le elenco, lasciando ad ogni animatore di cucinarsi la risposta, sempre però nella logica di puntare all'unificazione tra il sacramento e la vita:
- perché devo andare da un sacerdote e non posso confessarmi direttamente con Dio?
- cos'è peccato mortale?
- ogni quanto mi devo confessare?
- «io cambio confessore ogni volta: faccio bene?»;
- son sicuro del segreto del sacerdote?
- è necessario prendere un proposito?
- come fare un buon esame di coscienza?
- come faccio io a sapere quando un peccato è grave o no?
Sottolineature:
- importanza del proposito: uno solo, piccolo, concreto! da richiamare la volta seguente e su cui verificarsi;
- confessore stabile: è una fortuna trovare una guida che ti accompagni nel tuo cammino verso Dio;
- frequenza: se non ci sono particolari difficoltà, una volta al mese con una buona preparazione è più che sufficiente;
- i peccati che non si confessano mai: rovinare cose pubbliche, perdere tempo, le omissioni di vario tipo, rovinarsi la salute (fumo, alcool), trascurare la propria formazione religiosa, guidare in maniera spericolata....
In tutta la vivace chiacchierata ho fatto un accurato esame di coscienza «pubblico», per cui i giovani hanno avuto modo di confrontarsi e di sentirsi dentro.
Dopo il break della merenda, inizia il «grande silenzio» che si prolunga fino all'ora di cena. Ci troviamo in cappella per chiedere al Signore di «lasciarci riconciliare con Lui». I giovani sanno che sono due ore impegnative, per qualcuno decisive. Suggerisco loro alcuni brani della PD (Ef 4,17-5,5; Col 3,3-24); indico dove si trovano i vari confessori disponibili (è bene che ce ne sia uno ogni 8 giovani: ci vuole calma e tranquillità. In questa circostanza il giovane vuol fare le cose bene, ha bisogno di ascolto, di tempo: per cui procurare un certo numero di confessori e possibilmente sulla lunghezza d'onda dei giovani!).
A cena il tono della voce, le risate, il chiasso è superiore a quello del giorno prima: buon segno. Si respira aria di festa!
Una proposta «particolare»
Nei tanti gruppi incontrati ho sempre presentato una proposta per l'ultima sera-notte: l'adorazione notturna a turni di un'ora ciascuno. La illustro dicendo che non è obbligatoria, quindi la fa solo chi si sente, ma la condizione è il massimo rispetto dei compagni che riposano. Su un foglio scrivo nomi, numero delle camere, orario dell'adorazione che inizia alle 23 e si chiude alle 8. Sono presente all'inizio e scelgo anch'io un turno. L'ora può essere pregata o dividendola in quattro parti con le quattro modalità di preghiera della messa, oppure riflettendo sul brano di Lc 24 (i discepoli di Emmaus).
Non ho mai dovuto lamentare chiasso o disordini: è questo il cuore degli ES. «Ho imparato di più in quest'ora che in tanti mesi prima!», «è volato il tempo ! », «non avevo mai provato a pregare di notte: si sta bene con Dio». Al mattino concludo con quelli dell'ultimo turno.
TERZO GIORNO: LA CONCLUSIONE
Abbiamo ancora a disposizione un paio d'ore: c'è spazio per la messa e per prepararla (canti, intenzioni, letture). Invito i giovani a portare all'offertorio un segno che traduca il loro proposito: possono scegliere qualunque cosa.
La messa è un commento «dal vivo» del brano meditato nella notte sui discepoli di Emmaus. All'offertorio i giovani depongono in un cestino i simboli che rappresentano i loro propositi, e dopo la comunione invito qualcuno a spiegarli. C'è chi ha scelto un orologio (voglio dare ogni giorno un po' del mio tempo al Signore), chi un accendino (voglio fumare di meno o smettere, devolvendo il denaro ai poveri), chi un foglio bianco (voglio essere disposto a fare quello che il Signore mi chiede), chi una pietra o un ramo secco (voglio trasformare il cuore di pietra in cuore vivo) . . .
La celebrazione, attraverso i canti, le preghiere spontanee, gli interventi, ha un tono gioioso, esplosivo.
Un'esperienza Gianni Ghiglione (NPG 1988-08-68) Alcuni giorni in un piccolo convento nella Val di Susa, un silenzio assoluto e un'esperienza di cordialità e simpatia degli amici francescani. È lo scenario ideale per la preghiera e la riflessione. È «da appena un paio di anni che abbiamo aperto la nostra casa ai giovani mi dice padre Beppe in un momento di fraternità ed è stata per noi una sorpresa constatare le richieste di venire quassù per ritiri, campi-scuola, incontri di aggiornamento, giornate di scambio e di riflessione... In alcuni periodi dell'anno dobbiamo rispondere che c'è il tutto esaurito e non ci sono più posti!». Sono giovani provenienti da parrocchie, in massima parte, alcune classi per gli esercizi spirituali, scouts, gruppi spontanei o legati ad un interesse specifico (Bibbia, animazione, catechesi...). È un'esperienza comune a molti centri di spiritualità sparsi un po' dovunque in Italia: là dove c'è silenzio, accoglienza cordiale, possibilità di riflettere e di dialogare, i giovani arrivano. Ho ripensato ai tanti incontri avuti in questi anni, in occasione degli esercizi spirituali, con giovani che frequentano le scuole salesiane o ruotano attorno alle parrocchie, giovani dai 17 anni in su (IV, V superiore), e ho cercato di raccontare queste esperienze per iscritto. Sono certo consapevole delle difficoltà. - Ogni incontro con giovani ha sempre una sua fisionomia, differente l'una dall'altra. Ci sono reazioni, attenzioni, capacità di ascolto, entusiasmi o stanchezze, impegno e approfondimenti più diversi. Scrivere su questo è un po' penalizzare la varietà e la ricchezza che ogni esperienza offre da vivere. - Si tratta di qualcosa di dinamico, di vivo, proprio come vivi e dinamici sono i protagonisti, i giovani. Mettere su un foglio la vita, per quanto ci si sforzi, è come fotografare una cascata, una discesa sciistica; si fissa in un istante un dinamismo che solo lo spettatore può cogliere in tutta la sua bellezza. È un imprigionare la vita. - In particolare viene mortificato il linguaggio. La parola che si fa comunicazione profonda non è solo suono, ma molto di più. Quando si parla, si accompagnano le parole con gesti delle mani, mimiche facciali, pause, scarabocchi su cartelloni, ecc... Tutto questo non può essere messo sulla carta! Toccherà quindi al lettore lavorare di fantasia, ridando colore ed espressione alle grigie parole scritte. - Infine non vorrei dare l'impressione di avere scoperto la pietra filosofale. La finalità di questo contributo è quella di comunicare, a chi è impegnato personalmente con i giovani, il risultato di una riflessione su un'esperienza alla portata di tutti. Chi vorrà appropriarsene in toto o in parte non si ritenga vincolato da... diritti d'autore. PER CHI, PER COSA Alcune premesse Destinatari: come ho già accennato, sono giovani (gruppi solo maschili, solo femminili o misti) che frequentano scuole salesiane o gruppi parrocchiali; a costoro, nel corso dell'anno, viene offerta la possibilità degli esercizi spirituali (ES). Sono tutti del triennio superiore, dei vari tipi di scuola (Licei, Magistrali, CFP, Geometri, ITI, Agrari, Ragionieri...). Dal punto di vista religioso sono, nella gran parte, assai «digiuni» di vita cristiana. Sono, come si suol dire, «bravi», ma, dal punto di vista che ci interessa, superficiali e con grosse lacune sia conoscitive sia di «pratica». Riprenderemo queste osservazioni; mi premeva solo evitare il pericolo che qualcuno pensasse che si tratti di giovani «selezionati» o particolarmente allenati al discorso e all'impegno religioso. Incontro previo: quando vengo invitato a «predicare» gli ES ad un gruppo, la prima cosa che chiedo è di poter incontrare il gruppo almeno una volta prima del ritiro. Ritengo che qui risieda uno dei segreti per una buona riuscita. Nell'ora a mia disposizione cerco anzitutto di creare un clima di serenità, di attesa per quanto vivremo insieme e al tempo stesso di chiarezza. Dopo una veloce presentazione reciproca, ecco gli argomenti su cui si parla. - Libertà: viene chi vuol venire, non si viene perché viene il vicino o l'amico e neppure per far piacere al tale insegnante o per paura di «rappresaglie scolastiche». Deve essere una decisione autonoma e proprio per questo responsabile. In genere occorre essere molto espliciti e decisi su questo elemento. - Per fare che cosa: gli ES non sono una vacanza spensierata ed evasiva, un momento di relax disimpegnato, un'opportunità per stare con la classe o il gruppo fuori dal solito ambiente. Sono invece l'incontro profondo e sincero con se stesso, alla luce della Parola di Dio che giudica e sollecita. «I protagonisti siete ciascuno di voi e il Signore». L'uno alla ricerca dell'Altro con la disponibilità all'incontro e al cambiamento. L'animatore cerca solo di facilitare questi incontri, di indicare qualche direzione di marcia, ma toccherà a ciascuno camminare. - Cose pratiche: se questi sono gli ES, invito coloro che vogliono venire a non portare radioline, mangianastri, libri, giornalini, bevande di qualsiasi tipo o altro per festicciole... notturne. Sono necessari invece un quaderno per gli appunti e le riflessioni personali, il Nuovo Testamento e la disponibilità a fare quanto verrà richiesto (pause di silenzio, puntualità, lavori di gruppo...). Una manciata di secondi la impiego ancora a sottolineare la difficoltà e l'importanza del silenzio. - Tema: scrivo su un cartellone le attese dei giovani per gli ES mano a mano che le espongono. Sono molto varie e vanno da problematiche sociali (droga, pace, nucleare, consumismo) ad altre più sul versante del personale (carattere, ragazzi/ragazze, relazioni familiari, amore...), fino ad altre religiose (la chiesa, la preghiera, la messa, il peccato, Gesù Cristo...). Cerco di far capire loro che trattare tutto in 48 ore non sarà possibile, e ci accordiamo su un punto: meglio trattare uno o due argomenti in profondità che restare in superficie su tutti. «Mi pare di aver intuito che in molte delle attese che avete espresso c'è un'esigenza: quella di portare le proprie problematiche di vita davanti al Signore per ricevere da Lui una risposta illuminante; vale pure il rovescio, verificare cioè fino a che punto quello che noi chiamiamo fede, preghiera, sacramenti, ha a che fare con l'esperienza di vita quotidiana». Ha senso parlare di famiglia, di amore, di costruzione di sé, se intuisco (o sono convinto) che l'evangelo ha una parola di vita per questi settori problematici; come pure ha senso riflettere sui sacramenti, sulla preghiera, se si inseriscono vitalmente nella mia esistenza. È, in altre parole, far toccare con mano al giovane che l'evangelo è buona notizia proprio per lui, con tutto quel che si porta dentro di positivo e di negativo, di bene e di male. Gli ES vorrebbero dunque essere un'esperienza (iniziale e la prima per molti) di integrare fede e vita. Termino con un duplice invito: «Da oggi fino all'inizio degli ES, dedica ogni giorno un po' della tua preghiera per la buona riuscita di questa esperienza, per te e per i tuoi amici. Io farò lo stesso per voi. Inoltre guarda se dentro di te c'è qualcosa che ti sta particolarmente a cuore risolvere, approfondire, eliminare...». Il gruppo non è più anonimo, sconosciuto per me, né io per loro. Si è creato un clima «simpatico», e questo lo si nota reincontrandoli il mattino del giorno fissato nel luogo scelto per gli ES, arrivando un po' prima di loro e... tentando di salutarli per nome. In genere il gruppo è accompagnato da un adulto, cui lascio l'organizzazione logistica (ricreazioni, pasti, levata) e la libertà di partecipare o no ai nostri lavori. Dopo la sistemazione nelle camere (individuali o tutti insieme) attendo i giovani, armati di quaderno e Vangelo, in cappella. PRIMO GIORNO: VITA E MASCHERE Momento iniziale: un po' di silenzio, poi il saluto di accoglienza gioioso e affettuoso. Richiamo alcune cose di quanto detto nell'incontro previo (ES = esperienza di Dio, voglia di guardarci in faccia alla luce della sua parola, i due protagonisti di questi giorni...). «Quello che dovete fare adesso è offrire al Signore la vostra buona volontà, la vostra disponibilità. Signore, dico di sì a tutto quello che mi chiederai! Fra 48 ore sarete molto più contenti di quanto siete ora; è una promessa e voi mi direte se sarà stata mantenuta». «Dio non si lascia vincere in generosità» (Don Bosco). Segue la lettura del brano (il collegamento è evidente) di Lc 21,1-4: la vedovella che offre tutto quello che aveva per vivere. Lascio uno spazio di silenzio e concludiamo con un'Ave Maria, affidando a Lei il nostro lavoro. Usciamo dalla cappella e ci portiamo nella sala degli incontri, dove ho già sistemato almeno un paio di cartelloni su cui scrivere e visualizzare ciò che mi interessa. Importante la disposizione, preferibilmente vicina, con possibilità di scrivere comodamente e di vedere tutti in faccia. L'incontro in cappella è durato un quarto d'ora, e in genere questo primo tempo inizia attorno alle 10 e si protrae fino a mezzogiorno. Un paio di orette in cui parlo di loro, tentando una radiografia psicologica della loro vita. Sarà impossibile riportare tutti gli esempi (tantissimi e più ce ne sono...) che illustrano il discorso. Ognuno può far riferimento alla grande banca dati che è la propria esperienza, ai mille fatti che ogni giorno succedono, al proprio vissuto personale, agli incontri profondi avuti con i giovani. Questa prima parte deve avere alcune caratteristiche: essere brillante, non moralistica, ricca di esempi e piena, strapiena di vita. proprio dalla parola «vita» che inizio, scrivendola su un cartellone e invitando i giovani a dire a voce alta tutto ciò che questo termine evoca in loro. Io li riporto scritti in diversi colori: amicizia, dolore, sogno, nascita, bellezza, gioia, delusione, morte, amore, Dio, vocazione, sacrificio, genitori, disponibilità, bambino, paura, libertà, malattia, fuga, peccato, cielo. . . Queste sono tra le più comuni. Mai è venuto fuori, almeno fino ad ora, la parola «corpo», eppure è ovvio! La scrivo io nel cartellone (gioco anch'io al brainstorming!) e ne do la motivazione: la nostra vita è, per tanta parte, il nostro corpo. Dopo un momento rapido alle parole che sono state riportate attorno al tema della vita, passo a tentare una descrizione della situazione esistenziale che stanno vivendo, attraverso quattro flashes: - dire di sì alla propria vita; - no alle miniere chiuse; - problema è bello; - via le maschere. Sì alla vita Il primo gradino per una vita normale, serena è accettare se stessi, a partire da quello che viviamo come corpo. In altre parole significa dire di sì alla propria vita, cioè come la possediamo e la stiamo vivendo. Incontro dovunque i segni di questa non-accoglienza di sé: - chi non si accetta nella propria sessualità maschile e femminile; - chi non si accetta nella propria corporeità (alto, basso, magro, cure dimagranti. . .); - chi non si accetta nella propria famiglia: non accetto di avere quei genitori, mi vergogno di avere quel fratello o sorella; - chi non si accetta nel proprio tempo-spazio: vorrei vivere in un altro tempo o luogo; - chi non si accetta nel proprio tipo di scuola; - chi non si accetta nelle proprie amicizie; - chi non si accetta nelle proprie capacità o limiti; - chi non si accetta nel propri errori. Per questi ed altri settori di non-accoglienza di sé occorre fare esempi tratti dal mondo giovanile, indicando i rischi che si corrono. Basti per tutti questo paio di esempi: una ragazza (19 anni) non accetta sua madre e la punisce nel settore per il quale la madre si preoccupa maggiormente: la salute. Non mangia, si rifiuta di mangiare e cade in una seria forma di anoressia. Un giovane (17 anni) vive in un paesino di 700 abitanti, isolato dai grossi centri urbani. Inizia a non accettare quel luogo, non esce più di casa, si richiude in un mutismo assoluto, odia l'ambiente in cui è nato, la sua famiglia che ritiene stupida e arretrata. incapace di cogliere i valori e i lati positivi che il vivere «a dimensione umana» offre. Passa il tempo rincitrullendo davanti alla TV. Riformuliamo il tutto con uno slogan: dire di sì alla propria vita. I giovani intervengono liberamente sia per porre domande sia per arricchire il discorso con apporti personali. No alle miniere chiuse «Un anno andai a passare un paio di settimane all'isola d'Elba con una ventina di giovani. Durante una passeggiata, alla ricerca di minerali, ci trovammo all'imbocco di una enorme galleria. Il nostro desiderio di avventura fu brutalmente fugato da una serie di cartelli: Vietato l'ingresso. Là dentro, ci dicevamo, chissà quanti bei minerali ci saranno, ma nessuno può entrare! Nessuno pone mano all'opera di estrazione. Quelle ricchezze restano così come morte». Quella «miniera chiusa» mi ha fatto pensare a tanti giovani nei quali è presente un grosso quantitativo di doti, belle qualità, capacità... ma non vengono alla luce, non vengono sfruttate per pigrizia, o per non conoscenza di sé, o per mancanza di aiuto esterno. Sottolineo l'importanza di conoscere se stessi, di dirsi (con garbo) la verità tra amici, di chiedere l'aiuto di qualcuno. «Io non mi guardo più dentro perché so di avere un carattere brutto». Passo allora a esaminare i vari tipi di carattere. Esempio: il carattere emotivo è un carattere sciupone: quanta fatica per passare, in un tempo breve e per più volte dal pessimismo, dall'abbattimento, da un momento di bassa all'entusiasmo, all'ottimismo... È un carattere incline al pessimismo, allo scoraggiamento; è un romantico e sentimentale, è soprattutto un lunatico: non si sa mai di che umore è. Ancora, l'emotivo è uno che si offende e si abbatte per nulla, come pure si esalta e si entusiasma per piccole cose. È « un bel carattere?» domando. No, rispondono i più. Eppure l'emotivo è uno dei caratteri più ricchi e belli: ha il culto dell'amicizia, ha un'enorme facilità di mettersi nei panni degli altri (data l'ampiezza della gamma d'onda può collegarsi con tutte le trasmittenti!), è intuitivo, sensibile, generoso. Dunque non c'è carattere brutto o carattere bello: ci sono caratteri «da educare». Nel nostro caso l'emotivo dovrà tagliare le punte in alto e in basso cercando di limitare il più possibile gli effetti negativi dei momenti neri. Così si può parlare del carattere attivo e non-attivo, timido... ! In ogni difetto o lato negativo è presente una parte di positività che va cercata, evidenziata e sfruttata. Dunque caccia alle risorse personali! Problema è bello «Come comportarsi quando fanno capolino nella nostra vita problemi, dubbi, difficoltà...? Ogni volta che ti accorgi di avere un problema, devi fare tre cose: se sei credente, ringrazia il Signore, poi sii felice, perché sei una persona viva, normale (le mummie non hanno problemi, ma sono morte!) e infine rimboccati le maniche per risolverlo. Ciò che devi assolutamente evitare è «mandarlo in cantina», non pensarci, far finta di non averlo. Freud parla di questo comportamento quando tratta della rimozione, che è un mandare nell'inconscio ciò che disturba; si tagliano i collegamenti (censura) e si fa finta che non esista più, ma il problema c'è, è vivo, cresce, si sviluppa e ad un tratto rompe le barriere e ritorna a galla ingigantito e più pericoloso (nuovo Hulk!). Può essere espresso graficamente così: Il problema lo indico con un + perché è una carica, una forza che disturba e non lascia tranquilli. Esempi: la timidezza non risolta diventa incapacità di assumere responsabilità, paura, chiusura; si può addirittura somatizzare in forma di balbuzie, di tremolii, di sudorazione eccessiva...; la sessualità non inquadrata in una dimensione di positività e di senso (= non risolta come problema) fa restare la persona in balìa degli istinti ed ha manifestazioni infantili e regressive (pornografia, caccia agli spettacoli a luci rosse...). Qui si possono portare elementi in parte già accennati: l'accettazione di sé, il proprio carattere, il senso del rimorso, il problema religioso, relazionale. È uno dei temi più affascinanti. Via le maschere Guardare in faccia la propria vita, vincendo la tendenza alla superficialità. Piccard, scienziato francese, si era costruito un batiscafo con cui scandagliava i fondali dei mari inviolati. Qualcosa di simile è utile che lo facciamo di tanto in tanto anche noi, puntando fasci di luce negli angolini bui dove forse più si ammassano ragnatele, polvere e sporcizia. Dirsi la verità con coraggio, gettando via la maschera di cui siamo riccamente forniti. C'è gente che fa carnevale tutto l'anno o, come dice lo psicologo Goffmann, che trasforma il mondo in un enorme palcoscenico su cui «recita» la propria parte. Andare in profondità, oltre le apparenze, la superficie per attingere alla vita profonda, quello che può dare senso e felicità al nostro agire. Tentare la difficile unità tra quello che siamo «dentro» e quello che gli altri vedono o che appare dal nostro comportamento. Stupende le ultime pagine del diario di A. Frank, là dove parla delle due Anna presenti in lei. Si può affrontare qui il tema della guida, cioè di una persona che gode della nostra fiducia e stima che affianca (non si sostituisce) il cammino del giovane e lo aiuta a guardarsi con schiettezza e a non tramandare i problemi che di volta in volta si presentano. Conclusione Una mezz'ora prima di pranzo si sospendono i lavori e ritorniamo in cappella per un momento di preghiera. Lascio uno spazio di silenzio che ognuno gestisce come sa, poi rifacciamo un breve canto di ringraziamento accompagnato con la chitarra. I giovani vengono invitati a dire il loro grazie a Dio per quello che vogliono, e tutti ripetiamo il ritornello dopo 3/4 intenzioni. Sorprendente il fatto che la preghiera di ringraziamento crea un clima di serenità e di unità, elementi indispensabili per vivere l'esperienza degli ES. Segue il pranzo e il gioco. L'incontro riprende verso le 15,30 (è bene far precedere una mezz'ora in cui i giovani stanno per loro conto in camera rientrando nel clima e riprendendo i discorsi fatti). Se non si è concluso il lavoro della mattinata, si prosegue. In ogni caso, al termine è bene lasciare uno spazio per domande, scambio di impressioni tra i giovani stessi. Comunque questo tema è concluso all'ora della merenda, dopo la quale inizio il secondo argomento: la preghiera e la Parola di Dio (PD). PRIMO GIORNO: PREGHIERA E PAROLA Dl DIO Inizialmente sembra un qualcosa di giustapposto; l'obiettivo è invece quello di mostrare come la PD ha qualcosa da dire proprio alla nostra vita, ai miei 16, 17, 18 anni, oggi! Propongo loro un piccolo lavoro: leggere a gruppetti il brano di Luca 1 9, 1-11 (incontro di Gesù con Zaccheo) e mettere in evidenza tutto quello che secondo loro ha a che vedere con il problema preghiera. Andremo insieme a scuola da Zaccheo che sarà il nostro «maestro di preghiera»! Riporto su un cartellone quanto emerge nel lavoro di gruppo: - desiderava vedere chi fosse Gesù; - sperava cosi di poterlo vedere; - scendi in fretta, oggi voglio fermarmi a casa tua; - lo accolse con gioia; - gli altri mormoravano dicendo... ; - stando avanti a lui disse; - oggi la salvezza è entrata in questa casa; e invito a verbalizzare il motivo della frase scelta scrivendolo su un altro cartellone. Ci si accorgerà che alcune idee sulla preghiera le hanno già tirate fuori i giovani stessi, per cui quanto di nuovo verrà aggiunto, cade su un terreno che si è interrogato, ha pensato ed è disponibile a recepire il nuovo (grande principio didattico così spesso disatteso!). Al termine della chiacchierata il cartellone riporta grosso modo le seguenti idee che lascio all'interpretazione del lettore. Pregare è Pregare non è: - dire tante parole (registratori!); - dire belle parole (poeti!); - sfogo psicologico (terapeuta!). Pregare è desiderare di vedere, di incontrare Gesù. Nasce dalla convinzione che la preghiera è la cosa più importante della nostra vita perché mi offre il senso profondo della mia esistenza. La preghiera non è tutto, ma tutto parte dalla preghiera. (Esempi di vita personale e di tanti giovani incontrati). Pregare è accogliere Gesù in casa. Pregare è stare davanti a Lui (la fatica del silenzio, resistere al silenzio). Il termometro della mia preghiera è se la mia vita cambia! (cf Zaccheo: «Metà dei miei beni...»): - se in famiglia sono meno pretenzioso ed egoista; - se offro un aiuto quando mi accorgo del bisogno altrui; - se faccio il mio dovere con impegno; - se sono sincero; - se controllo i miei giudizi e le mie parole; - se sono «pulito» dentro e fuori. Io, come persona e come cristiano, valgo quanto vale la mia preghiera. Pregare è dialogo, quindi anche ascolto. Approdo alla preghiera vera quando abolisco le parole inutili e mi accorgo che Dio non è un'idea, un fantasma, un muro, un niente, ma una Persona viva e vera come me, un Tu che vuole entrare nella mia vita per farmi felice. Pregare è acquistare a poco a poco la mentalità di Dio. Pregare è possedere la forza di Dio; la preghiera è la potenza di Dio con noi per cui ciò che è impossibile a poco a poco diventa possibile. «La mia buona volontà unita alla forza di Dio compie miracoli». La preghiera è il problema dei giovani; la loro fede si gioca nella preghiera. Pregare, come? «Signore insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Ci sono due serie di prerequisiti: Prima serie: è quella su cui abbiamo lavorato nella prima parte! - essere persone riconciliate che si accettano e cercano il positivo nella loro vita; - essere persone capaci di guardarsi nella verità di se stesse; - essere persone che si sforzano di vivere in profondità; - essere persone che sentono la vita come un dono e ne sono innamorate; - essere persone capaci di viaggiare con se stessi quindi alla ricerca del silenzio; - essere persone che colgono le loro dissonanze interiori senza censure né rimozioni. Qui è l'aggancio tra preghiera e vita, completato dalla Seconda serie: adeguato concetto di Dio. Non ci può essere preghiera vera se di Dio ho uno di questi modelli caricaturali, presenti e circolanti più di quanto non si creda: - Dio carabiniere che va in cerca di chi sbaglia e punisce; - Dio slot-machine da cui si va a chiedere la grazia inserendo un tot di preghiere e... guai se la grazia non arriva; - Dio tappabuchi (Bonhoeffer); - Dio assurdo (Camus), che ci ha gettati in questo mondo e poi ha tirato il sipario; - Dio concorrente e geloso della mia felicità. Di qui nascono regole e divieti («Dio sa che qualora ne mangiaste diventereste come Lui»). È molto circolante tra i giovani. Chi è per me Dio? Me lo ricorda S. Ireneo: Gloria Dei vivens homo: l'uomo realizzato dà gloria a Dio; in altre parole Dio è felice quando l'uomo è felice, come fa ogni padre nei confronti del figlio che ama. Dio è una persona che mi vuole riuscito, che mi ama fino a dare se stesso purché io sia felice. Pregare con la Parola di Dio Sono molti i cristiani, specialmente giovani, che amano la Parola di Dio, che vorrebbero imparare a pregare con un brano di Vangelo, ma non sanno come fare. Allora suggerisco una specie di itinerario di cammino a piccole tappe. Prima di tutto invito alle seguenti riflessioni: 1. Il libro che hai tra le mani non è solo un insieme di fogli stampati e rilegati in forma più o meno elegante. Quando hai in mano il Vangelo, tu hai in mano una Persona viva, hai la Parola di Dio, hai Gesù stesso! Sei, in quel momento, come Maria a Nazareth quando teneva tra le sue braccia Gesù! I primi cristiani avevano compreso questo e parlavano sempre di due mense: quella della Parola e quella del Pane (dell'Eucaristia), di uguale dignità: è lo stesso Signore che ci viene incontro per regalarci se stesso. 2. Prima di aprire il Vangelo per la preghiera, fermati qualche istante a invocare la luce, a chiedere di comprendere quanto stai per leggere. «Signore, fammi comprendere le parole del Figlio tuo!». Capire l'altro, le parole dell'altro, è sempre faticoso, perché occorre entrare nel suo mondo. La stessa fatica dobbiamo metterla in conto, quando vogliamo far diventare preghiera la lettura del Vangelo. 3. La luce caccia le tenebre; il sole fa sparire la notte. Se c'è il peccato nel tuo cuore, la prima cosa che il Signore ti chiede è di allontanarlo da te, di recuperare l'amicizia e la sintonia con Lui. Il peccato è un'interferenza che impedisce la recezione del messaggio. Il saper chiedere con umiltà perdono per «riavere il vestito bianco» è già un frutto prezioso della Parola di Dio che vogliamo imparare a pregare. Ora concretamente, quando io ho in mano il Vangelo, cosa faccio? Rispondo indicando il cammino a piccoli passi. - Primo passo: devo scegliere il brano, oggetto della mia preghiera. Questa scelta può essere casuale, ora qui ora là, senza continuità di tematica né di testo. Soprattutto all'inizio tale modo è da sconsigliare. Oppure la scelta può essere ritmata sulla liturgia domenicale, oppure fatta su un Vangelo, letto di seguito, pezzo dopo pezzo. Scelto il brano, lo leggo, non come un romanzetto, cioè in fretta, quasi preoccupato di scoprire come va a finire. La lettura deve essere fatta con calma, adagio, ripetuta due o tre volte senza fretta. «Come la pioggia scende dal cielo e irrora la terra, bagna i campi... così la mia Parola...». - Secondo passo: la comprensione. Può darsi che ci siano parole, espressioni che non capisco, tipiche dell'epoca in cui il Vangelo è stato scritto, termini difficili... Segno la difficoltà e poi mi posso rivolgere ad una persona competente, o ricorrere ad un libro che commenti e spieghi il brano in questione. Ci sono oggi ottimi commenti, accessibili a tutte le borse. Più il testo è compreso per quello che vuol dire, nel contesto e nell'economia del Vangelo, nei riferimenti ad altri brani... più ricca sarà la riflessione-preghiera che ne nascerà. - Terzo passo: interiorizzazione. Nel leggere il brano scelto, ti sei accorto che ci sono delle parole, delle espressioni che hanno attirato più di altre la tua attenzione. Sottolineale e inizia una riflessione da queste. «Cosa dicono a me, alla mia vita queste parole? Cosa mi vuol dire il Signore? Quali stimoli offre alla mia crescita umana e cristiana?». Inizia qui un dialogo-confronto tra la tua vita e le esigenze che la Parola ti ha indicato. Altre volte si incontrano delle brevi preghiere, invocazioni. Ripetile a lungo pensando a quali momenti della tua giornata si possono riferire. È un illuminare il tuo quotidiano con l'invocazione del Vangelo. Occorre farle diventare preghiera per te e per quelli che conosci. Ti accorgi che c'è qualcosa della tua vita che la Parola di Dio ti invita a lasciare o a cambiare (tanto o poco non importa). Nasce qui la vera preghiera: quella che parte dalla Parola di Dio e scende nella vita e la migliora. - Quarto passo: ringraziamento-proposito. Dio ti ha fatto il grande regalo di Gesù che prolunga la sua presenza nella Chiesa attraverso la sua Parola. Ringrazia per questo dono che ci accompagna e diventa «luce sul nostro cammino». Il proposito, cioè un piccolo impegno da realizzare nella giornata o nella settimana, è la tua risposta al dono di Dio. A te l'augurio che Gesù fa alla samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti parla!». L'angolo di Dio Concretamente, suggerisco di ritagliarsi un quarto d'ora nell'arco della giornata per pregare. Deve essere un momento di tranquillità, in cui sono fresco e disponibile, in un luogo adatto e silenzioso. Come fare? Pregare con un brano di Vangelo oppure riflettere un po' su se stessi specie quando qualcosa non va. Un modo semplice è pregare con uno degli atteggiamenti che ci vengono suggeriti nella messa: - richiesta di perdono (specie quando preparo la mia confessione); - offerta del mio lavoro, delle cose che faccio; - domanda e richiesta per me, per gli altri, per la chiesa, per il mondo; - ringraziamento (già visto). Tale atteggiamento può durare anche una settimana o più, a piacere; posso abbinare un brano di Vangelo al tipo di preghiera scelta: - Ringraziamento: Lc 17,11-19. - Perdono: Lc 18, 9-14. - Richiesta: Lc 11, 5-13. Anche alcuni brani si prestano a far maturare i prerequisiti cui abbiamo fatto cenno. Ad esempio: - parabola dei talenti: no alla miniere chiuse; - parabola del seminatore: guardarsi in faccia per scoprire che terreno sono; - parabola del ricco stolto: risolvere i problemi fondamentali; - parabola del buon samaritano: la vita è dono. Conclusione: ignorare la PD è ignorare Cristo (S. Gerolamo); a pregare s'impara... pregando, quindi buon lavoro. Offro loro alcune indicazioni per impiegare bene «l'isola» che è l'ora di silenzio prima della cena. Il materiale su cui riflettere e le indicazioni per una preghiera personale non mancano. Il dopocena è in genere impiegato, dopo un abbondante momento di relax, a parlare di qualche problema che riguarda il gruppo, a sentire le loro impressioni. La proiezione delle diapositive commentate «A pregare s'impara» e un momento in cappella chiudono la giornata. Io resto a disposizione per qualche colloquio personale. SECONDO GIORNO: L'AMORE MISERICORDIOSO La giornata riprende dopo la colazione con la riflessione su un brano di Vangelo, fatta tutti insieme in cappella. Invito a seguire le varie indicazioni che ho loro offerto. Hanno una mezz'ora di tempo per meditare Lc 5,1-11, scrivendo (per aiutarsi) sul quaderno. Nella sala degli incontri raccolgo le loro impressioni, riflessioni, commenti... In tutti c'è la meraviglia e lo stupore: mai avevano pensato che la PD fosse così ricca, viva, aderente e vicina alla loro vita. Ne approfitto per fare il punto sulle idee-forza circa la preghiera e la PD. Oggi per noi si realizzerà quanto abbiamo letto ieri in Zaccheo. Quella parola «scendi in fretta, voglio fermarmi a casa tua» è rivolta a ciascuno di voi. Oggi (data) Dio vuol farvi visita. Occorre allora pulire, ordinare, aerare la casa. Paolo diceva questo con altre parole: «Lasciatevi riconciliare con Dio». La riconciliazione è l'incontro-abbraccio con il Dio della misericordia e dell'amore. Conosco tanti giovani che vanno in tilt ogni volta che devono o sono invitati a «confessarsi». Vorremmo oggi, insieme, guardare in profondità questo sacramento, tirando fuori dubbi, perplessità, incertezze, domande... in modo da far chiarezza il più possibile. Vi dividerete ora in gruppi come ieri e leggerete Lc 15, 17-24, la parabola dell'amore misericordioso, quella che, secondo alcuni, è la dimostrazione dell'esistenza di Dio. Sì perché un Dio simile, l'uomo non sarebbe mai stato in grado di pensarlo, di inventarlo, ma «colui che vive nel Padre ce lo ha rivelato». La leggerete con calma, individualmente, poi insieme e cercherete di fare tre cose: - immaginate di dover tradurre in azione scenica la parabola e quindi di doverla spezzare in vari atti; - qual è, secondo voi, il cuore, il punto decisivo della parabola? - elencate tutti i dubbi, le difficoltà, le domande cui non sapete dare una risposta circa il sacramento della Riconciliazione. Si lavora fino a mezzogiorno, facendo premettere al pranzo una preghiera che sia impostata sulla richiesta di perdono con un ritornello cantato (es. Io ti chiedo perdono; Domine Deus filius Patris, miserere nobis). Il racconto della riconciliazione Al pomeriggio si verifica il lavoro insieme. Vari atti della parabola «commentati»: - partenza da casa, desiderio di libertà; - esperienza del peccato; - carestia dentro e fuori; - riflessione; - ritorno; - abbraccio col padre; - festa. Il commento deve legare tre elementi: la parabola nelle sue diverse fasi, il sacramento e le sue esigenze, la vita del giovane. Il punto centrale: il v. 17 «Allora cominciò a riflettere sulla sua situazione». Lì si decide il ritorno, la conversione, la presa di coscienza della sua situazione. fondamentale evidenziare con energia la preparazione al sacramento per evitare che diventi: - un disco: sempre le stesse cose; - una lavatrice: mi sono pulito, ora posso riprendere a sporcarmi; - un paracarro: non riparto, resto seduto, senza nessun impegno. Sono le confessioni abituali della maggior parte! Premettere un periodo di tempo alla preparazione, destinando a questo il tempo dell'angolo di Dio durante una settimana. Non la quantità, ma la qualità delle confessioni trasforma la mia vita. E se non sei ben preparato, non andarti a confessare! Domande, dubbi, difficoltà: le elenco, lasciando ad ogni animatore di cucinarsi la risposta, sempre però nella logica di puntare all'unificazione tra il sacramento e la vita: - perché devo andare da un sacerdote e non posso confessarmi direttamente con Dio? - cos'è peccato mortale? - ogni quanto mi devo confessare? - «io cambio confessore ogni volta: faccio bene?»; - son sicuro del segreto del sacerdote? - è necessario prendere un proposito? - come fare un buon esame di coscienza? - come faccio io a sapere quando un peccato è grave o no? Sottolineature: - importanza del proposito: uno solo, piccolo, concreto! da richiamare la volta seguente e su cui verificarsi; - confessore stabile: è una fortuna trovare una guida che ti accompagni nel tuo cammino verso Dio; - frequenza: se non ci sono particolari difficoltà, una volta al mese con una buona preparazione è più che sufficiente; - i peccati che non si confessano mai: rovinare cose pubbliche, perdere tempo, le omissioni di vario tipo, rovinarsi la salute (fumo, alcool), trascurare la propria formazione religiosa, guidare in maniera spericolata.... In tutta la vivace chiacchierata ho fatto un accurato esame di coscienza «pubblico», per cui i giovani hanno avuto modo di confrontarsi e di sentirsi dentro. Dopo il break della merenda, inizia il «grande silenzio» che si prolunga fino all'ora di cena. Ci troviamo in cappella per chiedere al Signore di «lasciarci riconciliare con Lui». I giovani sanno che sono due ore impegnative, per qualcuno decisive. Suggerisco loro alcuni brani della PD (Ef 4,17-5,5; Col 3,3-24); indico dove si trovano i vari confessori disponibili (è bene che ce ne sia uno ogni 8 giovani: ci vuole calma e tranquillità. In questa circostanza il giovane vuol fare le cose bene, ha bisogno di ascolto, di tempo: per cui procurare un certo numero di confessori e possibilmente sulla lunghezza d'onda dei giovani!). A cena il tono della voce, le risate, il chiasso è superiore a quello del giorno prima: buon segno. Si respira aria di festa! Una proposta «particolare» Nei tanti gruppi incontrati ho sempre presentato una proposta per l'ultima sera-notte: l'adorazione notturna a turni di un'ora ciascuno. La illustro dicendo che non è obbligatoria, quindi la fa solo chi si sente, ma la condizione è il massimo rispetto dei compagni che riposano. Su un foglio scrivo nomi, numero delle camere, orario dell'adorazione che inizia alle 23 e si chiude alle 8. Sono presente all'inizio e scelgo anch'io un turno. L'ora può essere pregata o dividendola in quattro parti con le quattro modalità di preghiera della messa, oppure riflettendo sul brano di Lc 24 (i discepoli di Emmaus). Non ho mai dovuto lamentare chiasso o disordini: è questo il cuore degli ES. «Ho imparato di più in quest'ora che in tanti mesi prima!», «è volato il tempo ! », «non avevo mai provato a pregare di notte: si sta bene con Dio». Al mattino concludo con quelli dell'ultimo turno. TERZO GIORNO: LA CONCLUSIONE Abbiamo ancora a disposizione un paio d'ore: c'è spazio per la messa e per prepararla (canti, intenzioni, letture). Invito i giovani a portare all'offertorio un segno che traduca il loro proposito: possono scegliere qualunque cosa. La messa è un commento «dal vivo» del brano meditato nella notte sui discepoli di Emmaus. All'offertorio i giovani depongono in un cestino i simboli che rappresentano i loro propositi, e dopo la comunione invito qualcuno a spiegarli. C'è chi ha scelto un orologio (voglio dare ogni giorno un po' del mio tempo al Signore), chi un accendino (voglio fumare di meno o smettere, devolvendo il denaro ai poveri), chi un foglio bianco (voglio essere disposto a fare quello che il Signore mi chiede), chi una pietra o un ramo secco (voglio trasformare il cuore di pietra in cuore vivo) . . . La celebrazione, attraverso i canti, le preghiere spontanee, gli interventi, ha un tono gioioso, esplosivo.
















































