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    Inserirsi nel sociale: come?


     

    Dibattito con Luciano Tavazza

    (NPG 1988-10- 22)

    Domanda. Quali sono oggi in concreto per i giovani i mezzi, le competenze, gli strumenti per acquistare la capacità di inserirsi nel sociale e prestare un servizio alla comunità degli uomini?
    Risposta. Ho usato il termine di intervento e operatività a dimensione politica. Qual è la strada per maturare concretamente a un impegno che tenda non (ricorda il Papa) a lenire le sofferenze, ma a rimuovere le cause e i circuiti, una strada prioritaria per affrontare i problemi alle radici? È nell'impegnarsi nel sociale, in quello che potremmo definire il pre-politico; l'aprirel'occhio sul proprio territorio, analizzarlo e mettersi dalla parte di coloro che sono in difficoltà.
    Come in concreto? Partecipare ad un'associazione, ma possibilmente imprimere nelle associazioni una preoccupazione equilibrata fra formazione personale e servizio personale.
    Io diffido personalmente di coloro che continuano a leggere la Bibbia, ma che non hanno voglia di «sporcarsi le mani» (come si suol dire), perché queste sono le mani piú sporche del mondo. Dice Gandhi che la forma piú alta della violenza del mondo è l'indifferenza; chi ha le mani indifferenti per i fratelli è anzitutto un violento, non un adoratore di Dio.
    Allora la risposta è: nelle associazioni, nel volontariato, nell'animazione passando attraverso l'esperienza fondamentale del servizio ai poveri che è dettata da una autentica fede.

    Domanda. Che cosa si sta facendo nell'ambito istituzionale per promuovere il potenziale impegno giovanile nel volontariato?
    Risposta. Per quanto riguarda l'Italia, i problemi del volontariato sono passati alle regioni italiane in base a una disposizione dell'articolo 117 della nostra Costituzione. Quattordici regioni italiane hanno già creato leggi speciali per la protezione e lo sviluppo del volontariato. È un primo passaggio di decentramento, di partecipazione; l'unico guaio è che invece il parlamento è in ritardo: e non avendo fatto una legge quadro di riferimento, è nato un vestito di Arlecchino. Cosicché le regioni che hanno più bisogno di volontariato, forse non hanno leggi; quelle dove i servizi sociali dello stato funzionano meglio, prima hanno disposto l'integrazione tra volontariato e istituzioni pubbliche. Allora oggi esistono queste leggi, ma si attende una legge quadro.
    E da ricordare però che il volontariato non deve mai attendere lo stato. Una sua peculiare caratteristica è infatti quella di essere il «radar» della società e anticipare ai problemi che lo stato dovrà in un secondo tempo risolvere, la sua presenza di fantasia personale. Si è detto che il volontariato costituisce l'antitossina per eccellenza ai problemi di disgregazione che la società impatta nella sua storia. È il momento allora di una legislazione che, rispettando l'autonomia del volontariato, ne sostenga gli sviluppi.

    Domanda. Data la sua responsabilità e la sua esperienza, quanta disponibilità effettiva ha potuto riscontrare nei giovani in fatto di impegno? E quali possibilità concrete di impegno e di volontariato sono offerte ai giovani disponibili oggi?
    Risposta. Anzitutto bisogna smettere di dire che il volontariato è un problema giovanile. Il volontariato ha un senso nella società se è un problema intergenerazionale, dove ciascuno per la sua età e per la sua competenza dà un apporto.
    Lo so bene che alcuni desidererebbero che il volontariato fosse fatto solo dei giovani, perché stupidi e disinteressati; poi quando diventano grandi è bene che si occupino invece di cose serie. Il volontariato, invece, deve essere affidato ai giovani, ma non solo ai giovani.
    Quale disponibilità hanno? Hanno la disponibilità di persone che - per quanto li riguarda - sono nel momento più difficile della vita, perché mentre gli adulti hanno i soliti problemi o comunque sono tranquilli, i giovani hanno il problema degli studi, della famiglia, del lavoro e, in Italia, magari anche dell'abitazione e dei trasporti. Essi offrono certamente solidarietà e disponibilità: la prova sono il numero davvero ragguardevole di gruppi di associazioni di volontariato. Però guai a voler scaricare il volontariato sui giovani, come se non avessero una serie preoccupante di domande/bisogni esistenziali, a cui nessuno - tanto meno le istituzioni - sembra potere o volere dare una risposta. Ad ogni incontro con i giovani si deve allora tener conto di una richiesta di solidarietà, ma deve anche corrispondere una profonda conoscenza dei problemi esistenziali che essi hanno.
    Quali spazi? Mentre il volontariato prima del 1975 grosso modo aveva un ambito che si chiudeva nel socio-assistenziale, oggi vi sono almeno trenta aree in cui il volontariato opera, consentendo così, a chi non se la sente di lavorare in un ospedale, o vicino a un ragazzo cerebroleso, di potersi occupare dei problemi dell'ambiente e della sua difesa, del recupero dei beni culturali, dei problemi di consultori familiari, di quelli che riguardano i ragazzi devianti, o le ragazze madri, i dimessi dagli ospedali psichiatrici, coloro che sono colpiti dal giro della droga o dell'aids. In queste aree ci si può concretamente inserire, ma nessuno lo può fare se non si mette a studiare seriamente il suo territorio, perché non si tratta di inventare il volontariato, ma di vedere esigenze e risorse e poi di trarne le conseguenze secondo l'insegnamento del Papa circa la priorità e le radici dei problemi.
    Uno stato intelligente non fa la lotta alla droga prendendo il gatto per la coda, e moltiplicando le comunità, che pure sono necessarie in questo momento, ma si applica in periferia a creare gli spazi dove si possa praticare dello sport, dove si possa animare il tessuto dei giovani, quindi affrontare i problemi alle radici. Non si può fare come le banche, che per pulirsi la coscienza, a fine anno gettano del denaro per questa o quella iniziativa; sarebbe molto meglio che si potenziassero le politiche sociali preventive nelle periferie delle grandi città, secondo una tradizione che è quella salesiana.

    Domanda. Per agire con efficacia bisogna fare i conti con la partitocrazia. Come rapportarsi con i partiti? E se non rispettano i nostri sentimenti, le nostre aspettative?
    Risposta. Nessuno vuole demonizzare la politica, nel senso di militanza in un partito. Come ha detto padre Sorge, il vero problema è che bisogna passare da una democrazia formale ad una democrazia matura; e una democrazia è matura, fra le altre caratteristiche, quando consente un'autentica partecipazione. Conoscete tutte le difficoltà che ci sono in Italia (e per gli amici degli altri paesi, ciascuno può raccontare la sua storia, anzitutto rispettosi delle diverse storie degli altri). Da noi, oggi in questo momento per i giovani le strade delle partecipazioni sono quasi sempre sbarrate, perché l'istituzione chiede semplicemente di aderire al suo progetto. I giovani di oggi chiedono invece sostanzialmente di non essere strumentalizzati dalla istituzione che li riceve e di non essere ghettizzati. Ci domandiamo che senso ha aver escluso in parlamento per ripicca migliaia di giovani adulti dal dare una mano nei consultori familiari. È questa la democrazia che si offre? Ma allora questa non è una democrazia matura, e tocca a noi farla maturare. Come? Diventando una forza di pressione, perché fino a quando non siamo capaci di esprimere all'esterno, perché organizzati, preparati e qualificati, la forza di un associazionismo, di un volontariato, di un'animazione, che è autentica volontà del mondo giovanile, nessuno terrà conto di esso. Cosa è stato fatto finora? Molto poco. Non vi è nemmeno un ministero per la gioventù o un ministero che esprima una politica della gioventù. E neppure ci si pensa; si pensa invece a rincorrere i problemi che il mondo giovanlie crea inevitabilmente, e questa ci sembra la peggiore delle politiche.
    Quindi occorre diventare una forza organizzata capace di esprimere contenuti culturali, una forza che riesce anche rispetto ai grandi mezzi di formazione dell'opinione pubblica a fare ascoltare e tradurre la sua voce. Fino a quando invece i gruppi saranno chiusi, narcisistici, tra loro non collegati, questa etica sommersa che è ricchissima nel paese non troverà un modo di essere rappresentata e accolta.

    Domanda. Cosa significano le frasi citate: «Il primo gradino dell'amore è la giustizia» e «Non deve essere dato a nessuno per carità quanto gli spetta di diritto»? E in particolare che cosa cambia questo «spirito» nel modo con cui noi giovani ci mettiamo a servizio?
    Risposta. Le citazioni di Paolo VI, richiamate nella domanda, volevano ricordare che troppe volte nelle nostre comunità ecclesiali si tende a saltare il gradino dei diritti per appellarsi direttamente alla carità. Invece la carità è una ricca giustizia. Non è possibile saltare il gradino, che è la giustizia dell'uomo qui, in terra, a cui il cristiano aggiunge la misericordia, il perdono, e tutte quelle virtù che sono necessarie. Chessman diceva, prima di andare al patibolo, che si può morire anche di giustizia. Il magistero ci richiama allora a liberarci dall'ipocrisia, a non rendere davvero la religione «oppio dei popoli» quando, appellandoci a qualcosa di più grande, la carità, violiamo i diritti di dignità delle persone, di libertà. Il cristiano deve trovare il modo di dare con uno stile speciale. Il volontariato del credente non è «migliore» del volontariato promosso dai laici, ma ha uno stile diverso: dinnanzi a lui c'è continua la prospettiva, non solo del destino umano dell'uomo, ma di tutto il suo destino soprannaturale. Certo non fa volontariato per conquistare le anime, ma lo fa nello stile che oggi è rappresentato da madre Teresa: io servo l'uomo senza chiedergli un contraccambio. Lo stile della gratuità: se siamo figli di un Dio fedele, fedele all'uomo e gratuito nell'incontro con noi, non possiamo fare che opere che riportino questa gratuità.

    Domanda. In una società complessa come la nostra, quali sono gli spazi per una solidarietà più vasta che penetri e cambi anche la logica del lavoro? E nel mondo del lavoro come si educa alla solidarietà?
    Risposta. Io non credo che verrà mai dall'interno del mondo del lavoro un modo nuovo di lavorare, perché temo che la logica sia sempre quella della competitività e del maggior profitto possibile. C'è da augurarsi che dal di fuori, dall'associazionismo, dalla società civile nel suo complesso, dalla cultura e dall'esperienza popolare, dalle scienze dell'uomo e dalla loro riflessione, venga un discorso innovativo. Nelle aziende l'atteggiamento giovanile rispetto al lavoro sta totalmente cambiando. Rispetto al vecchio operaio, il giovane dice: «Voglio vivere anche la vita oltre al lavoro». Il consumo degli straordinari da parte dei giovani è quasi insignificante rispetto a quelli del passato. Ma non è, a ben vedere, rifiuto del lavoro o della sua etica. C'è un modo nuovo di lavorare che sta affermandosi: per esempio attraverso la nascita e il moltiplicarsi delle cooperative, ed è un modo più personale, più carico d'inventiva, col rischio accettato in nome di una maggiore libertà e realizzazione della propria personalità, del proprio ingegno. Ci sono già i segni di un mutamento, ma devono essere coltivati da coloro che vanno al lavoro; non usciranno mai dal mondo del lavoro, se per mondo del lavoro si intende il mondo degli industriali e il loro modo di considerare l'uomo al lavoro.
    Certo, chi si impegna veramente su un territorio potrà ricevere incomprensione, o l'accusa di perseguire una religione orizzontale. Quest'accusa va vanificata con una forte spiritualità che traduca continuamente quello che un teologo raccomandava: la lettura costante della Bibbia e la lettura quotidiana del giornale. E allora credo che chi si impegnerà lungo questa strada ritroverà le grandi linee dell'insegnamento di Don Bosco, che è sempre partito dal popolo e dall'esperienza nel vissuto quotidiano popolare, incrociando il messaggio del vangelo con l'esistente, così che non si avverte nella tradizione salesiana l'alienazione religiosa.



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