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    Lo «sguardo di fede» nella lettura della realtà e nella progettazione pastorale



    Riccardo Tonelli

    (NPG 1988-07-24)


    Negli studi di teologia pastorale e nelle raccomandazioni degli educatori cristiani, spesso ritorna l'invito a leggere la realtà in uno "sguardo di fede".
    L'esigenza è certamente importante. Ogni credente sa, infatti, che solo nella fede gli è possibile interpretare la realtà nella sua verità. Purtroppo però l'appello alla fede non è risuonato sempre come sollecitazione a percorrere il lungo sentiero verso la verità; troppe volte, al contrario, ha funzionato come una scorciatoia tranquilla e pericolosa.
    La stessa comprensione della natura della fede ha subito inoltre rapide trasformazioni, nella coscienza della comunità ecclesiale. E questo spinge a verificare continuamente la qualità della fede a cui si appella, quando sale l'invito a leggere la realtà in uno "sguardo di fede".
    Le pagine che seguono suggeriscono un contenuto per la formula in questione: riaffermano l'urgenza di uno "sguardo di fede", proprio mentre ne cercano una comprensione corretta.

    I PROBLEMI

    È importante ritagliare, con una certa approssimazione, l'ambito del problema. Chiariti i termini, è più facile cercare elementi di soluzione.
    A questo scopo dedico le prime battute della mia riflessione.

    Progetti pastorali e analisi socioculturali

    In campo pastorale il problema è stato concettualizzato solo in epoca molto recente, come esito di una progressiva consapevolezza a carattere epistemologico.
    Di fatto, però, il contenuto evocato rappresenta una componente costante di ogni percorso pastorale.
    Chi si mette a progettare interventi pastorali spontaneamente si guarda d'attorno. La realtà provoca e interpella. Sappiamo di doverci misurare con questi dati prima di ogni decisione operativa.
    Di fatto sono possibili differenti letture del reale. Lo scienziato, catturato dallo spessore duro dei fatti, si limita ad una lettura empirica dell'esistente. Qualche altro tenta di traforare la corteccia di quello che riesce a manipolare, per raggiungere la soglia dei concatenamenti logici e intenzionali. Il poeta sottolinea quell'afflato che invece sfugge a chi è impigliato nella lotta per la sopravvivenza quotidiana. L'uomo sapiente cerca connessioni che lo riconducono al gioco della vita e del suo senso.
    Il credente contempla la realtà quotidiana con lo sguardo penetrante della sua esperienza vitale. E cerca la cifra del suo Dio, nelle pieghe della storia personale e collettiva.
    Qualche volta questi diversi approcci sono vissuti come livelli differenti di uno stesso sguardo complessivo. Sorge però facilmente una conflittualità di competenze: non riesce certo agevole decidere a chi affidare l'ultima parola. Altre volte, invece, sono esperiti come alternativi. In questo caso, tutto sembra pacifico. L'assenza di conflittualità è pagata però al prezzo caro di una maldestra approssimazione alla verità.
    Le cose sono complicate da un altro dato. Non solo sono possibili differenti livelli di lettura; bisogna anche fare i conti con il peso condizionante degli strumenti utilizzati, che non sono mai neutrali rispetto alle prospettive della fede.
    Alcune comunità ecclesiali, impegnate in programmazioni pastorali, si muovono ad un livello di alta qualificazione tecnica. E così si trasformano in laboratori socioculturali.
    Altre volte, ci si accontenta del buon senso, del fiuto personale, di una ricognizione rapida e senza eccessive pretese.
    A qualcuno resta la paura di rovinare l'approccio pastorale, con indebite contaminazioni antropologiche; e preferisce parlare di una lettura "teologica" della realtà, quasi sognando strumenti, collocati al di sopra dei conflitti culturali.
    In tutti i casi, però, la lettura della realtà comporta l'utilizzazione di strumentazioni che non provengono dal mondo della fede, ma da quello della ricerca e della esperienza umana. Non basta certamente rifiutarli o usarli in modo superficiale, per essere immunizzati dai rischi relativi. Questa strumentazione è collocata infatti in un orizzonte antropologico: suggerisce valori e significati, mentre assolve la sua funzione strumentale.
    In questa complessa situazione, cosa significa "sguardo di fede"?

    Superamento dell'uso strumentale delle scienze

    Nel passato, anche recente, le comunità ecclesiali e gli operatori pastorali avevano trovato una soluzione radicale. Veniva costruita una specie di gerarchia logica delle discipline. Alcune stavano al vertice, con diritti valoriali indiscussi; altre svolgevano solo una funzione ancillare. Questo modo di fare non era tipico della sola teologia. Altre scienze lo pretendevano per sé, con la stessa sicurezza.
    In questo modo, l'utilizzazione delle discipline necessarie per leggere la realtà e per progettare eventuali trasformazioni procedeva secondo modelli funzionali.
    Il più diffuso ero quello della dipendenza.
    In ambito pastorale, alla teologia (valutata come l'espressione conclusiva della fede) competeva la definizione dei valori, degli obiettivi, degli orientamenti. Alle scienze dell'uomo si chiedeva solo un contributo esecutivo: "come" assicurare meglio il raggiungimento degli scopi predeterminati, "perché" le cose non procedevano come avrebbero dovuto, "quali strumenti" potevano essere elaborati per assicurare meglio il processo.
    Una variante era rappresentata da quel tipo di confronto in cui la pastorale si reputava autorizzata a selezionare tra discipline e dati solo quelli che interessavano i suoi problemi, lasciando ad altri l'utilizzazione complessiva, oppure chiedeva agli esperti un contributo e poi li collocava tranquillamente fuori campo per farsi le sue interpretazioni e per tirare le sue conclusioni.
    In questi casi, la collaborazione viene bloccata sul nascere. Se l'esperto di discipline umane avanza qualche perplessità procedurale o contesta la pretesa valoriale, non riesce difficile trovare sostituti per chi non vuole stare al gioco. Come un mecenate rinascimentale, la teologia detta le regole dell'arte e si sceglie gli artisti pronti ad eseguire.
    Il Concilio ha introdotto una svolta procedurale, restituendo all'uomo dignità e autonomia nel suo procedere pensoso. "Tutte le realtà che costituiscono l'ordine temporale, cioè i beni della vita e della famiglia, la cultura e l'economia, le arti e l professioni, le istituzioni della comunità politica, le relazioni internazionali e così via, come pure il loro evolversi e progredire, non soltanto sono mezzi con cui l'uomo può raggiungere il suo fine ultimo, ma hanno un valore proprio, riposto in esse da Dio, sia considerate in se stesse, sia considerate come parti di tutto l'ordine temporale" (AA 7).
    Il Concilio riconosce così, a partire da una riflessione sulla fede ecclesiale, la relativa autonomia di ogni scienza. Chiude, in termini perentori, con l'abitudine diffusa di utilizzare, in teologia e in pastorale, le scienze dell'uomo secondo modelli strumentali.
    Per la teologia viene ridisegnato un compito certamente più scomodo di quello tradizionale. "Il teologo deve in primo luogo applicare alla propria scienza la critica svolta dall'elemento umano misteriosamente silenzioso, dal mistero semplicemente, che rende realmente umana ogni scienza. E deve, per poco che si renda cosciente di questo compito, essere il rappresentante della distanza e della sublimità critica dell'umano di fronte a tutte le altre scienze. (...) In tale dialogo egli preferirà mettere in luce, quando appare necessario, negli altri partecipanti quella teologia, che è già all'opera in loro, atematicamente e forse in maniera rimossa" (K. Rahner).
    Questo nuovo rapporto tra teologia e scienze dell'uomo, in sé certamente non facile, è complicato oggi dalla diffusa frammentazione della comunità del sapere scientifico. Diventa sempre più difficile decidere l'interlocutore da privilegiare nelle analisi o nelle progettazioni e ci si rende conto, con progressiva maturazione, di quanto risulti intricata la trama delle relazioni personali e collettive.

    Verso una specificità teologica del progetto

    Tutto questo è importante.
    Non posso però chiudere il discorso su questa costatazione.
    Mi sto interrogando, infatti, sulla lettura della realtà e sulla progettazione richiesta per trasformarla, a partire da una esplicita e formale preoccupazione pastorale.
    La fede è in gioco, quindi, in tutta la sua specificità.
    Viene spontaneo chiedersi: c'è diversità tra una lettura socioculturale della realtà e una lettura pastorale? C'è diversità tra un progetto di azione politica o educativa sulla realtà e un progetto pastorale?
    In tutt'e due i casi, se il soggetto agente è un credente, la fede è coinvolta in fase ricognitiva, interpretativa e progettuale. Quando però l'azione è di tipo formalmente pastorale, la dimensione teologica risulta decisiva e qualificante.
    L'azione politica o educativa ha come orizzonte la trasformazione del tessuto collettivo, una diversa distribuzione del potere e delle risorse, la maturazione personale e la definizione di un sistema di identità. Tutto questo, evidentemente, ha a che fare con la salvezza di Dio e con il suo Regno; e non solo in un rapporto di segno a realtà. In primo piano sta però la specificità "profana" del gesto e dell'evento.
    L'azione pastorale investe, invece, in modo tematico, la specificità cristiana di queste cose e la decisione, consapevole e riflessa, di consegnare la propria vita al mistero santo di Dio.
    L'attenzione allo spessore profano della vita e al suo processo promozionale, personale e collettivo, non è certo strumentale rispetto a questo obiettivo; ma resta sempre dimensione di un tutto, più ampio e coinvolgente.
    La differenza tra una lettura e progettazione pastorale e una lettura e progettazione socioculturale si colloca perciò nella sostanza delle cose; e non solo nella intenzione dell'agente. Non è solo un dato di precomprensione o di empatia; ma attinge allo statuto epistemologico dell'atto: alla sua natura e alle procedure logiche in cui si svolge.
    Questa consapevolezza sottolinea la funzione speciale della teologia nella lettura e nella progettazione pastorale.
    La teologia non è lo spiegamento della fede; ma solo una sua formulazione culturale. Ha però un legame stretto e qualificante. Rappresenta, innegabilmente, anche nei limiti di ogni parola umana che tenta di dire l'indicibile, la "parola", qui e ora, della fede.
    In pastorale, la teologia condiziona, in qualche modo, il dialogo e il confronto con le altre discipline.
    In che cosa consista e come si articoli concretamente questo "condizionamento", è tutto da elaborare.
    Qui si colloca precisamente la ricerca sullo "sguardo di fede".

    LA LETTURA DI FEDE

    Ho precisato i termini del problema. Per poter dire, in modelli operativi, il significato della formula "sguardo di fede", devo procedere ad un'altra chiarificazione.
    Come ricordavo in apertura, la coscienza del credente ha percorso un lungo itinerario di maturazione. Va precisata la natura della fede cristiana, per dire, in termini corretti e verificabili, cosa significa "vivere nella fede".

    La presenza di Dio nella vita quotidiana

    L'umanità dell'uomo ha una sua precisa concretezza, che può essere descritta e manipolata. Ha un suo spessore verificabile; lo si vede e lo si tocca, a diversi livelli.
    Essa si porta dentro un evento più grande, la sua ragion d'essere più intima: Dio che si è comunicato all'uomo in un gesto di impensabile gratuità.
    Questa diffusa presenza di Dio nella vita quotidiana è il principio costitutivo di ogni esistenza, intimo ad ogni uomo più di se stesso. Si tratta evidentemente di una presenza che è offerta alla libertà, che costituisce la libertà stessa: accettata o rifiutata nel cammino progressivo dell'esistenza personale, colloca nella salvezza o riduce alla pretesa suicida di una folle autonomia. La salvezza è l'ambiente in cui esprimiamo tutta la nostra esistenza. Camminiamo a fatica verso la pienezza di salvezza, già segnati dalla sua novità.
    La presenza di Dio è un dato vero e consistente; ma è speciale, diverso da ogni altro tipo di presenza. Nel linguaggio ecclesiale, viene descritta in termini di "sacramentalità". Sacramentalità significa rapporto tra un visibile (l'umanità concreta e quotidiana di ogni uomo), che costatiamo e descriviamo nella nostra sapienza e accogliamo come evento di libertà e di responsabilità, e un mistero che esso si porta dentro, costituito dalla presenza salvifica di Dio, che confessiamo nella fede.

    Leggere dentro, fino al "mistero"

    Come credenti, riconosciamo il mistero che la nostra vita quotidiana si porta dentro. Sappiamo che l'avventura della nostra esistenza ha una sua precisa ragion d'essere, di cui ci sentiamo fieramente responsabili. E confessiamo che questa stessa esistenza è segnata, come in filigrana, dalla presenza intimissima dello Spirito di Gesù, che inonda i nostri frammenti di vita della grazia di una vita nuova.
    In questa operazione il credente esprime la sua fede: vive di fede. Per questo, vive in questo mondo come se fosse ormai di un altro mondo.
    La fede non si interessa infatti di alcuni temi e problemi tutti suoi, che si aggiungono a quelli che già pervadono l'esistenza quotidiana. E non è certamente l'adesione intellettuale ad alcune informazioni. Oggetto della fede è invece l'esistenza concreta e quotidiana, la storia profana, che è storia e avventura di tutti e luogo dove si affaccia l'avventura salvifica dell'amore di Dio.
    Vive di fede colui che legge l'esistenza quotidiana dalla prospettiva del mistero che essa si porta dentro. Questo mistero è collocato oltre la nostra scienza e sapienza. Non lo vediamo e non possiamo manipolarlo. Lo possiamo solo invocare e sperare. Eppure lo possediamo già, tanto intensamente da riuscire ad utilizzarlo come chiave di interpretazione e di decisione delle vicende in cui ci sentiamo protagonisti e responsabili.
    La vita quotidiana è l'insieme delle esperienze che ogni uomo produce, entrando in relazione con gli altri, nella storia di tutti.
    Distesa a frammenti nel tempo, la vita quotidiana è un evento unico e articolato: una trama, tessuta giorno dopo giorno, in cui diciamo chi siamo e come ci sogniamo.
    Leggendo la realtà con uno sguardo che giunge fino al mistero, il cristiano accoglie l'amore di Dio come fondamento della propria esistenza.
    In ogni gesto della sua vita si ritrova di fronte ad una alternativa drammatica: comprendere le cose solo alla luce di quello che riesce a decifrare, nell'esercizio sapiente della sua ricerca; oppure riconoscere che la loro verità è più profonda e più intima, le pervade tutte dal mistero di una presenza che confessa in un gioco appassionato di fantasia, di rischio calcolato, di esperienza di amore.
    Di fronte all'alternativa tra consegnare a Dio la ricerca della propria sicurezza o assumersene personalmente il carico, nella fede il cristiano sceglie di affidarsi totalmente a Dio, anche quando nutre il sospetto doloroso che ad attenderlo, invece di braccia accoglienti, ci siano soltanto nude rocce.
    Vivere nella fede non è quindi accettare qualcosa, ma accettare Qualcuno, rinunciare ad abitare noi stessi in un geloso possesso, per lasciarsi abitare da Dio.
    Nella fede il credente esce completamente da sé per andare verso Dio: un esodo, senza pentimenti e senza ritorni, che è, nello stesso tempo, accoglienza di un invito che viene dall'oscurità e dal silenzio, e assenso alle parole della Sua verità. Tutto questo però senza fuggire dall'esistenza quotidiana, senza rinunciare alla fatica di sperimentare, produrre e ricercare, in compagnia con tutti, il senso che essa si porta dentro.

    L'ITINERARIO VERSO LO "SGUARDO DI FEDE"

    La ricomprensione teologica dell'esistenza quotidiana in termini di sacramentalità aiuta a verificare il significato e lo spessore della formula "sguardo di fede".
    In tre movimenti, complementari e progressivi, suggerisco come leggere la realtà con uno "sguardo di fede":
    - la pastorale deve assicurare una lettura competente della realtà,
    - deve penetrare nelle sue pieghe profonde fino alle soglie del mistero,
    - deve imparare a gettare un colpo d'occhio particolare sull'esistente per raccogliere le provocazioni che le competono.

    La competenza "scientifica"

    È vero che l'atto pastorale riguarda, costitutivamente, quel livello misterioso in cui è in gioco l'amore di Dio che interpella e la libertà di ogni uomo, in ordine alla salvezza. Questo dialogo si svolge però all'interno dell'esistenza concreta e quotidiana di ogni uomo; è condizionato, positivamente o negativamente, dalle strutture in cui si esprime e dagli strumenti comunicativi che lo supportano.
    Il processo non va considerato in termini strumentali, come se il "visibile" funzionasse come un registratore rispetto alla voce di un amico lontano. Quando è di buon livello o viene usato correttamente, la voce si diffonde nei suoi timbri originali. Se invece è un po' fuori uso, i toni risultano disturbati o distorti.
    Il visibile è invece il luogo dove il mistero prende consistenza e spessore, in un processo che ripete e continua la logica dell'Incarnazione. Dio, presente nella nostra vita, non la travolge. Al contrario, proprio per questa presenza essa esiste come realtà dotata di autonomia e di consistenza.
    Per questo è possibile accedere al mistero solo passando attraverso la porta stretta del suo visibile.
    Il visibile, però, è un fatto tecnico, umano, comprensibile e sviluppabile secondo le logiche scientifiche di ogni evento profano. Il mistero lo avvolge tutto, senza mai travolgerlo.
    Per decifrare il visibile e raggiungere in esso la soglia del mistero, l'operatore pastorale ha bisogno delle diverse competenze scientifiche.
    Se vuole analizzare dimensioni del reale, lo deve fare attraverso la collaborazione di sociologi, linguisti e antropologici. Se vuole elaborare prospettive di intervento, deve chiedere la presenza di metodologici, politologi, esperti di discipline progettative.
    Lo "sguardo di fede", a questo primo livello, si esprime fondamentalmente come ascolto e confronto. L'esperienza credente non dà una chance in più in una ricerca che resta, di natura sua, affidata alla ricerca e alla competenza multidisciplinare.
    Certamente, non possiamo restringere il processo ad un semplice gioco di procedimenti scientifici, con l'assurda pretesa di assicurare meglio la fredda oggettività. Qui, come sempre quando c'è di mezzo l'uomo e la sua libertà, una voce in capitolo decisiva va affidata alla sapienza: amore appassionato, condivisione, quadro di valori orientativi, ricerca e invenzione di senso.
    La lunga dimestichezza con l'avventura dell'uomo e con l'esperienza normativa del suo Signore hanno dato alla Chiesa la pretesa di una preziosa "competenza" in umanità. Entra in gioco qui, come contributo sapienziale per una ricerca tutta sbilanciata sul piano antropologico.

    Il mistero come precomprensione

    Una ricerca, condotta tra scienza e sapienza, risponde solo alle procedure logiche riconosciute dallo statuto epistemologico delle discipline in gioco. Non ci sono giudici esterni, chiamati a validare o a contestare i risultati. L'autonomia va riaffermata con coraggio contro ogni tentazione integralista.
    Si tratta però sempre di un'autonomia "relativa". Relativa, a che cosa?
    Oggi, molti studiosi di epistemologia della scienza riconoscono il peso determinante delle precomprensioni.
    Riporto due citazioni, tra le tante: "Il percepire concreto non è distinguibile dal rapporto con cui la soggettività corporea fruisce e stilizza il proprio ambiente. Esso fa tutt'uno con la vita prescientifica che si svolge a livello originario" (M. Merleau-Ponty). "Non appena l'uomo si avvale del linguaggio per stabilire una relazione vivente con se stesso e con i suoi simili, il linguaggio non è più uno strumento, un mezzo, ma una manifestazione, una rivelazione dell'essere intimo e del legame psichico che ci unisce al mondo e ai nostri simili" (A. Ardigò).
    Le precompresioni soggettive e i giochi linguistici che utilizziamo, determinano pesantemente la nostra percezione della realtà e la nostra pretesa trasformatrice.
    A questo livello entra in gioco quel mistero teologale che riconosciamo, nella fede, embricato in ogni realtà. Esso si colloca come un'esperienza soggettiva, radicata in una oggettività tanto consistente da sostenere ogni soggettività. È l'ultima precomprensione, quella che segna di sé tutte le altre.
    Non è facile dire, in poche parole, il "contenuto" teologico di questo mistero profondo. Riporta, in ultima analisi, all'evento della pasqua come dimensione costitutiva di tutto il reale. Riconosciamo una solidarietà profonda dell'umanità con Dio in Gesù di Nazareth: l'umanità dell'uomo è ormai altra da sé, perché è stata progettata e restituita alla capacità di essere volto e parola del Dio ineffabile. Affermiamo la presenza di una forza di male, che trascina lontano dalla vita e dal progetto di Dio sulla vita, come trama personale, anche nell'intricata rete dei processi istituzionali e strutturali. Confessiamo una potenza rinnovatrice che sta già facendo nuove tutte le cose, fino a riempirle tutte di questa ansia di vita.
    Questi dati teologici segnano la realtà come in filigrana. Ne rappresentano il tessuto connettivo ultimo e decisivo.
    Non li possiamo riconoscere con la stessa lucida capacità interpretativa con cui elenchiamo fatti e progetti della vita quotidiana.
    Se lo facciamo, ci rendiamo conto di procedere a semplificazioni indebite, a pericolosi cortocircuiti logici.
    La coscienza di questi dati ci fornisce però un quadro di precomprensioni soggettive con cui ci collochiamo sul reale, lo leggiamo, lo interpretiamo e ne progettiamo la trasformazione.
    Lo "sguardo di fede" diventa così l'esplicitazione di alcune comprensioni teologiche, il riconoscimento del loro peso sui dati e sulla ricerca delle cause.

    Alla ricerca di "sfide"

    Lo "sguardo di fede" qualifica la lettura della realtà, condotta attraverso le strumentazioni specifiche, anche su un altro versante: la definizione delle "sfide", la ricerca cioè delle preoccupazioni prioritarie e specifiche.
    Risponde ad un'altra dimensione caratteristica di ogni ricerca socioculturale: l'intenzionalità. Chiamo con questo termine "il fatto che nell'attività conoscitiva del vivente si effettua un'orientazione spontanea, un 'indirizzarsi' del soggetto verso l'oggetto, accompagnata da una forma di partecipazione o di identificazione del soggetto riguardo agli oggetti che, pur restando se stessi, diventano anche, in qualche modo, parte del soggetto" (E. Agazzi).
    Gli stessi dati parlano secondo modalità diverse a partire dall'intenzionalità di chi li recensisce o li utilizza. La sua soggettività e il progetto per la cui realizzazione è impegnato, sollecitano a percepire, in modo inedito, problemi (attese che gli vanno deluse) e germi di novità che sfuggono totalmente a partire da altre intenzionalità.
    La pastorale non ha quindi bisogno di programmare ricerche specifiche, quasi per studiare dati e fatti di cui immagina di possedere il monopolio rispetto alle altre discipline fenomenologico-ermeneutiche. Lo fa in via eccezionale, quando intende recensire comportamenti e atteggiamenti originali e specifici. Di solito, invece, utilizza tranquillamente il materiale prodotto a partire da altre preoccupazioni, consapevole che tutta la complessa vicenda dell'uomo rientra nell'angolo di prospettiva dell'educazione alla fede.
    Su questo materiale comune lancia uno sguardo, penetrante e specifico.
    La pastorale ritrova così, come dicevo, i "problemi" su cui si sente interpellata e i segni positivi, da raccogliere e potenziare in vista di progetti nuovi.
    In che direzione non è facile dirlo.
    Molto dipende dalla autocomprensione che la comunità ecclesiale ha della sua azione pastorale.
    Io mi riconosco in un progetto centrato sullo sviluppo pieno e integrale della vita, con una costante attenzione all'educativo (tempi, ritmi, processi). Per questo leggo nella realtà problemi e prospettive in questa direzione.
    In altri progetti, per forza di cose, risuoneranno "sfide" differenti.
    Tutto questo è molto importante per poter assicurare la qualità pastorale dello studio sulla realtà e della progettazione di interventi trasformativi. L'accento sullo "sguardo di fede" tende proprio a questa preoccupazione.
    La pastorale ha bisogno infatti dei contributi delle scienze sociologiche per conoscere la realtà e per percepirne i meccanismi che la muovono. Questi dati non possono servire però come unica premessa del processo, quasi che si potesse instaurare una rigida consequenzialità discendente.
    Sui dati offerti dalle scienze sociologiche, la pastorale interviene a partire dall'intenzionalità teologica che la anima. Legge così la realtà, provocata da alcune domande (di portata metafisica) di cui possiede già una sua iniziale risposta.
    Non pretende di verificare le ipotesi che stanno a monte delle ricerche, perché riconosce l'autonomia delle discipline e la sua incompetenza al riguardo.
    Essa cerca invece di verificare le sue ipotesi, quelle che sono relative al suo progetto. Nello stesso tempo mette in luce quelle dimensioni della realtà che sono rilevanti per il suo progetto e che le sfuggirebbero se il discorso pastorale non si ancorasse correttamente sul reale. Può definire così le strategie più utili da adottare, per consolidare il progetto così come è stato ricompreso in situazione.

    IN DIALOGO PER COSTRUIRE «MEDIAZIONI CULTURALI»

    Con queste informazioni posso finalmente affrontare il tema del dossier: l'impegno della comunità ecclesiale e dell'operatore pastorale nel compito, difficile e urgente, di elaborare «mediazioni culturali».
    Non mi preoccupo qui di quelle specifiche dell'atto educativo. Mi colloco invece nell'ambito formalmente pastorale. Penso, per esempio, ad una lettura della realtà in chiave teologica, ad una rassegna di obiettivi concreti e verificabili, alla definizione di progetti di azione e di itinerari metodologici per sostenere l'attuazione della salvezza in situazione.
    L'elaborazione di simili «mediazioni» richiede il contributo di differenti «materiali culturali». Il problema da affrontare è complesso e non può essere risolto all'interno di un solo contributo.
    L'esito però è unico e organico, perché unico è il problema; e i problemi si affrontano facendo convogliare su essi tutte le risorse disponibili.
    Questa «mediazione» è, nello stesso tempo, dipendente dagli approcci culturali che l'hanno costruita e profondamente originale, perché orientata da una esplicita precomprensione di fede.
    Le cose sono tutt'altro che semplici. Lo sa bene chiunque ha tentato di percorrere queste prospettive. D'altra parte la coscienza pastorale più matura riconosce che non ci sono alternative. Come fare?
    Ricordo due condizioni: la capacità di dialogo interdisciplinare e la definizione di un principio regolatore del dialogo.

    Capacita di dialogo interdisciplinare

    Capacità di dialogo interdisciplinare tra i diversi «materiali culturali» e i loro cultori significa capacità di confronto nella diversità.
    Il dialogo non è proficuo quando qualcuno «rinuncia» alla sua competenza, per dire cose gradite o per orientare già alla soluzione dei problemi, nella direzione desiderata.
    Il confronto risulta invece prezioso solo se ciascuno sa portare nel crogiolo comune, quello che qualifica il suo contributo, come modello di procedura logica e come esito (anche se parziale) della ricerca.
    L'elemento di giudizio, in questo caso, è la scientificità del contributo e la sua congruenza rispetto al problema; e non la disponibilità a dire cose gratificanti, secondo lo stile dell'intelletto organico.
    Il dialogo interdisciplinare richiede quindi nei diversi interlocutori la coscienza di non possedere la soluzione del problema, in modo autonomo. Ciascuno coglie una parte della realtà o legge tutta la realtà a partire da una prospettiva parziale.

    Un principio regolatore del dialogo

    La seconda condizione ricorda che il confronto è possibile solo se esiste un principio regolatore del confronto stesso, che funzioni come sede unificante del dialogo.
    In pastorale, questo principio è l'attenzione all'uomo, come evento integrale e indivisibile, in vista della compenetrazione nella sua struttura di personalità della maturità umana e cristiana: l'uomo, cioè, che ricerca ragioni per vivere e sperare e a cui la comunità ecclesiale vuole testimoniare il progetto definitivo di salvezza in Gesù Cristo.
    La teologia e le scienze dell'uomo non hanno un punto prospettico di convergenza comune, anche se tutte sono decentrate sull'uomo e sulla sua esperienza di vita.
    Ciascuna disciplina lo considera dal suo punto di vista o ne seleziona una dimensione sulle altre. Tutte però possono riconoscere la maturazione dell'uomo verso la sua pienezza di vita, come un punto comune di intersecazione: in esso, i problemi relativi all'educabilità e alla riferibilità a Dio, provenienti da direzioni diverse e tendenti verso direzioni diverse, si attraversano e si coinvolgono.
    Quando l'antropologia, sottesa ad ogni riflessione teologica, e quella sottesa ad ogni ricerca sull'educativo, non isolano il problema che è loro proprio dall'insieme globale dell'essere-uomo, il dialogo trova una sede comune e condivisa, a partire dalla diversità e dalla specificità.
    Su questo principio unificatore, ogni interlocutore può suggerire il suo specifico contributo, verso la soluzione del problema.



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