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    Altana: dal teatro ai bisogni quotidiani


    Un’esperienza di animazione attraverso il teatro

    Cooperativa «Altana» (Cremona) – Bruno Tira

    (NPG 1998-07-14)


    L’Altana inizia come «sfida» il 19 dicembre 1975. Avevo fatto leggere un mio testo teatrale ad un attore, che lo aveva giudicato irrealizzabile. Allora, per sfida appunto, raccolsi una ventina di giovani amici (fra i 14 e i 18 anni), di cui una buona parte del mio Oratorio, e rappresentai «La vita è una ruota che gira» (Storia di secoli senza tempo).
    Fino all’80 fu dunque il Teatro amatoriale l’unico ambito di lavoro della Compagnia Teatrale. Nel 1979/80 alcuni eventi importanti decisero una strada diversa per l’Altana.
    Lo spettacolo che rappresentammo in quegli anni fu «La cantatrice calva» di E. Jonesco. Ebbe un notevole riscontro di pubblico e di critica, ma mi fece capire che il Teatro per il Teatro non mi bastava. Inoltre incontrai una forte esperienza di chiesa e contemporaneamente fui chiamato come consulente teatrale dall’Amministrazione Provinciale di Cremona. Questi eventi incisero sulle mie scelte tanto che fondai, con nuovi compagni di strada, la cooperativa, come scelta decisa di impegno, e iniziammo l’animazione nelle scuole, tralasciando per alcuni anni il teatro.
    Nel 1983 investimmo sul primo dipendente, sostenuto dal lavoro degli altri. Oggi l’Altana ha 40 dipendenti e i suoi ambiti di intervento sono:
    – produzione di propri spettacoli teatrali;
    – consulenza artistica per enti pubblici e privati;
    – corsi e laboratori d’Arte, Teatro, Animazione, Dinamiche, ecc.;
    – formazione operatori, educatori, animatori, volontari, professionisti, insegnanti;
    – interventi di consulenza, gestione personale anche con animatori propri in scuole materne, elementari e medie, Centri di Aggregazione Giovanili, Centri Sociali, Centri Diurni, Case di Riposo;
    – noleggio di materiale tecnico: audio, video, luci e relativa assistenza tecnica.

    La filosofia di Altana

    Ciò che interessa alla Cooperativa oggi è principalmente un fatto, da cui tutto il resto consegue: coniugare nel lavoro l’ideale con la realtà.
    L’ideale è Gesù Cristo, sempre più affermato con certezza e convinzione; la realtà sono i 40 stipendi a fine mese, gli assessori, le gare d’appalto, la gente che incontriamo, le incomprensioni e le vittorie, la difficoltà nei rapporti come la sorpresa di incontri inaspettati.
    L’affermazione da cui partiamo è: «si dà solo ciò che si è». Il sapere, cioè l’avere, e quindi come ciascuno agisce nell’ambito in cui opera, dipende dall’essere, dalla maturità personale, dalla competenza umana acquisita coscientemente.
    Nella misura in cui ciascuno di noi ha fatto esperienza cosciente, riesce a trasmettere nella propria vita, quindi anche nel lavoro, tutto il proprio bagaglio di competenze, professionalità ma soprattutto di umanità, che è la componente essenziale del nostro operare.
    Se dovessimo aggiungere un aggettivo qualificante al termine ormai abusato di animazione, questo sarebbe relazionale.
    Già all’atto dell’assunzione noi poniamo attenzione innanzitutto sulla «competenza» umana, perché ogni altra competenza può essere acquisita con relativa facilità, ma una motivazione matura, forte, non è facilmente conquistabile se non attraverso un cammino di attenzione permanente a sé e al proprio destino.
    Quanto sto dicendo non significa una uniformità di scelte né religiose né di vita personale fra chi oggi lavora in Altana. È la tensione, la prospettiva fissa a cui tendere che è indicata come meta, ed è quella di leggere il mondo, le situazioni di lavoro che incontriamo nella certezza che Cristo è nato, morto e risorto.
    Il lavoro, specie il nostro continuamente in relazione con persone, costituisce buona parte della nostra vita. Non può certo essere una parentesi, ma deve, per quanto è possibile, incidere positivamente nella nostra crescita umana. Almeno questa è la pretesa in cooperativa.
    Passiamo all’esemplificazione concreta di tale filosofia.
    La prima conseguenza di quanto detto è l’attenzione, nell’organizzazione interna, a chi lavora in cooperativa. Il settore animazione, che oggi corrisponde a circa il 75% del nostro impegno, è strutturato esso stesso in termini animativi, per cerchi concentrici: animatori, coordinatori di struttura, supervisore dei coordinatori.
    Nessuno è lasciato dunque solo, anzi si cerca di rinforzare in ogni modo l’appartenenza al gruppo, sia nella piccola realtà di casa di riposo, come nel più grande gruppo Altana.
    I momenti forti proposti in cooperativa sono tre, e si affiancano a quelli sistematici di organizzazioni di settore.
    Obbligatoria è la riunione ogni 40/50 giorni per garantire la circolazione dell’informazione.
    Per chi vuole, con la medesima frequenza, vi è un secondo incontro in cui ci aiutiamo ad avere un giudizio comune sui temi di attualità.
    L’ultimo momento, con cadenza quindicinale, è quello della formazione religiosa, anche questo lasciato alla libertà della persona.

    Verso un’espressività «terapeutica»

    Verso l’esterno l’attenzione è posta a dare risposte adeguate alle situazioni che incontriamo, e la variegata offerta che ho prima illustrato ne è la conferma. Questa attenzione ha fatto nascere in più l’esigenza da un lato di approfondire e cercare di definire il nostro modello di animazione sul territorio (consulenza socio/culturale per i Comuni; gestione di C.A.G.; gestione e animazione e dinamiche in Case di Riposo); dall’altra di sperimentare nuovi percorsi espressivi che tendano anche a definirsi compiutamente come eventi terapeutici. Sarebbe interessante ragionare sul concetto di «terapia» e di «intervento sociale», specie per l’accezione con cui oggi viene usata la parola «terapia», cioè con significato fortemente sanitario, quindi ben lontano da una visione sociale, di accoglienza dell’altro.
    Volendo dare una nostra definizione di animazione che, per meglio evidenziare il taglio con cui viene usata, potremmo definire come «animazione relazionale», essa potrebbe essere: «l’animazione consiste in una serie di interventi che favoriscono una tensione al movimento del singolo all’interno del gruppo, o il movimento di gruppi nel sociale, utilizzando tecniche che stimolino il desiderio espressivo e la capacità comunicativa personale».
    L’idea di «movimento» racchiusa in questa definizione di animazione è fondamentale proprio perché nella vita (personale e sociale) nessuna forma è definitiva una volta per sempre, ma è continua la possibilità di cambiamento.
    Occorre dunque favorire, porre le condizioni per un cambiamento, animare una situazione statica che si ritiene negativa e deviante per stimolare un movimento verso una realtà positiva, o mettere in moto potenzialità positive in ogni situazione personale o sociale.
    L’animatore è allora uno stimolatore di movimento, di situazioni cioè che favoriscono le possibilità di cambiamento.
    Sottolineo solo quanto l’animazione, nei termini da noi definiti, è parte essenziale dell’ambito sociale e sia consona al metodo educativo della Chiesa. Si rivolge infatti, dentro un rapporto, alla totalità e alla singolarità della persona, incontrata nelle sue difficoltà, garantendo altresì alla medesima la libertà di aderire alle proposte come al rapporto con l’operatore.
    Attualmente gli ambiti di ricerca «terapeutica» nelle Case di Riposo sono:
    – psicomotricità;
    – accompagnamento al morire;
    – musicoterapia;
    – teatro relazionale;
    – laboratori di manipolazione.
    Quest’ultima evoluzione del lavoro, cioè quella di iniziare percorsi espressivi con connotazioni terapeutiche, ci ha convinto a scindere gli aspetti sociali, culturali e formativi, che hanno costituito l’inizio della storia della cooperativa, da quelli rivolti alla persona; i primi rimarranno all’interno dell’Altana, i secondi saranno organizzati in una cooperativa sociale di prossima costituzione.

    I nuovi ambiti

    Accanto a questo chiarimento formale del lavoro in atto vi sono nuovi ambiti a cui stiamo attualmente ponendo attenzione, proprio partendo da quello sguardo «compassionevole» verso la realtà che ci è consona, ed in particolare l’Oratorio, e i bisogni quotidiani della gente, nel senso di farci carico di chi incontriamo.

    L’Oratorio
    È da alcuni anni che l’Oratorio soffre una fase di travaglio, specie in città. Se un tempo l’Oratorio era l’ambito privilegiato di incontro e di crescita, almeno dei preadolescenti, oggi sia le multiformi occasioni in vari ambiti operativi (sport, tempo libero, cultura) che una diminuita tensione di fede hanno reso meno naturale la frequentazione dell’Oratorio.
    Inoltre una diminuita presenza di sacerdoti e l’aumento e la complessità dei problemi umani a cui un sacerdote deve dare risposta, ci hanno convinto della necessità di una figura che operi all’interno dell’Oratorio come coordinatore e/o conduttore delle iniziative, cioè di un animatore di Oratorio.
    Animatore, perché questo operatore non deve soltanto essere presenza significativa (educativa) ma deve anche suscitare risorse, partecipazione, «andare a scovare» là dove si trovano i ragazzi e i giovani (missione); fare da cuscinetto e da perno fra tutte le presenze volontaristiche che sono presenti, o potrebbero essere presenti, nella comunità territoriale di Chiesa, di cui l’Oratorio è strumento.

    I bisogni quotidiani
    Dentro una società in cui i ritmi di vita si fanno sempre più rapidi, con la medesima velocità vengono a delinearsi nuove povertà e nuove emarginazioni. Accanto ai minori, ecco gli anziani, o comunque le persone sole, gli extracomunitari, i senza lavoro, le persone emotivamente fragili.
    A queste non è possibile dare risposta solo secondo gli standard qualitativi regionali di assistenza domiciliare e di sostegno socio-assistenziale. Occorre inventare, sostenere, tenere unita attorno a delle professionalità ben individuate una trama di disponibilità e di rapporti. È esperienza quotidiana: il primo bisogno di ciascuno è quello di esistere e questo accade quando qualcuno riconosce che tu ci sei.
    L’idea è quindi di inserire nella costituenda cooperativa sociale una forte presenza volontaristica qualificata che consenta quel servizio a rete (familiare e amicale) di cui da anni si parla, ma di cui oggi non si hanno che frammentari esempi.
    Da ultimo, accanto agli ambiti di lavoro descritti, ci sta un sogno: avere un luogo dove le nostre competenze, le nostre esperienze, la nostra vitalità sia condivisa, un luogo cioè dove si possa «giocare» insieme, fra noi che lavoriamo in Altana e tutti quelli che ci vorranno incontrare.
    Ma ricordiamoci che il gioco è una cosa seria, perché ci richiede di dare gratuitamente ciò che siamo, fino in fondo.



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