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    Educare è generare il nuovo


    Ernesto Diaco *

    (NPG 2021-03-22)


    Educare è una scommessa sul futuro, promozione di novità, apertura al cambiamento. Ogni educatore fa suo un atteggiamento positivo, fiducioso nelle potenzialità delle nuove generazioni e nella loro capacità di costruire un futuro migliore.
    L’educazione è un processo generativo, aperto sul nuovo e mirante alla crescita della persona nella sua totalità e allo sviluppo di tutte le sue migliori potenzialità. L’educazione è un atto creativo che genera il nuovo.
    Perciò la prima virtù dell’educatore è la speranza; non la speranza ingenua che alla fine le cose si aggiusteranno come per magia, ma quella speranza affidabile fondata su Qualcuno che non delude.

    Educare è camminare

    Educare è come insegnare a camminare. Il paragone viene da papa Francesco, che l’ha proposto nel corso di uno dei suoi numerosi incontri con il mondo dell’educazione. «Quando tu insegni a un bambino a camminare – ha spiegato – gli insegni che una gamba deve essere ferma, sul pavimento che conosce; e con l’altra, cercare di andare avanti. Così se scivola può difendersi»[1]. L’educazione fa la stessa cosa: «Tu sei sicuro in questo punto, ma questo non è definitivo. Devi fare un altro passo. Forse scivoli, ma ti alzi, e avanti… Il vero educatore dev’essere un maestro di rischio, ma di rischio ragionevole, si capisce”. Tanto che, “un educatore che non sa rischiare, non serve per educare».
    È uno dei tanti paradossi della cura educativa. Da una parte, infatti, l’educazione ha bisogno di punti fermi e riferimenti saldi, si àncora a una tradizione e a un patrimonio, ideale ma non solo, che chiede innanzi tutto di essere conosciuto e trasmesso. I concetti di tradizione e di autorità (autorevole) le sono essenziali, così come quello di memoria e di fedeltà. Riferirsi a una tradizione, d’altronde, non significa vivere nel passato, mitizzarlo o ripeterlo acriticamente; è piuttosto la «cura del passato che vive nel presente»[2], in quanto continua a fornire significati, risorse interpretative, modelli di vita buona. È la gamba ferma su un pavimento conosciuto di cui parla il Papa.
    Allo stesso tempo, però, l’educazione ha bisogno di andare oltre le abitudini consolidate e anche di discostarsi da esse, almeno in parte, per conservare gli stessi principi di fondo a cui si ispira, rinnovandone l’incidenza e l’attrattiva nel tempo e nel contesto mutato. Non solo. Rielaborare la tradizione in modo che continui a parlare e ad orientare è solo un aspetto del “passo avanti” da compiere. Occorre anche aprirsi al completamente nuovo, a un inedito che interpella e non raramente può anche spaventare. L’educazione serve anche a dare vita a nuove “tradizioni”, ipotesi di lavoro tutte da verificare, orizzonti impensabili fino a poco prima.
    È la dimensione di rischio intrinseca all’opera educativa. Un rischio “ragionevole”, dice Francesco, ma pur sempre un rischio, di cui non si conoscono in anticipo tutte le conseguenze, a partire dalla risposta della persona che cresce. La vita stessa è continuo inizio e novità, per cui educare significa anche generare la capacità di sempre nuovi inizi. Un’educazione che non procedesse sui binari della libertà e della fiducia non sarebbe autenticamente tale, in quanto essa vive nella dinamica fra provenienza e vocazione, appartenenza e uscita, esperienza e relazione.

    Il contrario di controllare

    Un simile processo può sfuggire di mano, sia all’educatore che all’educando. Per restare nella metafora, camminando si può inciampare; quando il piede si alza e si protende in avanti, c’è un istante in cui l’equilibrio è precario, il peso del corpo si sposta in avanti, cercando una nuova stabilità. È anche questo un rischio da correre. Non c’è assicurazione che tenga. D’altra parte, è evidente che il desiderio del controllo assoluto, oltre ad essere un’illusione, è una delle tentazioni più pericolose per chi accompagna la crescita dei più giovani. Al contrario, la capacità di favorire un giusto e progressivo distacco da sé, a favore dell’autonomia e della responsabilità del soggetto, appartiene alla sapienza e alle virtù dell’educatore.
    Ogni persona è portatrice di una novità unica, tanto che nessuno può sostituire il contributo originale che lei sola può portare nella comunità. È una novità senza la quale il mondo andrebbe verso la propria rovina, inevitabile – scriveva Hannah Arendt, «senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani”. Nell’educazione, infatti, “si decide se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi»[3].
    Nelle parole della politologa tedesca torna l’essenziale polarità fra il “nostro mondo”, su cui avere un piede saldo, e il “nuovo mondo” di cui abbiamo altrettanto bisogno. È una questione d’amore, spiega la Arendt, dunque di libertà e gratuità. Ed è una questione di speranza, in quanto occorre credere nella promessa contenuta in ogni nuova vita per darle fiducia, farle spazio, aprirsi alla potenza di trasformazione dei suoi sogni e delle sue scoperte.

    Una novità personale e sociale

    L’emergenza provocata dalla pandemia da Covid-19 ha rimesso al centro del dibattito pubblico l’impatto che l’educazione ha sullo sviluppo sociale e sul futuro del Paese. Nelle scuole e nelle università, infatti, non si dà forma solo a quelle conoscenze, attitudini e capacità che costituiscono la personalità dei singoli, ma si struttura la loro partecipazione alla vita comune e dunque se ne orienta – nel bene e nel male – il futuro. “La scuola è il battito della comunità”, per usare la felice espressione di Patrizio Bianchi, assessore regionale dell’Emilia Romagna nei difficili giorni del terremoto del 2012.
    Se in quell’occasione la scommessa di ripartire dall’istruzione fu vinta, grazie all’ampio coinvolgimento dei territori, la situazione attuale richiede ancora più coraggio e lungimiranza. Da più parti è palpabile il desiderio di una profonda trasformazione della società attuale, sempre più immobile e ripiegata su sé stessa. C’è perfino chi invoca l’avvento di un nuovo “miracolo italiano” come quello che risollevò il Paese nel dopoguerra. È inutile, però, attendersi un rinnovamento delle strutture e delle condizioni di vita – di cui fa parte anche ma non solo la crescita economica – senza preoccuparsi di gettarne le necessarie fondamenta.
    Lo ricordava anche papa Francesco nel messaggio indirizzato nel novembre scorso a un incontro internazionale di giovani economisti: tutti cercano un cambiamento, ma «in fondo, ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante». E, rivolgendosi direttamente ai giovani: «Non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra». Quali luoghi? «Questo enorme e improrogabile compito – concludeva il Papa –  richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica, senza perdersi in mode intellettuali o pose ideologiche – che sono isole»[4].
    È questo il punto: investire nell’educazione, a tutti i livelli, è l’unica strada efficace per muoversi efficacemente verso un domani più inclusivo e sostenibile. Facile a dirsi, ma difficile a farsi là dove si privilegia la ricerca di soluzioni immediate e che non costino troppo. L’educazione, da parte sua, è la prima che deve accettare la sfida del nuovo e soprattutto stringere alleanze con tutti gli attori sociali, per costruire insieme. Solo così sarà possibile, mentre si salvano le persone dal virus, salvare anche il futuro di tutti.

    * Direttore dell’Ufficio Educazione, scuola e università della Conferenza Episcopale Italiana


    NOTE 

    [1] Francesco, Discorso ai partecipanti al Congresso mondiale promosso dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica (degli istituti di studi), Aula Paolo VI, 21 novembre 2015.
    [2] Comitato per il progetto culturale della CEI, La sfida educativa, Editori Laterza, Bari 2009, 23.
    [3] H. Arendt, La crisi dell’istruzione, in Tra passato e futuro, Vallecchi, Firenze 1970, 213.
    [4] Francesco, Videomessaggio ai partecipanti all’evento internazionale “The Economy of Francesco”, 21 novembre 2020.



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