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    Dai grandi pellegrinaggi al Giubileo cristiano


    Pellegrini con arte. Non solo Roma (seconda parte)

    Maria Rattà

    (NPG 20225-02-66)



    Giubileo, pellegrinaggio, cammino.  L’esperienza del movimento “spirituale” si collega a epoche, strade e popoli diversi che hanno in comune dei tratti ben specifici: orientarsi verso luoghi in cui si crede fermamente che il divino si sia manifestato, permanga e resti accessibile.         
    Se così è, potremmo utilizzare l’espressione “turismo religioso” solo con parsimonia e in senso lato, perché, come anche il papa ha recentemente sottolineato, «un Giubileo che si riduce al turismo non serve»[1].     
    Ben consapevoli, infatti, di quanto un giubileo non sia, semplicemente, un viaggiare per divertimento, è purtroppo un dato di fatto che i grandi movimenti giubilari e di pellegrinaggio siano spesso avvenuti, e avvengano, anche per motivazioni distanti dalla fede.        
    Così, scandendo le grandi tratte di cammini antichi, primo fra tutti quello di Santiago de Compostela, accanto a re e regine troviamo anche prigionieri costretti a viaggiare per scontare una pena o persone in viaggio in luogo di altre impossibilitate a farlo. Tempi diversi, usanze differenti, potremmo dire. Eppure, in tutto ciò, qualcosa di fondo sembra sempre permanere: l’idea che il pellegrinaggio serva per liberarsi da un peso gravoso, da un impegno assunto, da una colpa commessa. Il cammino diventa quindi metafora di quel grande pellegrinaggio che è la vita, vera e propria battaglia da combattere contro il male che alberga in noi e fuori di noi. Ma si tratta di una guerra da portare avanti senza quelle armi che tanto male fanno agli uomini: ecco perché nell’opera allegorica Le pèlerinage de la vie humaine (Il pellegrinaggio della vita umana) di Guillaume de Digulleville (XIII-XIV sec.), le miniature mostrano l’homo viator nell’atto di deporre le classiche vesti di soldato-cavaliere, per indossare quelle di pellegrino. Un po’ il contrario di quanto era avvenuto nella prima crociata (“Crociata dei pezzenti”), che altro non fu che un vero e proprio pellegrinaggio in Terra Santa per liberare il Santo Sepolcro. Certamente anche il pellegrino, però, al pari del guerriero, aveva una propria “divisa”, come quella che ci mostra Jost Amman ne i Pellegrini in cammino verso Santiago de Compostela (1568): la veste corta per meglio camminare; la cappa per ripararsi dal freddo; un’ulteriore mantellina; il cappello a tesa larga per proteggersi da sole, acqua e vento; la bisaccia per gli oggetti necessari; il bordone-bastone per aiutarsi nelle fatiche del cammino e scacciare gli animali; la zucca-borraccia per avere con sé un po’ di acqua o vino. E anche i pellegrini, come i guerrieri, ricevevano una speciale benedizione prima della partenza: un pontificale romano del XV sec. ha tramandato questo momento, nell’immagine di un vescovo nell’atto di benedire bisacce e bordoni; il prelato è circondato da chierici, di cui uno, alle sue spalle, attende con il secchiello e l’aspersorio.
    Ma l’arte legata al pellegrinaggio non si esaurisce solo qui: come oggi siamo soliti acquistare souvenir durante i nostri viaggi religiosi, o utilizzare dei loghi che rendano riconoscibili persone e luoghi legati a un certo evento spirituale, già in passato queste usanze avevano preso piede. Il Cammino di Santiago si identificava fin dai secoli scorsi con le famose conchiglie di capesante da appuntare alle mantelle e ai cappelli o da appendere al bordone. Segni per esprimere chiaramente il proprio status di pellegrino (e ottenerne la relativa protezione), ma anche simboli del pellegrinaggio avvenuto, quasi un marchio indelebile da conservare per tutta la vita. E indelebili erano i tatuaggi realizzati a Loreto, secondo una pratica all’epoca ben tollerata in ambito civile e religioso, poi vietata dalle autorità politiche per questioni di decoro e di igiene, col passaggio della cittadina dallo Stato Pontificio al Regno d’Italia. Si possono ancora oggi ammirare gli stampi utilizzati per riprodurre sulla carne le immagini sacre di san Francesco d’Assisi con le stimmate, della Madonna nera di Loreto, dei segni della Passione, di san Giuseppe e altri santi. Si tratta di oggetti dal forte valore simbolico e storico, oltre che artistico, conservati presso il Museo della Santa Casa. Poco conosciuta, quest’arte nacque probabilmente sul finire del 1500, e fu praticata per lo più da alcune famiglie di calzolai, con tecniche certamente dolorose e poco vicine agli standard igienico-sanitari di oggi. A metà strada fra usanza magico-religiosa, secondo alcuni, e devozione popolare per altri, il tatuaggio lauretano si originava dal desiderio di portare con sé un ricordo dell’avvenuto pellegrinaggio e del fatto di essersi posti sotto la protezione di Maria, il cui sigillo si sarebbe “indossato” per tutta la vita. Poteva anche essere il segno di un ex voto per grazia ricevuta, o il simbolo di un affidamento totale prima di aver raggiunto la sospirata grazia. Praticata clandestinamente fino al 1950 dall’ultimo “marcatore” loretano, Leonardo Conditi, oggi quest’arte è stata ripresa da un ragazzo marchigiano, Jonatal Carducci[2], che ha riprodotto gli antichi stampi e costruito uno speciale attrezzo che permette di utilizzare la stessa tecnica di una volta, ma in perfetta sicurezza, nel rispetto delle regole igienico-sanitarie moderne. Il tatuaggio, nell’ottica antica che dovrebbe essere alla base anche di quella moderna, vorrebbe dunque rendere il fedele vicino a Maria e (o) viceversa. Proprio come vicina è la Madonna dei pellegrini o Madonna di Loreto (1603-1605) di Caravaggio. Un’opera che fece scalpore, a suo tempo, non tanto per i pellegrini appena giunti, coi piedi nudi e sporchi della polvere del cammino, ma per una Madonna che ha il volto e il corpo di una prostituta, Lena, forse amata dallo stesso pittore. Eppure questa Vergine è solenne, maestosa, ma anche tanto umana: sembra sporgersi dal proprio spazio verso i due visitatori, col Bambino in braccio pronto a regalare loro una benedizione e uno sguardo di tenera attenzione. Nel suo forte contrasto di luci e ombre, Caravaggio ci regala l’essenza del pellegrinare: non l’incontro con un simulacro, ma con un Dio in carne e ossa, con una Madre vigile e premurosa. L’incontro con quel Sacro che avviene nella vita quotidiana, fra le fatiche di un percorso che non si svolge su petali di rosa, ma fra i sassi e la terra del mondo concreto. Per arrivare da Qualcuno, non semplicemente da qualcosa, ritrovando così lo slancio dopo un incontro che conforta, sazia, rigenera.
    È lo stesso cammino che anche i santi hanno compiuto: lo sapevano bene i devoti di san Giacomo, che a un certo punto cominciano a raffigurare il pellegrino come il santo e (o) il santo come un pellegrino qualunque, a piedi o a cavallo. In Italia ne abbiamo un esempio mirabile nel san Giacomo di Pistoia, caratterizzato dalla mantellina rossa che gli viene posta sulle spalle in occasione della “vestizione”. Un’iconografia, questa, che ci rammenta che i santi sono anche per noi «vie di pellegrinaggio della speranza» e che le loro «vite mostrano le vie del pellegrinaggio di speranza offerte a tutti» [3]. Anche Cristo, come uomo, ha tracciato per noi una via di speranza, ma come Dio è stato, ed è per noi, la speranza stessa. Per questo è l’unico a poter dire che in Lui si compie la Parola che annuncia l’anno di grazia (il giubileo) del Signore profetizzato da Isaia. Nell’immagine Gesù insegna nella Sinagoga di Nazareth, (XIV secolo) conservata presso il monastero di Visoki Decani, in Kosovo, tutta l’architettura sembra stringersi intorno alla figura di Gesù per accoglierne l’annuncio, mentre gli altri presenti manifestano emozioni disparate: stupore, incredulità, chiusura. Sono gli stessi sentimenti che ci animano dinanzi alla richiesta di conversione necessaria per la vera liberazione interiore dal peccato, ma che vanno abbandonati se vogliamo veramente che, varcando la porta giubilare, il nostro cuore sia realmente aperto alla Grazia di Dio. Non sarà un viaggio scevro da pericoli, proprio come ci mostra la facciata della cattedrale romanica di Fidenza, ritraendo i fedeli in viaggio verso Roma (XII sec.) scortati da cavalieri armati, con le salmerie al seguito, e illustrando anche i pericoli del viaggio, l’incontro con bestie feroci, i litigi tra i pellegrini, la violenza sulle donne. Ma il messaggio finale è proprio un messaggio di speranza: il Cristo in gloria, scolpito in alto sull’arco del protiro centrale. Un Gesù che allarga le braccia per accogliere i pellegrini, mostrando la legge antica e quella nuova, invitandoli a metterle in pratica. Vizi e opere di carità sono ben identificati da animali simbolici lungo i portali laterali. Nel Giudizio finale, cioè, i buoni saranno accolti in Paradiso, mentre i cattivi saranno dati in pasto al demonio.    
    Un’iconografia che ci rimanda a un’ulteriore rilettura: il pellegrinaggio della vita è quello su cui si gioca il destino finale dell’uomo, e il pellegrinaggio temporale verso una meta ben specifica è un invito a una conversione radicale e profonda, per vivere meglio il grande cammino verso il Cielo di cui ogni pellegrinaggio, e ogni giubileo, è in fondo metafora.

    NOTE

    [1] Così si è espresso il pontefice in un’intervista all’emittente televisiva Canal Orbe 21, https://www.avvenire.it/papa/pagine/il-papa-se-il-giubileo-e-solo-turismo-religioso-non-serve
    [2] Sul suo sito si può conoscere la sua storia e la sua attività: https://www.tatuaggilauretani.it/chi-sono
    [3] I santi, pellegrini di speranza, Sito internet del Dicastero delle Cause dei Santi, https://www.causesanti.va/it/notizie/notizie-2024/i-santi-pellegrini-di-speranza.html



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