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    Narrazione di Gesù e libertà della fede


    NOI CREDIAMO /1

    Gianluca Zurra

    (NPG 2025-02-62)

     

    Ogni domenica la comunità cristiana si raccoglie attorno all’ascolto della Parola e alla condivisione del Pane, per diventare il Corpo fraterno del Signore nell’ordinario della vita. La fede si fa esperienza di comunione tramite il legame con Gesù, la cui novità è celebrata, rinnovata, confessata attraverso parole antiche: il Credo dei nostri padri. L’anniversario dei 1700 anni dal Concilio di Nicea è una preziosa occasione per ridare corpo, profondità e passione a quelle espressioni, che non furono scelte per bloccare la fede in una fredda definizione astratta, ma perché ogni generazione a venire potesse attingere al cuore pulsante della rivelazione evangelica, senza perderne la singolarità. Chi in quel tempo elaborò con fatica il Credo giunto fino a noi, lo fece a nostro favore, perché l’esperienza cristiana di Dio potesse essere ereditata di generazione in generazione.
    Non occorre, dunque, superare ingenuamente la fissazione dogmatica della fede, pensando così di poter accedere ad una sua migliore “purezza”. Si tratta, al contrario, di riscoprirne e approfondirne tutte le potenzialità esistenziali che una lunga riduzione concettualistica non ha più saputo custodire, né annunciare. Certo, la formulazione del Credo non è identificabile con l’evento di Gesù e con la Scrittura che ne testimonia il senso, poiché è un’operazione di mediazione culturale del legame credente con Lui, eppure è così gravida di riflessione e di serio lavoro ecclesiale da manifestare la forza per continuare a indirizzare l’avventura della Tradizione: ridire creativamente la fede nella dinamicità di una storia sempre aperta. Proprio per questo dovremmo essere grati ai padri dei primi secoli, che seppero custodire per noi l’inedito del cristianesimo incidendolo in quelle formule essenziali, affinché tutte le generazioni successive potessero riviverlo come lieta notizia.
    In questa rubrica tenteremo dunque una piccola opera di “eredità”: riascoltare da capo il battito originario delle parole del Credo che risuonano alla domenica nelle assemblee eucaristiche, per udirne la freschezza in rapporto alla possibilità attuale della fede. D’altronde, il termine “Tradizione” significa “trasmissione” e trasmettere qualcosa di vitale senza tradire vuol dire accogliere ciò che a nostra volta abbiamo ereditato per consegnarlo con creatività a chi verrà, perché non si riduca ad una lettera morta del passato, ma torni a risuonare nel presente come annuncio di liberazione[1].
    Prima di entrare di volta in volta negli articoli del Credo, in questo primo contributo introduttivo ci soffermiamo sulla forma narrativa del Nuovo Testamento come dispositivo di “eredità” per la libertà della fede, a cui sempre deve rimandare la sua confessione ecclesiale.

    Narrare Gesù

    La fede nasce dall’incontro vivo con Gesù Risorto e il Nuovo Testamento è la mediazione scritta della lieta notizia evangelica nella risonanza di chi vi ha creduto. Non è possibile, dunque, separare l’evento del Figlio di Dio dalla narrazione che ha suscitato, perché il racconto è interno e coerente al modo con cui Dio, in Gesù, si rivela all’umanità, coinvolgendola in un legame affettivo. La forma della narrazione neotestamentaria è il modo con cui le prime comunità cristiane hanno elaborato un “dispositivo di eredità”: soltanto una storia narrata può diventare spazio di incontro tra una verità storica accaduta in un determinato tempo e chiunque vi si disponga liberamente ad accoglierla. Il Vangelo, così, si annuncia non attraverso concetti, ma narrando ciò che è accaduto, dando ragione di esperienze, gesti, parole, azioni avvenute tra Gesù, i discepoli e le folle entro cui è stata riconosciuta una promessa di vita non illusoria.
    In questo modo i lettori e le lettrici di ogni tempo e di ogni luogo non hanno a che fare con un freddo resoconto della vita di Gesù, né sarebbero riducibili a discepoli “di seconda mano” ma, grazie alla narrazione, la incontrano come suoi contemporanei nel prisma delle voci molteplici di chi vi si è lasciato coinvolgere, senza esserne spettatrici o spettatori passivi.
    Ogni imprescindibile mediazione culturale della fede prende senso e fondamento dalla narrazione neotestamentaria, che annuncia Gesù nella forma del racconto, dunque nella dimensione distesa di una storia, da Betlemme, al Giordano, fino a Gerusalemme e alla Pasqua di morte e risurrezione. Il Credo della Chiesa prende vita da quel racconto, riletto alla luce delle Scritture, ed è sempre “in ritardo” rispetto alla storia di Gesù, da cui riceve senso e battito. Al tempo stesso è in grado di raccogliere in sintesi ciò che in quell’avvenimento si manifesta, in tutta la sua portata spirituale e culturale: nella venuta del Figlio ne va dell’immagine stessa di Dio, il cui nome diviene “generazione”, “creazione”, “dono di vita”, e ne va dell’esistenza umana nel suo complesso, invitata a partecipare alla speranza della vita del mondo che verrà, camminando dentro la storia nel segno della fraternità ecclesiale, una, santa, cattolica, apostolica.
    Il coraggio di narrare Gesù, in quanto Figlio fatto carne, approda nel Credo all’esigenza di un ripensamento del divino e dell’origine di ogni cosa, che chiede contemporaneamente una rielaborazione culturale del vivere tra gli umani. Ciò che è stato ereditato dalla venuta di Gesù è così già restituito a futura memoria nella forma creativa del racconto, che a sua volta permette all’iscrizione dogmatica della fede, fissata nel Credo apostolico, di essere riascoltata nella sua forza affettiva e riattivata come appassionata custodia della novità cristiana per noi e per le generazioni a venire.

    La libertà della fede

    Perché la fede non si trasformi in ideologia, occorre che custodisca la sua originaria forma di relazione libera con Gesù. La narrazione è l’unica modalità tramite cui diventiamo partecipi dell’evento narrato non per costrizione, ma per appassionata consapevolezza. D’altronde, la lieta notizia evangelica è proprio questa: Dio, nella libertà del Figlio, si affida alla libera accoglienza delle sue creature, poiché lui stesso non può dirsi e non può far risuonare la sua voce se non tramite le storie imprevedibili di chi vi acconsente. Potremmo dire che il Padre per primo si meraviglia, si stupisce, si emoziona per le parole e le opere di cui è capace la fede stessa del Figlio suo e, nel dono del suo Spirito, di quelle che accompagnano ogni uomo e donna che vi corrisponda, anche senza saperlo: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”[2].
    Non è proprio questa la novità del cristianesimo che il Credo custodisce? Evitando il ritorno sempre possibile ad un’immagine dispotica del divino, che non darebbe spazio alla libertà, e la riduzione dell’umano a pura “marionetta” nelle mani di un destino già deciso e segnato? Non è salvato proprio qui il battito corporeo di Dio, che non è tale se non tramite il suo slancio affettivo nel lasciarsi “scrivere” lungo la storia dalla nostra fragilità, dentro le inedite vicende di chiunque risponda alla sua promessa[3]? Non è così che la corporeità, i legami con le cose e con il mondo, gli affetti più preziosi e le imprese più faticose e umanizzanti che ci caratterizzano non sono riducibili al frutto di una mortificante “caduta” che ci allontanerebbe dall’origine, ma sono per sempre lo spazio amato da Dio, in cui Egli dimora con noi e noi con Lui, nella speranza certa che tutto verrà portato a compimento[4]?
    Che bella notizia! Espressioni come “fede” e “formulazione dogmatica” non hanno nulla da spartire con le parole “ideologia” e “fondamentalismo”: ricondotte alla narrazione evangelica custodiscono l’affezione di Dio per noi e garantiscono la nostra dignità di figli liberi e amati di fronte a Lui e di prossimi verso ogni fratello e sorella che incontriamo sul nostro cammino. Le formule fissate nel Credo permettono così di non regredire rispetto all’inedita novità del divino che ha preso forma e carne in Gesù. E non per nulla vengono sempre ripetute in un contesto liturgico e comunitario, tra il canto e l’invocazione, tra la Parola e il Pane, perché siano restituite alla vitalità da cui sono nate e per la quale sono state fissate.
    Vale la pena, dunque, “tradurre” il Credo, manifestarne le potenzialità scaturite dalla narrazione evangelica a cui rimanda, riascoltandolo come se fosse la prima volta, intriso di racconto e di storia, di affidamento e di testimonianza. Si tratta di partire dal corpo centrale, che fissa l’attenzione sul Gesù storico, “morto sotto Ponzio Pilato”, risalendo indietro alla sua origine di Figlio eterno generato dal Padre e correndo in avanti, nel dono dello Spirito che suscita la Chiesa come fraternità, in grado di camminare insieme agli umani di ogni tempo e di ogni luogo, nella speranza della risurrezione, verso il mondo che verrà. L’esperienza credente si può riaccendere, ricomprendere, ereditare tra le generazioni non partendo dal nulla, ma rilanciando quell’immenso lavoro culturale che i nostri padri, dando il meglio di sé, fecero 1700 anni fa a nostro favore.


    NOTE

    [1] “Il desiderio di perpetuarsi, di conservare identiche le tradizioni ci ossessiona come le tracce di un fantasma di immortalità. È tuttavia illusorio credere di poter possedere al modo dei nostri genitori ciò che ereditiamo, e che i nostri figli continueranno i medesimi comportamenti e i medesimi modelli. Il contenuto trasmesso a ogni generazione è da riprendere in modo nuovo. Solo così può affrancare anziché schiacciare. A condizione che sia un’eredità per i viventi, per lasciare loro lo spazio nella maniera di riappropriarsela”. Cfr. N. Sarthou-Lajus, L’arte di trasmettere, Qiqajon, Magnano 2018.
    [2] Cfr. Mt 25, 40.
    [3] Il Dio biblico rivela il suo nome a Mosè alla maniera di un cammino aperto, di ciò che prenderà forma attraverso il rapporto libero e sempre nuovo tra sé e il suo popolo: “Io sono colui che sarà” (Es. 3,14). E in ogni caso quel nome sarà “scritto” tramite la vicenda di chi vi corrisponderà nella fede: “Io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”.
    [4] “L’essere umano chiede di essere salvato. E anche il mondo. Forse l’essere umano non può salvarsi senza il mondo. L’essere umano e il mondo arriveranno insieme, a braccetto e tremanti, all’ultima soglia”. Cfr. J.M. Esquirol, La scuola dell’anima. Dalla forma dell’educare alla maniera di vivere, Vita e Pensiero, Milano 2024.



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